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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
La morte di un bambino è il mistero più grande cui possiamo assistere nella nostra vita terrena. E non mancano le parole perché non conosciamo quelle adeguate: mancano perché non esistono. Così è per la morte del piccolo Domenico. Doverne scrivere dopo aver parlato ripetutamente con mamma Patrizia, una donna straordinaria per intelligenza, dignità, determinazione e compostezza.
La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
«Se non fosse stato per La Verità che ha fatto il lavoro che doveva svolgere la Procura, la richiesta di archiviazione presentata dal pm sarebbe stata accolta». È molto soddisfatto l’avvocato civilista Federico Bertorello, che assieme al collega del penale Salvatore Bottiglieri difende gli interessi dei genitori di Francesca Tuscano, la trentaduenne insegnante genovese colpita da Trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (Vitt) dopo la prima dose di Astrazeneca e deceduta il 4 aprile 2021.
I legali chiedevano la prosecuzione delle indagini, gli articoli e gli audio pubblicati dalla Verità erano alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata lo scorso 4 dicembre da Arianna Ciavattini della Procura di Genova nel procedimento penale a carico di ignoti per la morte di Francesca. Si trattava delle videoregistrazioni di riunioni del Cts acquisite dai carabinieri del Nas di Genova in relazione all’indagine per la morte di Camilla Canepa, la studentessa che il 15 maggio 2021 partecipò a un open day vaccinale con Astrazeneca organizzato dalla Regione Liguria e che morì il 10 giugno, pure lei per una sindrome Vitt. La Verità le pubblicò lo scorso agosto, rivelando dubbi, contrapposizioni e anche «insistenze ministeriali» dichiarate da vari componenti in merito all’utilizzo di Astrazeneca negli under 60.
«Ora auspichiamo che la Procura senza timori interroghi tutti i membri del Comitato tecnico scientifico, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, per verificare come scritto dal gip se nel marzo 2021 o addirittura prima fossero già note le conseguenze pericolose del vaccino Astrazeneca. Elementi questi portati all’attenzione anche dalle perizie mediche, compresa quella disposta dalla Procura in seguito al decesso», dichiarano i due avvocati.
Aggiunge Bertorello: «Come coordinatore del collegio difensivo che si occupa del caso, sotto il profilo dell’azione civile mi auguro che l’indagine penale ora riaperta porti nuovi elementi che consentano di chiedere il risarcimento dei danni al ministero della Salute». Sono bastate 24 ore al gip Angela Maria Nutini del tribunale di Genova per accogliere l’opposizione alla richiesta di archiviazione e ordinare la riapertura delle indagini. Nell’ordinanza di venerdì, il gip scrive a chiare lettere: «Appare necessario che il pm valuti il compimento di ulteriori attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione ed attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere causalmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Tuscano Francesca».
Il pm ha cinque mesi di tempo per effettuare nuove indagini e il messaggio del gip è chiarissimo: va accertato se nella catena di comando ministeriale ci siano state responsabilità di Speranza e dei suoi durante la fase di somministrazione dei vaccini in merito all’utilizzo di Astrazeneca. «Quantomeno nei confronti delle giovani donne in età fertile, e soprattutto che fruivano della pillola anticoncezionale come Francesca Tuscano», sottolinea Bertorello. Nel provvedimento, infatti, il giudice ricorda che prima della vaccinazione dell’insegnante, avvenuta il 22 marzo 2021 al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri, «erano già comunque emerse perplessità a livello europeo sull’opportunità della sua somministrazione alla fascia della popolazione più giovane».
L’Italia aveva precauzionalmente sospeso la somministrazione di Vaxzevria, poi Aifa aveva revocato il divieto ma per la dottoressa Nutini «occorre interrogarsi sull’eventuale necessità ed esigibilità di mantenere il divieto di utilizzo, quantomeno in presenza di fattori oggettivi predisponenti al rischio di trombosi, quali l’uso di estroprogestinici, considerato che nel caso di specie la vittima indicava nel modulo di consenso informato di assumere la pillola anticoncezionale».
Mentre nell’informativa nemmeno si accennava al concreto rischio di trombosi, e di quali fossero i casi a rischio. Il gip cita la sentenza 32423 della Cassazione, che nel 2008 affermava: «In tema di lesioni colpose provocate dalla somministrazione di farmaci, ai fini della sussistenza del consenso informato non basta comunicare al paziente il nome del prodotto che gli sarà somministrato accompagnato da generiche informazioni, occorrendo indicare gli eventuali effetti negativi della somministrazione, in modo da consentire una congrua valutazione del rapporto costi-benefici del trattamento, che tenga conto anche delle possibili conseguenze negative».
La giovane insegnante si era vaccinata il 22 marzo 2021; il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi. Francesca venne trasferita nel reparto di Rianimazione dove la mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Il riconoscimento dello Stato per i genitori della giovane donna è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «La riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio aprono uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», si augura Bertorello che intanto ringrazia il gip per un provvedimento unico in Italia. «Le richieste di archiviazione in casi di morte per vaccino Covid sono sempre state accettate».
Ringraziamenti giunti anche da Fratelli d’Italia, che in una nota ha espresso apprezzamento «per la decisione del gip di Genova Angela Nutini». «Anche la commissione Covid», si legge, «grazie all’impulso di Fratelli d’Italia, è attualmente impegnata proprio all’analisi degli effetti avversi da vaccino Covid. Il lavoro della magistratura potrebbe essere quindi prezioso per affiancare il nostro lavoro in commissione».
Mentre i coniugi Clinton dichiarano di non sapere chi siano gli invitati al matrimonio della figlia, chi siano i principali donatori della loro Fondazione e di essere stati all’oscuro dei comportamenti scorretti di Jeffrey Epstein, possiamo senza dubbio affermare che esistono due piani di lettura degli Epstein files.
Il primo è quello criminale: ciò che emerge deve essere messo sotto processo sebbene a complicare il tutto esista il patteggiamento secretato stipulato da Epstein con il procuratore Alexander Acosta nel 2008 che conferiva sia ad Epstein che a tutti i suoi complici immunità totale - sì esattamente: negli Usa si può - in cambio dell’ammissione di colpevolezza e una pena detentiva di 13 mesi per sfruttamento della prostituzione. Senza considerare questo passaggio fondamentale non si possono capire gli aspetti legali connessi alla sanzione dei crimini e ciò spiega altresì come mai i primi personaggi a cadere non siano americani. Il secondo piano di lettura attiene i significati di quanto viene rivelato in quegli scambi di lettere e in quelli che presumibilmente possono essere i filmati e le immagini a disposizione del ministero della Giustizia americano, ma anche in questo caso occorre specificare che ci si trova davanti ad una mole enorme di scambi, rapporti e riferimenti, spesso codificati e sempre facenti riferimento a situazioni ulteriori e dai contorni che vanno dal misterioso all’agghiacciante.
Esistono però anche i temi politici o «filosofici» che emergono nei lunghi dialoghi scritti che Epstein intratteneva con alcuni dei suoi amici; esattamente come nei romanzi di Sade i personaggi indugiavano spesso in digressioni filosofiche sulla vita e il mondo tra un crimine e l’altro. Il tema senza dubbio centrale degli interessi di Epstein, dopo quelli sessuali ed esoterici, è quello della selezione razziale intesa in senso darwinista, questione che il finanziere affronta spesso con la disinvoltura e la confidenza che si ha con gli amici i quali, pur appartenendo al mondo della Sinistra liberal e woke, non hanno alcuna ritrosia ad affrontare discorsi di «selezione della specie», «eliminazione dell’umanità inutile», «adeguamento forzato del numero della popolazione» e creazione segreta di una stirpe di bambini dotati del corredo genetico dello stesso Epstein. Se da una parte possiamo classificare queste teorie come le farneticazioni di un folle, dall’altra parte non possiamo non considerare il fatto che argomenti che avrebbero trovato interlocutori entusiasti soltanto in figure di teorici dell’eugenetica come Francis Galton, Ernst Haeckel ed Alfred Ploetz, non vengano affatto rigettati o evitati da registi di Hollywood, teste coronate, finanzieri, scienziati, intellettuali e, dulcis in fundo, inventori di sistemi operativi e già principali finanziatori dell’Oms.
E proprio sull’onda delle pianificazioni globali che Epstein affrontava con i suoi interlocutori, non ultima quella di una pandemia basata su di un virus influenzale costruito in laboratorio che potrebbe ricordare vagamente qualcosa, emerge una costante: il disprezzo sistematico di Epstein e del suo circolo verso il Cattolicesimo, in particolare verso la difesa dei poveri e dei deboli come ostacolo alla selezione della specie, una visione sprezzante che considera a tutti gli effetti il Cattolicesimo come qualcosa di «retrogrado» e di «limitante».
In particolare in uno scambio del 2013 con Boris Nikolic (imprenditore biotech, principale consulente scientifico di Bill Gates ed esecutore testamentario indicato dal finanziere), Epstein critica aspramente l’approccio filantropico delle Ong definendo «ridicola» l’affermazione che «ogni vita sia uguale» e concludendo con la definizione «It is Catholicism at its worst»: «Cattolicesimo al suo peggio». Questa forza percepita come «limite» impedisce una logica di selezione e ottimizzazione di valori calcolabili riferiti agli esseri umani se intesi esattamente come quel «magazzino di riserva» di cui parlava Martin Heidegger a proposito della subordinazione dell’uomo al «pensiero calcolante», la vera radice del male che innerva tutta la storia dell’Essere. Sta esattamente qui il punto decisivo per comprendere l’odio di Epstein - forse potremmo dire dell’«Epsteinismo» - nei confronti del Cattolicesimo: il suo schierarsi apertamente dalla parte del pensiero calcolante inteso come la forza che, attraverso la Tecnica, trascende ogni limite e quindi conferisce a una razza di eletti il potere assoluto e le condizioni di vita liberate dai limiti di «questo mondo».
E se anche gli aspetti biologici dell’umanità vengono regrediti a «magazzino» a disposizione della Tecnica, e ciò non come provocazione distopica di qualche romanziere allucinato ma nei prolungati e argomentati discorsi tra i membri dell’élite mondiale, appare ancora più decisivo il ruolo di coloro che, come Elon Musk o Peter Thiel, di tale deriva abbiano compreso i rischi e si pongano in contrapposizione a essa prevedendo sempre la superiorità dell’umano sulla deriva tecnica transumanista e il rifiuto dell’autonomizzazione dei processi di Ia. Ma il nemico da combattere rimane sempre e comunque quel pensiero calcolante al quale Martin Heidegger contrappose «l’Abbandono», cioè il costante confronto con la Tecnica senza pensarla misura dei valori del mondo. E così, «giunti a questo punto», si arriva a comprendere come l’antica forza che si contrappone al Male si sia incarnata, nella storia, proprio in quella Chiesa cattolica così odiata da Jeffrey Epstein.
Il Brasile può essere considerato uno dei grandi Paesi industriali del mondo? La domanda non è accademica per l’Europa e per l’Italia. In una fase in cui il Vecchio Continente è stretto tra la frattura geopolitica con il blocco cino-russo e le spinte protezionistiche degli Stati Uniti, la ricerca di partner affidabili è una necessità strategica. Il Sud America rappresenta un interlocutore naturale. Tra le economie dell’area, quella brasiliana è la più rilevante per dimensioni e potenziale. Ma il nodo non è il potenziale: è l’affidabilità del sistema.
Mentre l’Unione Europea rilancia l’accordo con il Mercosur come tassello della propria proiezione globale, il comportamento delle istituzioni brasiliane solleva interrogativi: un’intesa di lungo periodo presuppone fiducia, prevedibilità normativa e stabilità politica. Nel negoziato Ue-Mercosur erano già emerse divergenze non solo commerciali ma istituzionali. L’Europa fonda la propria competitività su stabilità regolatoria e certezza del diritto. In Brasile e nel Mercosur, le norme appaiono spesso esposte alla pressione politica e alla contingenza elettorale.
Con le elezioni presidenziali all’orizzonte, il rischio è che questa tendenza si accentui. Infrastrutture strategiche, grandi appalti pubblici e settori regolati - ambiti che dovrebbero garantire stabilità - diventano terreno di scontro. Contratti rinegoziati e responsabilità riallocate si accompagnano a narrazioni costruite per il consenso più che per la coerenza giuridica. Le aziende straniere ne subiscono le conseguenze.
Le recenti proteste indigene contro infrastrutture e operazioni logistiche legate all’export - tra cui mobilitazioni che hanno coinvolto strutture riconducibili a grandi trader come Cargill - hanno evidenziato una frattura tra sviluppo economico, tutela ambientale e diritti delle comunità locali. Non sono solo tensioni interne: l’Europa è tra i principali mercati di destinazione delle materie prime brasiliane. Quando blocchi e proteste colpiscono nodi logistici dell’export, l’impatto si riflette sulle catene di approvvigionamento europee.
In questo contesto, il tema ambientale e quello indigeno rischiano di diventare strumenti di pressione politica. Un ulteriore segnale è arrivato con la revoca del decreto sulle idrovie amazzoniche, misura che avrebbe dovuto rafforzare la navigazione fluviale come asse strategico logistico. L’annullamento del provvedimento dopo contestazioni ha riaperto il dibattito sulla continuità delle politiche infrastrutturali.
Il punto non è il merito della misura, ma la volatilità decisionale: piani annunciati e poi ritirati trasmettono incertezza agli investitori. Il tempismo è significativo. Mentre l’Europa consolida l’accordo con il Mercosur, si moltiplicano tensioni e attacchi contro aziende europee attive nel Paese, insieme a oscillazioni nelle politiche infrastrutturali e ambientali. Il segnale che arriva a Bruxelles è contraddittorio: cooperazione strategica da un lato, instabilità verso operatori compliant dall’altro.
Questo scollamento solleva una domanda: l’accordo con il Mercosur è davvero conveniente per l’Europa se uno dei partner principali offre un quadro così volatile? Un’intesa commerciale si valuta non solo su dazi o quote di mercato, ma sulla solidità delle istituzioni e sulla coerenza delle politiche nel tempo.
A ciò si aggiunge un elemento strutturale: il Brasile convive con elevati livelli di insicurezza sul piano dell’incolumità fisica. Quando instabilità normativa, fragilità sociale e strumentalizzazione politica si combinano, il rischio complessivo aumenta. Non si tratta solo reputazione, ma di una variabile economica. Un investitore internazionale valuta stabilità politica, certezza del diritto e sicurezza. Se le regole possono essere reinterpretate per finalità elettorali, se la piena conformità non mette al riparo da attacchi politici e provvedimenti strategici vengono revocati sotto pressione, l’attrattività del Paese si riduce.
Emblematico il caso Enel, che ha aumentato i propri investimenti nel Paese sudamericano e che ha sempre rispettato le regole connesse alla sua concessione. Nonostante questo, durante e dopo blackout dovuti a eventi naturali estremi l’azienda è oggetto di attacchi pubblici provenienti da ambienti politici e istituzionali, con episodi che hanno superato il piano tecnico, trasformandosi in una pressione personale e mediatica. Negli ultimi tempi si sono persino registrate minacce violente e rivolte personalmente ad alcuni manager. Quando il confronto regolatorio scivola in un clima intimidatorio, il messaggio per gli investitori è inequivocabile.
Il Brasile possiede risorse e capacità industriali per ricoprire un ruolo globale. Ma la credibilità internazionale si misura sulla coerenza delle istituzioni, sulla stabilità delle decisioni e sulla separazione tra gestione economica e contingenza politica. Finché questa separazione resterà incerta, anche l’accordo più ambizioso rischia di poggiare su fondamenta fragili. Per l’Europa, alla ricerca di partner affidabili, non è un dettaglio secondario.
Ci volevano i giapponesi per demolire la narrazione molto in voga tra tanti studiosi e che spesso abbiamo sentito risuonare anche in Confindustria, che il problema dell’economia italiana sono le piccole e medie imprese e la mancanza di grandi gruppi imprenditoriali.
Ora invece scopriamo, anzi ce lo dice a chiare lettere un articolo del Nikkei Asia, che proprio il sistema delle pmi ha rappresentato uno scudo efficace ai dazi di Trump consentendo all’export di continuare a crescere anche più di concorrenti temibili e finora imbattibili come il Giappone.
Nell’articolo si sottolinea che l’impatto dirompente dei dazi statunitensi ha aiutato l’Italia a superare il Giappone nelle esportazioni mondiali in termini di valore nella seconda metà del 2025, con l'aumento delle spedizioni di marchi di lusso e prodotti alimentari.
Secondo i dati pubblicati dall’Ocse, l’export del made in Italy ha raggiunto i 376 miliardi di dollari nel periodo luglio-dicembre mentre quello giapponese si è fermato a quota 370 miliardi di dollari. È la prima volta nell’arco di 50 anni, che l’Italia supera il Giappone su base semestrale. Il Nikkei Asia fa notare che l’Italia si è classificata al quinto posto tra i maggiori esportatori mondiali nel periodo considerato, dietro Cina, Stati Uniti, Germania e Paesi Bassi. Il Giappone è sceso al settimo posto, a ridosso della Corea del Sud. Se si considera l’intero 2025, però le esportazioni giapponesi hanno comunque superato di poco quelle italiane.
Sui mercati valutari globali, il dollaro ha registrato un andamento positivo nei confronti dello yen, ma si è indebolito nei confronti dell’euro. Di conseguenza, le esportazioni giapponesi sono diminuite in dollari, mentre il valore di quelle italiane è aumentato.
Un ruolo importante in questa accelerazione l’hanno avuto le pmi, ovvero la diversificazione dei settori di punta fortemente concorrenziali. Il Giappone che ha sempre puntato molto sull’automotive (rappresenta il 17% del totale), ha risentito di più delle tariffe di Trump, trascinando quindi al ribasso il valore complessivo delle esportazioni. In Italia invece, sebbene ci siano marchi come Ferrari, Lamborghini e Stellantis, l’industria automobilistica rappresenta solo il 3% delle esportazioni che hanno altri settori trainanti con alti standard qualitativi come la farmaceutica, l’alimentare, i mobili e l’abbigliamento.
Il Nikkei Asia ricorda anche che siccome gran parte del made in Italy è destinato ad una clientela benestante, anche se i prezzi aumentano per effetto dei dazi, è poco probabile che la domanda diminuisca. Per l’unicità dei prodotti italiani, la clientela internazionale non bada a spese e non è certo il ritocco dei listini di qualche punto che rappresenta un disincentivo. Ecco alcune conferme: nei tre trimestri fino a settembre, le vendite del marchio di alta moda Prada sono aumentate del 9% su base annua, raggiungendo i 4,07 miliardi di euro (4,8 miliardi di dollari). Le esportazioni di prodotti alimentari italiani, come la pasta, hanno avuto un incremento del 4% su base annua nel periodo gennaio-novembre.
Il Nikkei Asia riconosce il carattere strategico delle piccole e medie imprese, che hanno attutito il colpo dei dazi dell'amministrazione Trump. Il magazine nipponico poi sottolinea che il solido sostegno del governo alle esportazioni delle piccole e medie imprese ha dato i suoi frutti.
Nell’ultimo decennio, le esportazioni italiane sono aumentate del 60%, superando la crescita del 18% del Giappone e del 34% della Germania. Nel passato uno yen più debole ha portato a una migliore competitività dei prezzi per le esportazioni giapponesi e all’espansione della quota di mercato all’estero, ma questa dinamica si è attenuata negli ultimi anni.
La valuta giapponese ora si scambia a circa 156 yen per dollaro, circa la metà del valore di 15 anni fa. Un altro elemento di debolezza è la delocalizzazione della produzione di numerose imprese nipponiche, per cui la debolezza dello yen ha contribuito meno all’incremento delle esportazioni.

