- Il premier pronto a silurare Domenico Arcuri anche dalla guida (decennale) dell’agenzia di sviluppo e investimenti. La partecipata gestisce ancora i dossier del polo siderurgico di Taranto e del vaccino sperimentale italiano.
- Il reato, contestato all’ex commissario e al suo braccio destro Antonio Fabbrocini, compare per la prima volta nella rogatoria inviata dai pm di Roma ai colleghi del Monte Titano.
Lo speciale contiene due articoli.
Che per Domenico Arcuri non tiri una bella aria, pare un fatto assodato. L’arrivo di Mario Draghi a capo del governo ha infatti portato non poche nubi sopra il numero uno di Invitalia, tanto che si ritiene che l’ex numero uno della Bce abbia intenzione ora di mettere mani al cda dell’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. D’altronde Invitalia figura tra le società a controllo statale i cui vertici andranno rinnovati.
Draghi, quindi, avrebbe l’opportunità di dare la seconda spallata ad Arcuri, dopo che il premier gli ha sfilato la poltrona di commissario straordinario per l’emergenza Covid 19, affidandola al generale Francesco Figliuolo.
Del resto, anche se innocente fino a prova contraria, su Arcuri pende un’accusa per peculato, come spiegato in anteprima proprio dalla Verità. Il manager, insieme al suo ex collaboratore Antonio Fabbrocini, sarebbe iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma per una vicenda legata alla fornitura di mascherine cinesi del valore di 1,25 miliardi.
Inoltre, il regno di Arcuri in Invitalia è iniziato nel 2008 e non è un segreto che il premier Draghi non abbia apprezzato la gestione di Arcuri dell’emergenza coronavirus. Non meno importante, Invitalia è coinvolta in due partite molto importanti per il nostro Paese: quella sull’area ex Ilva e quella legata a Reithera, la società al lavoro sul vaccino italiano contro il Covid 19 (che opera in collaborazione con l’Istituto Spallanzani) di cui Invitalia è diventata azionista al 27% (e dove l’agenzia di Arcuri avrebbe messo 64 milioni di euro).
Proprio sull’annosa questione dell’impianto tarantino, Mario Draghi ha voluto dare un segnale di cambiamento rispetto al governo Conte con la nomina di Franco Bernabè a presidente dell’Ilva.
Del resto, Draghi e Bernabè si conoscono dal 1972 e il manager di Vipiteno è noto per essere abituato a gestire situazioni complicate. Bernabè è stato amministratore delegato dell’Eni negli anni ’90 e ben due volte alla guida di Telecom Italia tra il 1999 e il 2013. La scelta di Bernabè come presidente Ilva sembra dunque ancora un percorso a ostacoli per Arcuri e la sua Invitalia.
Bernabè avrà il difficile compito di far diventare il polo industriale di Taranto la punta di diamante del Mezzogiorno in Europa. Una missione che fino ad ora nessuno è mai riuscito a portare a termine e, in caso di fallimento, a saltare sarebbe di certo anche la testa di Arcuri in Invitalia.
Bernabè dovrà lavorare a braccetto con l’ad Lucia Morselli, l’ad cresciuta alla scuola di Franco Tatò che in un anno e mezzo dal suo arrivo ha tagliato costi a destra e a manca per cercare di portare l’azienda fuori dal guado. Ora il primo giro di boa sarà a maggio, quando il ministero del Tesoro metterà 400 milioni di euro e parteciperà all’aumento di capitale di Am InvestCo, la società di ArcelorMittal che gestisce gli impianti siderurgici, diventandone socia al 40%.
Grazie a questo investimento Invitalia avrà facoltà di nominare tre persone per il cda, tra cui il futuro presidente. Oltre a Bernabè, i nomi che girano sono quelli di Stefano Cao, attuale amministratore delegato di Saipem (società specializzata nella realizzazione d’infrastrutture petrolifere) ed Ernesto Somma (docente dell’Università di Bari e responsabile «incentivi» per conto d’Invitalia).
Il problema è che sul futuro di Ilva (e dunque sui soldi pubblici che dovrebbe mettere Invitalia) pende una decisione del Consiglio di Stato, prevista per il prossimo 13 maggio, che potrebbe essere decisiva per il futuro dell’Ilva e dell’acciaio italiano.
Il 13 febbraio ArcelorMittal, Ilva ed Invitalia avevano presentato un ricorso contro una sentenza del Tar di Lecce che confermava una ordinanza del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci di un anno prima che disponeva lo stop degli impianti dell’area a caldo per motivi ambientali.
Se la sentenza dovesse essere confermata, il polo di Taranto subirebbe un ridimensionamento tale che difficilmente riuscirebbe a rialzarsi e a competere nel difficile mercato europeo dell’acciaio.
Senza l’area a caldo, di certo molto inquinante, l’azienda non potrebbe produrre l’acciaio richiesto in particolare dal mondo delle quattro ruote europeo e mondiale e questo avrebbe un impatto per tutta la filiera italiana del settore e per il suo tasso di occupazione.
Senza considerare che questo potrebbe anche rivelarsi un aiuto per ArcelorMittal, il colosso indiano che possiede altri 24 impianti in Europa e che non ha certo interesse a cedere alla concorrenza il polo di Taranto.
A minare il futuro dell’Ilva c’è poi l’intenzione (o meno) del gruppo gestito da Lakshmi Mittal di confermare nel ruolo di capoazienda Lucia Morselli.
La manager ha ottenuto risultati incoraggianti, soprattutto se si considerano le enormi difficoltà in cui versava l’Ilva già prima della pandemia. Il problema è che i tagli portati avanti dalla manager hanno creato diversi malumori e questo potrebbe spingere i vertici indiani a un cambio di rotta.
Arcuri, insomma, cammina sulle uova. A Palazzo Chigi girano persino indiscrezioni sul nome di chi potrebbe sostituire Arcuri alla guida di Invitalia. Si tratterebbe di Bernardo Mattarella, nipote del capo dello Stato, nonché uomo che ha già ricorso incarichi di rilievo proprio in Invitalia e che ora è ad di Mediocredito centrale, società che ha fatto da fondo di garanzia per le Pmi in questo momento di pandemia.
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