content.jwplatform.com
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Non lo avrà fatto con il favore delle tenebre, ma in modo poco ortodosso sì. Il governo di Pedro Sánchez, infatti, ieri ha regolarizzato oltre 500.000 immigrati presenti in Spagna. Lo ha fatto con un decreto urgente, evitando così il passaggio dal Parlamento dove non avrebbe avuto la maggioranza. Eppure l’urgenza non c’era. O meglio: ci sarebbe stata l’impellenza di fermare l’immigrazione incontrollata visto che il Paese è passato da poco più di 100.000 irregolari nel 2017 agli oltre 840.000 attuali. Il ministro (anche se lei preferirebbe farsi chiamare ministra) per l’Inclusione, la Sicurezza sociale e le Migrazioni, Elma Saiz, ha affermato che quest’atto è stato necessario per non «voltare lo sguardo altrove». In realtà non è così. Perché l’obiettivo, dichiarato peraltro dalla stessa Saiz a France Presse, è quello di sostenere la crescita economica del Paese. In questo modo, infatti, e sono le parole del ministro, gli ex irregolari potranno «lavorare in qualsiasi settore, in tutto il Paese». Tradotto: regolarizzare i migranti per farli lavorare a basso costo. O meglio ancora: sfruttamento mascherato da buone intenzioni.
La misura si applica a tutti gli stranieri che sono presenti in Spagna da almeno cinque mesi e che sono arrivati prima del 31 dicembre scorso. Bastano cinque mesi per prendere la cittadinanza spagnola e, quindi, europea. Con un certo orgoglio, la Saiz ha affermato che «a partire dal mese di aprile tutte le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno» e che questa iniziativa ha come scopo quello di «riconoscere e dare dignità, offrendo garanzie, opportunità e diritti alle persone che si trovano già nel nostro Paese». Ci saranno così 500.000 cittadini in più. O, forse, oltre 800.000, secondo quanto ha affermato la segretaria generale di Podemos, Ione Belarra, in un’intervista a Cadena Ser. Una linea sposata anche dalla Chiesa spagnola, che è sempre più in crisi. Il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, ha parlato di «buona notizia che faciliterà il contributo al bene comune di molti immigrati che già lavorano, frequentano la scuola, usufruiscono dei servizi sanitari e sociali e, a volte, vivono in condizioni precarie tra noi. In questo modo viene riconosciuta la loro dignità». Il prelato, bontà sua, aggiunge poi nell’intervista a El Pais che «continuano ad esserci sfide relative all’integrazione che influenzano la vita quotidiana della nostra società».
Una di esse è quella relativa alla sicurezza. Non a caso, i primi a intervenire nel dibattito su questa legge sono stati i sindacati di polizia, che hanno espresso una forte contrarietà affermando che questa iniziativa rischia di portare al collasso il Paese. Il Sindacato unificato della polizia (Sup) ha definito il governo «totalmente irresponsabile» anche perché non è ancora chiaro «come sarà garantita la sicurezza» e quali saranno le «risorse reali» che verranno messe in campo. Ma non solo. Questa apertura rischia di rappresentare un incentivo per coloro che desiderano raggiungere l’Europa. «Entrare irregolarmente finisce per dare i suoi frutti», fanno sapere i sindacati di polizia, che definiscono questa iniziativa «un’ancora di salvezza» per i trafficanti di esseri umani. La Confederazione nazionale della polizia (Cep) si spinge ancora più in là, affermando che questo accordo politico rompe «due decenni di consenso sulla regolarizzazione degli immigrati e fa della Spagna un Paese che sta andando in una direzione diversa dai criteri dell’Unione europea rappresentando una mossa sconsiderata per la sicurezza pubblica».
Per la portavoce del Partito popolare spagnolo al Congresso, Ester Muñoz, il governo «propone la regolarizzazione in questo momento per cercare di nascondere ciò di cui parlano tutti gli spagnoli, ovvero se oggi sia sicuro prendere un treno». Posizione rilanciata anche dal leader del partito, Alberto Núñez Feijóo: «Fino a 46 morti. Centinaia di feriti. Nessuna dimissione. E la prima risposta di Sánchez è una regolarizzazione di massa per distogliere l’attenzione, aumentare l’effetto chiamata e sovraccaricare i nostri servizi pubblici. Nella Spagna socialista, l’illegalità viene premiata. La politica migratoria di Sánchez è assurda quanto quella ferroviaria. Quando arriveremo al governo, le cambierò da cima a fondo».
La decisione di Sánchez non riguarda solamente la Spagna, ma tutta l’Unione europea, che oggi si trova con almeno mezzo milioni di cittadini in più di cui si sa poco o nulla. «Non bisogna guardare altrove». È vero. Bisognerebbe guardare all’immigrazione irregolare e trovare un modo per gestirla davvero e per espellere chi delinque. Ma a Madrid preferiscono l’accoglienza facile.
Quel lasso di tempo è ritenuto un limbo senza coperture giuridiche, a rischio di entrare in conflitto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce «l’inviolabilità della libertà personale». E in questo senso è stato interpretato dai legali di un immigrato senegalese spedito in Albania per il rimpatrio, poi richiamato in Italia per mancanza di convalida da parte del giudice, infine trattenuto in un Cpr di Bari in attesa di un nuovo provvedimento perché titolare di una fedina penale lunga qualche metro. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, difensore del pregiudicato, «il diritto di difesa è vanificato dal potere esecutivo, in quelle 48 ore non potrei fare un’istanza per motivi di salute o di non idoneità a stare in luoghi chiusi».
La metafora è singolare perché il suo assistito era stato condannato per tentato omicidio (pena scontata), per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, poi per furto e traffico di stupefacenti. Quindi è un frequentatore abituale di luoghi chiusi, nel senso di carceri. E nelle 48 ore cuscinetto non sarebbe un male tenerlo d’occhio, visto che è privo di passaporto, senza fissa dimora e con il riconoscimento di «pericolosità sociale». C’è una casistica infinita di soggetti assimilabili che prima sono scomparsi e poi sono tornati a delinquere. Il caso non dovrebbe neppure esistere, infatti la Cassazione (alla quale è stata sottoposta la vicenda) ha chiesto il rigetto di quattro quinti del ricorso. Ma sulla legittimità costituzionale di quelle 48 ore ha preferito chiamare in causa la Corte Costituzionale.
Ieri il giudice della Consulta, Francesco Viganò, ha sollevato davanti all’Avvocatura dello Stato quattro punti delicati.
1 In quale altra sede diversa dalla convalida del trattenimento potrebbe porsi la questione della compatibilità con la Costituzione?
2 Esiste una base giuridica per trattenere lo straniero che abbia chiesto la protezione internazionale in Albania, ritrasferendolo a Bari?
3 È possibile considerare la permanenza nel centro (48 ore) nonostante la mancata convalida (quella in Albania), un prolungamento della convalida precedente in Italia?
4 Se fosse valida questa soluzione, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione europea?
In attesa dello scioglimento del nodo giurisprudenziale che rischia di diventare un precedente per l’intero sistema, ecco l’ennesima conferma del tentativo dei giudici di sostituirsi al parlamento e regolamentare una materia di cui è responsabile l’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rassicura: «Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà. Il diritto d’asilo è un istituto nobilissimo su cui si sono consumati troppi abusi».
L’ostruzionismo delle toghe italiane è leggendario. Accade dall’inizio, quando due anni fa Giorgia Meloni fece aprire gli hub in Albania. Da allora la strada è stata lastricata di ricorsi e mancate convalide. Fino alla richiesta di intervento di mamma Corte di giustizia europea, che lo scorso agosto ha stabilito che un Paese «non può essere definito sicuro se non lo è per l’intera popolazione». Si era dimenticata che la Germania rimpatria in Afghanistan, luogo non propriamente liberale. Ma nessun giudice a Berlino si è mai sognato di invocare l’Europa per impedirglielo.
«Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare di Iran, Ucraina e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il Giorno della memoria». Parola della senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, durante la cerimonia al Quirinale alla presenza di tutte le alte cariche dello Stato e di 40 ragazzi di ritorno da Auschwitz.
«Non può succedere», ha aggiunto, «che diventi occasione di vendetta contro le vittime di allora». Parole inascoltate dai pro Pal, che ieri hanno organizzato diversi eventi anche per Gaza in diversi Comuni, ostacolando le cerimonie istituzionali e non rispettando i divieti, come accaduto a Bologna.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel sottolineare «l’importante e irrinunciabile giorno di commemorazione, la cui intensità è sempre massima senza che possa essere scalfita dal tempo», ha rinnovato la riconoscenza dello Stato alla Segre «per la sua preziosa testimonianza degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità: come lo sono le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati. Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente».
Il premier, Giorgia Meloni, ha sottolineato la pagina buia dell’antisemitismo, «purtroppo ancora non sconfitto definitivamente, un morbo che tona a diffondersi, con forme nuove e virulente». Meloni ha ribadito: «In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938».
A Bologna, malgrado l’appello del sindaco, Matteo Lepore, i manifestanti pro Palestina si sono radunati in piazza del Nettuno mentre si svolgeva la cerimonia per la memoria, impedendo ai rappresentanti della Comunità ebraica di deporre le corone di fiori. Alcuni attivisti sono stati allontanati dai poliziotti antisommossa. Anche la presidente dell’Anpi bolognese, Anna Cocchi, era arrivata in piazza per la cerimonia ma ha poi deciso di passare con i pro Pal. «Sono qui e sto da questa parte. Prima si sono creati due schieramenti, uno con la polizia e uno che invece dice: riconosciamo i diritti della popolazione di Gaza. Io sto da questa parte». A Napoli, invece, la Comunità ebraica ha disertato per la prima volta le celebrazioni organizzate per ricordare le vittime dell’Olocausto perché, ha spiegato la presidente Lydia Schapirer, «senza vicinanza e dialogo», il Comune ha approvato nei mesi scorsi una mozione che riconosce la Palestina e interrompe i rapporti con enti e istituzioni legati al governo israeliano.
Mentre al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che aveva detto che nella fiction andata in onda ieri sera Morbo K, sul rastrellamento degli ebrei di Roma, «non si vedono i fascisti, ci sono solo i nazisti. I fascisti hanno collaborato attivamente alla decisione criminale di Hitler di sterminare completamente tutti gli ebrei», ha risposto la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati. «Sorpresa e amareggiata per le mistificazioni e le polemiche. Nelle sceneggiature e nei filmati del racconto televisivo, liberamente ispirato alle gesta di tre medici dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma durante il tragico ottobre 1943, la presenza, la complicità e la connivenza dell’allora polizia fascista, non solo non è stata omessa, ma è narrata con precisa attenzione, in un prodotto realizzato in stretta collaborazione con la Comunità ebraica».
Vuole proporre al governo Meloni di modificare il decreto ministeriale emesso durante il Conte II, in merito alla certificazione aggiuntiva richiesta agli extracomunitari per ottenere alloggi o prestazioni socio-assistenziali, e che non include nell’elenco cittadini del Marocco, del Pakistan, di Algeria, Tunisia e di moltissimi altri Paesi. Lo definisce un atto discriminatorio nei confronti dei cittadini italiani che sono invece tenuti a presentare tutta la documentazione ai fini Isee.
Michele Jacobelli, classe 1962, consulente aziendale, presidente dell’Azienda territoriale per i servizi alla persona Valle Imagna - Villa d’Almè, per dieci anni (dal 2011 al 2021) sindaco leghista di Palazzago (Bergamo), lancia questa proposta dopo l’ondata di indignazione sollevata dalla vicenda parti civili contro il vicebrigadiere Emanuele Marroccella.
I parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere collega del vicebrigadiere condannato a tre anni e al pagamento di una provvisionale di 125.000 euro, avevano chiesto alla Verità di dare a loro, direttamente, i 450.000 euro raccolti attraverso la sottoscrizione e pure i soldi per le spese legali dei loro avvocati. Peccato che abbiano già ottenuto il patrocinio gratuito, che in caso di extracomunitari può essere richiesto in base a una semplice autocertificazione. Per Jacobelli, un primo passo importante sarebbe mettere mano al decreto emanato nell’ottobre 2019, a firma dell’allora ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di concerto con l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
«Sì, perché nell’elenco dei Paesi i cui cittadini sono tenuti a fornire documentazione relativa al patrimonio immobiliare eventualmente posseduto all’estero, per la certificazione ulteriore a fine Isee, il governo giallorosso aveva inserito solo il Regno del Bhutan, di Tonga, Malaysia, Nuova Zelanda, Qatar, Repubblica di Corea, Repubblica di Figi, Confederazione svizzera e pochi altri. Appena una ventina. Al cittadino italiano che vuole accedere a prestazioni sociali, invece si chiede la giacenza media dell’estratto conto, se ha case e immobili, investimenti, per verificare l’effettiva condizione di bisogno del richiedente. La regola deve valere per tutti, non solo per i cittadini italiani».
Si trattava di documenti chiesti per le dichiarazioni Isee ai fini del reddito e della pensione di cittadinanza e la proposta dell’ex sindaco è che «il decreto venga tolto o, meglio ancora, che la documentazione diventi obbligatoria per chiunque, indipendentemente dallo Stato di provenienza. Anche per evitare emorragie di fondi pubblici ingiustificate».
Jacobelli, già nel 2017 aveva richiesto che gli uffici comunali controllassero le domande di prestazioni socio-assistenziali da parte di extracomunitari, ritenendo che non potesse bastare l’autocertificazione. Nel novembre del 2018, però, il tribunale del lavoro di Bergamo ritenne discriminatoria la scelta operata dalla sua amministrazione di chiedere documenti aggiuntivi a due donne extracomunitarie, che volevano l’assegno per nuclei familiari numerosi.
Inutile fu spiegare che «chiedendo, come previsto dalla legge, la documentazione originale per i beni posseduti all’estero, la nostra amministrazione comunale metteva sullo stesso piano italiani e stranieri», ricorda. «Il giudice sosteneva che noi presentavamo questa richiesta solo ai cittadini extracomunitari, ma il motivo molto logico è che per i cittadini Ue esiste il dialogo telematico tra enti e quindi lo Stato può verificare quanto eventualmente autodichiarato. Cosa che non avviene tra enti di Paesi extra Ce e i nostri, salvo accordi internazionali bilaterali».
Senza documentazione la domanda andava respinta. Non per il giudice del lavoro, che condannò l’amministrazione a rilasciare prestazioni in assenza dei documenti, chiesti invece a tutti gli italiani. «Venne accolto il ricorso presentato da Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e come sindaco dovetti anche a pagare circa 2.000 euro».
Un altro ricorso, sempre presentato da Asgi, fu invece rigettato da un giudice del tribunale di Bergamo perché non era affatto discriminatorio (come sollevato dalla cooperativa Ruah) che Palazzago e altri Comuni chiedessero la comunicazione del numero di migranti arrivati nei centri che si occupano di accoglienza e, quindicinalmente, delle loro condizioni di salute.
Jacobelli, a proposito di Asgi che ha progetti sostenuti da Open society foundation di George Soros, e di altre associazioni che operano pro extracomunitari, crede che sarebbe opportuno «fare delle aggiunte» all’articolo 52 del Dpr 394 del 1999, in merito al registro delle associazioni e degli enti che svolgono tale attività. «Bisognerebbe dichiarare che non possono essere iscritti quanti abbiano percepito o percepiscano finanziamenti o donazioni da associazioni, enti, organismi privati o Stati dichiarati non graditi per la sicurezza nazionale. E che a tal proposito venga stilato un elenco dei non graditi, in quanto portano persone senza documenti sul territorio italiano», sostiene l’ex sindaco. «Si ridurrebbero pure le richieste di patrocinio gratuito».
Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori, nella foto la copertina) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente.
In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir»), il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi, ndr) ... Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo... Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!».
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio: “perché proprio a me?” Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto». Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.

