True
2021-04-20
Trasporto, tamponi, aule da areare. La scuola teme una falsa ripartenza
Daniele Franco (Ansa/iStock)
Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti.
Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi.
Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione».
Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio.
Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti.
Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute.
I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». Quando?
Meloni azzanna Draghi sul Recovery
Difficilmente basteranno gli incontri ufficiali per risolvere i nodi politici più scottanti sulla governance del Recovery plan. Detto questo, con i faccia a faccia di ieri con Fdi e Italia viva, Mario Draghi ha praticamente concluso il giro di consultazioni a Palazzo Chigi con le forze politiche (oggi è la volta di Leu), prima di passare alle parti sociali, per poi licenziare nel cdm la sua versione del Pnrr e illustrarla alle Camere il 26 e 27 aprile. Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione.
Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere».
«Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
Continua a leggereRiduci
Stanziati 309 milioni per i bus, però per i presidi «gli effetti non si vedono». C'è l'ipotesi di ingressi scaglionati. Mancano protocolli sulla ventilazione, irrealizzabili i test di massa. Patrizio Bianchi glissa: «Affronteremo i problemi».La leader di Fdi dopo il colloquio con l'esecutivo: «Nessuno ci ha illustrato il piano, così il Parlamento finirà ai margini». Matteo Renzi lusinga il premier e Daniele Franco: «Ottimo confronto».Lo speciale contiene due articoli.Un rientro a scuola molto complicato. Mancano pochi giorni al 26 aprile, quando gli studenti delle zone gialle e arancioni torneranno tutti in presenza (solo al 50% nelle superiori delle Regioni in rosso, ormai davvero poche), ma se il governo non lavora in fretta al nuovo decreto legge rischiamo di trovarci nella stessa situazione dello scorso settembre. Senza banchi a rotelle, per la fortuna degli istituti che non li hanno voluti e con la rabbia di chi ha dovuto disfarsene in quanto dannosi per la schiena dei ragazzi, però con tanti problemi ancora irrisolti. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, sta preparando una circolare che dopo il dl preciserà alle scuole che cosa è possibile fare per evitare assembramenti, ovvero ingressi scaglionati, ore da 50 minuti, didattica digitare integrata, turnazione. Gli stessi modelli organizzativi che erano previsti anche a inizio anno scolastico, però scarsamente applicati. Ora si pretende di trovare soluzioni a meno di una settimana dalla riapertura. Preoccupano sempre i trasporti, troppo affollati, un tema che riguarda soprattutto gli alunni delle superiori. Il premier Mario Draghi ricorda che sono già stati stanziati 390 milioni di euro per aumentare il numero dei bus, «ma quando ne vedremo gli effetti?» è la prima domanda che pone Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Alla Verità il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito che «occorre differenziare molto gli orari di entrata negli istituti». «C'è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus», aggiunge Fedriga, che assieme a Upi e Anci ha chiesto un incontro al governo per rivedere gli orari scolastici perché «servono anni e non mesi per ordinare nuovi mezzi». Sulla stessa linea il governatore del Veneto, Luca Zaia, fa presente che solo nella sua Regione servirebbero un migliaio di pullman in più. «Portando la didattica in presenza al 100% da lunedì prossimo, la norma dice che il bus deve restare riempito al 50%», ha detto ieri in conferenza stampa, quindi «bisogna raddoppiare la dotazione». Poiché è molto difficile che si riesca, il presidente leghista vede come possibili soluzioni «lo scaglionamento di arrivo degli studenti con turni a orari sfalsati, oppure rendere facoltativa da parte dei genitori la scelta di far fare la Dad ai figli, oppure ridurre la percentuale in presenza arrivando magari al 75%». Nell'incontro di oggi tra governo e Regioni si discuterà proprio di ingressi scaglionati o di aumento della capienza consentita sui mezzi. C'è poi la questione assembramento. «Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento», osserva Giannelli, ma il Cts di cui si aspetta il parere non è favorevole alla riduzione della distanza minima. «Da mesi chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, una anagrafe degli edifici scolastici il tracciamento dei contatti, tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta», protesta Mario Rusconi, presidente Anp Lazio. Insegnanti, docenti e sindacati chiedono l'aggiornamento del protocollo di sicurezza fermo all'estate scorsa. Non si tratta solo di mascherine obbligatorie dai 6 anni in su, distanze, lavaggio delle mani, ma anche di dotare le scuole di impianti di ventilazione controllata, che assicurano il ricambio d'aria e riducono del 99,6% la concentrazione delle particelle infette. Inoltre, servono a climatizzare gli edifici. La semplice apertura delle finestre non basta a mettere in sicurezza le aule, gli esperti lo ripetono e non vengono ascoltati perché i 150 milioni stanziati dal decreto Sostegni servono anche per comprare mascherine, gel e termoscanner, non solo nuovi impianti. Tra le incognite ci sono i tamponi, che dovrebbero aiutare a tracciare i positivi. L'immunologo Sergio Abrignani ha dichiarato alla Repubblica che immunità dei docenti e «un programma di test salivari rapidi sugli studenti renderanno la scuola ancora più sicura», ma lo screening ovunque con i test rapidi appare irrealizzabile in tempi brevi, per i costi e la mancanza di personale. Più probabile un monitoraggio attraverso gruppi di alunni, ipotesi alla quale starebbe lavorando il ministero della Salute. I sindacati hanno chiesto il completamento delle vaccinazioni dei docenti e nell'incontro di ieri a viale Trastevere si è discusso anche di esami di Stato e reclutamento insegnanti. Luca Vessio, precario pugliese di 39 anni, ha scritto al ministro Bianchi: «Il buon senso oggi chiederebbe l'abilitazione automatica e l'assunzione di tutti coloro che hanno superato il concorso straordinario fino ad esaurimento cattedre, e solo dopo attingere dalla graduatoria dell'ordinario». Il ministro, in un videomessaggio per l'avvio della Settimana civica, ha detto che «bisogna educarsi a vivere insieme», dimenticando di aggiungere che se i ragazzi non possono andare a scuola in sicurezza, non torneranno a vivere insieme. E sulle incognite resta vago: la scuola in presenza «è un segno importante, affronteremo i problemi». Quando?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trasporto-tamponi-aule-da-areare-la-scuola-teme-una-falsa-ripartenza-2652636815.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-azzanna-draghi-sul-recovery" data-post-id="2652636815" data-published-at="1618858631" data-use-pagination="False"> Meloni azzanna Draghi sul Recovery Difficilmente basteranno gli incontri ufficiali per risolvere i nodi politici più scottanti sulla governance del Recovery plan. Detto questo, con i faccia a faccia di ieri con Fdi e Italia viva, Mario Draghi ha praticamente concluso il giro di consultazioni a Palazzo Chigi con le forze politiche (oggi è la volta di Leu), prima di passare alle parti sociali, per poi licenziare nel cdm la sua versione del Pnrr e illustrarla alle Camere il 26 e 27 aprile. Sarà in quel frangente, a ridosso della scadenza del 30 aprile (che il premier continua a dire di voler rispettare) entro cui inviare il piano a Bruxelles, che anche le perplessità dei partiti di maggioranza verranno a galla, dopo quelle espresse in maniera energica da Giorgia Meloni dal fronte dell'opposizione. Perché il problema, a quanto pare, è che nell'architettura immaginata dall'ex-presidente della Bce per gestire e smistare i fondi del Recovery, in cima a tutto ci sarebbe un supercomitato formato interamente da ministri tecnici (Daniele Franco, Vittorio Colao, Roberto Cingolani ed Enrico Giovannini), con il rischio concreto che i partiti non tocchino palla per tutta la durata della partita. E visto che la levata di scudi contro task force e tecnici vari è stata alla base del tonfo del Conte bis, sarà necessario su questo trovare una quadra che salvi la coerenza e non urti la suscettibilità del Parlamento. Ma che l'esecutivo sia in ritardo, che il Parlamento rischi di avere un ruolo ornamentale e che la strada sia tutt'altro che agevole lo ha fatto capire, come accennato, la leader di Fdi, Giorgia Meloni, alla fine dell'incontro (durato circa un'ora e mezza) con Draghi. «Ad oggi», ha rivelato la Meloni, «noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrare il piano e ha piuttosto chiesto le nostre proposte. In teoria il Pnrr va presentato entro il 30 di aprile, il presidente Draghi verrà in Aula il 26 aprile, quindi quattro giorni prima. Il rischio che il Parlamento e segnatamente l'opposizione non abbiano la possibilità di giudicare questo piano», ha proseguito, «e di dire la propria, nei tempi e nei modi che una Repubblica parlamentare richiede, è molto alti. Temo che ci sia stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale e questa è una cosa che noi non ci sentiamo di avallare e sostenere». «Abbiamo chiesto», ha detto ancora, «di avere tempi giusti per poter valutare il piano nel suo complesso e poi fare le nostre proposte». Altro tema che non poteva essere eluso nell'incontro, quello delle modalità delle riaperture, sulle quali pendono ancora numerose incertezze e incongruenze denunciate dagli stessi lavoratori interessati: «Serve un cambio di paradigma», ha detto Giorgia Meloni, «rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Nelle prerogative di un governo c'è stabilire i modelli e le regole comportamentali per fermare il contagio, non stabilire se e quando un cittadino deve uscire di casa o aprire o chiudere un'attività. Non si può consentire che il governo decida delle libertà fondamentali delle persone». Comprensibilmente diversi i toni usati da Matteo Renzi, al termine dell'incontro con il premier: il leader di Iv, in un tweet, ha parlato di «ottimo confronto» e di «vera svolta su vaccini, piano di rilancio e credibilità internazionale dell'Italia».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci