Dalla crisi nello Stretto di Hormuz alle tensioni su Trump, fino agli scandali e alla politica interna, l’America tra guerra, economia e instabilità.
Ansa
Più passano i giorni e più si capisce che la guerra in Iran rischia di essere un nuovo Vietnam o forse un nuovo Afghanistan. A differenza di ciò che ci si immaginava dopo l’uccisione di Ali Khamenei e di alcuni capi militari, la potenza di fuoco degli Stati Uniti e di Israele non è riuscita a piegare Teheran.
Il regime degli ayatollah ha avuto anni per prepararsi a uno scontro frontale e come abbiamo scoperto si è armato fino ai denti, molto di più di quanto immaginassimo. Non solo. La guerra in Ucraina ha aperto a nuovi scenari, cambiando completamente le strategie militari.
Non si vince o si perde solo con l’Aeronautica o con la Marina, con i carrarmati e la contraerea. Si combatte con droni, missili e satelliti, ma pure con il blocco dei traffici mondiali. Così come Putin stoppò le esportazioni di grano e Kiev, con gli attentati ai gasdotti e alle petroliere, interruppe il commercio di combustibili fossili, l’Iran tiene chiuso lo stretto di Hormuz, sapendo che impedire il transito di navi container cariche di materie prime indispensabili per far funzionare le industrie dell’Occidente fa più male delle bombe.
La guerra avrebbe dovuto concludersi in un paio di settimane, ma invece rischia di protrarsi per mesi e forse per anni e con esiti imprevedibili. Infatti, sia l’Iran che Israele lottano per la sopravvivenza. Il regime di Teheran sa benissimo che arrendersi ora servirebbe solo a mettere in pausa il conflitto, consentendo agli avversari di riorganizzarsi e soprattutto di rimuovere il blocco che impedisce a gas e petrolio di passare. Ma allo stesso tempo Israele sa che non arrivare fino in fondo con ayatollah e pasdaran significa pregiudicare il futuro, in quanto la mancata sconfitta dell’Iran con la caduta del regime, rilancerebbe l’influenza della teocrazia sciita in tutta la regione. Il discorso vale anche per gli Stati Uniti e per le monarchie del Golfo, che speravano di farla finita con Khamenei. Il cessate il fuoco senza una resa di Teheran equivarrebbe a una vittoria degli ayatollah, i quali pur se fiaccati da anni di sanzioni, pur se isolati nel mondo, pur con un Paese distrutto dalle bombe, esulterebbero. E potete immaginare come sarebbe recepito il messaggio dalle fazioni islamiche più radicali. L’Iran diventerebbe il simbolo della lotta contro l’impero del male costituito da Stati Uniti e Israele, il Grande e il piccolo Satana, come dicono i pasdaran.
Del resto, che il regime non intenda cedere anche se a prezzo di enormi sacrifici, lo dimostrano le condizioni dettate da Teheran per un cessate il fuoco. Sei punti che di fatto trasformerebbero la teocrazia degli ayatollah nella padrona assoluta del Golfo, con il controllo pieno dello snodo fondamentale per il passaggio di petrolio, gas, elio e di altre materie prime. Dunque, a meno di una rivoluzione armata contro la Guida suprema e i suoi seguaci, la guerra è destinata a proseguire, perché sia gli uni che gli altri non potranno fermarsi. Una resa dei conti senza sconti. Una battaglia che non ammette pause.
Tutto ciò dovrebbe insegnarci alcune cose. La prima e più importante è che non si deve mai sottovalutare l’avversario, perché anche chi appare svantaggiato, nel confronto può alla lunga rivelarsi pericoloso. Vale per la guerra in Ucraina, per quella in Iran e pure per la sfida del referendum. La seconda è che siccome il mondo si regge sulle materie prime e soprattutto sull’energia, occorre riuscire a rendersi indipendenti e autonomi. Altro che rifornirsi comprando gas dalle monarchie o dalle dittature: meglio dipendere da sé stessi perché solo così si finisce per non essere ricattati. La terza cosa che si deve imparare è che le battaglie non si lasciano a metà ma si concludono, perché sennò prima o poi ritornano.
L’ultima cosa su cui dobbiamo riflettere è che le guerre non finiscono sempre con la vittoria dei buoni contro i cattivi. Questo non è un film di Hollywood, ma la realtà e la retorica del bene contro il male dovremmo metterla da parte, perché il mondo non gira intorno ai principi, ma agli interessi, Vale per Putin, per Trump e per gli ayatollah.
Continua a leggereRiduci
Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.
L'ayatollah iracheno Ali al Sistani (Getty Images)
Al Sistani, ancorché distante dai Pasdaran (l’ultima fatwa fu contro l’Isis), invoca la resistenza a Washington e Gerusalemme. Il dilemma dei Paesi del Golfo: legati all’Occidente, temono la resa dei conti tra islamici.
From the mountain to the sea, per parafrasare i keffioti di complemento. Dalle nevi del Damavand al mare di petrolio, quello iraniano non è solo un affare degli Stati Uniti e di Israele ma sta diventando sempre più una guerra araba. Dopo i razzi su Dubai, i droni in Kuwait, le provocazioni in Arabia Saudita, ieri Teheran ha mirato di nuovo verso la Turchia lanciando un (secondo) missile balistico intercettato e abbattuto dalle difese della Nato. Con queste mosse disperate il regime degli ayatollah prova a destabilizzare l’intera area con tre scopi precisi: creare caos diplomatico, terrorizzare i vicini fino a ieri considerati neutrali e indurli a prendere le distanze da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
I missili Cruise Soumar e Shahab-3 hanno come bersaglio fisico le inermi città del Golfo ma come obiettivo psicologico le menti delle genti musulmane. Se gli sceicchi sunniti non saranno mai al fianco dei sacerdoti sciiti, i loro popoli osservano con perplessità l’incendio pan-islamico e difficilmente approveranno uno scontro così devastante tra parenti serpenti sotto il cielo del Profeta. Lo ripetono da giorni i portavoce sauditi e degli Emirati («L’aggressione iraniana è odiosa ma noi non entreremo mai in questa guerra»), lo ha ribadito ieri Recep Tayyp Erdogan dopo aver visto un altro razzo di Teheran comparire sui radar: «Seguiamo attentamente gli sviluppi del conflitto ma il nostro obiettivo principale rimane quello di tenere la Turchia fuori dal grande incendio. Sono stati comunicati i necessari avvertimenti ma nonostante ciò l’Iran continua a intraprendere passi sbagliati». La guerra sull’uscio di casa lo preoccupa ma rimane fermo come i suoi carri armati sul confine mentre nel 2014 Kobane veniva assediata dall’Isis. Un discorso sulle uova che tiene conto delle molteplici curve diplomatico-religiose; lo scaltro presidente turco ha bisogno del collante interno e ha fatto sapere agli americani che non prenderà iniziative se non sotto il cappello dell’Onu e della Nato. Più fluido il pensiero istituzionale in Siria e in Libano, egualmente nel centro del mirino. Damasco, un tempo storico alleato degli ayatollah, è di fatto sotto protezione americana e sta permettendo il sorvolo dei cacciabombardieri con la stella di David diretti sugli obiettivi iraniani.
Il regime di Bashar al Assad è il passato remoto e l’attuale presidente Ahmed al Sharaa si è insediato contro il volere di Teheran. Il Paese, per anni lacerato dalle milizie iraniane e dai gruppi che volevano farlo diventare una «free zone della droga», ha percepito il cambiamento. A tal punto che alla notizia dell’uccisione di Ali Khamenei, molta gente è scesa in piazza a esultare. Fino a quando duri questa divergenza epocale è difficile prevedere. In Libano, Hezbollah è sotto scacco, messa all’angolo dall’offensiva di Tel Aviv. Proprio ieri il premier Nawaf Salam in un’intervista al quotidiano L’Orient-Le Jour si è dichiarato pronto a «valutare qualsiasi proposta di negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace con la formula “terra in cambio di pace”». Un altro segnale che fa comprendere come si cerchino soluzioni territoriali, al massimo regolamenti di conti locali. Tutto ciò per evitare una guerra mondiale musulmana che avrebbe conseguenze inimmaginabili.
In questo scenario a un passo dall’Apocalisse è arrivato il messaggio dell’ayatollah Ali al Sistani, una delle autorità religiose sciite più seguite del pianeta, che da Najaf in Iraq ha sollecitato i musulmani a non dividersi, anzi a considerare «la difesa dell’Iran un obbligo religioso collettivo». Praticamente una fatwa contro la campagna militare americana e israeliana per dare la spallata dalla Repubblica islamica. Al Sistani sottolinea da un lato di essere preoccupato per «le minacce esterne e interne che colpiscono il Paese, tra cui attentati, corruzione, omicidi, distruzione di proprietà pubbliche e private». Ma al tempo stesso chiede che il regime di Teheran venga difeso e ci sia «resistenza a tentativi di sovversione e destabilizzazione. Non bisogna permettere che i nemici esterni raggiungano i loro obiettivi».
La discesa in campo viene considerata particolarmente importante, da parte di una guida religiosa che ha sempre tenuto a marcare la propria distanza dalla politica attiva e dal regime di Teheran soffocato da Pasdaran e Guardiani della rivoluzione, nel quale le gru delle impiccagioni di dissidenti e studenti fanno da sfondo al panorama quotidiano. L’ultima volta che Al Sistani prese la parola per lanciare una fatwa fu nel giugno 2014 quando l’Isis conquistò Mosul. La posizione ricalca quella del gran mufti sunnita dell’Iraq, Mahdi ibn Ahmad al Sumayda, che ha definito questa guerra «uno scontro ideologico fondamentale per il futuro dell’Islam» e testimonia (cosa rara) una convergenza fra sciiti e sunniti in nome del Corano.
Amici dell’Occidente per il petrolio, alleati contro i fanatici che finanziano il terrorismo. Ma alla fine gli infedeli restano infedeli. Poiché non si è mai visto un cambio di regime ottenuto con droni e aerei invisibili, è difficile ipotizzare gli scenari a breve. Anche perché l’unico esercito pronto a mettere gli scarponi sul terreno è quello composto dalle milizie curde, che sognano un Iran federale e hanno buona memoria. Sono 8.000, sarebbe un bagno di sangue.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Il tycoon pretende di essere coinvolto, come in Venezuela, nella scelta del prossimo leader: «Il figlio di Khamenei? Inaccettabile». Poi torna a invocare la caduta di Cuba, legata alla Repubblica islamica. Licenziata (via Truth) la segretaria alla Sicurezza, Kristi Noem.
Donald Trump è stato chiaro. Ieri, parlando con Axios, ha detto di voler essere «coinvolto nella nomina» del successore di Ali Khamenei come guida suprema dell’Iran. Non solo. Il presidente americano ha anche definito «inaccettabile» l’eventualità che possa essere designato per il ruolo il figlio dello stesso Khamenei, Mojtaba.
«Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy in Venezuela», ha aggiunto, riferendosi all’attuale presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez. «Vogliamo essere coinvolti nel processo di scelta della persona che guiderà l’Iran verso il futuro», ha anche detto, parlando con Reuters. «Lavoreremo con il popolo e il regime per garantire che arrivi qualcuno che possa ricostruire l’Iran in modo efficiente, ma senza armi nucleari», ha aggiunto in una intervista a Politico, in cui ha anche preconizzato il crollo di uno dei principali alleati di Teheran in America Latina. «Anche Cuba cadrà», ha detto.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sembra tornato ad auspicare una soluzione venezuelana in Iran: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. È questa la linea che Trump voleva seguire all’inizio, visto che, al netto delle difficoltà di attuazione, gli consentirebbe di ridurre i costi e il coinvolgimento diretto di Washington in Iran.
Il punto è che, in questi giorni, è stato rivelato che l’amministrazione americana starebbe considerando di armare i curdi, per provocare una rivolta contro il governo degli ayatollah: un’opzione, quest’ultima, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, che è storicamente freddo verso una soluzione venezuelana. Puntando sui curdi, il premier israeliano spera infatti di conferire all’Iran un assetto federale e decentralizzato, senza magari escludere qualche spinta separatista. L’importante, per Netanyahu, è che il regime khomeinista venga del tutto smantellato. Ebbene, sempre ieri, parlando con Reuters, il presidente americano ha aperto alla possibilità di un’offensiva dei curdi in Iran. «Penso che sarebbe meraviglioso se volessero farla».
Vale allora la pena di domandarsi in che modo Trump, che ieri ha annunciato la dipartita di Kristi Noem dalla guida del Dipartimento per la sicurezza interna, stia pensando di tenere insieme la soluzione venezuelana con l’opzione curda. Come detto, si tratta di due linee essenzialmente contraddittorie. Per spiegare questo paradosso, è possibile ipotizzare due spiegazioni (non necessariamente in conflitto reciproco). La prima è che, probabilmente, dietro le quinte, Trump e Netanyahu sono meno allineati di quanto diano a intendere pubblicamente: e questo almeno per quanto riguarda il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Certo, durante una recente telefonata con l’omologo israeliano Israel Katz, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha ribadito la stretta alleanza tra Washington e Gerusalemme. Non solo. Ieri, Trump ha anche esortato il presidente israeliano, Isaac Herzog, a concedere la grazia a Netanyahu. «Gli ho detto che non lo incontrerò se non darà la grazia», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca.
Tuttavia, l’altro ieri, Axios riferiva che il premier israeliano avrebbe chiesto spiegazioni a Trump su presunti contatti segreti tra americani e iraniani. La circostanza è stata smentita da Washington ma l’episodio evidenzia come il rapporto tra i due alleati non sia tutto rose e fiori. La seconda spiegazione riguarda invece la dialettica interna all’amministrazione Trump. È noto che JD Vance fosse restio a un intervento militare in grande stile contro la Repubblica islamica. Una posizione, la sua, differente da quella, senz’altro più combattiva, di Marco Rubio. È quindi verosimile che il braccio di ferro tra il vicepresidente e il segretario di Stato stia proseguendo a porte chiuse.
Ecco: tutte queste dinamiche potrebbero essere alla base delle oscillazioni mostrate da Trump negli scorsi giorni. Dipendesse da lui, il presidente si affiderebbe completamente a una soluzione venezuelana. Il problema è che, come ha affermato martedì, molte delle figure a cui aveva pensato sono ormai morte. E questo potrebbe averlo indotto a prendere in considerazione l’opzione curda, auspicata da Netanyahu. Il punto è che, per Trump, la soluzione venezuelana resta quella preferibile: come detto, gli consentirebbe di rendere Teheran maggiormente allineata agli interessi di Washington, evitando un coinvolgimento troppo diretto e riducendo il rischio di instabilità, oltre che di un conflitto prolungato. Si tratterebbe, in altre parole, non di un regime change alla Bush jr ma di una coercion without ownership. Il che, per lui, avrebbe un duplice vantaggio: gli permetterebbe di rilanciare gli Accordi di Abramo e di ricompattare la base Maga, spaccatasi sull’intervento militare in Iran. La domanda, a questo punto, è: come farà Trump ad armonizzare la soluzione venezuelana con l’opzione curda? C’è chi ritiene che potrebbe sostenere l’offensiva dei curdi quel tanto che basta per sradicare i pasdaran. Tuttavia eventuali spinte autonomiste o, al limite, separatiste, preoccupano alcuni esponenti dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, a partire dal principe ereditario Reza Pahlavi. La linea su cui il presidente americano si sta muovendo è quindi particolarmente sottile.
Continua a leggereRiduci







