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2023-06-20
Tassi e green fan crollare il mercato delle case
Christine Lagarde (Ansa)
Il continuo rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce e la direttiva europea sulle case green stanno affossando il mercato immobiliare. Come spiega il Consiglio nazionale del notariato, infatti, nei primi quattro mesi dell’anno quello che si nota è un crollo generalizzato dei mutui: detto in parole povere, sono troppo cari e la spada di Damocle di dover mettere mano al portafoglio per rendere casa a zero emissioni sta spaventando gli investitori del mattone.
«È chiaro che il costo dei mutui in ascesa ne stia disincentivando la richiesta», spiega Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, «ma non è da sottovalutare, anche se in percentuale minore, l’effetto negativo che già si sta vedendo per quanto riguarda le norme Ue sulle case green», dice. «Sappiamo già che all’interno delle trattative, ad esempio, le banche prediligono per questo motivo proprio le case più efficienti sotto il profilo energetico. Certo, al momento non c’è ancora nulla di ufficiale, ma sappiamo bene che il mercato sta già scontando questa eventualità. Del resto, c’è tanta gente che non riesce a permettersi gli attuali tassi, ma sono in molti a domandarsi se sia il caso di investire nel mattone nel momento in cui la norma sulle case green dovesse diventare legge. Per questo è importante che il governo italiano, insieme a quello di altre Paesi, si faccia valere per evitare tutto questo. L’unica speranza è che la questione si avvicini talmente come tempistiche alle prossime elezioni europee da ritardare il tutto e riparlarne al prossimo giro. Ce lo auguriamo tutti».
In particolare, il Notariato ha presentato una prima ricognizione effettuata in nove grandi città italiane in merito a mutui, surroghe, compravendite di fabbricati abitativi. Le città in esame sono: Roma, Milano, Napoli, Bari, Bologna, Torino, Palermo, Verona, Firenze. Dal campione, in primis, emerge un crollo generalizzato dei mutui, mentre il «calo» delle compravendite di fabbricati abitativi è molto diversificato sul territorio: sebbene a livello nazionale il calo sia del 2,7%, province come Bari, Bologna, Torino e Palermo mostrano valori in controtendenza attestandosi a variazioni positive rispetto al primo bimestre 2022. A fronte dei dati positivi di Torino (+3,26%), Bologna (+2,88%), Bari (+1,14%) e Palermo (+2,11%), però, si registrano segni meno per città come Milano (-3,74%), Verona (-1,45%), Roma (-2,09%), Firenze (-5,28%), Napoli (-14,9%). In tutte le città prese in esame si registra comunque un calo delle compravendite nel mese di febbraio 2023, tranne a Torino dove le transazioni sono addirittura maggiori rispetto al mese di gennaio.
Nei primi quattro mesi dell’anno, per intenderci, sul fronte dei mutui c’è stato un calo medio del 23,56%, ben più alto rispetto al crollo delle transazioni immobiliari. Nonostante alcune province come Verona mostrino a gennaio 2023 una quasi stazionarietà della richiesta di mutui (-0,5%), tutte le città subiscono un calo a due cifre, che a Napoli in particolare è pari a più di un terzo rispetto al bimestre 2022 (-35,4%). Va segnalato inoltre che la fascia di età che ha subito la riduzione minore è quella di chi ha meno di 36 anni, probabilmente in considerazione delle agevolazioni fiscali in vigore fino a fine dicembre 2023 per l’acquisto della prima casa e l’estensione del fondo prima casa all’80% in scadenza il prossimo 30 giugno. Sul calo medio nazionale del numero delle persone fisiche che hanno contratto un mutuo pari a -21,15%, la fascia di età 18-35 anni si ferma a -19,3% rispetto al -20,11% degli under 45, -22,36% degli under 55 e -25,67% under 65 fino al picco del -33,3% della fascia 66-75 anni.
Il calo delle compravendite, invece, è partito a febbraio 2023. Come si nota dall’indagine del Notariato, nei primi due mesi del 2023 si è registrato in Italia un calo del 2,72% del numero delle compravendite di abitazioni rispetto allo stesso periodo del 2022. In realtà il calo si è manifestato nel mese di febbraio di quest’anno. Il primo mese dell’anno infatti ha segnato un aumento del 5,43% rispetto a gennaio del 2022. È quindi il calo delle compravendite dell’8,68% nel mese di febbraio a pesare sulla riduzione del 2,72% del bimestre.
Ma quello che spaventa sono le proiezioni di mercato per il 2023. Sulla base dello studio statistico a cura del Consiglio nazionale del notariato, ci si aspetta un calo del mercato del 10,7% rispetto al 2022. In dettaglio, il mercato che subirà la più forte riduzione è quello delle compravendite di prime case. Per il 2023 si immagina una riduzione nel 2023 del 17,1% per l’acquisto di prime case tra privati e del 16,1% di acquisto di prime case da impresa. Gli acquisti di seconde case, pur se in calo, dovrebbero attestarsi rispettivamente a un -2,5% di acquisti di seconde case tra privati e a un -7,7% di seconde case acquistate da impresa. In merito ai mutui, per il 2023ci si attende che porteranno al 4% il tasso da giugno a dicembre 2023, con un calo del numero dei finanziamenti del 10,1%.
Europa divisa su nucleare e carbone. La Corte Ue: sulle batterie falliremo
I ministri dell’Energia dell’Unione europea si sono riuniti ieri a Lussemburgo per approvare la riforma del mercato elettrico (Emd, Electricity Market Design). Ma quella che doveva essere una riunione tutto sommato tranquilla si è trasformata prima ancora di iniziare in un rodeo.
La proposta di Regolamento 2023/0077 (Cod) dovrebbe, nelle intenzioni, cercare di risolvere alcuni problemi che si sono verificati lo scorso anno, quando la volatilità dei prezzi a breve termine del gas si è riversata sulle bollette di imprese e famiglie provocando i disastri che tutti ricordano. L’idea, sulla carta, è di fornire maggiori informazioni e più scelta ai consumatori, maggiore stabilità di prezzo favorendo la stipula di contratti a lungo termine e stimolare gli investimenti in fonti rinnovabili.
La discussione di ieri prima si è allungata, poi è diventata scontro aperto e infine si è chiusa con un rinvio al prossimo Coreper, cioè a livello di ambasciatori. Nulla di fatto, insomma. Gli oggetti del contendere erano ben tre: l’applicazione dei contratti per differenza (Cfd), il mantenimento del capacity payment agli impianti a carbone e un tetto ai ricavi inframarginali.
Spieghiamo.
I Cfd sono contratti di lungo termine per grossi quantitativi tra i produttori di energia e le compagnie di vendita oppure grandi clienti consumatori. Viene fissato un prezzo che si confronta con il mercato spot giornaliero e ci si scambiano le differenze monetarie tra prezzo fisso contrattuale e prezzo spot. Nel Regolamento proposto, i produttori interessati dal meccanismo saranno i nuovi impianti a fonte rinnovabile, mentre l’acquirente è lo Stato membro, che comprando l’energia a prezzo fisso riconosce un sostegno diretto al produttore (di fatto si tratta di un incentivo). Le differenze positive incassate dallo Stato devono poi essere redistribuite ai consumatori.
La Francia, con non poca sfrontatezza, vorrebbe che questo meccanismo fosse esteso anche agli impianti nucleari esistenti. La Germania è fortemente contraria, così come i suoi satelliti, perché ciò scoraggerebbe gli investimenti nelle rinnovabili. Una proposta di mediazione che considerava i soli nuovi investimenti sul nucleare è stata respinta sdegnosamente dalla Francia.
Passando al secondo tema, il capacity payment agli impianti a carbone permette a questi di ricevere una remunerazione per restare pronti in ogni momento a produrre, nel caso in cui sia necessario al gestore di rete per evitare blackout. La Svezia, presidente di turno dell’Ue ancora per qualche giorno, ha presentato all’ultimo momento una proposta per favorire l’allungamento dei sussidi legati a questo meccanismo. La Polonia naturalmente è favorevole, ma si è scontrata subito con il secco no della Germania. Quest’ultima, assieme agli alleati di sempre, ha respinto l’idea perché «non compatibile con gli obiettivi di protezione del clima dell’Ue», come ha detto ai giornalisti il ministro dell’Economia e del clima Robert Habeck prima dell’inizio della riunione stessa. La Francia, interessata ai Cfd sul nucleare, tatticamente appoggia la posizione della Polonia sul carbone.
Infine, Portogallo e Spagna vorrebbero inserire strutturalmente un tetto ai ricavi delle rinnovabili nel caso in cui prezzi salissero oltre un certo livello, per impedire extramargini e abbassare il prezzo medio di sistema. Un meccanismo simile esiste già in Italia da oltre un anno, ma il nuovo regolamento lo allargherebbe a tutta l’Unione. Di questo pare si sia parlato poco, essendo gli altri due argomenti più pregnanti.
Al termine della lunga giornata di discussioni, facce scure e presa d’atto di profonde divisioni. L’accordo c’è sulla parte di testo che riguarda i diritti dei consumatori, ma non sui Cfd né sul capacity payment al carbone.
Venerdì scorso il Coreper aveva dato il via libera ad un altro pezzo Green deal, la nuova direttiva sulle fonti rinnovabili (Red III). L’accordo prevede di arrivare al 2030 con una quota del 42,5% di energia rinnovabile rispetto al totale del consumo finale di energia elettrica. Un altro obiettivo «ambizioso» si aggiunge alla collezione. L’approvazione della direttiva era stata bloccata dalla Francia, che chiedeva che anche l’idrogeno prodotto con fonte nucleare fosse considerato a basse emissioni di CO2, al pari di quello prodotto con fonti rinnovabili. La linea rossa tracciata dalla Francia ha portato a discussioni e malumori, sinché la Commissione proprio venerdì ha emesso una comunicazione nella quale «riconosce che altre fonti di energia senza combustibili fossili, oltre alle energie rinnovabili, contribuiscono al raggiungimento della neutralità climatica, per gli Stati membri che decidono di fare affidamento su tali fonti». Una frase involuta che salva il nucleare senza citarlo e che ha accontentato la Francia.
Intanto, la Corte dei Conti europea ha diffuso uno studio nel quale chiarisce che la rincorsa europea alle batterie rischia di diventare un flop epocale, data la dipendenza europea dall’estero per troppi materiali critici, indispensabili per queste tecnologie. Persino i grigi contabili con sede in Lussemburgo si sono accorti di quanto la politica industriale europea abbia il fiato corto. Vedremo se a Bruxelles qualcuno farà professione di realismo.
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Si fermano i mutui e calano le compravendite. I notai: -8,7% a febbraio, male persino Milano. E nel primo quadrimestre -23,6% di richieste.Intanto i ministri dei Paesi Ue non trovano l’accordo sulla riforma del mercato elettrico. Pesa la spaccatura tra Francia e Germania. Berlino non vuole sussidi a centrali atomiche e miniere: «Va protetto il clima».Lo speciale contiene due articoli.Il continuo rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce e la direttiva europea sulle case green stanno affossando il mercato immobiliare. Come spiega il Consiglio nazionale del notariato, infatti, nei primi quattro mesi dell’anno quello che si nota è un crollo generalizzato dei mutui: detto in parole povere, sono troppo cari e la spada di Damocle di dover mettere mano al portafoglio per rendere casa a zero emissioni sta spaventando gli investitori del mattone. «È chiaro che il costo dei mutui in ascesa ne stia disincentivando la richiesta», spiega Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, «ma non è da sottovalutare, anche se in percentuale minore, l’effetto negativo che già si sta vedendo per quanto riguarda le norme Ue sulle case green», dice. «Sappiamo già che all’interno delle trattative, ad esempio, le banche prediligono per questo motivo proprio le case più efficienti sotto il profilo energetico. Certo, al momento non c’è ancora nulla di ufficiale, ma sappiamo bene che il mercato sta già scontando questa eventualità. Del resto, c’è tanta gente che non riesce a permettersi gli attuali tassi, ma sono in molti a domandarsi se sia il caso di investire nel mattone nel momento in cui la norma sulle case green dovesse diventare legge. Per questo è importante che il governo italiano, insieme a quello di altre Paesi, si faccia valere per evitare tutto questo. L’unica speranza è che la questione si avvicini talmente come tempistiche alle prossime elezioni europee da ritardare il tutto e riparlarne al prossimo giro. Ce lo auguriamo tutti». In particolare, il Notariato ha presentato una prima ricognizione effettuata in nove grandi città italiane in merito a mutui, surroghe, compravendite di fabbricati abitativi. Le città in esame sono: Roma, Milano, Napoli, Bari, Bologna, Torino, Palermo, Verona, Firenze. Dal campione, in primis, emerge un crollo generalizzato dei mutui, mentre il «calo» delle compravendite di fabbricati abitativi è molto diversificato sul territorio: sebbene a livello nazionale il calo sia del 2,7%, province come Bari, Bologna, Torino e Palermo mostrano valori in controtendenza attestandosi a variazioni positive rispetto al primo bimestre 2022. A fronte dei dati positivi di Torino (+3,26%), Bologna (+2,88%), Bari (+1,14%) e Palermo (+2,11%), però, si registrano segni meno per città come Milano (-3,74%), Verona (-1,45%), Roma (-2,09%), Firenze (-5,28%), Napoli (-14,9%). In tutte le città prese in esame si registra comunque un calo delle compravendite nel mese di febbraio 2023, tranne a Torino dove le transazioni sono addirittura maggiori rispetto al mese di gennaio.Nei primi quattro mesi dell’anno, per intenderci, sul fronte dei mutui c’è stato un calo medio del 23,56%, ben più alto rispetto al crollo delle transazioni immobiliari. Nonostante alcune province come Verona mostrino a gennaio 2023 una quasi stazionarietà della richiesta di mutui (-0,5%), tutte le città subiscono un calo a due cifre, che a Napoli in particolare è pari a più di un terzo rispetto al bimestre 2022 (-35,4%). Va segnalato inoltre che la fascia di età che ha subito la riduzione minore è quella di chi ha meno di 36 anni, probabilmente in considerazione delle agevolazioni fiscali in vigore fino a fine dicembre 2023 per l’acquisto della prima casa e l’estensione del fondo prima casa all’80% in scadenza il prossimo 30 giugno. Sul calo medio nazionale del numero delle persone fisiche che hanno contratto un mutuo pari a -21,15%, la fascia di età 18-35 anni si ferma a -19,3% rispetto al -20,11% degli under 45, -22,36% degli under 55 e -25,67% under 65 fino al picco del -33,3% della fascia 66-75 anni. Il calo delle compravendite, invece, è partito a febbraio 2023. Come si nota dall’indagine del Notariato, nei primi due mesi del 2023 si è registrato in Italia un calo del 2,72% del numero delle compravendite di abitazioni rispetto allo stesso periodo del 2022. In realtà il calo si è manifestato nel mese di febbraio di quest’anno. Il primo mese dell’anno infatti ha segnato un aumento del 5,43% rispetto a gennaio del 2022. È quindi il calo delle compravendite dell’8,68% nel mese di febbraio a pesare sulla riduzione del 2,72% del bimestre.Ma quello che spaventa sono le proiezioni di mercato per il 2023. Sulla base dello studio statistico a cura del Consiglio nazionale del notariato, ci si aspetta un calo del mercato del 10,7% rispetto al 2022. In dettaglio, il mercato che subirà la più forte riduzione è quello delle compravendite di prime case. Per il 2023 si immagina una riduzione nel 2023 del 17,1% per l’acquisto di prime case tra privati e del 16,1% di acquisto di prime case da impresa. Gli acquisti di seconde case, pur se in calo, dovrebbero attestarsi rispettivamente a un -2,5% di acquisti di seconde case tra privati e a un -7,7% di seconde case acquistate da impresa. In merito ai mutui, per il 2023ci si attende che porteranno al 4% il tasso da giugno a dicembre 2023, con un calo del numero dei finanziamenti del 10,1%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tassi-green-crollare-mercato-case-2661585773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="europa-divisa-su-nucleare-e-carbone-la-corte-ue-sulle-batterie-falliremo" data-post-id="2661585773" data-published-at="1687259550" data-use-pagination="False"> Europa divisa su nucleare e carbone. La Corte Ue: sulle batterie falliremo I ministri dell’Energia dell’Unione europea si sono riuniti ieri a Lussemburgo per approvare la riforma del mercato elettrico (Emd, Electricity Market Design). Ma quella che doveva essere una riunione tutto sommato tranquilla si è trasformata prima ancora di iniziare in un rodeo. La proposta di Regolamento 2023/0077 (Cod) dovrebbe, nelle intenzioni, cercare di risolvere alcuni problemi che si sono verificati lo scorso anno, quando la volatilità dei prezzi a breve termine del gas si è riversata sulle bollette di imprese e famiglie provocando i disastri che tutti ricordano. L’idea, sulla carta, è di fornire maggiori informazioni e più scelta ai consumatori, maggiore stabilità di prezzo favorendo la stipula di contratti a lungo termine e stimolare gli investimenti in fonti rinnovabili. La discussione di ieri prima si è allungata, poi è diventata scontro aperto e infine si è chiusa con un rinvio al prossimo Coreper, cioè a livello di ambasciatori. Nulla di fatto, insomma. Gli oggetti del contendere erano ben tre: l’applicazione dei contratti per differenza (Cfd), il mantenimento del capacity payment agli impianti a carbone e un tetto ai ricavi inframarginali. Spieghiamo. I Cfd sono contratti di lungo termine per grossi quantitativi tra i produttori di energia e le compagnie di vendita oppure grandi clienti consumatori. Viene fissato un prezzo che si confronta con il mercato spot giornaliero e ci si scambiano le differenze monetarie tra prezzo fisso contrattuale e prezzo spot. Nel Regolamento proposto, i produttori interessati dal meccanismo saranno i nuovi impianti a fonte rinnovabile, mentre l’acquirente è lo Stato membro, che comprando l’energia a prezzo fisso riconosce un sostegno diretto al produttore (di fatto si tratta di un incentivo). Le differenze positive incassate dallo Stato devono poi essere redistribuite ai consumatori. La Francia, con non poca sfrontatezza, vorrebbe che questo meccanismo fosse esteso anche agli impianti nucleari esistenti. La Germania è fortemente contraria, così come i suoi satelliti, perché ciò scoraggerebbe gli investimenti nelle rinnovabili. Una proposta di mediazione che considerava i soli nuovi investimenti sul nucleare è stata respinta sdegnosamente dalla Francia. Passando al secondo tema, il capacity payment agli impianti a carbone permette a questi di ricevere una remunerazione per restare pronti in ogni momento a produrre, nel caso in cui sia necessario al gestore di rete per evitare blackout. La Svezia, presidente di turno dell’Ue ancora per qualche giorno, ha presentato all’ultimo momento una proposta per favorire l’allungamento dei sussidi legati a questo meccanismo. La Polonia naturalmente è favorevole, ma si è scontrata subito con il secco no della Germania. Quest’ultima, assieme agli alleati di sempre, ha respinto l’idea perché «non compatibile con gli obiettivi di protezione del clima dell’Ue», come ha detto ai giornalisti il ministro dell’Economia e del clima Robert Habeck prima dell’inizio della riunione stessa. La Francia, interessata ai Cfd sul nucleare, tatticamente appoggia la posizione della Polonia sul carbone. Infine, Portogallo e Spagna vorrebbero inserire strutturalmente un tetto ai ricavi delle rinnovabili nel caso in cui prezzi salissero oltre un certo livello, per impedire extramargini e abbassare il prezzo medio di sistema. Un meccanismo simile esiste già in Italia da oltre un anno, ma il nuovo regolamento lo allargherebbe a tutta l’Unione. Di questo pare si sia parlato poco, essendo gli altri due argomenti più pregnanti. Al termine della lunga giornata di discussioni, facce scure e presa d’atto di profonde divisioni. L’accordo c’è sulla parte di testo che riguarda i diritti dei consumatori, ma non sui Cfd né sul capacity payment al carbone. Venerdì scorso il Coreper aveva dato il via libera ad un altro pezzo Green deal, la nuova direttiva sulle fonti rinnovabili (Red III). L’accordo prevede di arrivare al 2030 con una quota del 42,5% di energia rinnovabile rispetto al totale del consumo finale di energia elettrica. Un altro obiettivo «ambizioso» si aggiunge alla collezione. L’approvazione della direttiva era stata bloccata dalla Francia, che chiedeva che anche l’idrogeno prodotto con fonte nucleare fosse considerato a basse emissioni di CO2, al pari di quello prodotto con fonti rinnovabili. La linea rossa tracciata dalla Francia ha portato a discussioni e malumori, sinché la Commissione proprio venerdì ha emesso una comunicazione nella quale «riconosce che altre fonti di energia senza combustibili fossili, oltre alle energie rinnovabili, contribuiscono al raggiungimento della neutralità climatica, per gli Stati membri che decidono di fare affidamento su tali fonti». Una frase involuta che salva il nucleare senza citarlo e che ha accontentato la Francia. Intanto, la Corte dei Conti europea ha diffuso uno studio nel quale chiarisce che la rincorsa europea alle batterie rischia di diventare un flop epocale, data la dipendenza europea dall’estero per troppi materiali critici, indispensabili per queste tecnologie. Persino i grigi contabili con sede in Lussemburgo si sono accorti di quanto la politica industriale europea abbia il fiato corto. Vedremo se a Bruxelles qualcuno farà professione di realismo.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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