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2023-04-19
L’Ue raddoppia la tassa sul green. Adesso pagano pure gli affittuari
Il Parlamento europeo ha approvato ieri definitivamente tre importanti provvedimenti parte del complesso programma Fit for 55: la riforma dell’Ets (Emission Trading System, il mercato delle emissioni di CO2), il Fondo sociale per il clima e il discusso meccanismo Cbam (Carbon border adjustment mechanism). Ora le norme devono passare un’ultima volta dal Consiglio europeo, ma trattasi di pura formalità. I testi sono infatti arrivati ieri in aula già blindati dagli accordi presi nei mesi scorsi a livello di trilogo (Parlamento, Commissione e Consiglio) e potevano essere solo accettati o respinti in blocco. Le decisioni di Bruxelles, dunque, potranno entrare in vigore dopo la pubblicazione, forse già il mese prossimo.
La riforma dell’Ets allarga l’area dei soggetti obbligati a pagare le quote di CO2 coinvolgendo anche i conduttori (inquilini e proprietari) delle abitazioni e i possessori di mezzi di trasporto. Il fondo sociale per il clima è lo strumento che dovrebbe distribuire i proventi dell’Ets ai consumatori più in difficoltà. Il meccanismo dell’adeguamento del carbonio alla frontiera (Cbam) obbligherà gli importatori di determinate merci ad acquistare i permessi di emissione relativi alla produzione delle merci importate.
La riforma Ets è stata approvata con 413 voti favorevoli, 167 contrari e 57 astensioni. Tra gli italiani, contrari Lega e Fratelli d’Italia, astenuta Forza Italia. La riforma prevede una più rapida eliminazione delle quote gratuite per le imprese e la creazione di un nuovo sistema Ets per i combustibili per trasporto e per gli edifici dal 2027. Passa anche la revisione dell’Ets per l’aviazione nonché l’allargamento al settore marittimo, due provvedimenti votati separatamente ma parte organica della riforma.
Il Fondo sociale passa con 521 voti (favorevoli tutti i partiti italiani) e sarà dotato di 65 miliardi frutto della vendita all’asta dei permessi di emissione, che saranno distribuiti a famiglie vulnerabili, piccole imprese e «utenti dei trasporti particolarmente colpiti dalla povertà energetica».
Il Cbam è stato approvato con 487 voti favorevoli, 81 contrari e 75 astensioni. Tra gli italiani, favorevole Fratelli d’Italia, astenute Lega e Forza Italia (con l’eccezione di Salvatore De Meo, favorevole). La sinistra italiana ha votato sì a tutto.
Marco Campomenosi, europarlamentare della Lega, gruppo Identità e Democrazia, ha affermato che «l’Ets per le case e le automobili avrà un impatto sociale molto negativo per le famiglie, per questo abbiamo votato contro. Non abbiamo sostenuto neppure il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera, che ci preoccupa. Il Cbam non è dotato di un supporto all’export, che invece sarebbe necessario a compensazione, e si trasformerà in uno strumento che renderà più costoso produrre in Europa con componenti importate».
Il Cbam si applicherà alle importazioni di energia elettrica, fertilizzanti, ferro, acciaio anche lavorato, alluminio, cemento e idrogeno. Alle imprese che importano in Ue questi prodotti la norma impone di comunicare la quantità di CO2 contenuta nelle merci, per acquistare poi i relativi permessi di emissione, valorizzati ai prezzi europei. Il meccanismo sarà introdotto dal 2026 e gli adempimenti non saranno leggeri. Le imprese dovranno registrarsi e comunicare ogni tre mesi le quantità importate. Una volta all’anno dovranno dichiarare l’ammontare della CO2 importata «contenuta» nei prodotti. A tale scopo, il regolamento fornisce le basi per effettuare i calcoli relativi. La quantità di CO2 dichiarata dovrà quindi essere valorizzata al prezzo medio delle quote, in euro a tonnellata, registrato sul mercato europeo. «I nodi presto verranno al pettine, ne pagheranno le spese imprese, lavoratori e famiglie. Sarebbe stato importante avere negli ultimi due anni un ministro della Transizione ecologica capace di portare a Bruxelles il punto di vista di imprese e lavoratori italiani molto preoccupati per l’impatto che queste regole avranno. L’allarme è arrivato troppo tardi» conclude Campomenosi.
Un allarme diffuso tra le imprese già almeno dal 2021 e che nella primavera 2022 (vedi La Verità del 31 maggio 2022) era sfociato in una lettera di Eurofer, nella quale gli acciaieri europei (tra cui gli italiani Feralpi, Tenaris, Riva, Lucchini) manifestavano grande preoccupazione per la competitività dell’industria dell’acciaio europeo. Gli appelli alla cautela non sono serviti a nulla e la hybris eco distruttiva dell’Unione europea non si è placata. Le nuove norme alzeranno i costi dell’energia e arrivano come un rullo compressore in un panorama economico già preda di estrema incertezza, con un clima avverso agli investimenti. Il dato del PIL cinese (+4,5% nel primo trimestre dell’anno) segna una strada al rialzo per le materie prime, dunque una persistenza dell’inflazione. Se è così, né la Federal Reserve né la Banca Centrale Europea si precipiteranno ad abbassare i tassi di interesse, anzi. In un contesto simile le nuove norme europee non fanno che peggiorare il quadro, alzando ancora i costi. Evidentemente Bruxelles, troppo impegnata a salvare il mondo, non ha ancora capito che tenere bassi i prezzi dell’energia è fondamentale per la sopravvivenza dell’economia continentale.
Italia al lavoro contro la casa verde
Il governo vuole tendere una mano ai cittadini che non potranno intervenire per efficientare la propria casa a livello energetico. «Non possiamo mettere fuorilegge le case dei più poveri perché non intervengono per portarle in classe D» entro il 2033, ha detto ieri il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il ministro ha parlato intervenendo all’evento “Corporate Sustainability Hub” alla Luiss Guido Carli, riferendosi alla direttiva case green approvata dal Parlamento Ue e precisando che si deve agire con decisioni «aiutandoli, perché non ce la fanno».
Nella giornata di ieri, infatti, sono iniziati i negoziati sulla direttiva case green. In particolare, ieri è iniziato il cosiddetto trilogo tra il Consiglio europeo, il Parlamento europeo e la Commissione per arrivare a una versione definitiva del testo della norma che fornirà agli stati membri dell'Ue obiettivi vincolanti sulla ristrutturazione degli immobili più energivori. Una volta trovata la quadra sul testo, servirà poi una nuova approvazione a maggioranza al Consiglio europeo.
Tra le misure che preoccupano in particolar modo, c’è la prescrizione che la Commissione europea si appresta ad approvare ponendo un indice di efficienza al 115% per le caldaie a gas.
Come fanno sapere Proxigas (l’associazione che riunisce le imprese della filiera del gas naturale), Assogasliquidi (quella di Federchimica che rappresenta le imprese del comparto dei gas liquefatti), Assotermica (l’unione dei produttori apparecchi e componenti per impianti termici), Federcostruzioni (Federazione delle costruzioni), Ance (l'insieme nazionale dei costruttori edili) e Applia Italia (l’associazione dei produttori di apparecchi domestici e attrezzature professionali), questa regola «rappresenta di fatto un divieto di immissione sul mercato di tutte le caldaie e non risulta coerente con il parere espresso dal Parlamento europeo lo scorso 14 marzo sulla proposta di direttiva sulle prestazioni energetiche dell'edilizia».
In particolare, le sei associazioni, spiega una nota, esprimono preoccupazione in merito agli orientamenti della Commissione europea in materia di progettazione ecocompatibile ed etichettatura energetica dei sistemi di riscaldamento che saranno oggetto del Consultation Forum organizzato dalla Commissione Ue per il prossimo 27 aprile.
«Nel merito, pur condividendo gli obiettivi di riduzione delle emissioni e l’importanza di un impegno comune a livello europeo per realizzare i target ambientali, esprimiamo forti perplessità rispetto all’approccio adottato nel declinarli a livello legislativo», evidenziano Proxigas, Assogasliquidi, Assotermica, Federcostruzioni, Ance e Applia Italia, aggiungendo che «l’approccio è basato su divieti che non tengono conto delle prospettive di sviluppo delle tecnologie e dei vettori energetici e, soprattutto, non considerano le specificità dei singoli Stati membri», continua la nota. «Per il nostro Paese, dove il gas è centrale nel settore domestico», sottolineano le associazioni, «si prospettano ricadute sulla competitività dell’industria, sulla sostenibilità economica e sociale per le famiglie, sulla stabilità e sulla resilienza del sistema energetico. Criticità che rischiano di compromettere anche l’attuazione concreta del percorso di decarbonizzazione e che richiedono una attenzione specifica delle nostre Istituzioni per modificare sostanzialmente l'approccio della nuova regolamentazione».
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L’Europarlamento approva la riforma dell’Ets, il meccanismo di scambio dei permessi a inquinare, scaricando le emissioni su proprietari e inquilini degli immobili. Dazi sulle importazioni di materie prime.Al via i negoziati in Europa sulla direttiva che costringe a ristrutturare le abitazioni energivore. Pichetto Fratin: non possiamo mettere fuorilegge il mattone dei più poveri.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento europeo ha approvato ieri definitivamente tre importanti provvedimenti parte del complesso programma Fit for 55: la riforma dell’Ets (Emission Trading System, il mercato delle emissioni di CO2), il Fondo sociale per il clima e il discusso meccanismo Cbam (Carbon border adjustment mechanism). Ora le norme devono passare un’ultima volta dal Consiglio europeo, ma trattasi di pura formalità. I testi sono infatti arrivati ieri in aula già blindati dagli accordi presi nei mesi scorsi a livello di trilogo (Parlamento, Commissione e Consiglio) e potevano essere solo accettati o respinti in blocco. Le decisioni di Bruxelles, dunque, potranno entrare in vigore dopo la pubblicazione, forse già il mese prossimo.La riforma dell’Ets allarga l’area dei soggetti obbligati a pagare le quote di CO2 coinvolgendo anche i conduttori (inquilini e proprietari) delle abitazioni e i possessori di mezzi di trasporto. Il fondo sociale per il clima è lo strumento che dovrebbe distribuire i proventi dell’Ets ai consumatori più in difficoltà. Il meccanismo dell’adeguamento del carbonio alla frontiera (Cbam) obbligherà gli importatori di determinate merci ad acquistare i permessi di emissione relativi alla produzione delle merci importate.La riforma Ets è stata approvata con 413 voti favorevoli, 167 contrari e 57 astensioni. Tra gli italiani, contrari Lega e Fratelli d’Italia, astenuta Forza Italia. La riforma prevede una più rapida eliminazione delle quote gratuite per le imprese e la creazione di un nuovo sistema Ets per i combustibili per trasporto e per gli edifici dal 2027. Passa anche la revisione dell’Ets per l’aviazione nonché l’allargamento al settore marittimo, due provvedimenti votati separatamente ma parte organica della riforma.Il Fondo sociale passa con 521 voti (favorevoli tutti i partiti italiani) e sarà dotato di 65 miliardi frutto della vendita all’asta dei permessi di emissione, che saranno distribuiti a famiglie vulnerabili, piccole imprese e «utenti dei trasporti particolarmente colpiti dalla povertà energetica».Il Cbam è stato approvato con 487 voti favorevoli, 81 contrari e 75 astensioni. Tra gli italiani, favorevole Fratelli d’Italia, astenute Lega e Forza Italia (con l’eccezione di Salvatore De Meo, favorevole). La sinistra italiana ha votato sì a tutto.Marco Campomenosi, europarlamentare della Lega, gruppo Identità e Democrazia, ha affermato che «l’Ets per le case e le automobili avrà un impatto sociale molto negativo per le famiglie, per questo abbiamo votato contro. Non abbiamo sostenuto neppure il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera, che ci preoccupa. Il Cbam non è dotato di un supporto all’export, che invece sarebbe necessario a compensazione, e si trasformerà in uno strumento che renderà più costoso produrre in Europa con componenti importate».Il Cbam si applicherà alle importazioni di energia elettrica, fertilizzanti, ferro, acciaio anche lavorato, alluminio, cemento e idrogeno. Alle imprese che importano in Ue questi prodotti la norma impone di comunicare la quantità di CO2 contenuta nelle merci, per acquistare poi i relativi permessi di emissione, valorizzati ai prezzi europei. Il meccanismo sarà introdotto dal 2026 e gli adempimenti non saranno leggeri. Le imprese dovranno registrarsi e comunicare ogni tre mesi le quantità importate. Una volta all’anno dovranno dichiarare l’ammontare della CO2 importata «contenuta» nei prodotti. A tale scopo, il regolamento fornisce le basi per effettuare i calcoli relativi. La quantità di CO2 dichiarata dovrà quindi essere valorizzata al prezzo medio delle quote, in euro a tonnellata, registrato sul mercato europeo. «I nodi presto verranno al pettine, ne pagheranno le spese imprese, lavoratori e famiglie. Sarebbe stato importante avere negli ultimi due anni un ministro della Transizione ecologica capace di portare a Bruxelles il punto di vista di imprese e lavoratori italiani molto preoccupati per l’impatto che queste regole avranno. L’allarme è arrivato troppo tardi» conclude Campomenosi.Un allarme diffuso tra le imprese già almeno dal 2021 e che nella primavera 2022 (vedi La Verità del 31 maggio 2022) era sfociato in una lettera di Eurofer, nella quale gli acciaieri europei (tra cui gli italiani Feralpi, Tenaris, Riva, Lucchini) manifestavano grande preoccupazione per la competitività dell’industria dell’acciaio europeo. Gli appelli alla cautela non sono serviti a nulla e la hybris eco distruttiva dell’Unione europea non si è placata. Le nuove norme alzeranno i costi dell’energia e arrivano come un rullo compressore in un panorama economico già preda di estrema incertezza, con un clima avverso agli investimenti. Il dato del PIL cinese (+4,5% nel primo trimestre dell’anno) segna una strada al rialzo per le materie prime, dunque una persistenza dell’inflazione. Se è così, né la Federal Reserve né la Banca Centrale Europea si precipiteranno ad abbassare i tassi di interesse, anzi. In un contesto simile le nuove norme europee non fanno che peggiorare il quadro, alzando ancora i costi. Evidentemente Bruxelles, troppo impegnata a salvare il mondo, non ha ancora capito che tenere bassi i prezzi dell’energia è fondamentale per la sopravvivenza dell’economia continentale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tassa-green-europa-2659878449.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-al-lavoro-contro-la-casa-verde" data-post-id="2659878449" data-published-at="1681895433" data-use-pagination="False"> Italia al lavoro contro la casa verde Il governo vuole tendere una mano ai cittadini che non potranno intervenire per efficientare la propria casa a livello energetico. «Non possiamo mettere fuorilegge le case dei più poveri perché non intervengono per portarle in classe D» entro il 2033, ha detto ieri il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il ministro ha parlato intervenendo all’evento “Corporate Sustainability Hub” alla Luiss Guido Carli, riferendosi alla direttiva case green approvata dal Parlamento Ue e precisando che si deve agire con decisioni «aiutandoli, perché non ce la fanno». Nella giornata di ieri, infatti, sono iniziati i negoziati sulla direttiva case green. In particolare, ieri è iniziato il cosiddetto trilogo tra il Consiglio europeo, il Parlamento europeo e la Commissione per arrivare a una versione definitiva del testo della norma che fornirà agli stati membri dell'Ue obiettivi vincolanti sulla ristrutturazione degli immobili più energivori. Una volta trovata la quadra sul testo, servirà poi una nuova approvazione a maggioranza al Consiglio europeo. Tra le misure che preoccupano in particolar modo, c’è la prescrizione che la Commissione europea si appresta ad approvare ponendo un indice di efficienza al 115% per le caldaie a gas. Come fanno sapere Proxigas (l’associazione che riunisce le imprese della filiera del gas naturale), Assogasliquidi (quella di Federchimica che rappresenta le imprese del comparto dei gas liquefatti), Assotermica (l’unione dei produttori apparecchi e componenti per impianti termici), Federcostruzioni (Federazione delle costruzioni), Ance (l'insieme nazionale dei costruttori edili) e Applia Italia (l’associazione dei produttori di apparecchi domestici e attrezzature professionali), questa regola «rappresenta di fatto un divieto di immissione sul mercato di tutte le caldaie e non risulta coerente con il parere espresso dal Parlamento europeo lo scorso 14 marzo sulla proposta di direttiva sulle prestazioni energetiche dell'edilizia». In particolare, le sei associazioni, spiega una nota, esprimono preoccupazione in merito agli orientamenti della Commissione europea in materia di progettazione ecocompatibile ed etichettatura energetica dei sistemi di riscaldamento che saranno oggetto del Consultation Forum organizzato dalla Commissione Ue per il prossimo 27 aprile. «Nel merito, pur condividendo gli obiettivi di riduzione delle emissioni e l’importanza di un impegno comune a livello europeo per realizzare i target ambientali, esprimiamo forti perplessità rispetto all’approccio adottato nel declinarli a livello legislativo», evidenziano Proxigas, Assogasliquidi, Assotermica, Federcostruzioni, Ance e Applia Italia, aggiungendo che «l’approccio è basato su divieti che non tengono conto delle prospettive di sviluppo delle tecnologie e dei vettori energetici e, soprattutto, non considerano le specificità dei singoli Stati membri», continua la nota. «Per il nostro Paese, dove il gas è centrale nel settore domestico», sottolineano le associazioni, «si prospettano ricadute sulla competitività dell’industria, sulla sostenibilità economica e sociale per le famiglie, sulla stabilità e sulla resilienza del sistema energetico. Criticità che rischiano di compromettere anche l’attuazione concreta del percorso di decarbonizzazione e che richiedono una attenzione specifica delle nostre Istituzioni per modificare sostanzialmente l'approccio della nuova regolamentazione».
Il motore è un modello di ricavi sempre più orientato ai servizi: «La crescita facile basata sulla forbice degli interessi sta inevitabilmente assottigliandosi, con il margine di interesse aggregato in calo del 5,6% nei primi nove mesi del 2025», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il settore ha saputo, però, compensare questa dinamica spingendo sul secondo pilastro dei ricavi, le commissioni nette, che sono cresciute del 5,9% nello stesso periodo, grazie soprattutto alla focalizzazione su gestione patrimoniale e bancassurance».
La crescita delle commissioni riflette un’evoluzione strutturale: le banche agiscono sempre più come collocatori di prodotti finanziari e assicurativi. «Questo modello, se da un lato genera profitti elevati e stabili per gli istituti con minori vincoli di capitale e minor rischio di credito rispetto ai prestiti, dall’altro espone una criticità strutturale per i risparmiatori», dice Gaziano. «L’Italia è, infatti, il mercato in Europa in cui il risparmio gestito è il più caro», ricorda. Ne deriva una redditività meno dipendente dal credito, ma con un tema di costo per i clienti. La «corsa turbo» agli utili ha riacceso il dibattito sugli extra-profitti. In Italia, la legge di bilancio chiede un contributo al settore con formule che evitano una nuova tassa esplicita.
«È un dato di fatto che il governo italiano stia cercando una soluzione morbida per incassare liquidità da un settore in forte attivo, mentre in altri Paesi europei si discute apertamente di tassare questi extra-profitti in modo più deciso», dice l’esperto. «Ad esempio, in Polonia il governo ha recentemente aumentato le tasse sulle banche per finanziare le spese per la Difesa. È curioso notare come, alla fine, i governi preferiscano accontentarsi di un contributo una tantum da parte delle banche, piuttosto che intervenire sulle dinamiche che generano questi profitti che ricadono direttamente sui risparmiatori».
Come spiega David Benamou, responsabile investimenti di Axiom alternative investments, «le banche italiane rimangono interessanti grazie ai solidi coefficienti patrimoniali (Cet1 medio superiore al 15%), alle generose distribuzioni agli azionisti (riacquisti di azioni proprie e dividendi che offrono rendimenti del 9-10%) e al consolidamento in corso che rafforza i gruppi leader, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Il settore in Italia potrebbe sovraperformare il mercato azionario in generale se le valutazioni rimarranno basse. Non mancano, tuttavia, rischi come un moderato aumento dei crediti in sofferenza o gli choc geopolitici, che smorzano l’ottimismo».
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Getty Images
Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Merito-Dicembre-2025.pdf
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