
Che cosa sta succedendo a Wall Street: l’indice S&P ha perso il 10% dai massimi, e il Nasdaq il 15%. I “Magnifici 7” non attirano più. Come mai?
«La debolezza del settore tecnologico è iniziata con l’arrivo di Deepseek, e si è accentuata a causa dei dati macroeconomici e dell’incertezza politica. I "Magnifici 7" hanno perso complessivamente il 20%. Il valore di Tesla si è dimezzato rispetto ai massimi di metà dicembre. Negli ultimi giorni si è aggiunto un forte calo della fiducia dei consumatori, influenzato dall’aumento delle aspettative di inflazione, le più alte degli ultimi 35 anni, e dai timori di un incremento della disoccupazione ai livelli del 2009».
Dove sono finiti i capitali usciti dagli Usa?
«In Cina ed Europa. L’Hang Seng è in rialzo di quasi il 20% da inizio anno, mentre in Europa i principali indici hanno guadagnato oltre il 10%, con il DAX che ha sovraperformato il Nasdaq di ben il 26%. Inoltre, il settore dei titoli ciclici europei ha superato la performance di quelli statunitensi del 30% in soli due mesi. Milano è ai massimi dal 2007. Se consideriamo che, dall’inizio della guerra in Ucraina, sono usciti circa 250 miliardi di dollari dal mercato europeo e che, solo da inizio anno, ne sono già rientrati tra il 15 e il 20%, possiamo ipotizzare che ci sia ancora ampio margine di recupero. Se le notizie continueranno a essere positive, potremmo assistere a un ulteriore rientro di capitali di entità analoga a quella vista da inizio anno».
Come nasce il risveglio dell’Europa?
«La riforma fiscale in Germania segna una svolta storica, rappresentando una sorta di “whatever it takes” per gli investimenti in infrastrutture e difesa, superando il tetto costituzionale del debito tedesco».
Insomma, finché c’è guerra c’è Pil: in fondo non sarebbe nemmeno una grande novità. La Grande Depressione del ‘29 in realtà finì solo con l’ingresso degli Usa nel conflitto mondiale. E ora?
«L’impatto economico della riforma tedesca è significativo: si parla di una spesa di 400 miliardi di euro per la difesa e 500 miliardi per le infrastrutture nei prossimi dieci anni, un intervento pari al 21% del PIL tedesco che potrebbe dare una forte spinta non solo alla Germania, ma all’intera economia europea. Un pacchetto di queste dimensioni potrebbe offrire opportunità di investimento interessanti, non solo sugli indici principali, ma anche su titoli a media e bassa capitalizzazione, che beneficerebbero in misura ancora maggiore degli stimoli fiscali».
Quanto impatta sui mercati Usa la «Trump trade»?
«L’incertezza generata dalle politiche della nuova amministrazione non è stata ben accolta dai mercati, soprattutto perché si combina con il rischio di un ritorno dell’inflazione. Aziende come Boeing e Lilly hanno recentemente segnalato questa criticità, evidenziando che quest’ultima dovrà investire almeno 27 miliardi di dollari per costruire nuovi impianti di produzione negli Stati Uniti. Nel breve termine, le grandi aziende possono permettersi di trasferire questi costi ai consumatori, ma per molte piccole e medie imprese la situazione è più critica: il timore è che non riescano a sostenere l’aumento dei costi di produzione e sopravvivere in un contesto sempre più ostile».
Da questo quadro mancano ancora due elementi: l’Ucraina e la Fed. Che cosa possiamo dire in proposito?
«Trump non sembra intenzionato semplicemente a porre fine al conflitto, ma sembra avere in mente una ridefinizione degli equilibri globali, con l’Europa che rischia di essere sacrificata in questo processo. Questa prospettiva ha però avuto un effetto inaspettato: ha risvegliato il continente europeo, spingendolo a riconsiderare il proprio ruolo strategico. Un’operazione di questo tipo non solo tutela i lavoratori coinvolti, ma segna l’inizio di un ciclo di investimenti europei nel settore, in un contesto in cui i tassi sono in rialzo e il rendimento del Bund tedesco a 10 anni ha raggiunto il 3%, il livello più alto degli ultimi 15 anni».
Finiamo con la Fed che comunica stasera le sue decisioni. Che cosa vi aspettate?
«Attualmente, i mercati stanno prezzando con una probabilità di poco superiore al 50% un primo taglio dei tassi a maggio, con la possibilità di altri due interventi entro la fine dell’anno. Tuttavia, la sensazione è che la Fed voglia guadagnare tempo, preferendo attendere i prossimi dati macroeconomici prima di prendere decisioni definitive».






