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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Caro Lorenzo Fontana, caro presidente della Camera, le scrivo questa cartolina per farle i complimenti. Finalmente ce l’ha fatta: ha avuto gli applausi di Nicola Fratoianni. Dice che lei ha «evitato lo sfregio delle istituzioni». Anche i giornaloni, dopo averla infamata per anni, hanno compreso il suo valore: «Fontana fa argine al Far West di Montecitorio», ha titolato trionfale il Messaggero.
Il suo merito: aver tappato la bocca a chi voleva (democraticamente) proporre una legge per il rimpatrio dei clandestini, chiudendo loro in faccia le porte della Camera dei Deputati. Dove, anche sotto la sua presidenza, evidentemente la linea resta quella di sempre: tutte le opinioni sono libere, purché piacciano a Boldrini&Bonelli. Avanti popolo alla riscossa, Fontana rossa la trionferà.
Come lei sa bene, avendolo sempre denunciato, nel corso degli anni la sinistra ha portato in Parlamento qualsiasi estremista e/o terrorista, arrivando financo a dare il nome di un’aula di Montecitorio a uno che tirava gli estintori addosso ai carabinieri per ammazzarli. Però ora che un deputato chiede regolarmente una sala per presentare una petizione e una legge sulla remigrazione, la medesima sinistra organizza una indegna gazzarra, impedendo l’esercizio dell’attività democratica e financo l’ingresso di un parlamentare alla Camera. Roba che se l’avesse fatto lei, ai suoi tempi d’oro, l’avrebbero denunciata per attacco alle istituzioni. Invece se lo fa la sinistra va sempre bene. La vera novità, però, è che lei ora dà ragione a loro, seppur nascondendosi dietro «motivi di ordine pubblico». Chi l’avrebbe detto: anni e anni di dure battaglie per diventare poi un Boldrino come un altro?
Ci conosciamo da tanti anni, caro Fontana. E conosciamo la sua capacità di uscire fuori dal coro. Veronese, 45 anni, cattolico convinto, contrario all’aborto e all’eutanasia, sposato con rito tridentino, euroscettico, sostenitore di Orban e di Marine Le Pen, ultras del Verona, abbonato in curva e cuore gialloblu, tosto sui temi caldi dell’immigrazione: fino a quando non ha avuto la prestigiosa seggiola della terza carica di Stato attaccava senza paura la «retorica del pensiero unico» e diceva di temere un unico razzismo, «quello contro gli italiani». Ora invece «fa argine al Far West» e «evita lo sfregio delle istituzioni» con gli applausi di Fratoianni. Lo vede come si migliora quando si ha il potere? Il pensiero unico continua ad avanzare, il razzismo contro gli italiani pure. Ma almeno lei, adesso, sta al loro fianco.
E così, all’improvviso, si becca gli applausi a reti unificate. Noi, che le vogliamo bene, ne siamo felici. Abbiamo sofferto molto, e l’abbiamo difesa a spada tratta, quando le davano dell’«amico dei neonazisti», «rappresentante dell’onda nera», «integralista e omofobo», «neofascista», «razzista», «ultras della destra estrema», «troglodita» (Crozza) e «esponente del Medioevo». Oggi coloro che la insultavano l’applaudono, e perciò noi scriviamo questa cartolina, per non essere da meno di Fratoianni e dei giornaloni. Festeggiamo tutti. Lei ce l’ha fatta: non ha cambiato l’Italia, come diceva, ma ha cambiato la sua posizione. Bisogna accontentarsi. Solo una domanda: non è che nel frattempo si è già pure convertito all’islam?
La sua visita romana ha suscitato un’ondata di polemiche. Tommy Robinson è stupito di questa accoglienza e alla fine dell’intervista scherza: questo colloquio lo dedico ai miei detrattori.
Robinson, il suo incontro con Matteo Salvini ha suscitato polemiche qui in Italia. Il suo estremismo antislamico è eccessivo anche per il ministro leghista?
«Estremismo antislamico? È il tipo di assurdità partigiana e globalista che la stampa tradizionale sforna su di me ogni giorno. I media vogliono dipingermi come una specie di predicatore d’odio, ma la mia non è islamofobia, è voler difendere i nostri confini. Sì, sono anti-islam, e allora? Non odio i musulmani, odio un’ideologia che è diametralmente opposta alla civiltà occidentale e allo Stato di diritto. Salvini non è ambiguo: ha ragione. Non ha paura di dire quello che tutti pensano: che la massa d’immigrati che rifiutano i nostri valori sta distruggendo le nostre società. Non ha paura di difendere il suo popolo. Quindi, chiamatemi estremista, razzista, come volete. Ma non chiamatemi bugiardo».
Eppure, più che per nazionalista, lei attraverso questi concetti non rischia di passare per razzista o, peggio, neonazista?
«I media hanno esaurito argomenti concreti. Certe etichette non significano nulla, perché sono state usate così tanto e senza alcuna giustificazione. Chiamano “neonazista” chiunque difenda i confini britannici, la cultura britannica o le ragazze britanniche, perché non hanno altro in mano. Non possono discutere con i fatti, quindi ricorrono agli insulti. Sia chiaro: non sono un neonazista, ma i media probabilmente lo sanno già, tanto sono faziosi, illusi e ideologicamente intrappolati. Sono troppo a destra per Farage? Farage è politicamente corretto, come la maggior parte degli altri. Se invocare confini sicuri, libertà di parola e protezione dei nostri figli mi rende troppo a destra, chiamatemi pure estremista. Mi chiamino come vogliono: lo indosserò come un distintivo d’onore. Ma io ho passato la vita a combattere contro i veri nazisti: quelli che marciano per le strade, che glorificano Hitler, che prendono di mira le minoranze».
Ha in mente un progetto con Salvini?
«Con Salvini non stiamo costruendo un’alleanza segreta, ma un movimento che dica: “Basta”. Basta con l’agenda globalista, le frontiere aperte, l’indottrinamento woke, la censura. Basta con le bugie, con i media ideologicamente controllati. Ora siamo noi i media. La stampa tradizionale è un dinosauro. Ho incontrato Salvini perché è uno dei pochi che ha capito: la sovranità nazionale non è un crimine ma un diritto. Proteggere i propri confini non è razzismo, è responsabilità. Difendere la propria cultura non è estremismo, è sopravvivenza. E se i media pensano che questo sia controverso, bene. Perché la vera controversia è che continuano a fingere che le migrazioni di massa, la sostituzione culturale e l’erosione della libertà di parola siano progresso. Non lo sono, sono una resa. Quindi avanti, chiamatelo pure progetto o alleanza: io lo chiamerò “lotta per il nostro futuro”, e non la sto combattendo da solo».
Quali sono i suoi rapporti con Farage?
«Non ho rapporto con Farage. Ha detto che non gli importa del ricambio demografico, che non vuole espulsioni di massa e che entro il 2050 l’influenza dei musulmani nel Regno Unito sarà così potente che non potranno essere isolati. La differenza tra me e Nigel è che io non sono politicamente corretto. Io continuerò a dire la verità e a fare il lavoro che la maggior parte dei politici non ha la forza di fare. Sono un ragazzo impenitente della classe operaia di Luton, città che amo con tutto il cuore ma viziata, infiltrata e conquistata dal peggio che l’islam ha da offrire».
Lei è diventato famoso dopo la manifestazione United Kingdom, che ha radunato oltre 150.000 persone. Trump sta fondando il suo mandato sulla lotta all’immigrazione clandestina. Vuole lo stesso?
«Non mi sono prefissato di essere famoso, ma di svelare la verità. E quando almeno 150.000 persone si sono presentate con me il 13 settembre 2025, non ero io il punto, ma loro. Il popolo britannico che è stanco di essere tenuto all’oscuro, messo a tacere, sostituito e venduto. E sì, il mandato di Trump si basa sulla lotta all’immigrazione illegale. Anche il mio. Ma non si tratta solo di immigrazione: si tratta di proteggere la nostra cultura e difendere il nostro futuro. Voglio fare lo stesso nel Regno Unito, non solo con manifestazioni ma con un cambiamento reale e duraturo. Proteggere i nostri confini, non con promesse ma con muri e droni. Porre fine all’abuso delle leggi sull’asilo: niente più migranti economici che manipolano il sistema. Tagliare l’assistenza sociale ai clandestini: niente sussidi, nessuna rete di sicurezza per chi ha infranto la legge per arrivare qui. Questo è “trumpiano”? Bene. Trump non ha solo vinto un’elezione, ha risvegliato un movimento».
Ma il sentimento anti immigrati non rischia di creare un clima avvelenato come sta accadendo proprio in America con l’Ice?
«L’Ice non è una fazione estremista: è un’agenzia federale con il mandato legale di far rispettare le leggi ed espellere chi entra illegalmente in America. Questo non è estremismo, è Stato di diritto. È ciò che fa qualsiasi nazione con confini funzionanti. Trump non ha solo vinto, ha stravinto. Ha conquistato gli Stati indecisi e, sì, ha ottenuto anche il voto popolare. Questo è ciò che si chiama un mandato del popolo. Gli americani hanno guardato alle frontiere aperte e ha detto “basta”. Hanno guardato alla criminalità, alla pressione sui servizi e alla perdita di identità nazionale, e hanno scelto democraticamente di porvi fine».
Lo stesso Trump sembra aver fatto marcia indietro e sospeso i due agenti dell’Ice…
«Vorrei essere chiaro su Minneapolis. Altro che condannare gli agenti paramilitari: stiamo vedendo dei pazzi di estrema sinistra che impediscono fisicamente alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro: allontanare stupratori di bambini, assassini e altri criminali violenti che non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti. Questi estremisti “antifa” non sono manifestanti pacifici. È lo stesso copione che hanno usato durante le rivolte del 2020, quando hanno bruciato quartieri e terrorizzato innocenti. Ciò che è particolarmente disgustoso è come questi esponenti della sinistra affermino di “proteggere le comunità” mentre proteggono letteralmente dall’espulsione criminali condannati. A loro non importa della sicurezza pubblica: a loro interessa destabilizzare i nostri Paesi e minare lo Stato di diritto, perché serve alla loro agenda. Quindi no, non condannerò gli agenti federali che cercano di proteggere le loro comunità».
In molti vedono nell’azione politica degli Usa una tendenza imperialista: secondo lei sarebbe giusto un intervento militare in Iran?
«Sono contrario alle guerre eterne. Ho visto cosa hanno fatto ai nostri Paesi, ai nostri soldati e alle nazioni che avremmo “liberato”. Gli interventi in Iraq e Afghanistan sono stati fallimenti catastrofici, nati da illusioni neoconservatrici e condotti con assoluta incompetenza. Ma il punto è questo: l’Iran è diverso. È una teocrazia che tiene in ostaggio la popolazione, che lapida a morte le donne, che impicca gli omosessuali alle gru, che finanzia il terrore in tutta la regione mentre il suo popolo lotta per comprare il pane. L’Iran è diverso. È una società altamente istruita e sofisticata, con una nazione filo-occidentale e laica che ha già dimostrato più volte il suo desiderio di cambiamento. Le proteste a cui abbiamo assistito lo dimostrano: iraniani coraggiosi, soprattutto donne, che si oppongono all’hijab obbligatorio e affrontano la polizia morale. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è un complotto istigato dall’estero ma un movimento interno per la libertà. Quindi non credo che l’intervento di Trump in Iran sarebbe sbagliato, a patto che sia fatto in modo intelligente, con obiettivi chiari e a sostegno del popolo iraniano stesso, e non come un esercizio di costruzione di una nazione dall’alto».
Le minacce di un’invasione della Groenlandia sono state un errore?
«È stata una genialità strategica, e il fatto che in Europa non riescano a comprenderlo dimostra che non capiscono come funziona il mondo. Non si trattava di invadere la Groenlandia: è stata una lezione magistrale sull’arte dell’accordo. Trump ha messo un punto fermo. Ha forzato un dibattito che l’élite globalista in Europa e Canada non voleva avere: chi possiede e protegge effettivamente l’Artico? Chi si opporrà a Russia e Cina mentre militarizzano quelle nuove rotte di navigazione e puntano alle vaste risorse lì presenti? La risposta non è certo della Danimarca o dell’Ue, che sarebbero ancora lì a discutere mentre viene issata la bandiera cinese. Ciò che Trump ha fatto con la Groenlandia è stato costringere tutti a svegliarsi. Si trattava di proteggere il futuro dell’Occidente dalle minacce di Mosca e Pechino».
I suoi passati problemi con la giustizia avranno ripercussioni sul suo futuro politico?
«Mi chiede delle ripercussioni come se il mio passato fosse una sorta di responsabilità. Una vera responsabilità è un sistema che dedica più tempo a processarmi che a incarcerare veri criminali. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto: spostare la finestra di Overton. Dieci anni fa, se avessi detto le cose che dico ora, sarei stato completamente emarginato. Oggi, milioni di persone le dicono con me. Questo è il vero cambiamento, non la vuota promessa di qualche politico. Quindi no, i miei problemi legali non avranno ripercussioni sul mio futuro politico, perché non sto giocando al loro gioco. Sto giocando la partita lunga: cambiare i cuori e le menti».
È vero che dietro il suo movimento c’è il sostegno di Musk?
«Penso che Elon Musk ci apprezzi abbastanza da apparire in diretta davanti a milioni di persone che ci sostengono. Credo che capisca davvero il virus della mente woke, i suoi pericoli, la minaccia del collasso della civiltà e l’immigrazione illegale incontrollata e senza freni, che avvantaggia solo l’estrema sinistra, che in futuro avrà una classe di schiavi dipendenti e già pronta a votare per loro. Chiedetevi: perché i media non se ne accorgono?».
«L’assalto a quel poliziotto è tentato omicidio e mi aspetto che questo sia il capo di accusa. Calci, pugni e martelli: quel ragazzo lo volevano morto». Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, dopo il caos di Torino analizza l’allarme sicurezza e allarga le braccia: «Ha ragione il procuratore di Torino: c’è una buona borghesia che ancora tollera e giustifica».
A chi si riferisce?
«Per decenni il centro Askatasuna ha agito indisturbato e lo stesso sindaco lo ha considerato come un luogo di arricchimento culturale. Una guerriglia del genere è stata preparata, con luoghi a disposizione per raccogliere le armi che sono state usate in piazza».
Cosa si aspetta?
«Che non ci siano sconti per i violenti. E vorrei che l’Anpi esprimesse la sua indignazione, visto che questa manifestazione inneggiava alla Torino “partigiana”. Qualcuno pensa che massacrare un poliziotto sia una forma di resistenza. Perché l’Anpi ha perso la parola?».
Dunque?
«O con lo Stato o con i violenti. Non può più esserci una via di mezzo».
È stato carabiniere anche lei?
«Ho prestato servizio come ausiliario, nel 1983. Non ho soltanto battuto a macchina, mi è capitato anche di uscire».
Ha operato anche in esterna?
«Qualche arresto, un paio di inseguimenti. Ricordo quando eravamo a caccia di una banda di ladri, ne vidi uno avvicinarsi con un oggetto che scintillava in mano».
E lei?
«Tirai fuori la pistola, e respirai pienamente la tensione che si vive in quei momenti. La mia esperienza da carabiniere è stata breve, ma ho vissuto accanto a quegli uomini in divisa che per 40 anni di servizio hanno rischiato la vita».
Era l’epoca finale del terrorismo brigatista.
«Era più facile entrare nell’Arma perché c’erano poche domande, visto che gli agenti erano nel mirino delle Br».
Il Paese era più solidale con poliziotti e carabinieri in quell’epoca?
«Ricordo sicuramente una maggiore collaborazione tra maggioranza e opposizione rispetto a oggi. Le forze dell’ordine erano difese da tutti. Anche dai magistrati, che remavano nella stessa direzione».
Oggi sul principio di legalità la politica si divide. Mario Roggero, il gioielliere di Cuneo che ha sparato ai rapinatori dopo che avevano minacciato la sua famiglia, ora deve affrontare un risarcimento di 780.000 euro, più i pignoramenti.
«Lo trovo sconcertante. Si infangano le forze dell’ordine, e poi si trattano i delinquenti come fossero manager, cui bisogna pagare la buonuscita. Come se i criminali fossero caduti sul lavoro. Forse bisognerebbe ricordare che rubare non è un lavoro, chi delinque è consapevole di rischiare la vita, e nessuno può accampare diritti di risarcimento sull’attività criminale».
Che idea si è fatto di questa vicenda «simbolo»?
«Un uomo esasperato dalle rapine ha reagito. Ovviamente non tutte le rapine sono uguali, e bisogna valutare caso per caso. Ciò che lascia di sasso è il trattamento nei confronti dei criminali: le famiglie dei carabinieri uccisi in servizio o in guerra non riceveranno mai le somme esorbitanti accordate ai parenti dei delinquenti».
C’è una disparità di trattamento a danno delle forze dell’ordine?
«Penso alla vicenda di Rami, il ragazzo egiziano morto a Milano. Una morte causata da chi guidava il motorino, al termine di un folle inseguimento che poi è stato giudicato corretto e legittimo. Se la sono presi anche in quel caso con gli agenti in divisa, come se esistessero due codici penali: uno per i criminali che delinquono, e uno per i poliziotti e i carabinieri che ne pagano le conseguenze».
Vede delle responsabilità della magistratura in questo allarme sicurezza?
«Una certa ideologia emerge chiara in sede di interpretazione delle norme. E questo è grave, perché scoraggia le forze dell’ordine e incoraggia i criminali. Chi non si ferma all’alt è consapevole che, stante questa situazione, potrebbe non essere inseguito, perché non ne vale la pena. La costituzione dice che i magistrati sono soggetti solo alla legge, ma qualcuno vorrebbe non essere soggetto a niente e nessuno».
Molti casi di cronaca riguardano ragazzi molto giovani. La vicenda del diciannovenne marocchino che ha accoltellato a scuola un compagno fa ancora discutere. Serve una campagna educativa, o leggi più severe e metal detector negli istituti scolastici?
«Io dico che bisogna applicare le leggi, e inasprirle dove serve. L’approccio sociologico va bene, ma non basta. Anzi, il rischio è giustificare tutto parlando di semplice “disagio giovanile”. Ma il disagio non giustifica le coltellate, gli assalti ai poliziotti o lo spaccio di droga. Altrimenti diventa un alibi, e non possiamo accettarlo».
Il nuovo decreto Sicurezza arriverà in Consiglio dei ministri entro la prima settimana di febbraio, ma non ci saranno le norme invocate dalla Lega. Le strette per chi manifesta, lo stop alle armi da taglio, le tutele penali per gli agenti in divisa al momento restano fuori dal decreto, e saranno inserite in un altro disegno di legge.
«Ogni volta che si fa un provvedimento di legge si vagliano tante proposte e non tutte vengono accolte. Ci sarà un passaggio parlamentare e se ne potranno aggiungere altre. Non ne dobbiamo fare una battaglia di partito. Il solo fatto che in questi tre anni siano astati assunti 39.000 agenti delle forze dell’ordine ben rappresenta lo sforzo del governo per tutelare la sicurezza dei cittadini».
Le opposizioni gridano alla repressione. Dicono che in sostanza state facendo solo propaganda.
«Le nostre leggi aumentano la libertà e non la riducono, in particolare la libertà di circolare per strada senza timore di essere aggrediti. E come ha detto il ministro Piantedosi i reati stanno scendendo, anche se è comprensibile l’allarme sociale dinanzi a fatti criminosi particolarmente violenti».
Il decreto sicurezza si occuperà anche di far funzionare le strutture per il trattenimento dei migranti. Si attiveranno i centri in Albania, limitando il potere dei magistrati di annullare le detenzioni?
«Posso dire che sull’Albania andremo avanti. E ci si aspetta che tutti i poteri dello Stato collaborino in tal senso. Purtroppo abbiamo un’opposizione che respinge ogni proposta, e alcuni magistrati che, tra il delinquente e il poliziotto, fanno cadere i sospetti sempre sul poliziotto».
Il premier Giorgia Meloni ha incontrato i soldati di pattuglia nelle città, quelli che fanno parte dell’operazione «Strade sicure». Conferma che non saranno ridotti?
«Strade sicure è una operazione che aumenta la sicurezza, con la presenza in determinate circostanze di militari in città. Quei soldati rappresentano un deterrente nei confronti dei criminali, e in più rassicurano i cittadini. È una formula che va mantenuta, in affiancamento alle forze dell’ordine».
Anche lei è preoccupato per la presenza di agenti dell’Ice alle olimpiadi invernali? La sinistra, a cominciare dal sindaco Beppe Sala, non li vuole in città. Che cosa si aspetta?
«Mi sembra una polemica del tutto strumentale. Sembra che ogni cosa accada nel mondo sia colpa del governo Meloni».
Nel merito?
«Ciò che ha fatto l’Ice negli Stati Uniti certamente colpisce, ma non è certo la Gestapo di Trump. Anzi. È stata creata da George Bush, e ampiamente utilizzata da Barack Obama. Proprio ai tempi di Obama ci sono state 56 persone uccise dall’Ice, e sono stati espulsi 5 milioni di immigrati. Ma nessuno all’epoca si è sognato di manifestare in piazza come oggi».
Il leader di Avs Nicola Fratojanni ha definito gli agenti dell’Ice come «tagliagole» di Trump.
«È il massimo dell’ipocrisia sentire pronunciare quella parola da quella stessa sinistra che ospita sostenitori e finanziatori dei terroristi di Hamas. Quelli sì, tagliagole».
Dunque?
«Penso che l’elezione di Trump abbia liberato la sinistra. Nel senso che adesso sono liberi di manifestare il loro odio verso l’America. Quando alla Casa Bianca c’erano amministrazioni a loro più amiche, erano costretti a reprimere i loro sentimenti più profondi. Oggi invece possono esternare finalmente tutto il loro antiamericanismo».
Il ministro Nordio ha detto che certe critiche alla riforma della giustizia sono «blasfeme». A cosa si riferiva secondo lei? Quali sono le critiche più insensate?
«Dire che questa riforma mina l’indipendenza della magistratura è blasfemo, ma non nei confronti del governo e del Parlamento che l’hanno approvata, bensì nei confronti della Costituzione. La Carta continuerà a dire che la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, e che il giudice deve essere terzo e imparziale. Un concetto, questo, che la riforma rafforza, perché sottrae le toghe al potere delle correnti. Dunque sono accuse infondate che offendono anzitutto la Costituzione».
Un pronostico sul referendum. Se dovesse vincere il No, che cosa accadrà al governo?
«Niente pronostici ma una convinzione: è un’occasione unica per riformare la giustizia. Dovesse mai vincere il No, non cambierebbe nulla per il governo, e gli elettori potrebbero comunque esprimersi l’anno prossimo alle elezioni. Certo, nell’eventualità di una bocciatura della riforma, non potremmo cambiare il sistema giustizia per chissà quanto tempo, ed è davvero difficile sostenere che oggi vada bene così com’è».
Chi siano e quale sia la loro provenienza ideologica è più che chiaro a tutti, compresi i loro sponsor. Del resto, i metodi parlano per loro: attacchi dieci contro uno, calci a un agente a terra senza casco e, soprattutto, le martellate che fanno vero antifascista. Sono antagonisti dei centri sociali, caricatura del comunismo che fu, residui bellicosi di un passato sconfitto. Gente che accetta e alimenta il conflitto sociale solo se può stravincere giocando sporco, consapevole di avere le spalle politicamente coperte. Chi siano lo sanno tutti, ma indovinate a chi danno la colpa? Ai fascisti, alla destra. Sulle prime, come sempre, i coraggiosi progressisti hanno taciuto, sperando che le imprese dei loro protetti passassero sotto silenzio: dopo tutto il più delle volte finisce così.
Però a questo giro è saltato fuori un video vergognoso, la ripresa di una masnada di esaltati che infierisce su un poliziotto ferito e lo colpisce, lo colpisce, lo colpisce per fargli male. Zitti non potevano più rimanere ma, forse, nel silenzio avrebbero fatto miglior figura. Ecco, allora, Riccardo Ricciardi dei 5 stelle rapido a girare la frittata: «È schifoso vedere picchiato così un poliziotto, dieci contro uno, proprio come fanno i fascisti», dice. «È schifoso prendere questo fatto ignobile e accusare tutte le persone che, per diverse cause, sono scese in piazza in questi mesi. È schifoso sentire che la premier strumentalizzi immediatamente la violenza subita da quell’agente, per la sua battaglia politica contro la magistratura». È schifoso picchiare, sostiene. Ma non dice chi picchia, non tira in ballo i centri sociali e i rivoluzionari del sabato pomeriggio: cita il fascismo, accusa il governo.
Punta alla destra pure Debora Serracchiani del Pd: «Gli antagonisti che hanno devastato Torino sono stati condannati subito e senza ambiguità. Da tutti. Com’è accaduto in altre situazioni simili. Perché quanto è successo è gravissimo», dichiara mentendo. Poi, la giravolta: «Ma è gravissimo anche ciò che sta accadendo in queste ore. La destra sta usando quei fatti per accusare centrosinistra e magistratura di complicità con i violenti. Questo è un attacco diretto alle istituzioni della Repubblica, non una difesa dello Stato. Accusare giudici e opposizioni di essere complici dei violenti è una strategia pericolosa. È il metodo di chi, come Donald Trump, ha provato a delegittimare le istituzioni per rafforzare il proprio potere. In Italia non deve passare». Ah, ma pensa. Le accuse di complicità sono pericolose. Ma allora perché il Pd e tutta l’area progressista passano le giornate a chiedere al governo di prendere le distanze da questo e da quello, compresi i fatti degli anni di piombo? Per questo fa molto sorridere Elly Schlein che annuncia di aver parlato con la Meloni (bene) e poi si dice preoccupata dalle «strumentalizzazioni»: fatte da chi, dai suoi?
Siamo certi infatti che stavolta non vedremo servizi di La7 sulle trame rosse e i legami fra la sinistra istituzionale e i martellatori degli squat. Anzi, quelli che i legami ce li hanno - e pure belli robusti - li difendono e di nuovo parlano a vanvera di fascismo e repressione. Come Marco Grimaldi di Avs, che era in piazza con Askatasuna (pensare che sarebbe accaduto se, per dire, un leghista si fosse fatto vedere in una manifestazione di destra, pur pacifica). Grimaldi si finge inflessibile sul pestaggio dell’agente: «Quella scena ci disgusta, non doveva succedere e lo dico chiaramente a chi ha commesso quel reato: così si fa il gioco di chi vuole i decreti sicurezza e di chi descrive Torino come il centro dell’eversione italiana, mentre invece sta diventando un laboratorio di repressione come sanno bene i No Tav e come abbiamo visto con il caso Shahin».
Che splendida arrampicata: il problema delle martellate è che fanno il gioco del governo autoritario che reprime. Meraviglioso. «Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia», spara Grimaldi, in una escalation che culmina nella frase: «Quelle immagini non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna».
Fino a prova contraria, gli unici che si mostrano per le vie in assetto militare sono i centri sociali, o quel che ne resta. Falliti politicamente, falliti umanamente, restano vivi perché picchiano e guidano gli assalti di piazza, solo così possono sopravvivere. E ci riescono perché una intera area politica li tollera o li spalleggia.
La sinistra a Torino ha protetto Askatasuna fino a un istante prima dello sgombero, pur sapendo benissimo quale fosse la storia anche criminale di quel posto. E adesso finge di non sapere, di prendere le distanze, di indignarsi. Fingono tutti di non sapere, eppure portano in palmo di mano Zerocalcare, l’eroico fumettista che lavora per le multinazionali come Netflix ma poi si balocca con la guerriglia antagonista e disegna le locandine per le manifestazioni di Aska. Come lo applaudono, Zero, quando boicotta le manifestazioni culturali (lasciando, però, che vi si vendano i suoi libri) perché lui con i fascisti non ci vuole stare. Chissà se qualcuno, adesso, rifiuterà di sedersi a fianco dell’artista che protegge i martellatori del centro sociale.
Se non altro, quelli di Askatasuna sono coerenti. Predicano la violenza sovversiva e la esercitano, non fanno mistero delle loro intenzioni e delle loro passioni. Quelli che a sinistra li coprono, sono peggio: blaterano di democrazia e diritti, salgono sul piedistallo e danno lezioni di morale, si arrogano il diritto di decidere chi sia presentabile e chi no. Ma proteggono gli antagonisti rabbiosi. E per cosa, poi? Per fingere di essere ancora ancorati alla realtà di strada, per scimmiottare la rivoluzione, per ricordarsi di quando erano giovani e menavano le mani. Hanno perso la falce dei lavoratori, gli resta il martello del branco acefalo e picchiatore.

