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2023-06-20
Tassi e green fan crollare il mercato delle case
Christine Lagarde (Ansa)
Il continuo rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce e la direttiva europea sulle case green stanno affossando il mercato immobiliare. Come spiega il Consiglio nazionale del notariato, infatti, nei primi quattro mesi dell’anno quello che si nota è un crollo generalizzato dei mutui: detto in parole povere, sono troppo cari e la spada di Damocle di dover mettere mano al portafoglio per rendere casa a zero emissioni sta spaventando gli investitori del mattone.
«È chiaro che il costo dei mutui in ascesa ne stia disincentivando la richiesta», spiega Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, «ma non è da sottovalutare, anche se in percentuale minore, l’effetto negativo che già si sta vedendo per quanto riguarda le norme Ue sulle case green», dice. «Sappiamo già che all’interno delle trattative, ad esempio, le banche prediligono per questo motivo proprio le case più efficienti sotto il profilo energetico. Certo, al momento non c’è ancora nulla di ufficiale, ma sappiamo bene che il mercato sta già scontando questa eventualità. Del resto, c’è tanta gente che non riesce a permettersi gli attuali tassi, ma sono in molti a domandarsi se sia il caso di investire nel mattone nel momento in cui la norma sulle case green dovesse diventare legge. Per questo è importante che il governo italiano, insieme a quello di altre Paesi, si faccia valere per evitare tutto questo. L’unica speranza è che la questione si avvicini talmente come tempistiche alle prossime elezioni europee da ritardare il tutto e riparlarne al prossimo giro. Ce lo auguriamo tutti».
In particolare, il Notariato ha presentato una prima ricognizione effettuata in nove grandi città italiane in merito a mutui, surroghe, compravendite di fabbricati abitativi. Le città in esame sono: Roma, Milano, Napoli, Bari, Bologna, Torino, Palermo, Verona, Firenze. Dal campione, in primis, emerge un crollo generalizzato dei mutui, mentre il «calo» delle compravendite di fabbricati abitativi è molto diversificato sul territorio: sebbene a livello nazionale il calo sia del 2,7%, province come Bari, Bologna, Torino e Palermo mostrano valori in controtendenza attestandosi a variazioni positive rispetto al primo bimestre 2022. A fronte dei dati positivi di Torino (+3,26%), Bologna (+2,88%), Bari (+1,14%) e Palermo (+2,11%), però, si registrano segni meno per città come Milano (-3,74%), Verona (-1,45%), Roma (-2,09%), Firenze (-5,28%), Napoli (-14,9%). In tutte le città prese in esame si registra comunque un calo delle compravendite nel mese di febbraio 2023, tranne a Torino dove le transazioni sono addirittura maggiori rispetto al mese di gennaio.
Nei primi quattro mesi dell’anno, per intenderci, sul fronte dei mutui c’è stato un calo medio del 23,56%, ben più alto rispetto al crollo delle transazioni immobiliari. Nonostante alcune province come Verona mostrino a gennaio 2023 una quasi stazionarietà della richiesta di mutui (-0,5%), tutte le città subiscono un calo a due cifre, che a Napoli in particolare è pari a più di un terzo rispetto al bimestre 2022 (-35,4%). Va segnalato inoltre che la fascia di età che ha subito la riduzione minore è quella di chi ha meno di 36 anni, probabilmente in considerazione delle agevolazioni fiscali in vigore fino a fine dicembre 2023 per l’acquisto della prima casa e l’estensione del fondo prima casa all’80% in scadenza il prossimo 30 giugno. Sul calo medio nazionale del numero delle persone fisiche che hanno contratto un mutuo pari a -21,15%, la fascia di età 18-35 anni si ferma a -19,3% rispetto al -20,11% degli under 45, -22,36% degli under 55 e -25,67% under 65 fino al picco del -33,3% della fascia 66-75 anni.
Il calo delle compravendite, invece, è partito a febbraio 2023. Come si nota dall’indagine del Notariato, nei primi due mesi del 2023 si è registrato in Italia un calo del 2,72% del numero delle compravendite di abitazioni rispetto allo stesso periodo del 2022. In realtà il calo si è manifestato nel mese di febbraio di quest’anno. Il primo mese dell’anno infatti ha segnato un aumento del 5,43% rispetto a gennaio del 2022. È quindi il calo delle compravendite dell’8,68% nel mese di febbraio a pesare sulla riduzione del 2,72% del bimestre.
Ma quello che spaventa sono le proiezioni di mercato per il 2023. Sulla base dello studio statistico a cura del Consiglio nazionale del notariato, ci si aspetta un calo del mercato del 10,7% rispetto al 2022. In dettaglio, il mercato che subirà la più forte riduzione è quello delle compravendite di prime case. Per il 2023 si immagina una riduzione nel 2023 del 17,1% per l’acquisto di prime case tra privati e del 16,1% di acquisto di prime case da impresa. Gli acquisti di seconde case, pur se in calo, dovrebbero attestarsi rispettivamente a un -2,5% di acquisti di seconde case tra privati e a un -7,7% di seconde case acquistate da impresa. In merito ai mutui, per il 2023ci si attende che porteranno al 4% il tasso da giugno a dicembre 2023, con un calo del numero dei finanziamenti del 10,1%.
Europa divisa su nucleare e carbone. La Corte Ue: sulle batterie falliremo
I ministri dell’Energia dell’Unione europea si sono riuniti ieri a Lussemburgo per approvare la riforma del mercato elettrico (Emd, Electricity Market Design). Ma quella che doveva essere una riunione tutto sommato tranquilla si è trasformata prima ancora di iniziare in un rodeo.
La proposta di Regolamento 2023/0077 (Cod) dovrebbe, nelle intenzioni, cercare di risolvere alcuni problemi che si sono verificati lo scorso anno, quando la volatilità dei prezzi a breve termine del gas si è riversata sulle bollette di imprese e famiglie provocando i disastri che tutti ricordano. L’idea, sulla carta, è di fornire maggiori informazioni e più scelta ai consumatori, maggiore stabilità di prezzo favorendo la stipula di contratti a lungo termine e stimolare gli investimenti in fonti rinnovabili.
La discussione di ieri prima si è allungata, poi è diventata scontro aperto e infine si è chiusa con un rinvio al prossimo Coreper, cioè a livello di ambasciatori. Nulla di fatto, insomma. Gli oggetti del contendere erano ben tre: l’applicazione dei contratti per differenza (Cfd), il mantenimento del capacity payment agli impianti a carbone e un tetto ai ricavi inframarginali.
Spieghiamo.
I Cfd sono contratti di lungo termine per grossi quantitativi tra i produttori di energia e le compagnie di vendita oppure grandi clienti consumatori. Viene fissato un prezzo che si confronta con il mercato spot giornaliero e ci si scambiano le differenze monetarie tra prezzo fisso contrattuale e prezzo spot. Nel Regolamento proposto, i produttori interessati dal meccanismo saranno i nuovi impianti a fonte rinnovabile, mentre l’acquirente è lo Stato membro, che comprando l’energia a prezzo fisso riconosce un sostegno diretto al produttore (di fatto si tratta di un incentivo). Le differenze positive incassate dallo Stato devono poi essere redistribuite ai consumatori.
La Francia, con non poca sfrontatezza, vorrebbe che questo meccanismo fosse esteso anche agli impianti nucleari esistenti. La Germania è fortemente contraria, così come i suoi satelliti, perché ciò scoraggerebbe gli investimenti nelle rinnovabili. Una proposta di mediazione che considerava i soli nuovi investimenti sul nucleare è stata respinta sdegnosamente dalla Francia.
Passando al secondo tema, il capacity payment agli impianti a carbone permette a questi di ricevere una remunerazione per restare pronti in ogni momento a produrre, nel caso in cui sia necessario al gestore di rete per evitare blackout. La Svezia, presidente di turno dell’Ue ancora per qualche giorno, ha presentato all’ultimo momento una proposta per favorire l’allungamento dei sussidi legati a questo meccanismo. La Polonia naturalmente è favorevole, ma si è scontrata subito con il secco no della Germania. Quest’ultima, assieme agli alleati di sempre, ha respinto l’idea perché «non compatibile con gli obiettivi di protezione del clima dell’Ue», come ha detto ai giornalisti il ministro dell’Economia e del clima Robert Habeck prima dell’inizio della riunione stessa. La Francia, interessata ai Cfd sul nucleare, tatticamente appoggia la posizione della Polonia sul carbone.
Infine, Portogallo e Spagna vorrebbero inserire strutturalmente un tetto ai ricavi delle rinnovabili nel caso in cui prezzi salissero oltre un certo livello, per impedire extramargini e abbassare il prezzo medio di sistema. Un meccanismo simile esiste già in Italia da oltre un anno, ma il nuovo regolamento lo allargherebbe a tutta l’Unione. Di questo pare si sia parlato poco, essendo gli altri due argomenti più pregnanti.
Al termine della lunga giornata di discussioni, facce scure e presa d’atto di profonde divisioni. L’accordo c’è sulla parte di testo che riguarda i diritti dei consumatori, ma non sui Cfd né sul capacity payment al carbone.
Venerdì scorso il Coreper aveva dato il via libera ad un altro pezzo Green deal, la nuova direttiva sulle fonti rinnovabili (Red III). L’accordo prevede di arrivare al 2030 con una quota del 42,5% di energia rinnovabile rispetto al totale del consumo finale di energia elettrica. Un altro obiettivo «ambizioso» si aggiunge alla collezione. L’approvazione della direttiva era stata bloccata dalla Francia, che chiedeva che anche l’idrogeno prodotto con fonte nucleare fosse considerato a basse emissioni di CO2, al pari di quello prodotto con fonti rinnovabili. La linea rossa tracciata dalla Francia ha portato a discussioni e malumori, sinché la Commissione proprio venerdì ha emesso una comunicazione nella quale «riconosce che altre fonti di energia senza combustibili fossili, oltre alle energie rinnovabili, contribuiscono al raggiungimento della neutralità climatica, per gli Stati membri che decidono di fare affidamento su tali fonti». Una frase involuta che salva il nucleare senza citarlo e che ha accontentato la Francia.
Intanto, la Corte dei Conti europea ha diffuso uno studio nel quale chiarisce che la rincorsa europea alle batterie rischia di diventare un flop epocale, data la dipendenza europea dall’estero per troppi materiali critici, indispensabili per queste tecnologie. Persino i grigi contabili con sede in Lussemburgo si sono accorti di quanto la politica industriale europea abbia il fiato corto. Vedremo se a Bruxelles qualcuno farà professione di realismo.
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Si fermano i mutui e calano le compravendite. I notai: -8,7% a febbraio, male persino Milano. E nel primo quadrimestre -23,6% di richieste.Intanto i ministri dei Paesi Ue non trovano l’accordo sulla riforma del mercato elettrico. Pesa la spaccatura tra Francia e Germania. Berlino non vuole sussidi a centrali atomiche e miniere: «Va protetto il clima».Lo speciale contiene due articoli.Il continuo rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce e la direttiva europea sulle case green stanno affossando il mercato immobiliare. Come spiega il Consiglio nazionale del notariato, infatti, nei primi quattro mesi dell’anno quello che si nota è un crollo generalizzato dei mutui: detto in parole povere, sono troppo cari e la spada di Damocle di dover mettere mano al portafoglio per rendere casa a zero emissioni sta spaventando gli investitori del mattone. «È chiaro che il costo dei mutui in ascesa ne stia disincentivando la richiesta», spiega Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, «ma non è da sottovalutare, anche se in percentuale minore, l’effetto negativo che già si sta vedendo per quanto riguarda le norme Ue sulle case green», dice. «Sappiamo già che all’interno delle trattative, ad esempio, le banche prediligono per questo motivo proprio le case più efficienti sotto il profilo energetico. Certo, al momento non c’è ancora nulla di ufficiale, ma sappiamo bene che il mercato sta già scontando questa eventualità. Del resto, c’è tanta gente che non riesce a permettersi gli attuali tassi, ma sono in molti a domandarsi se sia il caso di investire nel mattone nel momento in cui la norma sulle case green dovesse diventare legge. Per questo è importante che il governo italiano, insieme a quello di altre Paesi, si faccia valere per evitare tutto questo. L’unica speranza è che la questione si avvicini talmente come tempistiche alle prossime elezioni europee da ritardare il tutto e riparlarne al prossimo giro. Ce lo auguriamo tutti». In particolare, il Notariato ha presentato una prima ricognizione effettuata in nove grandi città italiane in merito a mutui, surroghe, compravendite di fabbricati abitativi. Le città in esame sono: Roma, Milano, Napoli, Bari, Bologna, Torino, Palermo, Verona, Firenze. Dal campione, in primis, emerge un crollo generalizzato dei mutui, mentre il «calo» delle compravendite di fabbricati abitativi è molto diversificato sul territorio: sebbene a livello nazionale il calo sia del 2,7%, province come Bari, Bologna, Torino e Palermo mostrano valori in controtendenza attestandosi a variazioni positive rispetto al primo bimestre 2022. A fronte dei dati positivi di Torino (+3,26%), Bologna (+2,88%), Bari (+1,14%) e Palermo (+2,11%), però, si registrano segni meno per città come Milano (-3,74%), Verona (-1,45%), Roma (-2,09%), Firenze (-5,28%), Napoli (-14,9%). In tutte le città prese in esame si registra comunque un calo delle compravendite nel mese di febbraio 2023, tranne a Torino dove le transazioni sono addirittura maggiori rispetto al mese di gennaio.Nei primi quattro mesi dell’anno, per intenderci, sul fronte dei mutui c’è stato un calo medio del 23,56%, ben più alto rispetto al crollo delle transazioni immobiliari. Nonostante alcune province come Verona mostrino a gennaio 2023 una quasi stazionarietà della richiesta di mutui (-0,5%), tutte le città subiscono un calo a due cifre, che a Napoli in particolare è pari a più di un terzo rispetto al bimestre 2022 (-35,4%). Va segnalato inoltre che la fascia di età che ha subito la riduzione minore è quella di chi ha meno di 36 anni, probabilmente in considerazione delle agevolazioni fiscali in vigore fino a fine dicembre 2023 per l’acquisto della prima casa e l’estensione del fondo prima casa all’80% in scadenza il prossimo 30 giugno. Sul calo medio nazionale del numero delle persone fisiche che hanno contratto un mutuo pari a -21,15%, la fascia di età 18-35 anni si ferma a -19,3% rispetto al -20,11% degli under 45, -22,36% degli under 55 e -25,67% under 65 fino al picco del -33,3% della fascia 66-75 anni. Il calo delle compravendite, invece, è partito a febbraio 2023. Come si nota dall’indagine del Notariato, nei primi due mesi del 2023 si è registrato in Italia un calo del 2,72% del numero delle compravendite di abitazioni rispetto allo stesso periodo del 2022. In realtà il calo si è manifestato nel mese di febbraio di quest’anno. Il primo mese dell’anno infatti ha segnato un aumento del 5,43% rispetto a gennaio del 2022. È quindi il calo delle compravendite dell’8,68% nel mese di febbraio a pesare sulla riduzione del 2,72% del bimestre.Ma quello che spaventa sono le proiezioni di mercato per il 2023. Sulla base dello studio statistico a cura del Consiglio nazionale del notariato, ci si aspetta un calo del mercato del 10,7% rispetto al 2022. In dettaglio, il mercato che subirà la più forte riduzione è quello delle compravendite di prime case. Per il 2023 si immagina una riduzione nel 2023 del 17,1% per l’acquisto di prime case tra privati e del 16,1% di acquisto di prime case da impresa. Gli acquisti di seconde case, pur se in calo, dovrebbero attestarsi rispettivamente a un -2,5% di acquisti di seconde case tra privati e a un -7,7% di seconde case acquistate da impresa. In merito ai mutui, per il 2023ci si attende che porteranno al 4% il tasso da giugno a dicembre 2023, con un calo del numero dei finanziamenti del 10,1%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tassi-green-crollare-mercato-case-2661585773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="europa-divisa-su-nucleare-e-carbone-la-corte-ue-sulle-batterie-falliremo" data-post-id="2661585773" data-published-at="1687259550" data-use-pagination="False"> Europa divisa su nucleare e carbone. La Corte Ue: sulle batterie falliremo I ministri dell’Energia dell’Unione europea si sono riuniti ieri a Lussemburgo per approvare la riforma del mercato elettrico (Emd, Electricity Market Design). Ma quella che doveva essere una riunione tutto sommato tranquilla si è trasformata prima ancora di iniziare in un rodeo. La proposta di Regolamento 2023/0077 (Cod) dovrebbe, nelle intenzioni, cercare di risolvere alcuni problemi che si sono verificati lo scorso anno, quando la volatilità dei prezzi a breve termine del gas si è riversata sulle bollette di imprese e famiglie provocando i disastri che tutti ricordano. L’idea, sulla carta, è di fornire maggiori informazioni e più scelta ai consumatori, maggiore stabilità di prezzo favorendo la stipula di contratti a lungo termine e stimolare gli investimenti in fonti rinnovabili. La discussione di ieri prima si è allungata, poi è diventata scontro aperto e infine si è chiusa con un rinvio al prossimo Coreper, cioè a livello di ambasciatori. Nulla di fatto, insomma. Gli oggetti del contendere erano ben tre: l’applicazione dei contratti per differenza (Cfd), il mantenimento del capacity payment agli impianti a carbone e un tetto ai ricavi inframarginali. Spieghiamo. I Cfd sono contratti di lungo termine per grossi quantitativi tra i produttori di energia e le compagnie di vendita oppure grandi clienti consumatori. Viene fissato un prezzo che si confronta con il mercato spot giornaliero e ci si scambiano le differenze monetarie tra prezzo fisso contrattuale e prezzo spot. Nel Regolamento proposto, i produttori interessati dal meccanismo saranno i nuovi impianti a fonte rinnovabile, mentre l’acquirente è lo Stato membro, che comprando l’energia a prezzo fisso riconosce un sostegno diretto al produttore (di fatto si tratta di un incentivo). Le differenze positive incassate dallo Stato devono poi essere redistribuite ai consumatori. La Francia, con non poca sfrontatezza, vorrebbe che questo meccanismo fosse esteso anche agli impianti nucleari esistenti. La Germania è fortemente contraria, così come i suoi satelliti, perché ciò scoraggerebbe gli investimenti nelle rinnovabili. Una proposta di mediazione che considerava i soli nuovi investimenti sul nucleare è stata respinta sdegnosamente dalla Francia. Passando al secondo tema, il capacity payment agli impianti a carbone permette a questi di ricevere una remunerazione per restare pronti in ogni momento a produrre, nel caso in cui sia necessario al gestore di rete per evitare blackout. La Svezia, presidente di turno dell’Ue ancora per qualche giorno, ha presentato all’ultimo momento una proposta per favorire l’allungamento dei sussidi legati a questo meccanismo. La Polonia naturalmente è favorevole, ma si è scontrata subito con il secco no della Germania. Quest’ultima, assieme agli alleati di sempre, ha respinto l’idea perché «non compatibile con gli obiettivi di protezione del clima dell’Ue», come ha detto ai giornalisti il ministro dell’Economia e del clima Robert Habeck prima dell’inizio della riunione stessa. La Francia, interessata ai Cfd sul nucleare, tatticamente appoggia la posizione della Polonia sul carbone. Infine, Portogallo e Spagna vorrebbero inserire strutturalmente un tetto ai ricavi delle rinnovabili nel caso in cui prezzi salissero oltre un certo livello, per impedire extramargini e abbassare il prezzo medio di sistema. Un meccanismo simile esiste già in Italia da oltre un anno, ma il nuovo regolamento lo allargherebbe a tutta l’Unione. Di questo pare si sia parlato poco, essendo gli altri due argomenti più pregnanti. Al termine della lunga giornata di discussioni, facce scure e presa d’atto di profonde divisioni. L’accordo c’è sulla parte di testo che riguarda i diritti dei consumatori, ma non sui Cfd né sul capacity payment al carbone. Venerdì scorso il Coreper aveva dato il via libera ad un altro pezzo Green deal, la nuova direttiva sulle fonti rinnovabili (Red III). L’accordo prevede di arrivare al 2030 con una quota del 42,5% di energia rinnovabile rispetto al totale del consumo finale di energia elettrica. Un altro obiettivo «ambizioso» si aggiunge alla collezione. L’approvazione della direttiva era stata bloccata dalla Francia, che chiedeva che anche l’idrogeno prodotto con fonte nucleare fosse considerato a basse emissioni di CO2, al pari di quello prodotto con fonti rinnovabili. La linea rossa tracciata dalla Francia ha portato a discussioni e malumori, sinché la Commissione proprio venerdì ha emesso una comunicazione nella quale «riconosce che altre fonti di energia senza combustibili fossili, oltre alle energie rinnovabili, contribuiscono al raggiungimento della neutralità climatica, per gli Stati membri che decidono di fare affidamento su tali fonti». Una frase involuta che salva il nucleare senza citarlo e che ha accontentato la Francia. Intanto, la Corte dei Conti europea ha diffuso uno studio nel quale chiarisce che la rincorsa europea alle batterie rischia di diventare un flop epocale, data la dipendenza europea dall’estero per troppi materiali critici, indispensabili per queste tecnologie. Persino i grigi contabili con sede in Lussemburgo si sono accorti di quanto la politica industriale europea abbia il fiato corto. Vedremo se a Bruxelles qualcuno farà professione di realismo.
Xi Jinping (Ansa)
Dopo una visita sia nel nuovo Centro di studi strategici di Pechino sia presso l’ufficio scenari (Net assessment) del Pentagono nei primi anni Novanta mi convinsi di raccomandare ai miei studenti in International futures (Futuri internazionali, cioè scenaristica) presso la University of Georgia, nei pressi di Atlanta, di studiare il gioco cinese del «Go» oltre che quello degli scacchi, cosa che continuo a fare all’Università G. Marconi, Roma, agli studenti che chiedono metodi per gli scenari di geopolitica. Il primo gioco richiede una capacità di strategia paziente per occupare in modo prevalente, circolare e flessibile uno spazio, derivabile dal pensiero strategico di Sun Tsu. Il secondo richiede una strategia rapida e strutturata per abbattere il re avversario, compatibile con l’idea di vittoria veloce di Carl von Clausewitz. Semplificando, la raccomandazione fu ed è di usare nell’analisi strategica il blitz quando c’erano/ci sono le condizioni di superiorità per farlo e la circolarità di lungo periodo nei casi di inferiorità in attesa di un’inversione.
Pechino mostra di saper usare molto bene le due azioni strategiche in relazione alle condizioni di realtà: nel caso del dominio di Hong Kong, violando gli accordi siglati con Londra nel 1997, ha fatto un blitz; in quello di Taiwan adotta una strategia di dominio nel lungo termine aspettando o la superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti oppure un loro cedimento, ricercando ambedue. L’America ha condotto con perfezione un’azione lampo di dominio nei confronti del Venezuela, ma con scopi condizionanti e non sostitutivi del regime, mostrando una postura di minimo sforzo per ottenere il risultato. Buona interpretazione di von Clausewitz in relazione ai vincoli di consenso interno. E sia lo sbarramento geopolitico per contenere il potere cinese nel Pacifico via negazione alla crescente flotta cinese degli spazi marini sia il tentativo di staccare la Russia dalla Cina sono buoni esempi di impiego delle logiche del «Go», ma troppo influenzate dal tradizionale concetto di «contenimento» che implica stallo, ma non soluzione. Sarebbe imprudente pensare che a Pechino non valutino contromosse. E ci sono segni che lo stiano facendo cercando posizioni dove l’America è meno forte.
Pechino ha aumentato il corteggiamento delle nazioni colpite dalla strategia dazista, trasformandola in opportunità di convergenza con le stesse. Ha trovato molteplici aperture negli alleati dell’America è ciò influisce sulla postura di convergenza/divergenza tra Ue e Cina. Nei confronti degli Stati Uniti Pechino impiega tre azioni: a) confronto simmetrico, per esempio la minaccia di blocco delle forniture delle terre rare che ha costretto Washington a ridurre la frizione con Pechino e a varare una strategia (Pax Silica) per prendere il controllo di queste materie, ma con tempi lunghi; b) ridurre al minimo le frizioni dirette con l’America a conduzione Donald Trump; c) ma sostenendo in modi il più nascosti possibile una moltiplicazione dei focolai di guerra o geo-turbolenze per disperdere la forza statunitense, per esempio la sospettata sollecitazione a una parte del regime iraniano di attivare Hamas per attaccare Israele e così ottenere una reazione che impedisse la convergenza di Gerusalemme con le nazioni arabe sunnite. O le forniture indirette di missilistica agli Huthi. Ora questa strategia sta cambiando: aumentando l’azione a) della strategia; ammorbidendo il punto b); e non insistendo troppo sul punto c).
In sintesi, Pechino si contrappone all’America cercando di convincerne gli alleati ad avere relazioni positive, per isolarla, ma dando segnali a Washington di non eccessiva ostilità concreta, pur forte quella verbale. Ciò serve per autotutela nelle contingenze e a ridurre le possibili frizioni con l’Ue scossa dalla relazione problematica con l’America per riuscire a penetrarla di più: nel gioco del Go tra le due potenze la Cina tenta di separare gli europei dall’America, non contrastando (al momento) la sua strategia di trattati commerciali globali, e Washington tenta di staccare la Russia dalla Cina stessa. Ma c’è un cambiamento più profondo a Pechino: la sua economia ha bisogno di sostenere l’export e ciò la costringe a una strategia «buonista», ma sta tentando un colpaccio: generare una moneta elettronica con garanzie solide che sostituisca il dollaro nel lungo termine, ma con benefici rapidi. Probabilmente anche per tale motivo Trump ha scelto un nuovo banchiere centrale credibile e il ministro del Tesoro ha corretto Trump stesso dichiarando che la discesa del dollaro non sarà eccessiva. Ma il dato che mostra volontà e potenziale di dominio globale della Cina è l’accelerazione del riarmo e degli investimenti tecnologici. Solo una riconvergenza forte tra Ue e Stati Uniti potrà mantenere la superiorità dell’alleanza tra democrazie sulla Cina autoritaria per condizionarla. In caso contrario saremo condizionati noi.
www.carlopelanda.com
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Con lo slogan globale Safety for Everyone, Honda sta ampliando l'impegno nelle tecnologie avanzate di sicurezza e di assistenza alla guida, iniziative per aumentare la sicurezza e influenzare il comportamento dei conducenti, oltre ad azioni indirizzate a migliorare il sistema della sicurezza stradale attraverso la collaborazione con governi, industria e comunità locali. Tra queste rientrano nuove iniziative come il Proactive Roadway Maintenance System, sviluppato dal 2021.
Durante il progetto pilota, i membri del team ODOT hanno guidato auto Honda equipaggiate con sensori avanzati di visione e LiDAR (Light Detection and Ranging) per monitorare circa 4.800 km di strade nell’Ohio centrale e sud-orientale. I veicoli hanno operato in un’ampia gamma di condizioni, comprendendo diversi tipi di strade in contesti rurali e urbani, condizioni meteorologiche variabili e diversi momenti della giornata. Il sistema ha rilevato le condizioni stradali e le carenze infrastrutturali, fornendo a ODOT informazioni operative concrete tramite l’identificazione di segnali stradali usurati o ostruiti, danni ai guardrail e alle barriere stradali, presenza di buche con dimensioni e posizione, dislivelli delle banchine con profondità relativa, segnaletica orizzontale insufficiente che influisce sul funzionamento di alcune funzioni di assistenza alla guida, come il mantenimento della corsia e in generale la scarsa qualità del manto stradale.
Man mano che i veicoli di prova Honda rilevavano lo stato delle superfici stradali critiche, della segnaletica orizzontale e degli elementi a bordo strada, gli operatori ODOT hanno analizzato le criticità in tempo reale tramite dashboard web sviluppate da Honda e Parsons. ODOT ha utilizzato questi dati per confrontarli con le normali ispezioni visive.
I dati raccolti dai veicoli sono stati elaborati tramite modelli di Edge AI, trasmessi a una piattaforma cloud Honda per l’analisi e integrati nel sistema iNET® Asset Guardian di Parsons.
Ciò ha permesso di implementare una pipeline capace di generare automaticamente ordini di lavoro prioritizzati per i team di manutenzione ODOT. Gli ordini di lavoro possono essere raggruppati per gravità e prossimità, mentre il sistema iNET® Asset Guardian semplifica i flussi di lavoro, migliorando l’efficienza delle operazioni di manutenzione sul campo.
i-Probe ha fornito la validazione dei dati e competenze analitiche per la valutazione della rugosità stradale e delle condizioni della segnaletica orizzontale. L’Università di Cincinnati ha supportato Honda nell’integrazione dei sensori sui veicoli di prova, ha guidato lo sviluppo delle funzionalità di rilevamento dei danni (inclusi buche, guardrail, segnali e dislivelli delle banchine) e ha fornito il servizio di manutenzione del sistema a ODOT durante la fase di sperimentazione.
I risultati hanno confermato che il rilevamento automatizzato tramite il Proactive Roadway Maintenance System ha raggiunto un’elevata accuratezza per segnali, guardrail e dislivelli delle banchine, oltre a garantire un’ottima capacità di individuazione delle buche sulla maggior parte dei tipi di strada: 99% di accuratezza per segnali danneggiati o ostruiti 93% per guardrail danneggiati e 89% nel rilevamento delle buche.
È stata inoltre realizzata una pipeline di feedback basata sull’intelligenza artificiale che ha consentito ai membri del team ODOT di segnalare le rilevazioni errate, permettendo al sistema di apprendere e migliorare nel tempo.
Le analisi condotte hanno mostrato che solo una piccola percentuale presentava una segnaletica orizzontale insufficiente, suggerendo la possibilità di ottimizzare i programmi di ritracciatura. I dati dei sensori dei veicoli hanno inoltre misurato in modo affidabile i livelli di rugosità stradale, fornendo informazioni preziose per la pianificazione della manutenzione. Il Proactive Roadway Maintenance System ha anche individuato dislivelli delle banchine ad alta gravità, difficili da identificare tramite le ispezioni visive di routine, segnalando con successo queste condizioni lungo la rete stradale.
Riducendo la necessità di ispezioni manuali, il sistema migliora la sicurezza delle squadre di manutenzione e ne limita l’esposizione ai rischi del traffico. Il team di progetto stima che il rilevamento automatizzato delle condizioni stradali potrebbe consentire a ODOT un risparmio annuo superiore a 4,5 milioni di dollari, grazie alla riduzione del tempo dedicato alle ispezioni manuali, all’ottimizzazione dei programmi di manutenzione e alla prevenzione di costose riparazioni rinviate tramite controlli proattivi.
Nella fase successiva di test, il team di progetto sta valutando le modalità per scalare il prototipo del Proactive Roadway Maintenance System verso un utilizzo operativo reale. In futuro, Honda mira a consentire ai propri clienti di contribuire a strade più sicure e migliori attraverso la condivisione anonimizzata dei dati dei loro veicoli. Questo approccio orientato alla comunità crea un senso di responsabilità condivisa a livello di gestione della rete stradale, permettendo agli automobilisti di passare dal semplice utilizzo delle strade a un contributo attivo al loro miglioramento.
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Il cui piatto piange a causa del ritiro statunitense da 31 agenzie a essa collegate, del ritardo nei versamenti da parte di alcuni Paesi contributori, nonché di una regola, che il portoghese ha definito «kafkiana», e che costringe l’ente a restituire il denaro non speso. Anche se quel denaro non è davvero nelle sue disponibilità.
Ecco all’opera il «segno di contraddizione» impresso da Donald Trump: la brutalità delle sue politiche, la scelta di additare l’ipocrisia del sistema internazionale, anziché continuare a far recitare agli Usa e all’Occidente la parte dei finti tonti, sono state sufficienti a squarciare il velo. E a mostrare per cosa stanno scorrendo i fiumi di lacrime degli interminabili pianti greci per la crisi del multilateralismo, la chimera che accende le intenzioni e i discorsi - nobili, beninteso - di tanti leader mondiali, da Sergio Mattarella al pontefice. Follow the money.
Guterres, con gli ambasciatori dei Paesi rappresentati all’Onu, ha dovuto battere cassa, temendo che le riserve si esauriscano entro luglio. Ha alluso al voltafaccia dell’America e, per tappare la voragine aperta dal tycoon, ha sollecitato i pagamenti dagli altri debitori, pur senza nominarli. Va detto che nella lista dei Paesi già in regola per il 2026, aggiornata al 29 gennaio, non figurano alcuni dei donatori più importanti: Italia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Cina, Russia. C’è invece l’Ucraina, che ha dato oltre 2 milioni e 300.000 dollari. Giunti chissà da dove, visto che pure Kiev è in bolletta. Guterres si è limitato a segnalare che, nell’anno appena trascorso, è stato raggiunto il record di 1,57 miliardi di dollari di arretrati, il doppio rispetto al 2024. «O tutti gli Stati membri onorano i loro obblighi di pagare tutto e in tempo», ha scritto, «o devono modificare radicalmente le nostre regole finanziarie, per prevenire un imminente collasso finanziario dell’Onu». Il riferimento, appunto, è alla clausola che impone di restituire fondi non impiegati, il cui transito sui conti delle Nazioni Unite, però, è stato figurativo.
Gli Stati Uniti sono stati finora la vacca grassa: valgono il 22% del budget dell’organizzazione, seguiti dal 20% della Cina. Anche questo è un segnale: la ritirata di Trump - secondo lui, l’Onu ha un «grande potenziale» inespresso, tanto che, per risolvere la fase due della guerra a Gaza, ha preferito battezzare un controverso «Board of peace» - certifica il protagonismo del Dragone. Ma piuttosto che a una sconfitta per Washington, la mossa equivale alla denuncia di una stortura che si era già prodotta da parecchio tempo e che gli Usa, i primi ad aprire le porte delle istituzioni multilaterali a Pechino, avevano tollerato: l’influenza sproporzionata dei cinesi, alla faccia dei miliardi sborsati dall’America. Non a caso, Trump era entrato in polemica, già durante il primo mandato, con l’Oms, il cui capo, Tedros Adhanom Ghebreyesus, vicino al regime di Xi Jinping, in era Covid aveva usato il guanto di velluto con la Cina. L’uscita dall’agenzia sanitaria, annunciata subito dopo il secondo insediamento alla Casa Bianca, è stata completata pochi giorni fa.
La somma che Washington ha congelato ammonta a 2,19 miliardi di dollari per il bilancio Onu, 1,88 per le missioni di peacekeeping dei caschi blu ancora in corso e 528 milioni per quelle che si sono concluse, ma per le quali tocca saldare il conto.
In previsione dei chiari di luna, Guterres aveva messo all’opera una task force, denominata Un80, con il compito di prescrivere una spending review e migliorare l’efficienza del colosso fondato nel 1945. Entro il 2026, arriverà un taglio del 7% del budget complessivo erogato dagli Stati.
Dopo decenni di inefficacia, prigioniere del gioco delle grandi potenze e al netto di qualche tentativo di riformare il Consiglio di Sicurezza, estendendone la rappresentanza al di là degli equilibri definiti al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite si sono arenate nell’ennesima secca: le frizioni provocate dal conflitto in Medio Oriente, durante il quale si è consumato lo scontro tra il segretario lusitano - «persona non grata in Israele» - e il governo di Benjamin Netanyahu. Infine, all’Assemblea generale di settembre, si era fatto notare il discorso con cui Giorgia Meloni, dando voce alle perplessità di parecchi Paesi, aveva denunciato la vetustà delle convenzioni «che regolano la migrazione e l’asilo. Sono regole», aveva detto il premier, «sancite in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e non esistevano i trafficanti di esseri umani. Convenzioni non più attuali in questo contesto».
All’età di 81 anni, insomma, l’Onu è invecchiata malino. E adesso è nel panico: teme di restare senza pensione d’oro.
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