Il petrolio è arrivato a 100 dollari ma prima o dopo si troverà una soluzione al blocco di Hormuz. Preoccupa di più la fuga degli investitori dai fondi di private credit americani. Grandi nomi in ballo e centinaia di miliardi che ballano. Uno scricchiolio a Wall Street vale 10 crisi del petrolio.
Cali fino al 61% dai massimi a Wall Street, rimborsi triplicati nei fondi privati, in bilico 1.400 miliardi di fidi bancari. La crisi del credito trascina con sé il resto del sistema.
Wall Street trema non solo per l’Iran. BlackRock ha ridotto a zero il valore di un prestito privato da 25 milioni concesso a Infinite Commerce Holdings, società sviluppatrice di marchi di prodotti di consumo progettati per aumentare le vendite sui marketplace di e-commerce, appena tre mesi dopo averlo valutato a 100 centesimi per dollaro. Il prestito, che ora è privo di valore, segna il secondo crollo improvviso che ha colpito di recente la divisione di credito privato di BlackRock.
È l’inizio di una mega crisi di liquidità (e di fiducia) stile 2007-2008? Per un decennio il credito privato è stato il motore silenzioso della finanza alternativa. Oggi però i ribassi in Borsa dei grandi gestori, l’accelerazione delle richieste di rimborsi nei fondi retail, i record negativi sui prestiti software e - dato finora sottovalutato - 1.400 miliardi di dollari di esposizione bancaria verso istituzioni finanziarie cosiddette «non depositate» disegnano un rischio sistemico che non può più essere ignorato.
I numeri parlano da soli. Dal picco, le principali società quotate del settore hanno subìto perdite pesanti: Carlyle -25%, Apollo -39%, Ares -42%, Blackstone -43%, KKR -44%. Il caso più estremo è Blue Owl, precipitata del 61%. Non si tratta di correzioni fisiologiche in un mercato volatile: sono cali che segnalano un cambio di regime per un’industria abituata a navigare senza scosse.
Per capire come si è arrivati a questo punto occorre tornare indietro di un decennio. Il credito privato è fiorito nell’era post-crisi finanziaria globale, in un contesto segnato dal ritiro progressivo delle banche tradizionali causa regole più rigide, dai tassi ai minimi storici e dalla fame di rendimento degli investitori istituzionali. I grandi gestori alternativi - Blackstone, Apollo, Ares, KKR - hanno colmato il vuoto, offrendo prestiti diretti alle imprese in cambio di rendimenti superiori al mercato obbligazionario pubblico. La ricetta sembrava infallibile: credito strutturato, soluzioni di capitale su misura, prestiti garantiti da attività reali. I rendimenti erano attraenti, la volatilità appariva sotto controllo e la stabilità del valore patrimoniale netto rassicurava gli investitori. Ma con l’impennata dei tassi avviata dal 2022 e la persistente incertezza macroeconomica, quello scenario è svanito, lasciando allo scoperto vulnerabilità strutturali che i tassi a zero avevano tenuto nascoste.
I mercati dei prestiti pubblici hanno aperto il 2026 in difficoltà, contagiando rapidamente la percezione del rischio nel credito privato. Un fondo che replica il Morningstar Lsta U.S. Leveraged Loan Index ha perso oltre il 2% a febbraio, con il 26% del capitale esposto a prestiti software, dice Bloomberg, a fronte di un rendimento quasi nullo delle obbligazioni investment grade che al settore tecnologico destinano solo il 3%. Il debito di aziende software ad alta leva è finito sotto pressione per il boom dell’Intelligenza artificiale agentica, che all’80% può sostituire i programmatori. Quindi gli investitori sono diventati selettivi, non più disposti a correre rischi indiscriminatamente per prestiti spesso non quotati, che lavorano nel medio lungo periodo. Circa il 21% dei prestiti Software & Services è scambiato sotto gli 80 centesimi per dollaro di nominale, segno di elevata incertezza sul rifinanziamento e ridotta liquidità. Secondo PitchBook, al 31 gennaio è stato toccato il record storico di 25 miliardi di dollari di prestiti software speculativi scambiati sotto tale soglia.
Allo stesso tempo, i veicoli di credito privato orientati alla clientela retail affrontano un ambiente di liquidità sempre più esigente. Fitch ha rilevato che i rimborsi per i Business Development Company perpetui non negoziati sono balzati al 4,5% del valore netto dell’attivo (il mitico Nav) nel quarto trimestre 2025, dall’1,6% del trimestre precedente - quasi triplicati in novanta giorni - con la raccolta fondi in parallelo rallentamento. La tensione strutturale è quella che da sempre caratterizza il modello semi-liquido: gli investitori si aspettano di poter uscire con relativa facilità, ma i prestiti sottostanti sono illiquidi per natura. Quando i rimborsi accelerano, il gestore è costretto a scegliere tra opzioni tutte impopolari: bloccare le uscite, ritardare i prelievi, accumulare liquidità o vendere asset a sconto. Il tutto erodendo quella percezione di stabilità che ha alimentato la crescita del settore.
C’è pure una profonda interconnessione tra il sistema bancario tradizionale e le istituzioni finanziarie non depositate (le Ndfi), categoria che include i fondi di credito privato e di private equity. Le banche americane hanno prestato oltre 1.400 miliardi di dollari a soggetti Ndfi: in soli quindici anni, questa forma di esposizione è cresciuta del 2.320%. Nel 2010 i prestiti agli Ndfi rappresentavano meno dell’1% del portafoglio creditizio totale delle banche; oggi ne costituiscono l’11%. Il credito privato è la categoria con la maggiore esposizione, seguito a breve distanza dal private equity. JPMorgan detiene la quota di mercato più ampia, seguita da Bank of America e Citigroup; le banche più piccole, con circa il 20% del mercato, destano preoccupazione maggiore poiché meno diversificate e quindi più vulnerabili in caso di deterioramento del credito privato.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la traiettoria dei default. Dal 2025, il tasso di insolvenza degli Ndfi è in aumento costante: a gennaio 2026 ha raggiunto il 5,8%, il livello più alto dall'agosto 2024. L’inflazione persistente è il principale motore di questa dinamica e le tensioni geopolitiche potrebbero alimentarla ulteriormente, trascinando al ribasso le aziende che si finanziano attraverso il credito privato e, a cascata, le banche che a quel credito prestano denaro. Il problema è aggravato da un vuoto strutturale: la grande maggioranza degli Ndfi non è quotata in Borsa. A differenza delle obbligazioni, per le quali esistono credit default swap che consentono alle banche di coprire il rischio di insolvenza, strumenti analoghi sugli Ndfi non esistono.
Nel 2007-2008 la crisi dei subprime che portò al crac Lehman nacque da prestiti personali non pagati. Domanda: ora a far saltare il sistema saranno le imprese e le start up insolventi?
Il vero test probabilmente non sarà legato ai rimborsi, ma alla tenuta del credito sottostante e alla capacità del sistema bancario - esposto per 1.400 miliardi - di reggere l’urto senza strumenti di copertura adeguati. O il credito privato uscirà da questa fase rafforzato o trascinerà con sé una fetta il sistema finanziario globale.
Continua a leggereRiduci
Luis «Toto» Caputo (Getty Images)
Dopo una lunga carriera nelle banche d’affari, l’attuale ministro dell’Economia ha il compito di rilanciare il Paese. La ricetta: disciplina di bilancio e moneta forte. Contando sull’aiuto finanziario degli Stati Uniti.
La rivoluzione di Javier Milei passa per i corridoi dell’alta finanza. Il vero fulcro del «nuovo» corso argentino risiede nel ministero dell’Economia, dove l’ex trader di Wall Street, Luis «Toto» Caputo, sta dirigendo l’orchestra della terapia shock. Soprannominato il «Lionel Messi della finanza» dai suoi ex colleghi (di solito questi paragoni non portano benissimo), Caputo è affiancato da una squadra che condivide il suo pedigree, un gruppo di ex dirigenti di Jp Morgan e di altre sale trading globali.
Caputo, classe 1965, cresciuto al Collegio Cardenal Newman e laureato in Economia all’Università di Buenos Aires, è il fulcro del sistema Milei. Dopo una lunga carriera tra Jp Morgan e Deutsche Bank, dov’è stato uno dei trader di riferimento per l’America Latina, entra in politica con Mauricio Macri nel 2015 come segretario e poi ministro delle Finanze, gestendo il rientro dell’Argentina nei mercati con il compromesso sui fondi avvoltoio e il celebre bond centenario (un’obbligazione da 45 miliardi di dollari con scadenza a 100 anni e cedola del 7,125%). Nell’esperienza di governo con Macri, il debito privato argentino è salito dal 16% al 38% del Pil.
Con Milei, torna al centro della scena come ministro dell’Economia dal dicembre 2023. Subito attua tagli feroci a sussidi e spesa, operazioni che riportano l’Argentina al surplus fiscale dopo anni di disavanzi.
Accanto a lui, nel ruolo di vice, c’è José Luis Daza, nato a Buenos Aires da diplomatici cileni ma formato tra Cile, Stati Uniti e i grandi desk di Wall Street. Economista dell’Universidad de Chile, con un dottorato all’Università di Georgetown, rappresentante del Banco Central de Chile a Tokyo, poi capo ricerca mercati emergenti a Jp Morgan e Deutsche Bank. Daza ha fondato l’hedge fund Qfr Capital ed è stato consigliere del candidato conservatore cileno José Antonio Kast. Dal 2024 è segretario alla politica economica e viceministro di Caputo, con il compito chiave di tenere i rapporti con il Fondo monetario internazionale e con gli investitori di tutto il mondo.
Pablo Quirno è invece il ponte tra l’universo finanziario e la diplomazia. Discendente di una storica famiglia conservatrice argentina, studia Economia alla University of Pennsylvania (Wharton) e costruisce una carriera in Jp Morgan come direttore per l’America Latina e membro del comitato di gestione regionale, seguendo privatizzazioni e ristrutturazioni di debito in mezzo mondo. Nel 2016 entra nel governo Macri come coordinatore della segreteria delle Finanze e capo di gabinetto di Caputo, passando anche dal board della Banca centrale argentina. Con Milei è prima segretario alle Finanze, poi (dopo le dimissioni di Gerardo Werthein) promosso ministro degli Esteri nell’ottobre 2025, simbolo dell’allineamento sempre più netto con gli Stati Uniti.
Infine, Santiago Bausili, 1974, anche lui formatosi al Collegio Cardenal Newman e poi all’Università di San Andrés. Per oltre undici anni in Jp Morgan e quasi nove in Deutsche Bank, si specializza in debito sovrano latinoamericano e derivati, spesso in tandem con Caputo. Nel 2016 passa al settore pubblico come sottosegretario e poi segretario alle Finanze nel governo Macri. Nel dicembre 2023 Milei lo nomina presidente della Banca centrale, dietro raccomandazione di Caputo.
La strategia del team Caputo è quella della disciplina fiscale a tutti i costi. L’obiettivo immediato è stato frenare l’inflazione, crollata da oltre il 200% all’inizio del mandato a circa il 30%. Ma il prezzo è la macelleria sociale. Pensioni, salari pubblici e prestazioni sociali non sono state adeguate all’inflazione e la disoccupazione è aumentata.
L’altro elemento critico della strategia di Caputo è la gestione della valuta argentina. Nonostante Milei avesse un tempo definito il peso «escremento», la sua amministrazione ha adottato una politica di sostegno alla valuta, mantenendo tassi di interesse elevati e controlli stretti su cambi e capitali. Questa formula, già tentata dai predecessori senza successo, ha lo scopo di stabilizzare l’inflazione in un mercato dei cambi volatile e ristretto.
Questa politica monetaria rigida ha avuto un impatto tossico sul sistema bancario. I tassi di interesse elevati hanno spinto il tasso di morosità sui prestiti ai massimi da almeno 15 anni, costringendo le banche a ridurre drasticamente l’erogazione di credito.
Il grande rischio per Caputo e la sua squadra di ex- trader è che l’accumulo di riserve in valuta forte si sta rivelando troppo impegnativo (secondo il Fmi), nonostante gli sforzi. La sopravvivenza politica di Milei, e l’efficacia dell’esperimento di Caputo, dipendono dalla capacità di tradurre l’austerità e il sostegno finanziario di Washington in prosperità per la maggioranza. Finora, l’esperimento è basato su un precario equilibrio tra disciplina finanziaria draconiana e un sostegno esterno senza precedenti, una miscela esplosiva che sta mettendo a dura prova il tessuto sociale argentino.
Continua a leggereRiduci
True
2025-11-10
Donald ce l’ha fatta: shutdown sbloccato. Volano tutte le Borse, su anche oro e cripto
Il toro iconico di Wall Street a New York (iStock)
Democratici spaccati sul via libera alla ripresa delle attività Usa. E i mercati ringraziano. In evidenza Piazza Affari: + 2,28%.
Il più lungo shutdown della storia americana - oltre 40 giorni - si sta avviando a conclusione. O almeno così sembra. Domenica sera, il Senato statunitense ha approvato, con 60 voti a favore e 40 contrari, una mozione procedurale volta a spianare la strada a un accordo di compromesso che, se confermato, dovrebbe prorogare il finanziamento delle agenzie governative fino al 30 gennaio. A schierarsi con i repubblicani sono stati sette senatori dem e un indipendente affiliato all’Asinello. In base all’intesa, verranno riattivati vari programmi sociali (tra cui l’assistenza alimentare per le persone a basso reddito), saranno bloccati i licenziamenti del personale federale e saranno garantiti gli arretrati ai dipendenti che erano stati lasciati a casa a causa del congelamento delle agenzie governative. Resta tuttavia sul tavolo il nodo dei sussidi previsti ai sensi dell’Obamacare. L’accordo prevede infatti che se ne discuterà a dicembre, ma non garantisce che la loro estensione sarà approvata: un’estensione che, ricordiamolo, era considerata un punto cruciale per gran parte del Partito democratico.
Per adesso, gli effetti economico-finanziari del voto di domenica sono risultati positivi. Ieri, i future sull’oro hanno superato i 4.000 dollari l’oncia, mentre il bitcoin ha fatto un balzo da 100.000 dollari a 106.000 dollari. Buone notizie, sempre ieri, si sono registrate anche a Wall Street, che ha visto in rialzo il Nasdaq 100 e l’S&P 100. Ad avanzare sono altresì state Piazza Affari (+ 2,28%), Londra, Parigi e Francoforte. Insomma, sembra registrarsi un notevole ottimismo per il compromesso sullo shutdown: un compromesso che adesso dovrà essere approvato definitivamente dal Senato, per poi passare al vaglio della Camera dei rappresentanti, il cui Speaker, Mike Johnson, ieri ha dichiarato: «Non vediamo l’ora che il governo riapra questa settimana, così il Congresso potrà tornare alla sua sessione legislativa ordinaria». In particolare, secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn, Johnson vorrebbe far votare la Camera già nella giornata di domani, purché arrivi per allora il via definitivo da parte del Senato: via definitivo che, quando La Verità è andata in stampa ieri sera, non aveva ancora avuto luogo. Nel frattempo, il compromesso ha ricevuto la benedizione di Donald Trump. «Il presidente Trump ha voluto la riapertura del governo fin dal primo giorno in cui i democratici lo hanno chiuso», ha dichiarato ieri un funzionario della Casa Bianca. «L’azione al Senato è uno sviluppo positivo e non vediamo l’ora di vederne i progressi», ha aggiunto. In tutto questo, sempre ieri, il presidente americano ha intimato ai controllori di volo di tornare al lavoro, ventilando la possibilità di un bonus per coloro che non hanno smesso di svolgere le proprie mansioni durante lo shutdown. «Tutti i controllori di volo devono tornare al lavoro, subito!», ha affermato su Truth, per poi aggiungere: «Per quei controllori di volo che sono stati grandi patrioti e non si sono presi alcun tipo di ferie per la “bufala dello shutdown democratico», raccomanderò un bonus di 10.000 dollari a persona per il loro illustre servizio al nostro Paese». «Per coloro che non hanno fatto altro che lamentarsi e si sono presi del tempo libero, anche se tutti sapevano che sarebbero stati pagati per intero, a breve, non sono felice di voi», ha proseguito.
Ma il nodo politico principale, come già accennato, riguarda i dem. La maggioranza dei parlamentari dell’Asinello ha criticato il compromesso votato l’altro ieri, proprio per la sua vaghezza sulla questione dei sussidi previsti ai sensi dell’Obamacare. Si tratta di un tema che sta rinfocolando le ataviche divisioni tra destra e sinistra all’interno del partito. Alcuni parlamentari progressisti hanno infatti duramente attaccato il capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, il quale, pur avendo votato contro l’intesa di domenica, è stato accusato sia di non saper gestire la pattuglia parlamentare dell’Asinello sia di essere collocato su posizioni troppo centriste. «Il senatore Schumer non è più efficace e dovrebbe essere sostituito», ha tuonato il deputato democratico, Ro Khanna, dopo il voto dell’altro ieri. Queste tensioni vanno a sommarsi a quelle esplose, nelle ultime settimane, sul sindaco eletto di New York, Zohran Mamdani: una figura che ha spaccato sia la base elettorale sia i vertici parlamentari del Partito democratico.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Malgrado le previsioni di sfracelli, Wall Street torna a livelli record. Il disegno sul Medio Oriente, tra sparate e contraddizioni, prosegue. E il braccio di ferro con l’Ue su tasse e tariffe lo vede vincente: è il caso di capirlo.
«Dobbiamo essere percepiti dal nemico come un cane pazzo, troppo pericoloso per essere disturbato»: sentenziava anni fa il generale israeliano Moshe Dayan. Oggi non sappiamo se la dottrina calzi perfettamente alla figura di Donald Trump. Nemmeno se sia farina del suo sacco, interpreti il ruolo, gli esca per predisposizione naturale, oppure ci sia una strategia che qualcuno nel deep State Usa stia applicando. Ma attenzione, fermarsi alla superficie può essere pericoloso per l’economia degli altri Paesi e per chi fa analisi in Europa. Perché qualcuno che tiene i fili c’è e quel qualcuno sta portando a casa dei risultati. A cominciare dal tema economico. Ricordiamo la scena surreale del giardino delle rose alla Casa Bianca. Lo scorso 2 aprile Trump si presentò al cospetto delle telecamere mondiali con i capelli al vento e un cartello contenente percentuali altissime di dazi. Un calcolo lineare che aveva fotto storcere il naso a mezzo mondo, ma che in realtà conteneva voci di squilibrio nei rapporti commerciali. Dentro lo sbilancio Trump inserì anche i dazi interni all’Europa. Certo un valore non così facilmente misurabile. Ma a distanza di mesi siamo adesso in una situazione molto vicina a un punto di caduta. Mezza Europa sembra disposta ad accettare un 10% di imposizione senza battere ciglio. Una sberla è meglio di un pugno. Finirà così? Vedremo. Così come si capirà più avanti se Bruxelles voglia tirare su un muro contro le multinazionali Usa del digitale. A febbraio le minacce da parte soprattutto francese hanno riempito le cronache dei giornali. Adesso il tema è finito nel dimenticatoio: non se ne parla più. Nel frattempo però il dollaro si è svalutato. Da quando c’è la nuova amministrazione è sceso circa del 10%. Su tutte le valute, compreso l’euro. Ovviamente equivale a mettere dazi, senza le possibili controindicazioni delle barriere commerciali. Senza contare che ieri alla riunione del G7 è stata approvata la global minimum tax, a esclusione degli Stati Uniti. Un altro successo per gli americani. Non solo. All’indom ani dell’insediamento, Trump ha sguinzagliato gli agenti dell’Ice in mezza America. Ha avviato il rimpatrio forzato di migliaia di residenti clandestini. Ha lottato con i giudici federali, fino a che l’altro giorno la Corte suprema gli ha dato sostanzialmente ragione. Chi prevedeva lo sfacelo della situazione lavorativa in territorio Usa, nelle ultime settimane si è dovuto ricredere. I dati sono in crescita. Nulla di roboante, ma nemmeno c’è stato quel crollo che molti si aspettavano. Immaginavano, infatti, che allontanando i clandestini le imprese non avrebbero trovato forza lavoro. Non sta andando così.
Certo, non è tutto rose e fiori. Nei prossimi 12 mesi ci sono in scadenza emissioni di debito pari a quasi 1.000 miliardi e i tassi dei Bond decennali sono in salita. Però la Borsa tiene. Anzi sale. E ciò significa garantire agli americani un pezzo di welfare. Perché è così che in molti si pagano le pensioni. Al tempo stesso l’inflazione non è schizzata e i prezzi dell’energia sono sostenibili per gli Usa, anche a discapito dell’Europa.
Un’Europa sempre più schiacciata tra l’America e la Cina e marginalissima per quanto riguarda il cambio di passo che sta avvenendo in Medio Oriente. Il ribaltamento in corso a favore dell’asse sunnita, capitanato dall’Arabia Saudita, è un’altra delle partite in cui Trump «cane pazzo» sta giocando non certo a somma zero. Non sappiamo come andrà a finire, ma oggi il ridimensionamento dell’Iran e il predominio di Israele e Riad non appare certo casuale. Così come il ruolo del tycoon che ha contribuito al caos utile prima agli israeliani per scatenare i proprio aerei su Teheran e uccidere le prime fila dei pasdaran e poi agli Usa per bombardare i siti nucleari. A Trump, o alla Casa Bianca, le varie messe in scena sono servite a chiudere un accordo con la Russia. Che probabilmente ha accettato lo scenario pro sunniti in cambio di una mano leggere sull’Ucraina. Non a caso, il recente meeting della Nato si è concluso con uno statement di sole 427 parole contro la media delle 5.000 usate per chiudere le riunioni del 2023 e del 2024. Cosa mancava? Qualunque riferimento all’aggressore russo in Ucraina. Niente. E anche questo non è un caso.
Come sarebbe superficiale pensare che dietro il video fato con l’Intelligenza artificiale e tanto cattivo gusto sulla Trump riviera (una Gaza futura simile alle coste di Dubai) non ci sia una precisa strategia. Quando il tycoon sollecita il capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, a far terminare le incursioni militari nella Striscia non si muove certamente per motivi solo umanitari. Ma per chiudere il cerchio e fare in modo che la terra dove vivono i palestinesi passi sotto il controllo diretto o indiretto dei sauditi. È il modo per garantire a Mohammed bin Salman un porto che si affacci sul Mediterraneo e, quindi, anche un’influenza sul Mare Nostrum. Un cambio di paradigma che avrà effetti profondi sull’Ue e che i politici di Bruxelles capiranno con qualche anno di ritardo. Ovviamente ci sono tante incognite. Una delle quali si chiama Cina. Non è detto che Pechino accetti che venga smantellata la Via della seta a favore di quella del cotone che favorirebbe l’India. Pechino potrebbe così inserirsi pericolosamente nello schema, magari facendo leva su Recep Tayyip Erdogan che appare silente più che mai. Però anche in questo caso limitarsi a definire Trump un «cane pazzo», ecco non è un insulto a lui, ma a chi deve occuparsi del nostro futuro.
Continua a leggereRiduci






