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2021-04-20
Trasporto, tamponi, aule da areare. La scuola teme una falsa ripartenza
Daniele Franco (Ansa/iStock)
Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti.
Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi.
Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione».
Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio.
Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti.
Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute.
I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». Quando?
Meloni azzanna Draghi sul Recovery
Difficilmente basteranno gli incontri ufficiali per risolvere i nodi politici più scottanti sulla governance del Recovery plan. Detto questo, con i faccia a faccia di ieri con Fdi e Italia viva, Mario Draghi ha praticamente concluso il giro di consultazioni a Palazzo Chigi con le forze politiche (oggi è la volta di Leu), prima di passare alle parti sociali, per poi licenziare nel cdm la sua versione del Pnrr e illustrarla alle Camere il 26 e 27 aprile. Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione.
Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere».
«Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
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Stanziati 309 milioni per i bus, però per i presidi «gli effetti non si vedono». C'è l'ipotesi di ingressi scaglionati. Mancano protocolli sulla ventilazione, irrealizzabili i test di massa. Patrizio Bianchi glissa: «Affronteremo i problemi».La leader di Fdi dopo il colloquio con l'esecutivo: «Nessuno ci ha illustrato il piano, così il Parlamento finirà ai margini». Matteo Renzi lusinga il premier e Daniele Franco: «Ottimo confronto».Lo speciale contiene due articoli.Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione». Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio. Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti. Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute. I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». 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Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione. Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere». «Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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