
L’immagine che più di tutte rappresenta la posizione del governo Meloni nell’ambito dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 è quella relativa alla cerimonia di Milano, durante la quale il Guardasigilli, Carlo Nordio, si è unito all’applauso di decine di magistrati. Lo ha fatto quando il presidente della Corte d’appello di Milano, Giuseppe Ondei, ha affermato che è «inaccettabile» sentire che «i giudici oggi non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del “collega” pubblico ministero».
A Milano Nordio si è presentato con l’obiettivo, nemmeno troppo velato, di distendere quella che definisce «atmosfera arroventata» in vista del referendum del 22-23 marzo su separazione delle carriere, doppio Csm, Alta corte disciplinare per i magistrati e sorteggio. Nordio torna sull’argomento a cerimonia finita: «Non ho mai detto e non lo dirò mai che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pm». Aggiungendo poi di saperlo «per esperienza» personale, da «ex pm che moltissime volte» ha visto un giudice dargli «torto» e di aver riconosciuto come lo stesso avesse «ragione» e che la sua riforma punta all’esatto contrario: «Abbiamo enfatizzato l’autonomia e l’indipendenza».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, concludendo il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Napoli, ha dichiarato: «Auspico che la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. Il referendum non sarà l’Apocalisse». Per Mantovano «va benissimo il confronto tra argomenti contrari, ma non gli slogan falsi secondo cui i giudici dipenderanno dal governo o il governo pretende l’impunità. Lanciare gli slogan è grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia». Parole apparentemente accolte in modo positivo dal procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, che rispondendo ai cronisti ha commentato così l’intervento del sottosegretario: «Oggi la parola va al popolo. Su questo sono d’accordo con Mantovano, accetteremo il risultato qualunque esso sia perché il referendum è esercizio di democrazia diretta». La toga ha poi rivendicato la legittimità di «esprimere dubbi e perplessità su questa riforma». Precisando però che «questo non vuol dire fare opposizione, come oggi sembra di aver ascoltato dal sottosegretario Mantovano». Durante il suo intervento, Policastro aveva però attaccato duramente le «martellanti campagne denigratorie contro i magistrati che si trasformano, anche al di là dell’intenzione, velocemente in campagne d’odio».
Duri anche i toni del procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, secondo la quale c’è in Italia una «tendenza sempre più marcata» all’utilizzo di reati di nuova creazione e della «legislazione penale» come «strumento di governo di fenomeni sociali eterogenei». Queste «precise scelte di politica criminale», secondo la toga, aumenterebbero i carichi di lavoro dei magistrati e mostrano «numeri» che sono «incompatibili con qualsiasi ipotesi di riorganizzazione del sistema». «È ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica», ha detto Nanni, «che né l’inasprimento delle pene né l’ampliamento delle fattispecie incriminatrici producono» effetti di «deterrenza» sui crimini. Secondo l’alta magistrata inoltre ne deriva «un’espansione progressiva e spesso disordinata» della normativa «con gravi problemi interpretativi».
In trincea è sembrata anche Lucia Musti, procuratore generale di Torino: «Ritengo che lo scenario di una magistratura separata da una riforma ispirata da meri intenti politici e non di efficienza e miglioramento, da cui conseguirà la sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, renderà difficile se non impossibile continuare ad applicare la legge e tutelare i diritti, soprattutto dei più fragili».
Più equilibrate le parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, intervenuto anche lui a Milano: «Noi non siamo qui oggi, né mai, per fare politica e meno che mai politica oppositiva. Siamo qui per richiamare l’attenzione sulla realtà materiale dei nostri uffici perché l’efficienza non sia solo un obiettivo da rendicontare a Bruxelles, ma una garanzia effettiva per tutti i cittadini».
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, ha invitato poi le toghe alla continenza: «Mi sarei aspettata un appello a tutti a stare nei ruoli: non ho sentito una levata di scudi nei confronti delle dichiarazioni rese da qualche autorevole rappresentante dell'Anm contro l’attività del Parlamento».
Oltre a quello dell’efficienza, in numerose cerimonie le toghe hanno introdotto un argomento destinato a far discutere: quello dell’eccesso di mediatizzazione delle indagini legate ai fatti di cronaca nera. In attesa di capire se arriverà sulla sua scrivania un’istanza di revisione della condanna di Alberto Stasi sul caso Garlasco, il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli, auspica un intervento sui processi mediatici. «Fermo restando l’imprescindibile riconoscimento della libertà di stampa e di opinione», ha affermato il pg, «il principio di rango costituzionale del giusto processo nel contraddittorio delle parti, per non essere nella sostanza svilito, non dovrebbe trovare un qualche riflesso anche rispetto all’informazione che racconta i processi penali e le relative indagini?». «Un intervento del legislatore appare quindi auspicabile», ha sostenuto Rispoli, «per assicurare che le indagini e i processi si svolgano solo nei contesti e nelle aule di giustizia, evitando che tutti i soggetti che ne sono protagonisti - e non solo, paradossalmente, coloro che sono portatori di un interesse pubblico e imparziale - siano tenuti al massimo riserbo».






