Per il ritorno della Tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, il musicologo Marco Targa ci guida nella trama e nella musica del Ring, dall’Oro del Reno fino al Crepuscolo degli dei, soffermandosi sulla celeberrima Cavalcata delle Valchirie.
Ansa
In Mali ribelli e jihadisti contro la Wagner: uccisi circa 70 miliziani legati a Mosca. L’intelligence ucraina ammette di essere coinvolta. Così il conflitto diventa globale.
L’agenzia di intelligence militare ucraina (Hur) ha ammesso di essere stata coinvolta nella recente battaglia (22-27 luglio) in cui sono morti circa 70 soldati della Compagnia militare privata Wagner avvenuta a Tinzawatène, villaggio a circa 230 km a Nordest di Kidal (Nord del Mali, vicino all’Algeria). Insieme ai soldati della Wagner sono caduti decine di soldati regolari delle forze armate maliane, che sono stati attaccati dai ribelli tuareg del Nord e dalle milizie locali dello Stato islamico e di Al Qaeda.
Non c’è da stupirsi di quanto accaduto perché si ritiene che le forze ucraine siano presenti anche in Sudan, un ulteriore scenario in cui i mercenari russi sono stati fortemente impegnati nei conflitti, ad ulteriore conferma del fatto che il confronto tra Kiev e Mosca ha assunto una portata globale ma che in Africa rischia di destabilizzare ulteriormente aree come quella del Sahel, che vive una drammatica crisi di sicurezza. Nel maggio dell’anno scorso, gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni ai leader dei mercenari russi in Mali, accusandoli di sfruttare le attività nel Paese come un canale per il trasferimento di materiale militare destinato al conflitto in Ucraina e subito dopo si è sparsa la notizia che l’intelligence militare ucraina era arrivata nel Paese. Cosa vogliano i jihadisti ormai lo sappiamo molto bene: l’istituzione con il terrore di uno Stato islamiico; meno conosciute invece le istanze dei tuareg del Nord che si sono legati ad Al Qaeda. Nell’autunno 2022 i tuareg si sono palesati, unendosi nel Comitato strategico permanente per la pace, la sicurezza e lo sviluppo (Csp-Psd) con lo scopo di istituire uno Stato autonomo, l’Azawad. Grazie alla mediazione italiana portata avanti dall’intelligence e dal ministero degli Esteri tramite l’associazione umanitaria Ara Pacis, nel febbraio 2022, era stato raggiunto un accordo a Roma tra le tribù del deserto e i golpisti ma la calma è durata qualche mese visti gli scontri con i mercenari russi. Nel Mali i mercenari russi per volere della giunta militare al potere, del colonnello Assimi Goïta, hanno mantenuto il vecchio nome mentre nel resto del Sahel, vedi Burkina Faso e Niger, il gruppo ora si chiama Afrika Korps. Lo scorso 29 luglio, Andriy Yusov, rappresentante della Direzione principale dell’intelligence durante un programma televisivo nazionale, ha dichiarato: «I ribelli hanno ricevuto le informazioni necessarie, e non solo le informazioni, che hanno consentito un’operazione militare di successo contro i criminali di guerra russi». Il portavoce non ha voluto confermare il coinvolgimento del personale militare ucraino nei combattimenti o la sua eventuale presenza nel Paese africano.
Tra le vittime che sono state seppellite sul posto, c’è anche un famoso comandante degli ex Wagner conosciuto come Sergei Shevchenko (ma c’è chi dice che si chiamasse Nikita Fedyanin), che era anche l’amministratore del gruppo Telegram «Grey Zon», mentre non è al momento confermato il decesso di Anton Yelizarov, detto «Lotos», l’erede di Evgenij Prigozhin che sarebbe al comando del gruppo paramilitare. Il governo del Mali, che da oltre un decennio è impegnato a combattere varie insurrezioni nel Nord del Paese, ha chiesto aiuto alla Wagner dopo che una giunta militare ha preso il potere nel 2020 ma fino ad oggi l’operazione non ha portato a risultati. Anzi, i jihadisti si sono fatti sempre più intraprendenti conquistando villaggi e piccole città. Che le cose si mettano male per i russi nel Sahel lo dicono le ambasciate russe in Mali e Niger che hanno rilasciato un alert: «Vi ricordiamo che a causa della difficile situazione di sicurezza e dell’alto livello di minaccia terroristica, l’intero territorio del Mali e del Niger non è raccomandato per la visita. L’Ambasciata mette in guardia i cittadini russi che vivono e soggiornano in Mali e Niger di non viaggiare fuori Bamako e Niamey, uscendo di casa nelle ore buie della giornata», ha sottolineato l’ambasciata. Intervistato dai media ucraini, Serhii Kuzan direttore del Centro ucraino per la sicurezza e la cooperazione di Kiev, ha spiegato il perché degli ucraini nel Sahel: « Per Mosca, i Paesi africani in cui è presente Wagner sono solo una zona di interesse che gli consente di impossessarsi delle risorse di oro, diamanti, gas e petrolio e il denaro va a finanziare l’aggressione russa. Una parte significativa dei combattenti uccisi ha acquisito esperienza militare in Ucraina, dove hanno commesso centinaia o migliaia di crimini di guerra e questi crimini dovrebbero essere puniti». Ma allearsi anche se temporaneamente con dei tagliagole è molto rischioso come ci ha insegnato la vicenda della Cia ai tempi di Osama bin Laden in Afghanistan. E anche allora c’entravano i russi.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky e Andriy Shevchenko (Ansa)
Volodymyr Zelensky ha ingaggiato l’ex bomber come consigliere freelance. Miliziani di nuovo in campo. Il grano ucraino «invade» la Croazia.
«La Wagner è tornata a Bakhmut». A quattro mesi dal ritiro e a 36 giorni di distanza dalla morte del loro capo Evgenij Prigozhin, circa 500 mercenari sono ricomparsi ieri nella città industriale situata nell’oblast di Donetsk, considerata dall’inizio del conflitto simbolo e baluardo della resistenza ucraina e teatro di feroci e sanguinose battaglie. A confermare la notizia è stata la Cnn attraverso delle informazioni fornite da alcuni soldati ucraini che avrebbero raccolto le prove nel corso di una missione condotta con i droni proprio nei pressi di Bakhmut: «Sì, anche Wagner è qui. Sono tornati. Hanno cambiato rapidamente i loro comandanti e sono tornati qui».
Conferme sono giunte anche da Kiev, con il capo del servizio stampa del gruppo orientale delle forze armate, Ilya Yevlash, che in un intervento a Rbc-Ucraina ha ammesso: «Nei territori controllati dai russi nell’Est del Paese sono tornati alcuni combattenti del gruppo Wagner che stanno rinegoziando i contratti con il ministero della Difesa russo per tornare dalla Bielorussia in Ucraina». Un ritorno che però, stando a quanto dichiarato da Yevlash, al momento non desta preoccupazione nell’avanzare della controffensiva ucraina: «Per ora non rappresentano una minaccia significativa come prima, dal momento che il loro leader principale, Prigozhin, è morto. Queste persone sono effettivamente tra le più preparate nell’esercito russo, ma non diventeranno una minaccia significativa o un punto di svolta per Mosca». Anche il governo di Volodymyr Zelensky ha ridimensionato la portata del ritorno della Wagner, con un post lapidario sul profilo social «X» del consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak: «Ricordate: la Wagner non esiste più. Si è conclusa con la liquidazione di Prigozhin e Utkin, il saccheggio della struttura da parte del gruppo Shoigu-Gerasimov e l’epurazione della leadership dell’organizzazione».
Secondo il consigliere di Zelensky, si tratta di «ex militanti del gruppo terroristico che si sono sparpagliati in tutte le direzioni tra Africa, vita civile e criminale nelle regioni della Russia o un contratto con il ministero della Difesa, tappando il buco russo nella direzione di Bakhmut per un breve periodo».
Dietro la recluta dei 500 miliziani appartenenti a una formazione di circa 8.000 mercenari che erano stati trasferiti nei campi in Bielorussia dopo il fallito tentativo di golpe di Prigozhin dello scorso 24 giugno, ci sarebbe Andrey Troshev, uno dei comandanti del Gruppo Wagner, uno dei pochi, se non l’unico, rimasto fedele a Vladimir Putin. Una mossa dalla quale gli altri vertici della milizia privata hanno immediatamente preso le distanze, precisando che i 500 mercenari che hanno accettato l’offerta del Cremlino per tornare a combattere nel Donbass non agiscono a nome del Gruppo e sono dei traditori.
Intanto, sul campo di battaglia, mentre Zelensky scrive su Telegram che le forze ucraine stanno avanzando in direzione di Donetsk, il capo dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha riferito che l’esercito russo è riuscito a bloccare un attacco ucraino sul fronte meridionale di Bakhmut e ha consolidato le proprie posizioni su quello settentrionale. Sempre a Sud di Bakhmut, invece, sarebbero stati liberati dalle forze ucraine i due villaggi distrutti di Andriivka e Klishchiivka, come ha affermato lo stesso Podolyak, secondo cui la notizia del ritorno della Wagner «serve soltanto a creare un effetto mediatico con lo scopo di oscurare la notizia della liberazione dei due villaggi e dell’annientamento delle principali formazioni russe nell’area».
Effetto mediatico che sicuramente ha avuto la notizia, annunciata con un decreto presidenziale, della nomina di Andriy Shevchenko come consigliere freelance di Zelensky. Il campione ex Milan, pallone d’oro nel 2004, impegnato in questi giorni nella Ryder Cup in corso a Roma per partecipare l’All star match di golf, ha detto: «Sarò sempre più impegnato finché la guerra durerà. Devo fare di tutto affinché la gente ci sostenga. Cercherò di promuovere il mio Paese attraverso il calcio». Dunque un ruolo di marketing che possa contribuire, grazie alla notorietà di Sheva, a migliorare l’immagine dell’Ucraina all’estero.
Dall’estero, intanto, se dalla Bulgaria arriva la notizia del «sostegno» di Sofia nella fornitura a Kiev di missili difettosi risalenti al periodo sovietico, nei Paesi dell’Est Europa si sommano i malumori per quel che riguarda la questione del grano. Dopo l’Ungheria, con il premier Viktor Orbán che ha accusato l’Ue di aver ingannato il suo Paese sull’importazione di cereali dall’Ucraina che, anziché essere portati in Africa, vengono venduti in Ungheria a prezzi inferiori, e dopo le proteste in Polonia, Slovenia e Slovacchia, ieri anche gli agricoltori croati hanno alzato la voce denunciando che il mercato locale è fortemente condizionato dal grano e dalla farina proveniente in grande quantità dall’Ucraina. Per ora Zagabria non dovrebbe unirsi ai Paesi che hanno imposto limitazioni all’import di grano dall’Ucraina, ma la situazione resta da monitorare.
Continua a leggereRiduci
- Colpo di Stato nella sesta ex colonia in soli tre anni. I militari depongono il presidente Ali Bongo e sciolgono tutte le istituzioni. La Cina fa valere i propri interessi: «Ripristinate l’ordine nel più breve tempo possibile».
- In Niger alta tensione a Niamey: l’ambasciatore transalpino resta nonostante l’ultimatum scaduto. Basta un incidente per scatenare il caos. Josep Borrell: «Sanzioni alla giunta».
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo il golpe in Niger dello scorso 26 luglio, ieri nel Gabon è arrivato l’ottavo golpe in tre anni (tra riusciti e falliti) che interessa un’ex colonia francese. Prima ci sono stati quelli di Mali (2020 e 2021), Guinea (2021), Burkina Faso (gennaio e settembre 2022), Ciad e Niger (entrambi lo scorso luglio). È così anche il Gabon, che ha il secondo giacimento di manganese più grande al mondo, e ne è attualmente il terzo produttore mondiale, finisce sotto il controllo di un gruppo di militari e per la Francia è l’ennesima sconfitta.
Tutto si è materializzato nella notte tra martedì, mercoledì e ieri mattina con un comunicato trasmesso dalla televisione Gabon 24: i militari hanno annunciato «l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di tutte le istituzioni della Repubblica e la fine del regime». Poi hanno proseguito affermando che «a fronte di un governo irresponsabile e imprevedibile le cui azioni si traducono in un deterioramento della coesione sociale, che rischia di portare il Paese nel caos, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime». Uno dei militari, che ha detto di parlare a nome del Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni, ha affermato: «Le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i risultati sono annullati». Stesso copione di sempre quindi: frontiere chiuse fino a nuovo ordine. Inoltre «tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale».
L’annuncio del colpo di Stato è arrivato subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali di sabato scorso che hanno visto il presidente in carica da 14 anni Ali Bongo Odimba (filoccidentale e molto vicino alla Francia, che proviene da una famiglia che governa il Paese da 55 anni) stravincere un terzo mandato con il 64,27% dei voti, mentre il suo principale rivale, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Non appena è stato annunciato il risultato elettorale dalla televisione di Stato alle 3.30 (ora locale), in pieno coprifuoco, il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, che ha ottenuto solo il 30,77% dei voti, ha denunciato «i brogli orchestrati dal campo di Bongo». Già sabato scorso, due ore prima della chiusura dei seggi, Ossa si era dichiarato vincitore, poi lunedì senza fornire nessun documento, aveva chiesto a Bongo «di organizzare, senza spargimento di sangue, il trasferimento dei poteri».
Come detto il Gabon non è certo una landa desolata perché nel suo sottosuolo, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Il settore minerario figura tra i principali “percorsi di crescita” e per sostenere nuovi investimenti e attrarre nuovi operatori, il Paese ha modificato il suo codice minerario nel 2019. L’estrazione mineraria in Gabon ruota storicamente attorno al manganese poiché il Paese possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo ed è uno dei primi tre produttori globali con Sud Africa e Cina. Qui la parte del leone la fa il gruppo minerario francese Eramet, così come è francese la TotalEnergies che opera in Niger, quarto produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dal 2016. Il manganese è destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nella futura produzione globale di batterie sia nella chimica catodica Lmfp, sia con quella basata sulla chimica del nichel, la Nmc: è quindi probabile che il metallo continuerà a dominare il panorama minerario». Ma non è tutto perché il minerale di ferro, le cui riserve nazionali sono stimate a 1,7 miliardi di tonnellate distribuite in più siti e l’oro, costituiscono altri due principali sottosettori su cui il Gabon punta per realizzare le sue ambizioni minerarie. A proposito dell’oro, Brussato fa notare che «le riserve sono molto interessante, i depositi però sono in parte localizzati all’interno di aree protette».
Visto quanto sopra, oltre alla Francia anche la Cina è preoccupata per gli ultimi sviluppi, tanto che è stata la prima a reagire con una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin: «Chiediamo a tutte le parti nel Gabon di partire dagli interessi fondamentali del Paese e del popolo, di risolvere le differenze attraverso il dialogo e di ripristinare l’ordine normale il più presto possibile». La Commissione dell’Unione africana, in un comunicato, «condanna fermamente il tentativo di colpo di Stato in Gabon, che è una flagrante violazione dei principi dell’organizzazione continentale». Mentre il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato «l’esercito nazionale e le forze di sicurezza ad attenersi rigorosamente alla loro vocazione repubblicana, per garantire l’integrità fisica del presidente della Repubblica,Ali Bongo Ondimba, dei membri della sua famiglia, nonché di quelli del suo governo».
E in Niger Parigi tira ancora la corda
Tensione ai massimi livelli in Niger, dopo che è scaduto l’ultimatum di 48 ore comunicato questo fine settimana dal Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria all’ambasciatore francese, Sylvain Itté, 64 anni, per lasciare il Paese. Da verifiche svolte con fonti locali risulta che l’ambasciatore si trovi attualmente all’interno della base militare francese di Niamey e, almeno per il momento, non abbia ricevuto l’ordine di rientrare a Parigi visto che, come detto più volte, «la Francia non riconosce la giunta golpista come autorità legittimata a decretare l’espulsione del nostro diplomatico». Alcune persone sui social network scrivono che sono state sospese le forniture d’acqua e di elettricità all’ambasciata, dove la sicurezza è stata rafforzata. Tuttavia, a preoccupare sono i video circolati sul Web, che mostrano la folla inferocita nei pressi della base militare francese: potrebbe essere attaccata in qualsiasi momento. Sarebbe una strage, perché a quel punto i 1.500 militari presenti nella base se attaccati reagirebbero. Un aspetto interessante è quello che durante le proteste in Niger, nelle quali vengono sempre sventolate bandiere russe, la gente inveisce solo contro Parigi e non contro gli altri Paesi occidentali, come ad esempio Germania e Usa, che qui hanno stanziato 1.000 soldati, e nemmeno contro l’Italia, che prima del progressivo ritiro a causa del golpe aveva dispiegato 350 soldati.
La situazione sta arrivando al punto di rottura, tanto che da tre giorni alcuni membri delle forze speciali francesi sono dispiegati in Nigeria nel caso l’ambasciata o la base francese dovessero essere oggetto di un attacco della folla sostenuta dai militari nigerini. Eventualità questa da non escludere, visto che se vi fosse una reazione armata dei francesi a quel punto ci sarebbe la controreazione nigerina. Da non dimenticare che Mali e Burkina Faso hanno ribadito a loro volta che i loro eserciti in caso di attacco interverranno a supporto del Niger. A quel punto l’Italia cosa farebbe? Fino a oggi Roma ha sempre invitato le parti a trovare una soluzione diplomatica, ma la situazione che sta peggiorando di ora in ora necessita di una nuova presa di posizione, tenuto conto che anche l’Ecowas, a fronte di un attacco contro la Francia, procederebbe con l’intervento armato. È quindi cruciale il vertice di due giorni iniziato ieri dei responsabili della Difesa e degli Esteri che si tiene a Toledo, sotto la presidenza spagnola dell’Ue. L’Unione europea ha sempre ribadito il suo sostegno a Bazoum, eletto democraticamente, che si trova ancora agli arresti domiciliari dopo il golpe. Inoltre, ha espresso «il suo pieno sostegno alle misure e alle sanzioni adottate dall’Ecowas», la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale contro i golpisti del Niger, che è diventato il quarto Paese della regione guidato da una giunta militare.
Ieri, poco prima di iniziare i lavori, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato: «Metterò sul tavolo l’opportunità di adottare un quadro giuridico per stabilire sanzioni contro i cospiratori del colpo di Stato in Niger. I ministri ne discuteranno». Qui è bene ricordare che lo scorso 9 agosto sul nostro giornale avevamo riportato le dichiarazioni di Emanuela Del Re rappresentante italiana dell’Ue per il Sahel in quota M5s (da sempre una fucina di talenti), che a proposito del Niger disse: «Sono più affamati di prima, mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare».
Dal 26 luglio, giorno del golpe a Niamey, la giunta con a capo il generale Abdourahamane Tiani ha continuato con le provocazioni e fino qualche giorno fa i golpisti puntavano tutto sull’aiuto dei mercenari della Wagner, ma con la morte di Prigozhin sono scomparse persino le bandiere della compagnia militare paramilitare. Da Emmanuel Macron nessun passo indietro, tanto che ieri ha affermato a Bfmtv: «L’ambasciatore in Niger Sylvain Itté continua la sua missione malgrado le pressioni, malgrado tutte le dichiarazioni delle autorità illegittime che hanno preso il potere a Niamey». Ma la corda sta davvero per rompersi.
Continua a leggereRiduci
Ansa
- L’intelligence americana sposa l’ipotesi della bomba a bordo del velivolo. Joe Biden azzanna lo Zar: «L’attentato non mi sorprende». Sui social impazza l’idea complottista: il capo della Wagner ammazzato dall’Occidente.
- Al-Qaeda in Africa ha lanciato una guerra santa contro la compagnia militare russa. I golpisti di Mali e Burkina Faso temono il ritorno dei kamikaze. Pure l’Isis in agguato.
Lo speciale contiene due articoli.
Come sono morti il proprietario della Compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin, 62 anni, il fondatore Dmitry Utkin, 53 anni, il loro braccio destro Valeriy Chekalov, 47 anni, e gli altri sette passeggeri che erano a bordo dell’Embraer Legacy 600 precipitato mercoledì intorno alle 18.20 a Tver, mentre volava tra Mosca e San Pietroburgo? È stato un missile (c’è chi dice fossero due) lanciato dall’esercito russo che lì vicino ha una sua importante base? Oppure qualcuno aveva collocato una bomba sull’aereo? E chi sarebbe stato? Secondo il New York Times a far precipitare l’aereo è stata molto probabilmente un’esplosione a bordo del velivolo «causata da una bomba o da un altro dispositivo piantato sull’aereo». Il giornale cita anonimi funzionari americani e occidentali secondo i quali «il presidente Vladimir Putin avrebbe ordinato la distruzione dell’aereo nel tentativo di uccidere Prigozhin». Il Segretario stampa del dipartimento della Difesa, il generale Patrick Ryder, sull’incidente aereo ha detto che il Pentagono non ha alcuna indicazione che l’aereo che trasportava Prigozhin sia stato abbattuto da un missile terra-aria. «Riteniamo che queste informazioni siano inaccurate», ha detto Ryder a proposito delle rivelazioni della stampa secondo cui l’aereo sarebbe stato colpito da missili terra-aria. Ha anche detto che il «Pentagono ritiene probabile che Prigozhin sia morto», tuttavia non lo ha confermato. Secondo il The Wall Street Journal (Wsj) le informazioni iniziali di intelligence indicano che Prigozhin è stato assassinato con un complotto «ma non sembra che l’aereo su cui viaggiava sia stato colpito da un missile terra-aria». Per il Wsj, che cita due funzionari anonimi dell’amministrazione americana, «le valutazioni preliminari suggeriscono che una bomba sia esplosa sull’aereo o ci sia stata qualche altra forma di sabotaggio». Le teorie su quanto successo si sprecano. Così come fino a quando non si conosceranno gli esiti dell’esame del Dna delle vittime previsto nei prossimi giorni si moltiplicheranno le ricostruzioni nelle quali si racconta che Prigozhin non era sull’aereo caduto, ma si trovava sul secondo velivolo della Wagner atterrato a Baku (Azerbaigian). Sostanzialmente per alcuni il patron della Wagner avrebbe architettato tutta la messinscena per poter sparire dalla circolazione per poi riapparire un giorno da qualche parte, magari dopo essersi una plastica facciale. Sempre a proposito di teorie, fin dalla sera del 23 agosto secondo Bbc Monitor quasi 1.900 account bot, riconducibili alla community russa, hanno diffuso sui social network quali il russo Vkontakte e Twitter la narrazione secondo la quale dietro la morte del capo della Wagner c’è l’Occidente. Tra i commenti ci sono affermazioni come «l’Occidente ha rimosso l’uomo che aveva cominciato a ristabilire l’ordine in Africa, ecco perché è morto, perché ha finalmente deciso di liberare l’Africa dall’influenza dell’occidente e Putin non aveva motivo di uccidere Prigozhin».
Bbc Monitoring ha anche sottolineato come sui social network ci sia chi attribuisce l’incidente aereo «agli ucrofascisti», «ai sabotatori dell’Occidente» e persino ai Paesi «dell’Ecowas che agiscono in collusione con la Francia». Gli esperti che hanno monitorato i bot evidenziano che la loro attività assomiglia a quella precedentemente utilizzata dalla «fabbrica di troll» legata proprio a Prigozhin. Qui è inutile illudersi perché queste teorie non cesseranno nemmeno davanti ai risultati del Dna e alle testimonianze delle famiglie delle vittime. Intanto l’agenzia di stampa Ria Novosti ha reso noto che il relitto dell’aereo di proprietà del patron della Wagner è stato rimosso e sarebbe ora a disposizione delle autorità che, come detto da Putin, «andranno fino in fondo» alla ricerca della verità sull’incidente aereo. A proposito del presidente russo che parlando di Prigozhin lo ha definito come «un uomo di talento ma dal destino difficile, che nella vita ha commesso seri errori», il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha bollato come «menzogne assolute le molte speculazioni in Occidente» che per l’abbattimento dell’aereo puntano dritto al Cremlino. Peskov ha anche detto che «troppo presto» per dire se Putin parteciperà ai funerali del fondatore della Wagner: «Siccome non sappiamo quanto dureranno gli accertamenti necessari e gli atti necessari legati alle indagini, ora non sappiamo quale sarà la data dei funerali. Per cui è impossibile parlare di una eventuale partecipazione di Putin». Sempre a proposito di reazioni, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha definito «inaccettabili» le parole del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che a proposito della morte di Prigozhin ha affermato: «Non sono sorpreso. Non succede molto in Russia senza che ci sia dietro Putin». Alla Tass il viceministro russo ha commentato le parole di Biden dicendo che «non spetta al presidente degli Stati Uniti parlare di eventi tragici di questo tipo e un simile intervento dimostra il disprezzo di Washington per la diplomazia». Per tornare alle indagini bisognerà capire chi le svolgerà ma soprattutto come lo farà visto che come ha dimostrato anche la vicenda di Darja Dugina, morta nell’attentato commesso del 20 agosto del 2022 del quale nessuno ha mai saputo la verità, in Russia si aprono spesso indagini che finiscono poi nel dimenticatoio. È pratica comune accusare persone innocenti che servono solo a indicare un colpevole per l’opinione pubblica. Una vecchia tradizione dell’Urss questa. Difficile pensare che per la morte di Evgenij Prigozhin, ucciso prima di tutto dalla sua sfrenata ambizione personale e brama di potere, le cose andranno diversamente.
Mercenari in rotta, avanza la jihad
Mentre sul futuro dei mercenari Wagner è difficile fare previsioni, al-Qaeda non si è fatta certo sfuggire le difficoltà contingenti dopo la morte di Evgenij Prigozhin e ha chiesto ai suoi effettivi nel Sahel di iniziare «la jihad contro i militari infedeli della compagnia russa Wagner». Quanto accaduto nei cieli di Tver sta provocando diversi timori tra le giunte golpiste di Mali e Burkina Faso preoccupate che i jihadisti di al-Qaeda e dello Stato islamico approfittino della situazione e sferrino attacchi sia a Bamako che a Ouagadougou, capitali dei due Stati dove i mercenari russi proteggono i membri del governo oltre ad essere impiegati a difesa delle risorse dei due Paesi. Stesse preoccupazioni ci sono nella Repubblica Centrafricana dove pochi giorni prima di morire Prigozhin aveva incontrato nel suo breve tour nel continente il presidente Faustin-Archange Touadera, e nel Niger dove la giunta golpista stava trattando l’arrivo dei paramilitari russi per difendersi dal possibile intervento armato dei Paesi dell’Ecowas.
Vladimir Putin che non vuole perdere l’Africa deve trovare il modo di sostituire la Wagner evitando di dispiegare militari russi e pensa ad un impegno diretto seppur mascherato. Le ipotesi più accreditate al momento sono due: il maggiore generale Andrey Averyanov, capo dell’unità per le operazioni segrete del Direttorato generale per le informazioni militari, precedentemente implicato nell’esecuzione di omicidi e attacchi stranieri, potrebbe esser messo a capo della «Wagner 2.0». Averyanov è stato visto presentarsi ai leader africani a San Pietroburgo durante il vertice Russia-Africa del mese scorso, portando a ritenere che il capo dell’intelligence russa sia stato incaricato da Putin di assumere il controllo dell’attività di Wagner nel continente dopo la morte del suo capo.
Altra ipotesi è quella di smontare la Wagner e farla confluire nella la Convoy, una milizia privata creata da un ex luogotenente di Prigozhin, Konstantin Pikalov, che nelle ultime settimane ha espresso ambizioni africane. Convoy è una compagnia militare privata fondata nella Crimea occupata nell’autunno del 2022, ha ricevuto 300 milioni di rubli (circa 3 milioni di dollari) da una delle più grandi banche russe la VTB gestita da Arkady Rotenberg, un oligarca vicino a Putin. Dopo Bangui, Prigozhin è volato a Bamako, in Mali, sulla base dei registri di volo di un jet privato che usava spesso per attraversare il continente, girando di fronte ai pickup dell’esercito locale un video, prima di rientrare in Russia. Mentre Prigozhin si vantava sui social network una delegazione del ministero della Difesa russo arrivava in Libia su invito del generale Khalifa Haftar che ha utilizzato la Wagner per proteggere i suoi pozzi petroliferi e il suo territorio.
Il tentato golpe a Mosca però ha spaventato Haftar e la sua cerchia di potere tanto che Mohamed Eljarh, amministratore delegato della società di consulenza sulla sicurezza Libya Desk, ha affermato: «Hanno ritenuto che se lo fanno in Russia, possono farlo a Bengasi» e da qui il partenariato formale di difesa con il governo russo che ha stanziato ufficiali dell’intelligence russa a Bengasi. Ieri ha parlato del gruppo Wagner anche Il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko: «Wagner ha vissuto, è vivo e vivrà in Bielorussia, indipendentemente da quanto questo piaccia a qualcuno il nucleo rimane qui, qualcuno è andato in vacanza, qualcuno ha deciso di vivere in disparte ma entro pochi giorni tutti saranno qui, fino a 10.000 persone e ora non c’è bisogno di trattenerli qui e finché avremo bisogno di questa unità, vivranno e lavoreranno con noi». Poi Lukashenko ha anche detto all’agenzia di stampa statale bielorussa Belta: «Conosco Putin, è un uomo riflessivo, molto calmo. Quindi non riesco a immaginare che sia stato lui a fare questo».
Continua a leggereRiduci






