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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Il sistema italiano di tutela minorile presenta criticità strutturali rilevanti, soprattutto nella gestione dei sospetti di abuso o maltrattamento, fondate su indicatori deboli, isolati o interpretazioni soggettive di comportamenti infantili, come la produzione grafica. In numerosi casi documentati, l’intervento dei servizi sociali e dell’autorità giudiziaria minorile si è tradotto in misure drastiche e irreversibili, quali l’allontanamento immediato del minore dal nucleo familiare, con conseguenze traumatiche gravi e durature, successivamente riconosciute come ingiustificate.
L’interpretazione dei disegni infantili rappresenta uno degli ambiti più problematici. La letteratura scientifica in ambito psicologico e neuroevolutivo concorda nel ritenere che un unico disegno del bambino non possa essere considerato un indicatore probatorio isolato di abuso sessuale o maltrattamento. I contenuti grafici infantili sono il risultato di un complesso processo di interiorizzazione di stimoli ambientali, culturali e mediatici. I bambini crescono immersi in un flusso continuo di immagini provenienti da televisione, cinema, pubblicità e dispositivi digitali; tali immagini, spesso a contenuto sessualizzato, possono essere assorbite inconsciamente e rielaborate in forme espressive prive di consapevolezza semantica.
In una società che produce e distribuisce materiale pornografico su scala industriale, senza efficaci meccanismi di filtro o censura, l’esposizione accidentale dei minori a contenuti espliciti è un evento statisticamente plausibile. Il bambino entra nella stanza dove il nonno o il fratello maggiore sta guardando un porno in una società che produce i porno e non ne permette la censura. Il porno è in questo momento la maggio industria di intrattenimento mondiale. Vede una scena appunto pornografica e ne resta sconvolto. Il guardatore di porno se ne accorge e gli raccomanda di non dire niente. Il giorno dopo a scuola il ragazzino fa un disegno che rappresentala scena che ha visto, e che lo ha sconvolto, la maestra è scandalizzata.
A quel punto lui si ricorda che gli è stato raccomandato di non dire niente e dice: «Oh, no, non dovevo dire niente». In un Paese normale si convocano la madre e il padre e si cerca di capire cosa è successo. In Italia il bambino potrebbe non tornare a casa, essere consegnato ai carabinieri e poi in una casa famiglia. L’osservazione occasionale di una scena pornografica può generare turbamento emotivo e lasciare tracce mnestiche che emergono successivamente sotto forma di rappresentazioni grafiche. Tali rappresentazioni, se considerate isolatamente e fuori contesto, non consentono alcuna inferenza attendibile circa l’esistenza di abusi reali.
Le linee guida internazionali in psicologia forense stabiliscono che i disegni infantili acquisiscono eventuale valore clinico solo se inseriti in una valutazione longitudinale, basata su ripetitività tematica, persistenza nel tempo, coerenza con altri indicatori comportamentali e osservazioni condotte in ambienti emotivamente stabili e non coercitivi. L’uso di un singolo disegno come trigger per l’attivazione di procedure invasive costituisce una violazione dei principi di proporzionalità, prudenza e minimizzazione del danno. Ciononostante, la prassi operativa in diversi casi italiani ha seguito una logica opposta.
Episodi come quelli avvenuti a Basiglio (2008-2011), Ceccano (2020) e altri casi analoghi dimostrano come il sospetto iniziale, spesso basato su segnalazioni scolastiche non verificate, abbia condotto all’applicazione dell’art. 403 del codice civile con allontanamenti immediati e coatti. In tali circostanze, forze dell’ordine e assistenti sociali sono intervenuti nelle abitazioni familiari senza un adeguato accertamento preliminare, determinando la separazione traumatica dei minori dai genitori. Le successive assoluzioni con formula piena dei genitori coinvolti attestano l’infondatezza delle accuse iniziali, ma non riparano i danni psicologici subiti dai bambini.
L’allontanamento forzato costituisce un trauma acuto: la letteratura neuroscientifica evidenzia come la separazione improvvisa dalle figure di attaccamento possa provocare congelamento emotivo, disregolazione affettiva e alterazioni persistenti dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Tali esiti aumentano il rischio di psicopatologie, disturbi psicosomatici e, secondo alcuni studi, anche di patologie degenerative nel lungo periodo. Il caso di Angela, avvenuto nel 1995, rappresenta uno degli esempi più emblematici. Un disegno interpretato soggettivamente come simbolo sessuale, senza alcuna verifica interdisciplinare, ha innescato una procedura di sottrazione immediata della minore dal contesto familiare.
Gli interrogatori prolungati e suggestivi condotti in stato di forte stress emotivo hanno favorito la costruzione di false memorie, fenomeno ampiamente documentato in psicologia cognitiva. La condanna in primo grado del padre, seguita dall’assoluzione in appello, non ha impedito l’adozione definitiva della bambina da parte di un’altra famiglia, rendendo irreversibile la frattura affettiva originaria. Dal punto di vista logico-giuridico, l’operato delle istituzioni appare incoerente. In presenza del sospetto che l’autore dell’abuso sia uno dei genitori, la misura meno invasiva e più razionale sarebbe l’allontanamento cautelare del presunto responsabile, mediante divieto di avvicinamento, lasciando il minore nel proprio ambiente di vita. Questa soluzione ridurrebbe drasticamente il trauma, eviterebbe l’inquinamento mnestico e non comporterebbe costi economici per l’erario, a differenza dell’inserimento in comunità o famiglie affidatarie retribuite.
La scelta sistematica della rimozione del minore sembra invece fondata su presupposti ideologici: la presunzione implicita di colpevolezza del padre, la presunta collusione o inadeguatezza della famiglia e la sfiducia nella sua capacità di gestire la situazione. Quando ci sono prove certe di abusi gravi, il bambino deve essere allontanato: per inciso in questi casi i bambini vedono l’allontanamento come una liberazione. I bambini non sono scemi. Quando il bambino piange e urla che vuole andare dalla mamma, che vuole che mamma vada a prenderlo, è il caso di starlo a sentire. Ove si sospetti che il bambino sia abusato da, per esempio il padre, il bambino resta dove è e fino a quando le indagini non sono completate, e con grandissima discrezione, con una qualche scusa lavorativa, si allontana il padre con divieto di avvicinamento. Non ci sono traumi. Se è un errore, come spesso è, i bambini non subiscono traumi. Non costa un centesimo all’erario.
Vedo l’orrore davanti a questa proposta sulla faccia di assistenti sociali e psicologhe. Ma lasciando il bambino dove è lo si espone a inquinamento del ricordo: sicuramente la mamma o altri si precipiteranno a dirgli che no, non è vero, ha capito male, e così via. Questo timore si basa su due pregiudizi : il padre è sicuramente colpevole, la famiglia è sicuramente collusa, e se anche non fosse collusa, è incapace di affrontare la situazione e farà pasticci. Nella realtà, la famiglia nella maggioranza dei casi vuole bene al bambino, è perfettamente in grado di capire se riceve spiegazioni chiare e logiche su come si deve comportare. La famiglia deve essere sostenuta, tutti i suoi membri devono essere inseriti in un programma serrato di colloqui, sia per appurare la verità, sia per indicare come sostenere il bambino. Anche nel caso che qualcuno cerchi di influenzare il bambino, di «tappargli la bocca» con promesse o minacce, è molto più facile arrivare alla verità senza allontanare il bambino.
Paradossalmente, è proprio l’allontanamento forzato a creare le condizioni per la contaminazione del ricordo e la suggestione, poiché il bambino, isolato e terrorizzato, diventa estremamente vulnerabile a pressioni e narrazioni indotte. È pertanto necessario un intervento normativo urgente che introduca responsabilità civili e penali effettive per assistenti sociali e magistrati in caso di decisioni manifestamente infondate o negligenti. Deve essere garantita in ogni fase la presenza dell’avvocato della famiglia e devono essere rigidamente applicate le regole del colloquio forense con minori, che escludono interrogatori coercitivi, ripetitivi e suggestivi. La tutela del minore non può coincidere con la distruzione preventiva della sua famiglia. Uno Stato che si proclama garante dei diritti dell’infanzia non può continuare a finanziare e legittimare pratiche che producono traumi irreversibili su basi probatorie fragili e interpretazioni soggettive. La protezione autentica passa attraverso prudenza, competenza scientifica, proporzionalità dell’intervento e rispetto rigoroso del principio di non nuocere.
Ventuno anni fa, la prima puntata. Senza il traino dei social, di un Internet che, spesso, rende immenso anche quel che non meriterebbe di essere tale.
The Office, scritta, fra gli altri, dal sempiterno Ricky Gervais, ha debuttato nel 2005, senza poter contare su altro all'infuori di sé. E tanto è bastato. La serie televisiva, andata avanti per nove stagioni, ciascuna iconica quanto la precedente, ha saputo utilizzare il microcosmo di un ufficetto di periferia per raccontare magistralmente le storture di ogni ambiente professionale: la tracotanza di un capo incompetente, convinto, però, di essere geniale e brillante, le antipatie fra colleghi costretti a condividere la scrivania, l'ingerenza via via crescente di dinamiche parapolitiche, l'insoddisfazione, gli espedienti, i tentativi di cambiare rotta. Poi, nel 2013, dopo aver lanciato Steve Carell, l'incompetente senza cognizione di causa, è finita. E, ventuno anni dopo, s'è pensato di farla rivivere
The Paper non nasce come revival, ma come spin-off: una serie a sé stante, che con The Office condivida, però, lo spirito e lo stile. E, soprattutto, la troupe creativa. Lo show, che per l'Italia debutta il 26 gennaio, nella prima serata di Sky, è stato ideato da Greg Daniels, lo stesso che a suo tempo si è occupato di The Office. A cambiare, dunque, è stata solo la trama, non l'impianto, non l'intenzione.Il Midwest ha soppiantato l'ambientazione originale, la redazione di un quotidiano locale, il Toledo Truth Teller, ha preso il posto della Dunder Mifflin Paper Company. Steve Carell è sparito, dov'era lui è comparsa Sabrina Impacciatore, nuova diva delle produzioni a stelle e strisce. L'attrice, la cui performance in The White Lotus ha mandato in visibilio la critica statunitense, è stata scelta come protagonista. Una caporedattrice psicotica, con tendenze manipolatorie e ambizioni più grandi di quelle che il suo talento potrebbe e dovrebbe sostenere. Esmeralda Grand ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, nella redazione del Toledo Truth Teller. Ma l'arrivo di un nuovo collega, suo parigrado, l'ha costretta ai margini. Qualcun altro avrebbe scelto al suo posto, qualcun altro avrebbe gestito il potere. Il tutto, all'interno di un giornale morente, simbolo di una professione agonizzante.
The Paper, connessa all'originale attraverso la presenza di alcuni personaggi storici, è la cronaca quotidiana di un mestiere in via d'estinzione, perpetrato da gente senza più speranze né risorse: giornalisti per ideologia, lontani anni luce dalla realtà che vorrebbero raccontare. Da guardare come The Office, ridendo della risata amara di chi non può che riconoscere e condividere quel che lo schermo mostra.
Il Tribunale civile di Bari ha emesso una delle decisioni più pesanti nella partita post-crac della Banca Popolare di Bari (oggi BdM Banca): l’istituto è stato condannato al risarcimento per circa 122 milioni di euro ritenendo colpevoli Marco Jacobini (all’epoca presidente), il figlio Gianluca Jacobini (ex vicedirettore generale), altri ex amministratori e sindaci e la società di revisione Pwc.
Secondo le ricostruzioni riportate dalle principali testate locali e nazionali, la posizione dei due Jacobini è centrale anche sul piano quantitativo: potranno essere chiamati a rispondere fino a 109 milioni, mentre tra i condannati figura anche l’ex amministratore delegato Giorgio Papa.
Il fulcro della responsabilità economica individuata dal collegio ruota attorno all’operazione legata al Gruppo Maiora, esposto verso l’istituto per circa 160 milioni. Per i giudici, la gestione di quel dossier sarebbe riconducibile in via esclusiva ai Jacobini e a Papa, senza un’effettiva azione di contenimento da parte del nuovo consiglio di amministrazione nominato dopo l’ispezione del 2018, definita dalla sentenza come una «debole iniziativa».
La decisione fotografa un rapporto con la controparte imprenditoriale giudicato «duraturo» e soprattutto opaco sul piano informativo: le cronache riferiscono di «distorsioni informative»
e «occultamento dei dati» ai consiglieri non esecutivi, in un contesto di prassi operative considerate patologiche nella gestione del credito, con un ruolo chiave del Comitato credit coordinato da Gianluca Jacobini e la presenza del padre Marco, con il consenso dell’amministratore delegato.
Più in generale, il Tribunale collega la rovinosa fotografia patrimoniale emersa con l’amministrazione straordinaria del 2019 a prassi imprudenti nella concessione di fidi e a tecniche contabili finalizzate a rappresentare come meno rischiose esposizioni che, nei fatti, lo erano molto di più.
La sentenza, sul piano civile, alza anche l’asticella della responsabilità anche lungo la catena dei controlli, includendo sindaci e revisori. È un passaggio che pesa non solo per l’ammontare riconosciuto molto elevato, ma perché cristallizza in sede giudiziaria un impianto accusatorio preciso costituito da scelte creditizie concentrate, governance debole e informazione interna distorta.
Nel dettaglio, la ripartizione massima indicata nelle cronache vede condannati al risarcimento Marco e Gianluca Jacobini fino a 109 milioni; Giorgio Papa fino a 42 milioni; un gruppo di ex consiglieri a fino a 24 milioni complessivi; Vincenzo De Bustis fino a 3,4 milioni (per una specifica operazione) e il collegio sindacale fino a 4,5 e 3 milioni (a seconda delle posizioni). C’è poi il ruolo del colosso PwC, condannato al pagamento per circa 2,5–2,7 milioni.
«La recentissima sentenza del tribunale civile di Bari di condanna al risarcimento dei danni di quasi tutto il cda della ex Popolare di Bari nel 2015/2018, conferma ancora una volta il diritto dei 70.000 soci a essere anch’essi ristorati», fa sapere una nota congiunta delle associazioni AssoAzionistiBPB e Comitato indipendente azionisti Bpb. «Quest’oggi (ieri, ndr)», prosegue il comunicato, «ancor più forte è la necessità di risarcire anche gli incolpevoli 70.000 soci della Popolare che hanno visto azzerati il i loro investimenti. Un onere questo che deve caricarsi la banca o lo Stato, proprietario della banca».
Intanto, sempre in tema di dissesti bancari, arriva una notizia sul tema della liquidazione in corso di Veneto Banca. Tra le poche opere d’arte in arrivo dalla banca finita a gambe all’aria nel 2017 e acquisita per un euro da Intesa Sanpaolo, c’è un quadro che potrebbe essere della scuola di Tiziano Vecelio, il pittore del Cinquecento massimo esponente della scuola veneziana. L’asta sul dipinto è stata bloccata dalla Sovrintendenza e si attende l’attribuzione definitiva «che potrebbe fare schizzare in alto il valore» hanno spiegato in settimana, in audizione in Senato, due dei tre commissari liquidatori della Banca. Nel patrimonio della liquidazione ci sono anche dipinti, stampe, vetri antichi e lampadari di Murano.
Era il 24 febbraio del 2025 e il premier, Giorgia Meloni, incontrava a Palazzo Chigi il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il capo del governo descriveva l’incontro come una «giornata storica», come «la prima visita di Stato» dell’Emiro di Abu Dhabi nel Belpaese. Evidenziava la firma di 40 intese bilaterali, facendo capire però che il meglio dovesse ancora arrivare: siamo nel pieno di un «work in progress», perché dei partner potenzialmente lontani hanno deciso di «condividere un importantissimo pezzo del loro cammino insieme».
Quelle che un anno fa potevano sembrare delle dichiarazioni «pompose» e di «circostanza», le iniziamo a capire meglio solo adesso. O meglio le capiremo meglio tra qualche settimana (aprile-maggio) quando verrà presentato il nuovo piano casa che vedrà coinvolta la nostra Cassa Depositi e Prestiti con alcuni dei principali fondi internazionali compreso, come anticipato dal Messaggero, Mubadala, la società statale degli Emirati Arabi Uniti.
Sotto la regia di Confindustria, che dovrebbe avere un ruolo consultivo anche nell’individuazione delle aree geografiche dove realizzare il progetto, si prevede infatti di creare nei prossimi 10 anni circa 100.000 abitazioni, tra strutture familiari e immobili di piccolo taglio, che potrebbero coinvolgere tra le 250.000 e le 300.000 persone.
L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere a prezzi calmierati tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà o difficoltà, non riesce ad acquistare casa. E dall’altra fare da argine all’impazzimento dei costi nelle città a più alta densità lavorativa (da qui l’importanza del ruolo di advisor di Confindustria). Parliamo di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze, Napoli ma non solo. Perché nel progetto che comunque è ancora in fieri dovrebbero entrare anche centri di media dimensione.
Centrale il coinvolgimento dell’associazione degli industriali e del presidente Emanuele Orsini che avrebbe avuto un ruolo importante nell’individuare in Mario Abbadessa l’uomo giusto per portare avanti un piano che prevede forti agganci con gli investitori internazionali. E chi meglio del manager che arriva da 10 anni alla guida di Hines, una nella principali società immobiliari al mondo?
Come senior managing director & country head Hines Italy, Abbadessa ha chiuso operazioni per circa 10 miliardi di euro con un focus importante su studentati, abitazioni per anziani, giovani coppie e logistica urbana. Milano l’epicentro, ma anche Bologna, Firenze e da poco Roma con un’attenzione particolare ai data center per l’Ia. Insomma la figura ideale anche per i rapporti con fondi internazionali e fondi pensione che potrebbero essere centrali nel progetto per la casa con Cdp. Tanto per capirci, nel capoluogo lombardo il colosso immobiliare americano ha gestito la riqualificazione della Torre Velasca e la rigenerazione dell’ex Trotto di San Siro con la costruzione di circa 700 appartamenti a canone convenzionato che copriranno circa 3.000 persone.
Il nuovo progetto prevede la nascita di un fondo immobiliare chiuso costituito da Cdp, Mubadala Investment e altri soggetti che sono in procinto di siglare accordi vincolanti. Il capitale iniziale raggiungerà quota 10 miliardi e con la leva (cioè l’indebitamento) raddoppierà a quota 20.
Nonostante il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, si tratta di un progetto che avrà un preponderante coinvolgimento dei privati. Di Mubadala si è detto, ma chi è vicino al dossier evidenzia come ci siano diversi investitori internazionali con lo stesso standing del fondo sovrano degli Emirati Arabi che contribuiranno con risorse molto rilevanti.
E qui torniamo al ruolo fondamentale del presidente del Consiglio nell’intrecciare relazioni internazionali che hanno creato un rapporto di fiducia con interlocutori che non sempre hanno visto nell’Italia un partner amico.
Da chiarire che il progetto che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti e il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti non ha nulla a che vedere con il famoso piano casa di cui più volte ha parlato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che invece sarà finanziato soprattutto con fondi pubblici e punterà su quella che viene definita edilizia popolare.
Parliamo di due strategie che viaggiano in parallelo e che avranno anche target ed evidentemente protagonisti differenti.

