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2023-05-30
Vigili accusati di tortura e razzismo sul trans
Imagoeconomica
Tutti denunciati. «Bruna», il transgender di 42 anni che lo scorso 24 maggio, in zona Università Bocconi, era stata percossa da alcuni agenti della polizia locale di Milano - un episodio divenuto virale grazie al video dell’arresto girato da un testimone -, è passato al contrattacco sporgendo denuncia, appunto, contro chi l’ha preso a manganellate. La denuncia è stata depositata ieri mattina in Procura a Milano dal legale di «Bruna», l’avvocato Debora Piazza, che è in contatto anche col consolato brasiliano. I reati ipotizzati sono: lesioni personali aggravate dall’abuso della funzione pubblica, minacce aggravate, tortura aggravata e discriminazione razziale.
In questo modo, l’inchiesta aperta dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Giancarla Serafini potrà proseguire; in caso di mancata denuncia, infatti, per effetto della riforma Cartabia, per questo tipo di reato non si sarebbe potuto procedere d’ufficio. Conseguentemente, almeno tre dei quattro agenti della Locale intervenuti dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati, mentre potrebbe non essere così per il quarto agente - una donna - che, stando alle stesse dichiarazioni del quarantaduenne, non avrebbe infierito su di lui.
Sempre di queste ore è la novità della comparsa d’un altro filmato delle fasi dell’arresto; si vedono gli agenti mentre caricano «Bruna» sull’auto, rimproverati dall’autore del video stesso, che chiede: «Noi abbiamo visto che l’avete picchiata, vi chiediamo di presentarvi, cosa è successo?». Un filmato che non aggiunge nulla alla vicenda, ma che ieri è stato presentato come se immortalasse violenze da macelleria messicana.
Al centro delle ipotesi di reato ci sono più aspetti da approfondire. Anzitutto, per quanto riguarda le minacce gravi, ci si basa sulle presunte frasi urlate dai vigili prima di raggiungere il transessuale: frasi come «Ti ammazziamo». Va però detto che gli agenti affermano di essere stati loro a subire minacce. Di più: secondo la relazione degli agenti, una volta fermato, «Bruna» avrebbe iniziato ad aggredirli, arrivando a mordere la mano di uno di essi e non risparmiandosi, verso un paio di vigili, parole minacciose: «Voi due non arrivate vivi a stasera, io sono pazza».
La vittima dell’aggressione e il suo legale contestano, inoltre, l’aggravante prevista dall’articolo 604 ter del codice penale - che punisce i reati commessi «con le finalità di discriminazione etnica, razziale e religiosa» - perché ci si sarebbe accaniti su di lui in quanto trans. Un particolare che dovrà naturalmente essere verificato e che, come si accennava poc’anzi, si somma alle differenti interpretazioni già circolate sull’accaduto. Una prima ricostruzione, infatti, parlava di agenti arrivati sul posto dopo essere stati richiamati da alcuni genitori perché la donna-uomo avrebbe esibito le proprie parti intime, pochi istanti prima, nei pressi di una scuola elementare; tale ricostruzione è, però, stata smentita dai pm, secondo cui l’intervento ora sotto le lenti degli inquirenti, sarebbe stato originato dalla segnalazione di schiamazzi da parte del transessuale - e non, quindi, per atti osceni.
Per quanto riguarda, invece, il reato di tortura, secondo quanto dichiarato dall’avvocato Piazza a LaPresse, esso è stato contestato perché, dopo il presunto pestaggio, il transessuale sarebbe stato «tenuto chiuso dentro l’auto dei vigili almeno 20 minuti» dopo che gli agenti avevano utilizzato su di lui «lo spray al peperoncino». Fin qui gli ultimi sviluppi sulla vicenda che presenta profili di indubbia gravità. Le immagini circolate in rete paiono eloquenti ed è fuor di dubbio che, se la persona arrestata è stata poi stata portata venerdì scorso al Pronto soccorso del Policlinico di Milano, oltre 48 ore dopo i fatti e dimessa con 5 giorni di prognosi a causa delle percosse, ecco, sull’episodio urga far luce al più presto.
Per quanto ora la palla sia nelle mani della magistratura, quella dell’ipotesi del reato di tortura è una posizione legittima su un tema scivoloso e difficile da dimostrare; così come pare discutibile - pur senza negare, repetita iuvant, la gravità dell’accaduto - un richiamo alla discriminazione razziale che, più che a una ricostruzione dell’episodio (banalmente, nei filmati resi pubblici, non si sente alcun insulto razziale pronunciato dai ghisa milanesi), sembra funzionale a una politicizzazione dello stesso. Che nelle scorse ore, in realtà, è già stata avviata col ritrovo a Milano, alla presenza del consigliere comunale meneghino transgenderMonica Romano, di una manifestazione di solidarietà a «Bruna» dov’erano presenti striscioni - tipo «Trans lives matter» - che lasciavano intendere che ciò che ha avuto luogo sia stato addirittura un tentato omicidio. Come strumentalizza la sinistra, non lo fa nessuno. E la giustizia sembra seguire il flusso di una certa narrazione dei fatti. Al di là dei fatti stessi.
Peschiera teme il nuovo assalto afro. La città si blinda in vista del 2 giugno
Nel 1995, quando in Francia uscì L’odio, il film culto di Mathieu Kassovitz sulla giungla delle banlieue transalpine, il pensiero di tanti italiani era stato: «Per fortuna in Italia non abbiamo di questi problemi». E invece, a botte di politicamente corretto e immigrazionismo scriteriato, le banlieue sono arrivate anche da noi. Non certo ieri, peraltro. Ma l’opinione pubblica delle Ztl lo ha scoperto, in maniera traumatica, l’anno scorso, allorché il 2 giugno orde di giovani immigrati hanno letteralmente invaso Peschiera del Garda.Migliaia di nordafricani, infatti, avevano saccheggiato e vandalizzato la ridente località di villeggiatura, rapinando le famiglie di turisti e provocando numerose risse (alcune addirittura con armi da taglio). «Siamo venuti a riconquistare Peschiera. Questo è territorio nostro, l’Africa deve venire qui», avevano annunciato sui social coloro che qualche sprovveduto si ostina a chiamare «italiani di seconda generazione» solo perché una classe politica imbelle ha messo loro in tasca un passaporto di questa martoriata repubblica. D’altra parte, è stata la stessa polizia, accorsa sul posto per ristabilire un minimo di ordine pubblico, a raccontare che i vandali brandivano bandiere di nazioni africane. Tra i fatti più gravi ci furono senz’altro le violenze sessuali ai danni di sei minorenni italiane, braccate da un centinaio di nordafricani sul treno regionale che, da Gardaland, doveva riportarle a casa. Le ragazzine furono circondate e palpeggiate nelle parti intime dagli aggressori, che ridevano e dicevano loro: «Le donne bianche qui non salgono, voi non potete stare qui». Insomma, scene di ordinaria integrazione, che tanto ricordano le molestie di massa del Capodanno milanese 2022. Altro emblema di quel paradiso multirazziale sognato dalle Boldrini e dai Formigli di turno, poi tramutatosi molto presto in un inferno multirazzista senza pietà né redenzione. Ecco, se qualcuno pensa che gli arresti dell’anno scorso siano serviti come deterrente, si sbaglia di grosso. Già da diversi giorni, infatti, su Tik Tok impazzano numerosi video che rilanciano il motto «Il 2 giugno tutti a Peschiera». I video, ovviamente, sono conditi da balletti, insulti alle forze dell’ordine, bandiere nordafricane e musichette magrebine di tendenza. Altro che punizioni esemplari: le baby gang sognano il bis e non fanno nulla per nasconderlo.A lanciare l’allarme è stato soprattutto Matteo Salvini, che, sui suoi canali social, ha postato un ricco florilegio di tali video. «In questi giorni qualcuno sta lanciando l’appello per replicare il raduno», ha scritto il segretario del Carroccio. «La Festa della Repubblica», ha proseguito, «non può essere un’occasione per sfogare violenza, ma deve essere un momento di convivenza sana e pulita, nel rispetto di ragazze e ragazzi, di regole e buona educazione».Naturalmente, dopo i fatti dell’anno scorso, le autorità del luogo non intendono farsi trovare impreparate. Diversi giorni fa, la prefettura di Verona ha convocato il Comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza, in cui figuravano anche i sindaci di Peschiera e Castelnuovo. Tra le altre misure, sotto la lente di ingrandimento sono finite alcune tratte ferroviarie: sono stati aumentati i controlli alle fermate bresciane della linea ferroviaria Milano-Venezia, con particolare attenzione alle stazioni di Brescia e Desenzano. La questura di Verona, inoltre, ha emanato un’ordinanza che vieta qualunque tipo di raduno in città, predisponendo un massiccio dispiegamento di forze per farla rispettare. In ottemperanza al piano di sicurezza, le forze dell’ordine hanno anche realizzato controlli mirati a Peschiera, dove sono stati identificati 70 giovani, di cui circa 20 minorenni.Insomma, tutto fa credere che i disordini dell’anno scorso non si ripeteranno. Ma la domanda da porsi è un’altra: la militarizzazione dell’area di Peschiera è davvero una soluzione accettabile a lungo termine? O, magari, è infine giunto il momento di ammettere che il modello multirazziale ha miseramente fallito? Ai posteri l’ardua sentenza. Sempre se li avremo, dei posteri.
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Il brasiliano manganellato a Milano ha sporto denuncia e la Procura procede anche per discriminazione, reato che pare lunare ma serve a sostenere la narrazione del Paese intollerante. Infatti «Bruna» è già diventato l’eroe dei progressisti. Dopo le violenze del 2022, l’annunciato raduno di giovani fa paura: aumentati i controlli.Lo speciale contiene due articoli.Tutti denunciati. «Bruna», il transgender di 42 anni che lo scorso 24 maggio, in zona Università Bocconi, era stata percossa da alcuni agenti della polizia locale di Milano - un episodio divenuto virale grazie al video dell’arresto girato da un testimone -, è passato al contrattacco sporgendo denuncia, appunto, contro chi l’ha preso a manganellate. La denuncia è stata depositata ieri mattina in Procura a Milano dal legale di «Bruna», l’avvocato Debora Piazza, che è in contatto anche col consolato brasiliano. I reati ipotizzati sono: lesioni personali aggravate dall’abuso della funzione pubblica, minacce aggravate, tortura aggravata e discriminazione razziale.In questo modo, l’inchiesta aperta dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Giancarla Serafini potrà proseguire; in caso di mancata denuncia, infatti, per effetto della riforma Cartabia, per questo tipo di reato non si sarebbe potuto procedere d’ufficio. Conseguentemente, almeno tre dei quattro agenti della Locale intervenuti dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati, mentre potrebbe non essere così per il quarto agente - una donna - che, stando alle stesse dichiarazioni del quarantaduenne, non avrebbe infierito su di lui.Sempre di queste ore è la novità della comparsa d’un altro filmato delle fasi dell’arresto; si vedono gli agenti mentre caricano «Bruna» sull’auto, rimproverati dall’autore del video stesso, che chiede: «Noi abbiamo visto che l’avete picchiata, vi chiediamo di presentarvi, cosa è successo?». Un filmato che non aggiunge nulla alla vicenda, ma che ieri è stato presentato come se immortalasse violenze da macelleria messicana.Al centro delle ipotesi di reato ci sono più aspetti da approfondire. Anzitutto, per quanto riguarda le minacce gravi, ci si basa sulle presunte frasi urlate dai vigili prima di raggiungere il transessuale: frasi come «Ti ammazziamo». Va però detto che gli agenti affermano di essere stati loro a subire minacce. Di più: secondo la relazione degli agenti, una volta fermato, «Bruna» avrebbe iniziato ad aggredirli, arrivando a mordere la mano di uno di essi e non risparmiandosi, verso un paio di vigili, parole minacciose: «Voi due non arrivate vivi a stasera, io sono pazza».La vittima dell’aggressione e il suo legale contestano, inoltre, l’aggravante prevista dall’articolo 604 ter del codice penale - che punisce i reati commessi «con le finalità di discriminazione etnica, razziale e religiosa» - perché ci si sarebbe accaniti su di lui in quanto trans. Un particolare che dovrà naturalmente essere verificato e che, come si accennava poc’anzi, si somma alle differenti interpretazioni già circolate sull’accaduto. Una prima ricostruzione, infatti, parlava di agenti arrivati sul posto dopo essere stati richiamati da alcuni genitori perché la donna-uomo avrebbe esibito le proprie parti intime, pochi istanti prima, nei pressi di una scuola elementare; tale ricostruzione è, però, stata smentita dai pm, secondo cui l’intervento ora sotto le lenti degli inquirenti, sarebbe stato originato dalla segnalazione di schiamazzi da parte del transessuale - e non, quindi, per atti osceni.Per quanto riguarda, invece, il reato di tortura, secondo quanto dichiarato dall’avvocato Piazza a LaPresse, esso è stato contestato perché, dopo il presunto pestaggio, il transessuale sarebbe stato «tenuto chiuso dentro l’auto dei vigili almeno 20 minuti» dopo che gli agenti avevano utilizzato su di lui «lo spray al peperoncino». Fin qui gli ultimi sviluppi sulla vicenda che presenta profili di indubbia gravità. Le immagini circolate in rete paiono eloquenti ed è fuor di dubbio che, se la persona arrestata è stata poi stata portata venerdì scorso al Pronto soccorso del Policlinico di Milano, oltre 48 ore dopo i fatti e dimessa con 5 giorni di prognosi a causa delle percosse, ecco, sull’episodio urga far luce al più presto.Per quanto ora la palla sia nelle mani della magistratura, quella dell’ipotesi del reato di tortura è una posizione legittima su un tema scivoloso e difficile da dimostrare; così come pare discutibile - pur senza negare, repetita iuvant, la gravità dell’accaduto - un richiamo alla discriminazione razziale che, più che a una ricostruzione dell’episodio (banalmente, nei filmati resi pubblici, non si sente alcun insulto razziale pronunciato dai ghisa milanesi), sembra funzionale a una politicizzazione dello stesso. Che nelle scorse ore, in realtà, è già stata avviata col ritrovo a Milano, alla presenza del consigliere comunale meneghino transgenderMonica Romano, di una manifestazione di solidarietà a «Bruna» dov’erano presenti striscioni - tipo «Trans lives matter» - che lasciavano intendere che ciò che ha avuto luogo sia stato addirittura un tentato omicidio. Come strumentalizza la sinistra, non lo fa nessuno. E la giustizia sembra seguire il flusso di una certa narrazione dei fatti. Al di là dei fatti stessi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trans-vigili-accusati-tortura-razzismo-2660720039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="peschiera-teme-il-nuovo-assalto-afro-la-citta-si-blinda-in-vista-del-2-giugno" data-post-id="2660720039" data-published-at="1685438189" data-use-pagination="False"> Peschiera teme il nuovo assalto afro. La città si blinda in vista del 2 giugno Nel 1995, quando in Francia uscì L’odio, il film culto di Mathieu Kassovitz sulla giungla delle banlieue transalpine, il pensiero di tanti italiani era stato: «Per fortuna in Italia non abbiamo di questi problemi». E invece, a botte di politicamente corretto e immigrazionismo scriteriato, le banlieue sono arrivate anche da noi. Non certo ieri, peraltro. Ma l’opinione pubblica delle Ztl lo ha scoperto, in maniera traumatica, l’anno scorso, allorché il 2 giugno orde di giovani immigrati hanno letteralmente invaso Peschiera del Garda.Migliaia di nordafricani, infatti, avevano saccheggiato e vandalizzato la ridente località di villeggiatura, rapinando le famiglie di turisti e provocando numerose risse (alcune addirittura con armi da taglio). «Siamo venuti a riconquistare Peschiera. Questo è territorio nostro, l’Africa deve venire qui», avevano annunciato sui social coloro che qualche sprovveduto si ostina a chiamare «italiani di seconda generazione» solo perché una classe politica imbelle ha messo loro in tasca un passaporto di questa martoriata repubblica. D’altra parte, è stata la stessa polizia, accorsa sul posto per ristabilire un minimo di ordine pubblico, a raccontare che i vandali brandivano bandiere di nazioni africane. Tra i fatti più gravi ci furono senz’altro le violenze sessuali ai danni di sei minorenni italiane, braccate da un centinaio di nordafricani sul treno regionale che, da Gardaland, doveva riportarle a casa. Le ragazzine furono circondate e palpeggiate nelle parti intime dagli aggressori, che ridevano e dicevano loro: «Le donne bianche qui non salgono, voi non potete stare qui». Insomma, scene di ordinaria integrazione, che tanto ricordano le molestie di massa del Capodanno milanese 2022. Altro emblema di quel paradiso multirazziale sognato dalle Boldrini e dai Formigli di turno, poi tramutatosi molto presto in un inferno multirazzista senza pietà né redenzione. Ecco, se qualcuno pensa che gli arresti dell’anno scorso siano serviti come deterrente, si sbaglia di grosso. Già da diversi giorni, infatti, su Tik Tok impazzano numerosi video che rilanciano il motto «Il 2 giugno tutti a Peschiera». I video, ovviamente, sono conditi da balletti, insulti alle forze dell’ordine, bandiere nordafricane e musichette magrebine di tendenza. Altro che punizioni esemplari: le baby gang sognano il bis e non fanno nulla per nasconderlo.A lanciare l’allarme è stato soprattutto Matteo Salvini, che, sui suoi canali social, ha postato un ricco florilegio di tali video. «In questi giorni qualcuno sta lanciando l’appello per replicare il raduno», ha scritto il segretario del Carroccio. «La Festa della Repubblica», ha proseguito, «non può essere un’occasione per sfogare violenza, ma deve essere un momento di convivenza sana e pulita, nel rispetto di ragazze e ragazzi, di regole e buona educazione».Naturalmente, dopo i fatti dell’anno scorso, le autorità del luogo non intendono farsi trovare impreparate. Diversi giorni fa, la prefettura di Verona ha convocato il Comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza, in cui figuravano anche i sindaci di Peschiera e Castelnuovo. Tra le altre misure, sotto la lente di ingrandimento sono finite alcune tratte ferroviarie: sono stati aumentati i controlli alle fermate bresciane della linea ferroviaria Milano-Venezia, con particolare attenzione alle stazioni di Brescia e Desenzano. La questura di Verona, inoltre, ha emanato un’ordinanza che vieta qualunque tipo di raduno in città, predisponendo un massiccio dispiegamento di forze per farla rispettare. In ottemperanza al piano di sicurezza, le forze dell’ordine hanno anche realizzato controlli mirati a Peschiera, dove sono stati identificati 70 giovani, di cui circa 20 minorenni.Insomma, tutto fa credere che i disordini dell’anno scorso non si ripeteranno. Ma la domanda da porsi è un’altra: la militarizzazione dell’area di Peschiera è davvero una soluzione accettabile a lungo termine? O, magari, è infine giunto il momento di ammettere che il modello multirazziale ha miseramente fallito? Ai posteri l’ardua sentenza. Sempre se li avremo, dei posteri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trans-vigili-accusati-tortura-razzismo-2660720039.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2660720039" data-published-at="1685438189" data-use-pagination="False">
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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