content.jwplatform.com
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Sul palco della Triennale di Milano, dove si è svolta la presentazione del report Your Milano Next 2026, il presidente del Senato è intervenuto nel dibattito sulla costruzione del nuovo impianto milanese: «Quello nuovo sarà uno spazio moderno che servirà a Milan e Inter. L'altro sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto. È così bello che io me lo terrei per tutta la vita».
A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
Lo Stato italiano lo aveva preso per un falso invalido. Oggi, al termine del processo, si scopre che era un falso... «valido». Ma c’è sempre qualcosa che non va nell’incredibile storia di questo imprenditore pakistano accusato di aver truffato l’Inps fingendosi cieco. «Guidava il Suv», dimostrarono le Fiamme gialle. Alla fine si è capito che cieco lo era davvero: nessun truffa alle casse pubbliche, ma più di qualche interrogativo sulla sua prontezza alla guida.
I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
Presidente Alberto Stefani, lavoro e sociale sono due delle priorità dei suoi primi 100 giorni da governatore del Veneto. Sono passati oltre due mesi dal suo insediamento. A che punto siamo con le promesse?
«Prima del voto, durante un dibattito su una tv locale, mi è stato chiesto di firmare un patto con i veneti: cinque obiettivi da realizzare nei primi sei mesi. I mesi passati dall’insediamento sono poco più di due, ma tre obiettivi sono già stati raggiunti. Istituzione di un assessorato al sociale, indipendente da quello alla sanità, convocazione di un tavolo antiburocrazia con aziende e associazioni e il consiglio regionale della sanità, che è in arrivo insieme ai nuovi direttori generali delle Ulss venete. C’è poi un altro traguardo di cui sono molto orgoglioso e per cui ringrazio la mia giunta: aver sbloccato 50 milioni per il piano casa regionale e 28 per opere contro il dissesto idrogeologico e per la resilienza idrica, grazie alla riprogrammazione di alcuni fondi europei».
Un piano casa regionale?
«Sì, un social housing a favore di alcune particolari categorie di lavoratori, che non trovano spazio nelle graduatorie Erp, dove conta solo l’Isee. Il Veneto ha bisogno di medici, infermieri, personale sanitario, di ricercatori, di operai specializzati a cui serve una casa a prezzi ragionevoli».
In questi giorni ha dato un’accelerata all’autonomia differenziata. Cosa può portare a casa il Veneto prima delle Politiche?
«In prima istanza parliamo di materie non lep. Protezione civile, professioni e previdenza complementare e integrativa. Inoltre, si lavora su una materia Lea: la tutela della salute. Aggiungo un aspetto, però. L’autonomia, intesa come gestione delle risorse e delle scelte nei territori, si raggiunge anche in altri modi. Se in Veneto avremo una holding autostradale regionale, il merito è di un emendamento, approvato nel 2021, con un governo di sinistra. Per questo ho dato piena disponibilità di dialogo a tutti i parlamentari ed europarlamentari eletti in Veneto. Se c’è da fare qualcosa di buono per il Veneto, io parlo con tutti».
Nei giorni scorsi ha convocato un tavolo interistituzionale di centrodestra. E qualcuno ha già parlato di lobby veneta. Come funziona?
«Lobby è un termine equivoco. Squadra Veneto rende meglio l’idea. Il punto è che la nostra Regione deve contare di più dove serve. In Parlamento, in Europa, sui tavoli dove si prendono decisioni importanti. E per farlo deve parlare con una voce sola, forte, autorevole. Per questo ho riunito tutti i rappresentanti del centrodestra, eletti nelle varie articolazioni istituzionali e chiesto loro di lavorare insieme a dei progetti di legge o, come dicevo, a semplici emendamenti. È un sogno che possiamo realizzare: il Veneto che fa squadra e va a Roma o a Bruxelles, a testa alta, senza fare sconti a nessuno».
Lei ha 33 anni, una carriera lampo: sindaco, leader della Lega in Veneto, parlamentare e ora successore di Zaia. Molti suoi coetanei, magari anche laureati, però alla sua età vivono ancora con i genitori per gli stipendi non eccezionali. Come si fa a non emigrare e rimanere in Italia in queste condizioni?
«I giovani cercano stipendi adeguati, ma non solo. Per trattenerli sul nostro territorio dobbiamo offrirgli condizioni materiali adeguate e la possibilità di sognare. Il piano casa su cui stiamo lavorando mira a questo, insieme a nuove opportunità per le imprese che offrono welfare aziendale. Poi c’è il resto: studenti, ricercatori, professionisti, innovatori hanno bisogno di sapere che, rimanendo in Veneto, potranno realizzare le loro aspirazioni e crescere professionalmente. Il Tavolo con le università venete, inaugurato qualche settimana fa, avrà anche questo obiettivo. Insieme alle aziende e al tessuto produttivo locale, servirà a moltiplicare opportunità di carriera per chi studia in Veneto. Aggiungo un’altra novità, appena licenziata dalla giunta. Nel nuovo bando per le startup abbiamo aggiunto un criterio: saranno favorite le aziende che assumono laureati negli atenei veneti».
A proposito di Zaia. Come sono i rapporti con il presidente del Consiglio regionale? Le dà consigli?
«Siamo amici, ci vediamo spesso anche fuori “dal palazzo”. E, certo, mi dà buoni consigli».
Lei sta recitando un ruolo istituzionale quasi sotto le righe. È una impressione o una strategia?
«Io faccio il presidente di Regione. E lo faccio restando me stesso, cioè a modo mio, come ho fatto il sindaco e il parlamentare: studiando, lavorando, ascoltando le persone e gli amministratori. Mi rendo conto che questo non è l’unico modo di svolgere un incarico, ma certamente è quello che mi viene più naturale».
Zaia secondo lei potrebbe diventare anche leader politico nel partito dopo una vita da amministratore?
«Luca ha capacità e visione per fare qualsiasi cosa. Detto questo, il segretario della Lega c’è già e si chiama Matteo Salvini».
E Vannacci? Secondo lei l’uscita del generale dalla Lega farà bene al partito o, visti i primi sondaggi, costringerà Salvini a rincorrere?
«Sicuramente farà chiarezza e questo fa bene alla Lega, a tutto il centrodestra e agli elettori. Poi, ripeto un detto latino. Extra Ecclesiam nulla salus. Che nel nostro contesto significa: storie brevi hanno vite politiche brevi».
Lei e Vannacci non siete mai andati d’accordo. Tanto che in campagna elettorale non è neppure venuto in Veneto. Avete anche un modo diverso di comunicare. Lui aggressivo, lei più posato. Pensa che funzionerà?
«L’ho detto sin dal primo giorno: non attaccherò mai i miei avversari, non rispondo a critiche inutili, ma resto disponibile nei confronti di tutti per risolvere questioni concrete. Ai cittadini non interessano slogan e siparietti, ma risposte serie a problemi seri. Le faccio un esempio».
Prego.
«Nella prima seduta di Consiglio regionale ho chiesto alla maggioranza di sostenere un progetto di legge presentato dall’opposizione, sui caregiver. Perché su certi temi non esistono risposte di destra o di sinistra. Ma solo soluzioni a cui lavorare insieme».
Funzionerà?
«Io credo di sì».
Ma come dovrebbe essere la Lega del futuro? Dopo la svolta «nazionale», con Salvini al Viminale, si è arrivati al 34%. Poi il calo… Si possono recuperare consensi? Puntando su quali temi?
«L’obiettivo di chi fa politica e, soprattutto, amministrazione pubblica, non può essere il consenso. Deve essere, piuttosto, dare risposte ai cittadini, affrontando le sfide che la realtà pone davanti, con coraggio e visione. Se un politico vince le sfide, poi gli elettori lo premiano. Non me ne faccio nulla di un consenso basato sulla simpatia o magari raggiunto tenendosi lontani dai problemi».
Fedriga, Fontana, Fugatti… i suoi vicini di Regione sono tutti presidenti leghisti. Si riparte dal Nord, come ha indicato Zaia già qualche mese fa?
«Si riparte dai territori e dell’amministrazione. Sempre. Perché è lì che si incontrano i cittadini e ci si confronta davvero con loro».
Quante volte sente Salvini?
«Lo sento spesso e voglio ringraziarlo perché sta aiutando il Veneto su tutti i dossier. Dalla creazione della holding autostradale, alla Romea, alla realizzazione del collegamento ferroviario tra Verona, l’aeroporto Catullo e il Lago di Garda, alla Valdastico Nord a tante altre partite cruciali per il Veneto. Grazie alla sua presenza al ministero, riusciremo a mettere in cantiere dei progetti che, negli anni, sono rimasti sulla carta».
E con Giorgia Meloni come sono i rapporti? Fdi puntava al sorpasso in Veneto alle Regionali, invece avete preso quasi il doppio voi...
«Giorgia Meloni è una leader internazionale, che sta portando in alto il nostro Paese. La stimo e le sono grato per la lealtà che sempre dimostrato nei confronti del Veneto. Poi, è pur vero che qui la Lega ha un radicamento maggiore rispetto a qualunque partito. Ma questo non ci impedisce di lavorare bene con i nostri alleati di Fratelli d’Italia».
Presidente, la vediamo poco in tv. Questione di poco tempo o è una scelta precisa?
«Lavoro tanto e quindi mi resta poco tempo per comunicare. Ma dovrò farlo di più. L’altro giorno ho partecipato a un talk in una rete locale, rispondendo alle telefonate da casa del pubblico. Qualcosa che nei salotti nazionali non si può fare. Ho dialogato con una signora che sta combattendo contro un cancro e ama scrivere. L’ho invitata a Palazzo Balbi, magari presenterà qui il suo libro».
Un’ultima domanda: le Olimpiadi diffuse sono state un successo. Cosa lasciano? Buchi di bilancio o garantiranno un flusso turistico per anni?
«Le Olimpiadi sono una vetrina internazionale per il territorio e per le sue aziende. Lasceranno in eredità opere pubbliche, impianti sportivi, ospedali e tecnologie sanitarie. Ma non sono tutto. Perché loro finiscono, ma il Veneto resta».
Flash mob, reazioni convulse per le indagini in corso, richieste di firme in difesa «dell’autonomia medica e del diritto alla salute», la Cisl che si unisce al coro degli indignati. Aumentano i toni allarmistici per l’inchiesta avviata dalla Procura di Ravenna nei confronti di sei medici, che avrebbero rilasciato certificati di non idoneità al rimpatrio a favore di extracomunitari.
I camici bianchi del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci sono indagati per aver dato parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. L’ipotesi di reato è falso ideologico continuato in concorso. I medici, secondo i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza, nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026 avrebbero consapevolmente firmato certificati incompleti o addirittura arbitrari per attestare la non idoneità all’espulsione, e ostacolarla.
Ieri si sono svolti diversi sit-in di solidarietà davanti a ospedali dell’Emilia-Romagna, con esibizione di cartelli e striscioni fuori misura. Da «Cpr uguale lager» a «Siamo sanitari, non gangster», la reazione del mondo sanitario della Regione rossa è stata spropositata. Sulla vicenda è intervenuta anche Emergency, con un post dal titolo La cura non è un reato dove si definisce la perquisizione e l’indagine «un grave attacco all’autonomia medica e al diritto alla salute garantito dalla Costituzione».
Il sindacato Cisl medici si è detto profondamente preoccupato: «Vogliamo ribadire con forza che l’atto medico ha come unico scopo la cura della persona e di conseguenza deve essere compiuto in totale autonomia e libertà». L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha ricordato che «le inidoneità certificate dai medici non sono “arbitrarie”, ma fondate su dati clinici».
Ovviamente, la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che già nel 2024 invitava i medici a non mandare i migranti nei Cpr, ha espresso «piena solidarietà ai colleghi indagati, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni di un sistema che vorrebbe la medicina asservita a discutibili decisioni politiche». Ne avessimo visto uno solo, di quei manifesti, in sostegno dei medici che agivano secondo scienza e coscienza nel curare dal Covid, non limitandosi a «Tachipirina e vigile attesa». Lo slogan urlato ieri «La cura non è reato», forse non valeva in emergenza sanitaria? Ci fosse stato solo un millesimo dello sdegno manifestato in questi giorni, per richiamare allora anche i diritti e doveri dei dottori a esentare dal vaccino persone che presentavano controindicazioni o erano dubbiose, forse la considerazione dei cittadini verso i medici non si sarebbe così incrinata.
La sinistra è unita nel contestare le indagini. A partire da Marco Montanari, medico oncologo ed ex consigliere comunale del Pd, che davanti all’ospedale di Ravenna ha letto una lettera in cui tra l’altro affermava: «Il giorno in cui ho scoperto di dovere rendere conto alla giustizia, ho vacillato». Lo stesso medico si era lamentato con Il resto del Carlino: «Poi ci sono state perquisizioni domiciliari. Il tutto con modalità che solitamente si riservano a chi è sospettato di aver commesso reati violenti».
Le perquisizioni furono fatte anche nelle case di medici, alcuni finiti poi radiati, perché non consigliavano il vaccino Covid ai loro pazienti o perché postavano «Il vaccino rende liberi» con la foto dell’ingresso di Auschwitz, come ebbe «l’impudenza» di fare Ennio Caggiano, medico di base di Camponogara, nel Veneziano. Il tentativo di paragonare i Cpr ai lager, invece, oggi non indigna.
Ouidad Bakkali, deputata del Pd, era presente alla protesta e ha persino annunciato che il suo partito «ha depositato una interrogazione parlamentare sulla questione». Il sindaco dem di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha dichiarato: «In un Paese “normale” le forze di polizia si devono occupare di sicurezza, i medici di salute, chi indaga di giustizia e chi governa dovrebbe fare in modo che i diritti delle persone, così come quelli degli operatori di polizia e sanitari, vengano garantiti». In questo modo, ha avvalorato la tesi che sta circolando sulla correttezza dell’operato dei sei medici.
Il primo cittadino non ha perso l’occasione per accusare l’esecutivo di «propaganda», di non riuscire a «governare il fenomeno» per l’arrivo a Ravenna, ieri, della nave Ong tedesca Solidaire con a bordo 120 migranti. Circolavano anche volantini di Fondamenta-Alleanza verdi e sinistra.
Anche il presidente della Regione, Michele de Pascale, ha preso una posizione netta: «I professionisti e le professioniste che lavorano nel Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna devono sapere che, anche davanti a legittime attività di indagine, la loro Regione e la loro comunità hanno fiducia in loro fino a che non venga provato il contrario».
Nel diluvio di esternazioni, sconcerta soprattutto la posizione espressa da Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri. «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», ha dichiarato uno dei principali fustigatori dei dottori che avevano a cuore la salute dei pazienti, non il diktat vaccinale.

