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2021-04-20
Trasporto, tamponi, aule da areare. La scuola teme una falsa ripartenza
Daniele Franco (Ansa/iStock)
Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti.
Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi.
Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione».
Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio.
Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti.
Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute.
I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». Quando?
Meloni azzanna Draghi sul Recovery
Difficilmente basteranno gli incontri ufficiali per risolvere i nodi politici più scottanti sulla governance del Recovery plan. Detto questo, con i faccia a faccia di ieri con Fdi e Italia viva, Mario Draghi ha praticamente concluso il giro di consultazioni a Palazzo Chigi con le forze politiche (oggi è la volta di Leu), prima di passare alle parti sociali, per poi licenziare nel cdm la sua versione del Pnrr e illustrarla alle Camere il 26 e 27 aprile. Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione.
Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere».
«Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
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Stanziati 309 milioni per i bus, però per i presidi «gli effetti non si vedono». C'è l'ipotesi di ingressi scaglionati. Mancano protocolli sulla ventilazione, irrealizzabili i test di massa. Patrizio Bianchi glissa: «Affronteremo i problemi».La leader di Fdi dopo il colloquio con l'esecutivo: «Nessuno ci ha illustrato il piano, così il Parlamento finirà ai margini». Matteo Renzi lusinga il premier e Daniele Franco: «Ottimo confronto».Lo speciale contiene due articoli.Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione». Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio. Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti. Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute. I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». 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Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione. Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere». «Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 25 giugno con Carlo Cambi
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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