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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Un film sul golf come metafora di vita. Il tempo è ancora nostro segna l’esordio alla regia dell’attore Maurizio Matteo Merli, figlio di uno dei grandi protagonisti del poliziesco all’italiana anni Settanta, il commissario per eccellenza Maurizio Merli. A interpretarlo Mirko Frezza, che sembra anche lui uscito dalle atmosfere di quel cinema.
Ne Il tempo è ancora nostro interpreta un personaggio che sembra costruito a sua misura.
«Il personaggio, Stefano, non dico che mi rappresenta in pieno, però rappresenta il mondo da dove vengo. Maurizio mi parlava di questo film mentre lo scriveva, perciò credo che avesse già in mente me per quel ruolo».
Lei non mai avuto la passione del golf?
«Manco lontanamente. È stata una bella scoperta per me il golf, anche perché le 18 buche del film sono un percorso di vita. Il confronto del personaggio con il padre, interpretato da Andrea Roncato, mi rispecchia molto e mi ha lasciato dei punti di riflessione».
Con Il tempo è ancora nostro si trova proiettato nel mondo altolocato del golf.
«Penso che questo film abbia contribuito a sfatare il mito del golf come sport inaccessibile. Siamo stati quattro settimane a girare al Golf Club Terre dei Consoli e, ti dico la verità, segnarsi e comprare una sacca non è così più costoso di iscriversi in una palestra importante. Ho conosciuto lì persone di tutti gli strati sociali».
Dal mondo del golf proviene Ascanio Pacelli, coprotagonista del film.
«Durante le riprese Ascanio è migliorato molto. Quando ci siamo trasferiti nel campo da golf, in un ambiente che conosceva bene, si è sentito molto più sicuro. Ascanio è la persona più disciplinata del mondo ed è molto rispettoso e affabile».
Anche lei si messo a giocare a golf?
«Ci ho provato, tanto è vero che c’è un aneddoto carino. Nel film mi arrabbio con un giocatore, prendo la mazza, anzi il ferro, perché se lo chiama mazza si arrabbiano, per colpire la pallina e mandarla vicino alla buca. Mi hanno detto: “Provaci quando siamo in scena”, perché di solito un principiante la prima volta la pija, poi non la pija più, ovviamente».
Il colpo di fortuna del principiante.
«Ho detto da sborone: “Ma che state a di’?!”. Ho preso e non so dove ho mandato la palla. Tutti: “Bravo, bravo”. Poi quando siamo andati a fare la scena, non l’ho più presa. Ho colpito per terra, sono andato a vuoto, mi sono strappato! Il golf sembra una baggianata, ma c’è una tecnica, se no ti fai male. Non è il mio sport, io vengo dalla pallanuoto».
Come Nanni Moretti!
«Ho giocato per 12 anni a pallanuoto, sul Lungotevere, perché andavo a scuola al Convitto Nazionale».
Che c’entrava con il Convitto Nazionale?
«Io vengo da una scuola perbene! Ero convittore, dormivo là dentro. Ho frequentato dalla prima elementare fino alla seconda media. Mia madre mi voleva dare un’istruzione diversa di quella che si poteva avere in periferia. Io, invece, da bambino l’ho vissuta come un abbandono».
Perché è andato via in seconda media?
«Non ho finito le medie perché nel 1985 ci fu una lite: un professore diede uno schiaffo al figlio di un principe, con il quale eravamo come fratelli, per otto anni avevamo dormito vicino. Io reagii dando una sediata al professore e fummo espulsi sia io che il professore. Io ero già grosso e prendevo le difese di tutti».
Sembra l’incipit di un film dei fratelli Vanzina.
«C’era gente che veniva con l’autista, mio padre faceva il macellaro! Stavo proprio in un altro mondo, immagina Cristian De Sica quando fa finta di essere ricco, viene invitato sulla barca e arriva col calzino bucato».
Uno degli episodi di Fratelli d’Italia. Si sentiva così?
«Beh, io ero così. Durante le vacanze tornavo alla Rustica e vedevo una realtà diversa: lì si menavano, fumavano, giocavano a pallone, si scrategnavano tutti».
Dove si trovava meglio?
«Sicuramente in periferia, è più adatta a me. In periferia c’è tanta umanità: l’80% è gente che si spacca dalla mattina alla sera per sopravvivere alla giornata, non per risolvere la vita loro, perché le istituzioni sono assenti, in periferia se fanno vedere solo quando ci sono le elezioni. Questa è la realtà».
Come ne La banda del gobbo con Tomas Milian, per ricominciare è andato a lavorare al mattatoio…
«Mia moglie è rimasta incinta del terzo figlio quando avevo 42 anni e mi ha detto: “O cambi vita o io non porto avanti la gravidanza”. Avevo già due figlie. Le ho detto: “E che devo fa’ per cambià vita?”. “Devi lavora’!”. L’unico lavoro che potevano dare a un pluripregiudicato era il mattatoio. L’alternativa era la politica perché chi ha precedenti o fa il ministro o va a lavorare al mattatoio, no?».
Non è finito lì sulle orme di suo padre?
«Ci ho pensato quando lavoravo là: “Tutto quanto ritorna”. Papà mio nasceva come disossatore nel mattatoio, poi aveva aperto un paio di macellerie. Infatti mi ha detto: “Se ti avessi insegnato il mestiere, non stavi a passa’ la scopa, mo’ eri bravo a taglia’ la carne». Ma io mi ero tagliato veramente da ragazzo: tredici punti alla mano, allora mi ero tenuto alla larga».
Invece al cinema come ha cominciato?
«Un giorno ho incontrato un amico che mi ha detto: “Vuoi veni’ a lavora’ con me?”. “Dove?”. “Al cinema”. “E che vengo a fa’?”. “Il capogruppo. Devi strilla’ alla gente. Ti do 200 euro al giorno”. Sono andato a lavorare per Maurizio Cusano, che era specializzato in film americani, quindi ho partecipato a Angeli e demoni, Miracolo a Sant’Anna, Two Lives, Gangs of New York».
Era un momento d’oro per il cinema italiano.
«Un giorno stavo sul set della serie Roma, dovevo far passare delle bighe, ma c’era da spostare una macchina degli stuntmen che bloccava la strada. L’aiuto regista inglese mi strillava, ma io non capivo. “Vabbè, la sposto io ‘sta macchina”. Siccome era tutto il giorno che vedevo gli stuntmen che facevano un percorso a Cinecittà per una scena da preparare per 007, mi sono detto: “Mo’ la faccio pure io ‘sta pista”. Quando sono arrivato alla fine, mi sono incontrato davanti un omone, Gianluca Petrazzi».
Lo stuntman…
«Mi ha detto: “Ma tu chi sei?”. “Aho, non comincia’ a arrabbiarti, io dovevo sposta’ la macchina, mi sono fatto prenne dalla cosa, scusami”. “Vuoi venire a lavorare per me? Hai fatto il percorso in 40 secondi in meno dello stuntman!”. Così sono andato a lavorare con Petrazzi».
E da stuntman com’è diventato attore?
«Un giorno Petrazzi mi ha mandato sul set di Michele Soavi che girava Narcotici perché si era fatto male lo stuntman. Mi sono presentato: “Io so’ lo stuntman. Devo arriva’ co’ la macchina, prenne due botte d’entrata e mori’”. Soavi ha fatto segno di no: “E chi la fa morire una faccia così?”. Mi ha creato una parte sul momento, malgrado la serie fosse alla seconda stagione. Quando stavano finendo le riprese, mi ha detto: “Sei troppo bravo. Se firmo per una serie importante, porto pure a te, sei uno dei quattro protagonisti”. La serie era Rocco Schiavone, che mi ha portato molta fortuna».
Il film che le ha cambiato la vita è Il più grande sogno di Michele Vannucci.
«Michele era un allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia. Per diplomarsi doveva girare un cortometraggio con Alessandro Borghi, Nati per correre. Alessandro, che avevo conosciuto sul set di un film girato alla Rustica, 5 (Cinque) di Francesco Maria Dominedò, mi ha chiamato per il corto e ha raccontato a Michele la storia della mia vita e così è nato Il più grande sogno».
Nel film racconta la storia dell’associazione Casale Caletto. Quando l’ha creata?
«L’associazione già esisteva. Io sono andato lì per scontare una pena. Prima stava dentro a un garage. A un certo punto mi hanno candidato a diventare presidente del comitato. Ho vinto e ho detto: “Aho, voglio una scrivania”. Ho preso una struttura di 1.000 metri, dove oggi facciamo 1.700 pasti, 400 pacchi viveri, assistenza medica e legale. Abbiamo 22 ragazzi in affidamento ai servizi sociali».
Questo suo percorso particolare come lo vivono in famiglia?
«È stato molto emozionante quando i miei figli sono andati al cinema a vedere Il più grande sogno. Io sono rimasto fuori perché ero molto teso: “Ma non è che offendo qualcuno? Non è che adesso i miei figli vedono qualcosa che non sapevano?”. E invece quando sono usciti dalla sala, mi hanno abbracciato, come per dire: “Abbiamo capito che cosa hai passato e quello che hai fatto per noi”. Non è stato semplice uscire dall’altro mondo».
Il mondo di mezzo…
«Durante la pandemia sono rimasto senza lavorare per 26 mesi. Non avevo nemmeno il latte nel frigo. Il cinema si era bloccato. Mi sono detto: “Ma che cavolo mi ero messo in testa di fare?!”. A quarant’anni avevo aperto il mio primo conto in banca, avevo un mutuo, pagavo le tasse, c’era tutto un mondo diverso attorno a me. In quel momento di difficoltà mi hanno aiutato gli amici di un tempo: “Te li prestamo noi i soldi. Mirko, non torna’ indietro. Ti sei fatto un mazzo per cambiare e ora vuoi torna’ indietro?”. Ho ricominciato con un piccolo film horror, Tenebra di Antonello De Leo, e mi sono messo a fare anche il direttore di produzione per avere un paracadute. Da allora non mi sono più fermato. Se imparavo l’inglese, forse qualcosa in più potevo fare co’ ‘sta faccia».
Continua a frequentare i suoi compagni d’avventure dell’altra vita?
«Sempre, non li scordo mai. Sono i miei primi sostenitori, i miei primi fan, si atteggiano. Qualcuno sta pagando delle pene importanti e quando posso li aiuto. Certo, oggi li comprendo di meno quando parliamo di alcune cose, però ho capito perché: loro vivono ancora con l’orgoglio, che, come dice Vasco Rossi, “fa più morti del petrolio”. Io l’orgoglio l’ho proprio cancellato, non so manco più cosa sia. L’amore di mia moglie mi ha trascinato a poco a poco fuori da quel micromondo, dandomi una seconda possibilità. Mi sono trasformato perché ho visto che c’era qualcuno che mi voleva bene e al terzo figlio mi sono accorto de esse padre».
Con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è stato approvato in Senato il ddl Valditara sulle «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», con lo scopo di circoscrivere con saggezza l’ambito delicato e sensibile della sessualità a scuola, in modo da evitare debordamenti ed eccessi.
Si tratta di una vittoria di tutti coloro che danno uno sguardo critico verso l’ideologia del gender, l’iper-sessualizzazione dei bambini e i pericoli sempre presenti di «manipolazione culturale» nelle scuole italiane. Abbiamo sentito Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita e famiglia, l’associazione che da moltissimi anni si batte per una legge sul «consenso informato».
Perché nel vostro comunicato avete parlato di «giornata storica»?
«Perché per la prima volta lo Stato riconosce per legge che i genitori hanno il diritto di sapere cosa viene detto ai loro figli in classe su temi intimi e delicati. Sono 13 anni che combattiamo per questo risultato. Tredici anni di convegni, affissioni, petizioni, audizioni parlamentari, segnalazioni di casi, denunce legali. Quasi 65.000 italiani hanno firmato la petizione che abbiamo formalmente depositato alla Camera e al Senato. Oggi quella legge esiste. Ringrazio il ministro Valditara per aver avuto il coraggio di ascoltare la voce di centinaia di migliaia di famiglie italiane e il governo Meloni per averne fatto una priorità».
Che cos’è, esattamente, il «consenso informato preventivo»?
«È uno strumento semplice e di buon senso. Prima che una scuola svolga attività extracurriculari legate alla sfera sessuale o affettiva, deve informare i genitori con almeno sette giorni di anticipo, fornendo i materiali utilizzati, i contenuti, gli obiettivi e i nomi degli eventuali esperti esterni. I genitori possono, quindi, decidere se autorizzare o meno la partecipazione del proprio figlio e la scuola deve garantire attività alternative. Nei plessi dell’infanzia e nelle primarie, queste attività sono vietate. È la Costituzione applicata: l’articolo 30 dice chiaramente che educare i figli è diritto e dovere dei genitori, non dello Stato».
Concretamente, cosa cambierà nelle scuole italiane?
«Cambierà che nessun attivista politico potrà più entrare in classe a parlare di identità di genere fluida, transizione sessuale o aborto come “diritto riproduttivo” senza che i genitori lo sappiano in anticipo e possano dire se va bene o no».
Non c’è il pericolo che lo studente escluso dal corso sia discriminato o messo in ridicolo?
«Sarebbe estremamente grave se avvenisse e investirebbe la responsabilità diretta dei docenti e dei dirigenti scolastici. La legge ha previsto, per gli studenti che non partecipano, attività formative alternative».
L’educazione sessuale nelle scuole non serve proprio a prevenire le violenze di genere e a superare i tabù?
«No, decenni di cosiddetta “educazione sessuo-affettiva” in altri Paesi d’Europa smentiscono questo luogo comune. Anzi, dove più si insiste con questo approccio si registrano maggiori abusi e violenze. Il problema è un altro: sotto l’etichetta “educazione sessuale” o “educazione affettiva” si sono infiltrati sistematicamente contenuti ideologici che nulla hanno a che fare con la prevenzione delle violenze».
A cosa servirebbe «l’Osservatorio permanente sul consenso informato» che reclamate dal governo?
«A garantire che la legge non venga aggirata, come diversi docenti, attivisti e politici, sui social annunciano già di voler fare. Serve un organo che monitori l’applicazione della norma. Come associazione, continueremo a farlo come abbiamo sempre fatto col nostro dipartimento Scuola, ma serve anche una risposta istituzionale strutturata».
Nonostante il pressing ostinato della senatrice Antonella Zedda (Fdi), la testimonianza resa in commissione Covid da Beppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto romano Spallanzani ed ex membro Cts in pandemia, ha convinto poco sotto il profilo della chiarezza e della trasparenza.
Il punto più critico dell’audizione ha toccato la vicenda della mancata validazione dei tamponi, dai quali dipendeva la libertà di circolazione degli italiani. Questa dinamica si è tradotta, tra il 2020 e il 2021, in un vero «sequestro burocratico» per centinaia di migliaia di cittadini asintomatici o clinicamente guariti.
«I tamponi», ha spiegato Zedda alla Verità, «prima di essere utilizzati dovevano essere valutati con marcatura CE e poi validati. L’ente a cui l’allora governo aveva assegnato il compito di effettuare questo iter sui tamponi era l’istituto Spallanzani. Nel corso di diverse sedute della commissione Covid ho chiesto a più auditi se questo compito fosse stato assolto dallo Spallanzani. Ebbene, le risposte che ho ricevuto sono state evasive, le più gettonate “non so” o “non era di mia competenza”. Giovedì lo abbiamo chiesto, di nuovo, al dottor Ippolito, il quale ci ha confermato in modo chiaro che la validazione non è stata effettuata dallo Spallanzani e ha affermato che la validazione non fosse necessaria», ha osservato Zedda, «ma questa è una risposta a sua discrezione e non secondo la normativa europea che invece prevedeva una previa validazione scientifica dei tamponi. Tuttavia, se anche avesse ragione Ippolito, cioè se non fosse stata necessaria, per quale motivo Giuseppe Conte e Roberto Speranza, il Gatto e la Volpe dell’epoca Covid, hanno scritto nero su bianco nelle ordinanze che i tamponi andassero validati e che a farlo dovesse essere lo Spallanzani? Delle due l’una: o il governo Pd-M5s, guidato da Conte, anche in questo caso, ha scelto senza ascoltare la scienza, oppure la validazione andava compiuta, come da norma, e di fatto sono stati processati sul popolo italiano più di 180 milioni di tamponi privi di lasciapassare scientifico. Dunque, in tal caso, la libertà degli italiani di poter vivere anche all’aria aperta, di poter uscire dall’isolamento coatto era appesa al responso di dispositivi non idonei. È un fatto gravissimo, che testimonia ulteriormente la gestione sgangherata dell’emergenza Covid da parte del governo Conte 2», ha concluso Zedda.
Sui monoclonali, la replica di Ippolito ha assunto i toni della sfida. La commissione Covid sta investigando sulle 10.000 dosi di anticorpi offerti, a ottobre 2020, dalla multinazionale Eli Lilly tramite il virologo Guido Silvestri della Emory University di Atlanta, rifiutate dall’Italia con la motivazione formale che mancava ancora l’approvazione dell’agenzia europea del farmaco Ema. «Cacciate le carte!», ha urlato in aula l’ex Ds dello Spallanzani negando l’accusa di presunto «killeraggio» contro i monoclonali e respingendo l’idea di poter essere accusato sulla base delle testimonianze, per quanto reiterate, di Silvestri: «Il dottor Silvestri può dire ciò che vuole, lo posso anche denunciare», ha provocato Ippolito. È però agli atti una email del 30 ottobre 2020 in cui il virologo si lamentava esplicitamente con Ranieri Guerra e Gianni Rezza del «comportamento di Giuseppe Ippolito» e, citando Andrea Antinori, della «assurdità delle sue obiezioni scientifiche» (Ippolito, in audizione, le ha definite «perplessità») dato che «questo sabotaggio poteva favorire un certo business».
Il business in effetti c’era: l’ente privato Toscana life sciences (Tls), creatura del Pd e di Montepaschi, si aggiudicò tra il governo Conte e il governo Draghi un investimento dello Stato del 30% delle sue quote per 15 milioni di euro, per produrre qualcosa che un’altra azienda aveva offerto, mesi prima, gratis. Senza contare che «Tls all’epoca non sapeva neanche da chi farli produrre, i monoclonali», ha confermato lo stesso Ippolito. E negli stessi mesi in cui le autorità sanitarie coordinate da Speranza temporeggiavano anche semplicemente sull’uso degli antinfiammatori e del cortisone (rappresentava una possibile utilità», ha confermato anche Ippolito), in Italia morivano tra le 23.000 e le 25.000 persone. Per non parlare del danno erariale, perché le dosi di monoclonali furono poi acquistate dallo Stato a caro prezzo.
Lo scontro politico si è acceso dopo le dichiarazioni della senatrice Pd Ylenia Zambito, inciampata in un palese scivolone informativo: l’esponente dem ha infatti affermato che il quotidiano La Verità sarebbe di proprietà del senatore leghista Antonio Angelucci. Zambito ha negato l’esistenza di rapporti con Tls, sorvolando però sul suo attivismo a tutela dei progetti scientifici guidati da Rino Rappuoli (direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena e coordinatore del Mad lab - Monoclonal antibody discovery - presso Tls). La parlamentare ha contestato i ritardi nei finanziamenti destinati a farmaci (vaccini e monoclonali) sviluppati da Rappuoli, figura di riferimento del distretto biomedico toscano di area Pd, tra Siena e Pisa (ateneo, quest’ultimo, dove Zambito insegnava), la cui attività si è spesso incrociata nel tempo con le amministrazioni dem. Si aggiunge inoltre la sua partecipazione a simposi su farmaci e biotecnologie che vedono il pieno coinvolgimento dell’ecosistema scientifico di Tls.
Colpita da una raffica di aspre critiche, va a fondo la riforma per la medicina generale voluta dal ministro della Salute. L’ennesimo flop di Orazio Schillaci si traduce in un nulla di fatto per le oltre 1.000 Case di comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr e che devono essere a regime entro l’estate, ma ancora non si sa con quale personale.
Le parole del sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, erano state un chiaro segnale dell’affossamento: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare medici di famiglia e pediatri di libera scelta dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione, confermando l’obiettivo di rendere operative le Case di comunità, anello fondamentale per ottenere una sanità territoriale sempre più capillare e a misura di cittadino e per proseguire con forza il lavoro di riduzione delle liste d’attesa, valorizzando i buoni risultati ottenuti dal governo Meloni», aveva dichiarato a metà maggio. L’intesa tra sindacati, ministro e presidenti delle Regioni non è mai stata raggiunta e quella riforma, che avrebbe dato un senso al mandato di Schillaci (travolto più da accuse di inefficienza che da apprezzamenti), rischia invece di essere il suo più macroscopico fallimento.
Il ministro della Salute ha voluto intervenire sull’autonomia e il ruolo dei medici di famiglia, scatenando un duro confronto politico e sindacale. Sotto attacco è il cuore del provvedimento, il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. Medici di medicina generale che possono continuare a operare in convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), però con regole riviste, oppure scegliere la dipendenza pubblica fermo restando che anche i convenzionati devono garantire una presenza nelle Case di comunità, con un impegno minimo settimanale.
La disciplina convenzionale nazionale ipotizzata prevede, infatti, lo «svolgimento di una quota programmata di attività nelle Case della comunità», con una remunerazione pure riformata, rispondente alla «necessità di una tariffa nazionale per assistito e di una revisione complessiva dei criteri di remunerazione sia per i medici del ruolo unico sia per i pediatri di libera scelta, al fine di rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale». «È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa», l’ha definita Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Aveva aggiunto: «Il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia, è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti».
Snami, il sindacato nazionale autonomo medici italiani, aveva detto «no a un ruolo unico che indebolisce la convenzione e no a un modello che trasformi il medico di famiglia in un prestatore orario dentro le Case della comunità».
Erano solo alcune, delle critiche contro una riforma pensata da Schillaci d’intesa con la Conferenza delle Regioni. Ieri, Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), che aveva preannunciato uno sciopero in mancanza di intese raggiunte, ha detto che «la riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Ssn» e che «se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».
In una nota, infatti, si è fatto sentire anche il dipartimento Sanità della Lega, dichiarando di aver «sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case della comunità». La Lega aggiungeva: «Da oltre due anni abbiamo depositato al Senato un disegno di legge concreto e pragmatico che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini, ridurre drasticamente la burocrazia che grava sui professionisti e rafforzare l’assistenza territoriale di base, evitando così di intasare ulteriormente gli ospedali. Crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi che rischiano di lasciare vuote le strutture finanziate dal Pnrr».
Lo scorso mese il ministro affermava: «Dobbiamo dare ai cittadini una sanità più moderna e più vicina», dichiarandosi fiducioso in un esito positivo degli incontri con le organizzazioni sindacali. «Spero in un rapido e sereno confronto su una riforma che è attesa da tempo», si augurava Schillaci. Nulla di fatto, la riforma si è arenata. «Non è stata fatta alcuna azione di lobbying da parte della categoria», ha tenuto a precisare Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi), «semplicemente è prevalso il buonsenso». Per Onotri la posizione dei mmg è chiara: «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi».

