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Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
Con il generale Marco Bertolini parliamo di difesa comune, del piano Von Der Leyen e delle trattative in Ucraina.
A chi dubita che l’Italia possa esprimere vitalismo demografico e lavorativo, dobbiamo ricordare che nella sua storia più recente il nostro Paese ha conosciuto due stagioni di grande e diffuso dinamismo. Tra il 1947 e il 1964, il «miracolo italiano» coniugò boom demografico, straordinari livelli di sviluppo industriale e occupazionale, assenza (o quasi) di debito pubblico, grande forza della nostra moneta. L’anello di congiunzione tra le due demografie fu la famiglia, solida protagonista della grande dimensione della natalità e del nuovo, diffuso, capitalismo popolare. Ancora nel 1963, alla vigilia della cosiddetta «congiuntura» che interruppe l’età dell’oro, si registrarono circa 400.000 matrimoni ed oltre un milione di nascite. Gli investimenti superarono il 25% del Pil. La propensione al risparmio delle famiglie sfiorò il 21%. Le compravendite immobiliari raggiunsero un valore di quasi il 4% del Pil. Si formò il grande ceto medio.
Sono indicatori utili a comprendere la fiducia verso il futuro, la solida cultura della speranza. Essi suggeriscono, retrospettivamente, come il lungo periodo del miracolo non abbia avuto solamente natura quantitativa e materiale. La crescita economica, intensissima e spettacolare, non fu che la manifestazione di una più generale forza civile che ebbe al centro, appunto, proprio i valori della tradizione, allora largamente condivisi. Nuova vita e vitalità economica si alimentarono reciprocamente. Fu peraltro decisiva anche la sintonia fra società e istituzioni, quella capacità della classe dirigente dell’epoca di scatenare le energie della società italiana attraverso la libertà. Fu infatti il tempo di una sorta di deregulation di fatto i cui costi furono contenuti di fronte agli esiti che consentirono. Certamente ebbe un peso la povertà di partenza di una nazione sconfitta e largamente distrutta. Ma fu importante la convinzione dei governi di accettare, nelle condizioni di sfacelo in cui versava l’Italia, la sfida dei mercati internazionali alla vigilia del movimento di decolonizzazione che determinò la fase forse più potente di globalizzazione finora conosciuta.
Nel 1947 l’Italia entrò nel Gatt, nel 1948 nell’Oece, nel 1950 aderì alla Ceca e si fece promotrice di una ancora maggiore integrazione europea destinata a culminare, nel 1957, proprio a Roma. Fu una scelta temeraria per un Paese abituato allo statalismo delle commesse di guerra e all’orizzonte angusto dell’autarchia. Lo Stato concorse inoltre alla crescita con interventi mirati e, allora, mai sostitutivi della società. Da un lato, fu il motore della ricostruzione infrastrutturale, in particolare con l’espansione della rete stradale e autostradale in misura superiore a quella dei paesi europei omologhi e con l’edilizia residenziale del Piano Fanfani. Dall’altro, rese strutturale la realtà delle partecipazioni statali, inaugurata negli anni Trenta in risposta alla grande crisi, concentrandosi sulle grandi produzioni funzionali allo sviluppo dell’economia privata, come quelle energetiche e siderurgiche.
Protagonista fu però la grande industria privata storica, nata nelle successive ondate di industrializzazione postunitarie, ma soprattutto decisiva fu l’esplosione di iniziative industriali nuove o rilanciate e trasformate che proprio quel contesto, innanzitutto culturale, incoraggiò. […]
Abbiamo quindi avuto, in due diversi fasi storiche, seppure di diversa intensità ed estensione temporale, la dimostrazione che la società italiana possiede un potenziale superiore alla sua rappresentazione. Sappiamo dal nostro vissuto che più liberiamo la vitalità economica e sociale dal peso delle regole, delle tasse e dell’indebitamento, più incoraggiamo le nuove intraprese, relazioni di lavoro cooperative e benessere distribuito.
Possiamo ora, di fronte alle straordinarie opportunità offerte dalla intelligenza artificiale diventare, o meglio tornare ad essere, una nazione brulicante nonostante il progressivo rattrappimento prodottosi a partire dai primi anni Novanta quando, secondo il premio Nobel Edmund Phelps, perdemmo la nostra fantastica «indigenous innovation»?
Il disvalore del fallimento, il peso degli oneri burocratici e fiscali già in partenza, l’incertezza del reddito unita alla mancanza di tutele, il difficile accesso al credito, soprattutto per chi non ha patrimonio o supporto familiare, sono oggi le principali ragioni che frenano in Italia un diffuso autoimpiego dei giovani in un contesto aggravato dalla crisi demografica. La densità delle coorti giovanili aveva infatti favorito nel dopoguerra la propensione a progetti lunghi e innovativi alimentando comportamenti emulativi.
[…] Eppure, il salto tecnologico offre opportunità straordinarie per chi vuole sognare, realizzare idee innovative, tentare strade nuove. A ben vedere, nonostante i limiti richiamati, potremmo avere ancora molte delle caratteristiche che hanno fatto di Israele una start-up nation, ovvero un Paese piccolo che, come noi, ha poche materie prime, ma si è rivelato capace di generare una elevata densità di nuove iniziative imprenditoriali in ambiti come l’agricoltura di precisione, la medicina d’urgenza, la cybersecurity, la gestione dei Big data; e di attrarre, conseguentemente, ingenti capitali. Fattori di successo sono stati: una visione strategica dello Stato in favore degli investimenti tecnologici, sostenuti dalla domanda pubblica e da una efficiente Innovation Authority, l’organizzazione di ecosistemi di ricerca attraverso la cooperazione tra governo, accademia e industria, la disponibilità di scuole e università per formare competenze tecnico-scientifiche, la presenza di fondi di venture capital.
Ora si tratta di verificare se alcuni di questi presupposti, nonostante i limiti richiamati e il declino della vitalità che si è prodotto, possono essere ragionevolmente risvegliati o potenziati anche nella nostra dimensione nazionale. La premessa non può non riguardare il cambio di rotta dell’Europa dopo la lunga stagione ideologica che si è tradotta nella pretesa di imporre soluzioni tecnologiche e nelle molte regolazioni invasive, ostili alle imprese nel nome di pur condivisibili obiettivi di decarbonizzazione. […]
Abbiamo allo stesso tempo una straordinaria dimensione manifatturiera orientata alla innovazione continua che non solo può moltiplicare le proprie capacità con le applicazioni della Ia, ma dalla quale si possono estrapolare anche molti spin-off originali. Si tratta di adottare strumenti semplici ed efficaci di sostegno all’ingresso e all’impiego delle nuove tecnologie. La nostra agricoltura è naturalmente portata alla evoluzione tecnologica in ragione di una biodiversità valorizzata con produzioni intensive in piccole unità fondiarie. Il nostro servizio sanitario è non a caso preferito da molte multinazionali del farmaco per la sperimentazione clinica. Risultiamo essere, con la Germania, uno dei più grandi hub produttivi dell’industria farmaceutica. Siamo significativamente partecipi dei programmi spaziali che nella bassa orbita si prestano a crescenti attività di ricerca.
[…] Possiamo sviluppare la cultura dell’autoimprenditorialità inserendola nei programmi di collaborazione tra scuole, università e imprese, raccontando le moltissime storie di successo di coloro che hanno fatto l’impresa, ricostruendo quel «sogno italiano» che è diventato realtà nel passato, ma oggi si è atrofizzato. Possiamo rivalutare la funzione sussidiaria di incubatori delle associazioni dell’artigianato, del commercio, delle piccole imprese e dell’industria cui lo Stato dovrebbe delegare anche funzioni pubblicistiche di verifica, controllo, certificazione in modo da semplificare, soprattutto nelle fasi di partenza, gli oneri burocratici anche quando sono funzionali ad accedere agli incentivi. Possiamo ancora sollecitare le banche locali, come le banche di credito cooperativo, a sviluppare ancor più attività educative e di assistenza tecnica per diffondere la cultura finanziaria necessaria a sostenere piccoli progetti di autoimpiego nei territori.
Possiamo infine comprendere nella stessa educazione morale di cui scriviamo più avanti il ruolo della famiglia come comunità contemporanea di affetti e di interessi nella quale riscoprire il piacere della condivisione non solo dei progetti procreativi ed educativi, ma anche di quelli dedicati alla fondazione di piccole imprese da far crescere.
Certo, per quanto abbiamo prima considerato, occorrerebbe una coraggiosa e mirata deregolazione burocratica e fiscale perché il nostro passato ci insegna la diretta proporzione tra libertà e crescita. Questa si realizza con la fuoriuscita dalla trappola del falso moralismo, vero e proprio inquinamento della vita pubblica. Nessuno può immaginare di riproporre la regolazione minima degli anni Cinquanta. Il perseguimento di obiettivi primari come la sicurezza dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la trasparenza dei bilanci ed altro ancora si può realizzare con norme semplici e certe, con una cultura regolatoria che esalta e non mortifica la responsabilità delle persone fisiche e giuridiche.
Siamo nel cuore del rapporto tra gli uomini e le macchine intelligenti perché se prevale la creatività sulla sottomissione diventa implicita, naturale, la propensione ad evolvere verso l’imprenditorialità quale modo per sviluppare da protagonisti idee e progetti.
Secondo Maurizio Belpietro, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela non è una novità ma l’ennesima prova che le grandi potenze agiscono per interesse, non per ideali. Da Donald Trump a Nicolás Maduro, il direttore de La Verità smaschera le contraddizioni della sinistra italiana, pronta a indignarsi solo quando fa comodo.
Milano si conferma anche nel 2025 la città italiana con il costo della vita più elevato, almeno secondo la metrica Codacons basata sui listini al pubblico di beni e servizi su base Osservatorio prezzi del Mimit. Nel paniere complessivo costituito da 28 prodotti alimentari/ortofrutticoli più una selezione di servizi – il totale per Milano è 598,95 euro. Napoli, al contrario, è all’estremo opposto con 368,90 euro: la differenza è del 62,3%.
A Milano la parte servizi pesa per 385,87 euro, contro i 200,61 euro a Napoli; la parte alimentare vale 213,08 euro a Milano contro i 168,29 euro del capoluogo partenopeo. In pratica, nel paniere osservato il «premio Milano» è spiegato soprattutto dalla spesa non-food, che incorpora costi fissi e dinamiche di prezzo dei servizi locali molto più delle materie prime alimentari. Dopo Milano restano in fascia alta Aosta (586,26 euro) e Bolzano (574,21); sul lato basso, oltre a Napoli, compaiono Palermo (408,25) e Catanzaro (423,84).
Se si isola la sola spesa alimentare, la graduatoria cambia: Catanzaro è la più conveniente con 164,96 euro, seguono Napoli (168,29) e Bari (172,62). Bolzano è la più cara con 220,68 euro, circa +34% su Catanzaro.
Le differenze diventano visibili sulle singole voci. L’olio extravergine d’oliva va da 5,93 euro a Catanzaro a 10,01 euro a Bolzano (media campione 7,16). La pasta di semola oscilla tra 1,22 euro a Palermo e 2,15 euro a Pescara (media 1,77). Il pane fresco costa 2,42 euro a Napoli contro i 7,14 euro di Bolzano (media 4,21). Sul fresco proteico, il petto di pollo va da 9,66 euro a Pescara a 15,22 euro a Milano, mentre il salmone fresco sale da 15,19 euro a Pescara fino a 25,64 euro a Milano (media 20,75). Per il prosciutto crudo la forbice è ancora più ampia: 20,30 euro a Pescara contro 41,36 euro a Firenze.
Non tutto, però, «punisce» Milano: le banane nella città lombarda risultano addirittura più economiche (1,15 euro, minimo del campione) rispetto al massimo di Trieste (2,57). Su altri beni di base la variabilità è più contenuta ma significativa: il latte a lunga conservazione va da 1 euro a Cagliari a 1,58 euro a Torino (media 1,19); la passata di pomodoro da 1,46 euro a Palermo a 2,49 euro a Venezia; il burro da 10,23 euro a Bari a 16,31 euro ad Aosta.
Guardando all’ortofrutta, Napoli ricorre spesso come minimo del campione: pomodori a 1,84 euro (contro 3,95 ad Aosta), mele Golden a 1,78 (contro 2,99 a Trieste), peperoni a 1,98 (contro 4,17 a Trieste) e limoni a 1,96 (contro 4,42 ad Aosta). Tra gli ortaggi, la lattuga va da 1,33 euro a Napoli a 3,33 a Genova; i cetrioli da 1,48 a Catanzaro a 3,41 a Trieste. Su beni industriali di base, l’olio di semi oscilla tra 1,64 euro a Bari e 2,57 a Bologna (media 2,02), mentre lo yogurt (vasetto 125 g) varia da 0,35 euro a Firenze a 0,51 a Palermo.
Fuori dal carrello, alcune voci spiegano perché la componente servizi mostra le differenze. Un pasto in pizzeria varia da 10,05 euro a Pescara a 14,72 euro a Bolzano (media 12,07). E sulla manutenzione auto l’escursione è netta: equilibratura gomme e convergenza passano dai 37,92 euro di Catanzaro ai 96,46 euro di Milano (media 63,75). Il quadro complessivo è quindi chiaro: Milano è e resta di gran lunga la città più cara d’Italia, battendo anche Roma. Ma le differenze maggiori emergono in maniera evidente nel campo dei servizi. Nel caso dei prezzi dei beni alimentare le differenze ci sono, ma non sono così marcate.
Le norme ambientali dell’Ue stanno aumentando il rischio di de-industrializzazione in Italia e nel sistema economico europeo invece di ridurlo. Ora ritengo necessaria un’azione correttiva molto forte delle regole europee con lo scopo di armonizzare quelle ambientali di competitività industriale globale per evitare che la loro divergenza porti a crisi sistemiche. Il 2 gennaio e ieri ho ricevuto un numero inusuale di messaggi da attori industriali che mi chiedevano uno scenario strategico per perseguire una tale armonizzazione – che spesso ho invocato nei miei articoli sul piano macro – cominciando però dal livello micro percepito come più pericoloso dalle imprese: eliminare il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam, cioè il meccanismo di aggiustamento doganale per fini decarbonizzanti) in vigore dal 1° gennaio.
Semplificando, si tratta di una nuova tassa sulle importazioni di cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità ed idrogeno prodotte in aree extra-Ue con standard ambientali meno rigorosi. Tale tassa dovrà essere pagata dalle aziende nel 2027, ma già nel 2026 dovranno contabilizzare la quantità dei materiali citati di provenienza da nazioni ritenute non conformi con gli standard Ue. In sintesi, si tratta di un problema di costo aggiuntivo decompetitivo (considerando quello già esistente come Emissions Trading System che richiede ai produttori di gas serra di pagare un tot per la contaminazione carbonizzante) combinato con la difficoltà per gli importatori di definire, oltre al costo burocratico dei certificati Cbam, quanto il prodotto tassato sia non conforme alle regole europee.
Il Cbam ha un raggio di applicazione sopra la soglia di importazione di 50 tonnellate annue e sotto di questa c’è un’are di esenzione. Per prudenza analitica dovremmo aspettare i regolamenti di dettaglio per poter valutare l’impatto deindustrializzante? Tipicamente è buona prassi analitica il farlo, ma in questo caso è già evidente nel solo concetto di questa tassa, come per esempio nel limite (ora addolcito) al 2035 per i motori termici, un errore sul piano del realismo economico: pensare a politiche ambientali indifferenti ai requisiti dello sviluppo economico. È proprio il momento di smontare l’ecopolitica europea divergente dallo sviluppo.
Ma torniamo ad ipotesi di strategia micro come richiestomi da alcuni attori industriali. Sono necessarie due mosse preliminari: convergere sia con le associazioni industriali di Germania e Francia per un piano comune di opposizione al Cbam però rafforzato da una convergenza con i sindacati meno ideologici (per esempio la Cgil in Italia andrebbe esclusa) in base alla considerazione realistica che una crisi competitiva implica licenziamenti. Nelle associazioni industriali maggiormente colpite sta circolando l’idea di manifestazioni a Bruxelles simili a quelle di protesta degli agricoltori/allevatori via mobilitazione di migliaia di trattori. Suggerisco di non farlo.
Mentre va avviata una forte pressione sui governi nazionali affinché pongano nell’agenda del Consiglio intergovernativo il tema urgente dell’armonizzazione tra ecopolitica e politica industriale, sospendendo, almeno, il Cbam. Tale azione poi andrebbe combinata con una pressione delle categorie industriali e sindacali sul Parlamento europeo, secondo me tentativo molto innovativo: invece del confine destra/sinistra incentivare una nuova differenziazione tra partiti sviluppisti e de-sviluppisti per rendere minoritari i secondi. Uno potrebbe dire, correttamente, che è molto forte la divisione tra nazionalisti ed europeisti, ma ritengo possibile una loro convergenza sul piano dei requisiti dello sviluppo. Il progetto è togliere influenza ai verdi.
Ovviamente va valutata la sensibilità dei partiti alle opinioni ambientaliste. Due metodi. Primo: mostrare bene che senza armonizzazione tra ambiente ed industria il rischio di disoccupazione sarà più diffuso. Secondo: individuare il processo di armonizzazione tra politica industriale competitiva e requisiti ambientali. Qui va studiato l’effetto decarbonizzante e di minor costo dell’energia generato dalla diffusione dell’energia nucleare di nuova generazione (minireattori a sicurezza intrinseca) in attesa della tecnologia di fusione nucleare. Il programma sarebbe quello di allentare costi e vincoli decarbonizzanti per due o tre decenni per poi accelerare la decarbonizzazione nei decenni successivi. L’allungamento temporale del processo decarbonizzante è compatibile con l’obiettivo di chi ritiene tale processo prioritario.
In realtà sarebbe prioritario l’ecoadattamento al cambiamento climatico perché la decarbonizzazione è una priorità solo in Europa. Tuttavia, decarbonizzare gradualmente è utile per gli europei perché importatori di petrolio di gas a costi elevati mentre la produzione di energia via fonti nucleari continue, con l’aumento integrativo delle fonti intermittenti, ma comunque utili quali solare, eolico, ecc., ridurrebbe i costi energetici dando impulso ad un nuovo sviluppo. Ma, appunto, con necessaria gradualità. Semplificata: dando all’Ue un obiettivo decarbonizzante più remoto e via nucleare.
Va annotato che l’isteria decarbonizzante non è solo colpa dell’irrealismo verde - per altro apprezzabile a livello di pulizia di aria, acque e territorio – ma anche di un’idea sbagliata di protezionismo europeo. Ciò richiede un confronto molto approfondito a livello di Consiglio intergovernativo. Questa è una bozza solo iniziale di strategia, ma si basa sull’importanza di comunicare in modi comprensibili dati e simulazioni contando sul loro effetto educativo di massa.

