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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Al Forum di Davos il governatore della Bce ha lasciato anzitempo la cena di gala, offesa dalle parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, che aveva criticato duramente le scelte economiche e politiche adottate dall'Ue negli ultimi anni.
La cena di martedì sera al World economic forum di Davos, in Svizzera, deve essere andata di traverso alla presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde che ha lasciato frettolosamente l’evento di gala. A far alzare da tavola la numero uno della Bce sono state le parole del segretario statunitense al Commercio Howard Lutnick che ha sparato a zero sul Vecchio Continente e il suo sistema economico, definito come «sempre meno competitivo» sullo scenario globale.
Pare la platea di vip che ascoltava le parole del rappresentante del governo Usa, si sia divisa tra chi applaudiva e chi fischiava Lutnick. Come riportato dall’Ansa, che ha sentito «fonti presenti alla cena». Per la stessa agenzia, un portavoce di Lutnick ha minimizzato l’episodio, affermando che «solo una persona ha fischiato» e che «nessuno ha lasciato la sala in fretta». La Bce non ha invece commentato. Altre fonti citate l’agenzia Reuters, l’organizzatore dell’evento, ovvero il numero uno del fondo BlackRock, Larry Fink, ha annullato l’evento prima che fosse servito il dolce.
Le parole di Lutnick sono state la miccia che ha fatto esplodere la «polveriera Davos» ancora prima che arrivasse il presidente Usa, Donald Trump, visto da molte cancellerie e media mainstream europei come se fosse un Leviatano pronto a divorare la Groenlandia.
Fatto sta che, dopo l’uscita di scena dalla cena di gala, Lagarde ha colto l’occasione offertale da un’intervista alla radio francese Rtl per ribattere parole di Lutnick. L’ex ministro francese poi volata a dirigere la Bce, ha prima brontolato per la mossa degli Usa vista come un modo per non «dar prova di un comportamento molto alleato». Poi ha ricordato che tra Usa e Ue “siamo passati da dazi medi intorno al 2% poco più di un anno fa a circa il 12% e qualcosa, di media nell’area euro. E con le minacce che incombono, potremmo salire verso un 15% medio». La capo della Bce ha poi mostrato un certo interesse più per i cittadini americani che per quelli europei, dichiarando che «se il 96% di questo costo (dei dazi, ndr.) ricade sul consumatore e sull’importatore statunitense, non mi sembra affatto un buon risultato». E dire che Lagarde ha prodotto qualche non proprio «buon risultato».
Come dimenticare quando, all’inizio della pandemia di Covid, nel marzo 2020 l’ex ministro di Parigi aveva dichiarato: «Non siamo qui per ridurre gli spread. Non è questa la funzione né la missione della Bce». Ne scaturì un terremoto che provocò il crollo delle principali piazze finanziarie. Milano chiuse con la peggiore seduta della sua storia, ovvero -16.92%; Parigi si «limitò» a perdere l’11,02%, Londra il 10,85% e Francoforte il 9,81%. Un trionfo al contrario che fece perdere un sacco di soldi a tanta gente, mica ha fatto fallire una cena di gala.
Che Donald Trump avrebbe rovesciato le carte in tavola, e con ogni probabilità anche lo stesso tavolo, si era capito fin dal giorno del suo insediamento, un anno fa, quando il presidente appena eletto scandiva nel discorso inaugurale la cifra del suo mandato: far tornare grande l’America. Ora che questo sta avvenendo sotto gli occhi indignati e confusi degli alleati europei, l’America di Trump ha usato proprio Davos, la grigia località sciiistica svizzera che ospita ogni anno il World economic forum (Wef), come proscenio per celebrare il ritorno dell’America sul podio delle superpotenze, celebrando ufficialmente il funerale della globalizzazione tanto cara ai burocrati del Wef.
È stato il segretario al Commercio americano Howard Lutnick a dare la sveglia a sherpa e leader spaesati, pronunciando nella cittadina elvetica un muscoloso discorso paragonabile a quello di J.D. Vance a Monaco. Lutnick, che ha stravolto - come è ormai prassi, vivaddio - i polverosi precetti della comunicazione ufficiale made in Ue, è andato dritto al punto: la globalizzazione ha fallito. Ha deluso gli Stati Uniti d’America e tutto l’Occidente. «È una politica fallimentare» e, ha detto guardando negli occhi gli interlocutori, «è ciò che il World economic forum ha rappresentato finora, pensando che delocalizzare e cercare la manodopera più economica al mondo, avrebbe fatto del mondo un posto migliore». Il problema però, ha spiegato il segretario al Commercio Usa, è che ha lasciato indietro l’America. «E quello che siamo venuti a dirvi è che America First è un modello diverso, che incoraggiamo anche gli altri Paesi a prendere in considerazione».
Quello di Lutnick, per chi non ha i paraocchi dell’ideologia, è stato un discorso pratico e di buon senso: «I vostri lavoratori vengono prima di tutto. La sovranità sono i vostri confini. Non dovreste delocalizzare i vostri farmaci, i vostri semiconduttori, né l’intera base industriale. Non dovreste dipendere da nessun’altra nazione per ciò che è fondamentale per la vostra sovranità». In chiosa, l’affondo finale: «Se proprio dovete dipendere da qualcuno, è meglio che siano i vostri migliori alleati». Ergo, gli Stati Uniti.
Cosa divide l’Europa dall’America? Lutnick ha fatto un esempio molto pratico: «Il nostro è un modo di pensare diverso. Secondo il Wef, voi dovreste avere l’energia solare e l’eolico. Ma perché? Perché l’Europa accetta l’obiettivo “net zero” entro il 2030 (zero emissioni nette di gas serra allo scopo di contenere il riscaldamento climatico globale, che è alla base del Green Deal di Ursula von der Leyen, ndr.) se non produce batterie? L’Europa non produce batterie!», ha rimarcato con enfasi il segretario al Commercio Usa. «Quindi, se manterrà questo impegno per il 2030, vuol dire che ha deciso di sottomettersi alla Cina, che produce le batterie».
Ma è quando ha insistito sui lavoratori che è emersa con nettezza la frattura ancora insanabile tra l’Ue affiliata al Wef e inginocchiata a fondi e finanza globale da un lato e America dall’altro: «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori. E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi, perché, quando l’America splende, splende il mondo intero». Lutnick ha citato la vicenda dei dazi: «Ci avevate accusato di distruggere il mondo applicando i dazi. E invece i mercati azionari mondiali sono in rialzo. Quali? Regno Unito, Europa, Giappone, Corea, tutti». Certo, potrebbero esserci rapporti ancora migliori, «le nostre grandi aziende tecnologiche potrebbero investire in Europa, se non avessero la tassa sui servizi digitali, il Digital Services Act (Dsa), il Digital Markets Act. L’Europa sta penalizzato le nostre aziende con multe», ha puntato il dito, «invece di dire “venite a costruire e a investire qui”, le hanno tassate a morte con multe e regolamenti che le hanno danneggiate: è illogico». Ecco perché, secondo Lutnick, il presidente Usa agli europei risulta indigesto: «Molti problemi, ad esempio quello delle materie prime e dei minerali essenziali, esistevano già un anno fa, ma tutti dormivano. Donald Trump ha strappato il cerotto e sta insegnando al mondo cosa c’è che non va».
Per essere ancora più incisivo, in un op-ed a sua firma pubblicato dal Financial Times, il segretario al Commercio Usa ha chiarito che «con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città». «Per decenni, ai Paesi è stato detto che esisteva un solo modello accettabile. Sono stati costretti a dipendere dalle catene di approvvigionamento globali e a fidarsi scioccamente del sostegno delle istituzioni sovranazionali. Quel modello ha relegato l’America all’ultimo posto, lasciando innumerevoli altri Paesi più deboli. L’amministrazione Trump sta affrontando senza mezzi termini questo fallimento. Crediamo che le nazioni abbiano sia il diritto che la responsabilità di mettere i propri cittadini al centro del processo decisionale economico».
A proposito del Financial Times, ieri il quotidiano della City ha rivelato che Lutnick sarebbe stato contestato duramente durante una cena del World economic forum a Davos. Il presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde sarebbe uscita dalla sala durante il suo discorso e l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore lo avrebbe addirittura «fischiato». Gli ultimi colpi di coda delle camarille ormai fanées dell’Ancien régime.
Interi settori della giurisdizione, «dalla famiglia ai cosiddetti nuovi diritti, dell’immigrazione e del diritto minorile» sono finiti in mano a una sorta di «egemonizzazione culturale». Queste parole scritte ieri sulla Verità da Antonio Sangermano, l’ex pm che guida il dipartimento della Giustizia minorile del ministero di Via Arenula, hanno rotto il silenzio su una serie di fenomeni che tanti avvocati, e tanti genitori tenuti sotto schiaffo dai «professionisti» dei bambini, conoscono bene ma non possono denunciare.
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
Lo premetto subito onde evitare equivoci: i cretini siamo noi che non capiamo. Va bene? Quindi nessun intento diverso dal voler denunciare la nostra stupidità, il nostro allarmismo e il nostro populismo.
La colpa è nostra che non capiamo le esigenze dei sostituti procuratori in forza nelle ore notturne i quali si sono lamentati con il procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Napoli, il quale ha scritto ai questori di Napoli, Avellino, Benevento e Caserta; al signor comandante della Legione carabinieri Campania e al signor comandante della Guardia di finanza della Regione Campania. I quali evidentemente non controllano la situazione dei loro agenti, «colpevoli» di chiamare troppe volte tra le 23 e le 7 del mattino gli uffici dei pubblici ministeri per delle cosette da niente.
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.

