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2023-08-26
Gli Usa: «Nessuna prova del missile. Putin dietro la morte di Prigozhin»
Ansa
Come sono morti il proprietario della Compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin, 62 anni, il fondatore Dmitry Utkin, 53 anni, il loro braccio destro Valeriy Chekalov, 47 anni, e gli altri sette passeggeri che erano a bordo dell’Embraer Legacy 600 precipitato mercoledì intorno alle 18.20 a Tver, mentre volava tra Mosca e San Pietroburgo? È stato un missile (c’è chi dice fossero due) lanciato dall’esercito russo che lì vicino ha una sua importante base? Oppure qualcuno aveva collocato una bomba sull’aereo? E chi sarebbe stato? Secondo il New York Times a far precipitare l’aereo è stata molto probabilmente un’esplosione a bordo del velivolo «causata da una bomba o da un altro dispositivo piantato sull’aereo». Il giornale cita anonimi funzionari americani e occidentali secondo i quali «il presidente Vladimir Putin avrebbe ordinato la distruzione dell’aereo nel tentativo di uccidere Prigozhin». Il Segretario stampa del dipartimento della Difesa, il generale Patrick Ryder, sull’incidente aereo ha detto che il Pentagono non ha alcuna indicazione che l’aereo che trasportava Prigozhin sia stato abbattuto da un missile terra-aria. «Riteniamo che queste informazioni siano inaccurate», ha detto Ryder a proposito delle rivelazioni della stampa secondo cui l’aereo sarebbe stato colpito da missili terra-aria. Ha anche detto che il «Pentagono ritiene probabile che Prigozhin sia morto», tuttavia non lo ha confermato. Secondo il The Wall Street Journal (Wsj) le informazioni iniziali di intelligence indicano che Prigozhin è stato assassinato con un complotto «ma non sembra che l’aereo su cui viaggiava sia stato colpito da un missile terra-aria». Per il Wsj, che cita due funzionari anonimi dell’amministrazione americana, «le valutazioni preliminari suggeriscono che una bomba sia esplosa sull’aereo o ci sia stata qualche altra forma di sabotaggio». Le teorie su quanto successo si sprecano. Così come fino a quando non si conosceranno gli esiti dell’esame del Dna delle vittime previsto nei prossimi giorni si moltiplicheranno le ricostruzioni nelle quali si racconta che Prigozhin non era sull’aereo caduto, ma si trovava sul secondo velivolo della Wagner atterrato a Baku (Azerbaigian). Sostanzialmente per alcuni il patron della Wagner avrebbe architettato tutta la messinscena per poter sparire dalla circolazione per poi riapparire un giorno da qualche parte, magari dopo essersi una plastica facciale. Sempre a proposito di teorie, fin dalla sera del 23 agosto secondo Bbc Monitor quasi 1.900 account bot, riconducibili alla community russa, hanno diffuso sui social network quali il russo Vkontakte e Twitter la narrazione secondo la quale dietro la morte del capo della Wagner c’è l’Occidente. Tra i commenti ci sono affermazioni come «l’Occidente ha rimosso l’uomo che aveva cominciato a ristabilire l’ordine in Africa, ecco perché è morto, perché ha finalmente deciso di liberare l’Africa dall’influenza dell’occidente e Putin non aveva motivo di uccidere Prigozhin».
Bbc Monitoring ha anche sottolineato come sui social network ci sia chi attribuisce l’incidente aereo «agli ucrofascisti», «ai sabotatori dell’Occidente» e persino ai Paesi «dell’Ecowas che agiscono in collusione con la Francia». Gli esperti che hanno monitorato i bot evidenziano che la loro attività assomiglia a quella precedentemente utilizzata dalla «fabbrica di troll» legata proprio a Prigozhin. Qui è inutile illudersi perché queste teorie non cesseranno nemmeno davanti ai risultati del Dna e alle testimonianze delle famiglie delle vittime. Intanto l’agenzia di stampa Ria Novosti ha reso noto che il relitto dell’aereo di proprietà del patron della Wagner è stato rimosso e sarebbe ora a disposizione delle autorità che, come detto da Putin, «andranno fino in fondo» alla ricerca della verità sull’incidente aereo. A proposito del presidente russo che parlando di Prigozhin lo ha definito come «un uomo di talento ma dal destino difficile, che nella vita ha commesso seri errori», il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha bollato come «menzogne assolute le molte speculazioni in Occidente» che per l’abbattimento dell’aereo puntano dritto al Cremlino. Peskov ha anche detto che «troppo presto» per dire se Putin parteciperà ai funerali del fondatore della Wagner: «Siccome non sappiamo quanto dureranno gli accertamenti necessari e gli atti necessari legati alle indagini, ora non sappiamo quale sarà la data dei funerali. Per cui è impossibile parlare di una eventuale partecipazione di Putin». Sempre a proposito di reazioni, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha definito «inaccettabili» le parole del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che a proposito della morte di Prigozhin ha affermato: «Non sono sorpreso. Non succede molto in Russia senza che ci sia dietro Putin». Alla Tass il viceministro russo ha commentato le parole di Biden dicendo che «non spetta al presidente degli Stati Uniti parlare di eventi tragici di questo tipo e un simile intervento dimostra il disprezzo di Washington per la diplomazia». Per tornare alle indagini bisognerà capire chi le svolgerà ma soprattutto come lo farà visto che come ha dimostrato anche la vicenda di Darja Dugina, morta nell’attentato commesso del 20 agosto del 2022 del quale nessuno ha mai saputo la verità, in Russia si aprono spesso indagini che finiscono poi nel dimenticatoio. È pratica comune accusare persone innocenti che servono solo a indicare un colpevole per l’opinione pubblica. Una vecchia tradizione dell’Urss questa. Difficile pensare che per la morte di Evgenij Prigozhin, ucciso prima di tutto dalla sua sfrenata ambizione personale e brama di potere, le cose andranno diversamente.
Mercenari in rotta, avanza la jihad
Mentre sul futuro dei mercenari Wagner è difficile fare previsioni, al-Qaeda non si è fatta certo sfuggire le difficoltà contingenti dopo la morte di Evgenij Prigozhin e ha chiesto ai suoi effettivi nel Sahel di iniziare «la jihad contro i militari infedeli della compagnia russa Wagner». Quanto accaduto nei cieli di Tver sta provocando diversi timori tra le giunte golpiste di Mali e Burkina Faso preoccupate che i jihadisti di al-Qaeda e dello Stato islamico approfittino della situazione e sferrino attacchi sia a Bamako che a Ouagadougou, capitali dei due Stati dove i mercenari russi proteggono i membri del governo oltre ad essere impiegati a difesa delle risorse dei due Paesi. Stesse preoccupazioni ci sono nella Repubblica Centrafricana dove pochi giorni prima di morire Prigozhin aveva incontrato nel suo breve tour nel continente il presidente Faustin-Archange Touadera, e nel Niger dove la giunta golpista stava trattando l’arrivo dei paramilitari russi per difendersi dal possibile intervento armato dei Paesi dell’Ecowas.
Vladimir Putin che non vuole perdere l’Africa deve trovare il modo di sostituire la Wagner evitando di dispiegare militari russi e pensa ad un impegno diretto seppur mascherato. Le ipotesi più accreditate al momento sono due: il maggiore generale Andrey Averyanov, capo dell’unità per le operazioni segrete del Direttorato generale per le informazioni militari, precedentemente implicato nell’esecuzione di omicidi e attacchi stranieri, potrebbe esser messo a capo della «Wagner 2.0». Averyanov è stato visto presentarsi ai leader africani a San Pietroburgo durante il vertice Russia-Africa del mese scorso, portando a ritenere che il capo dell’intelligence russa sia stato incaricato da Putin di assumere il controllo dell’attività di Wagner nel continente dopo la morte del suo capo.
Altra ipotesi è quella di smontare la Wagner e farla confluire nella la Convoy, una milizia privata creata da un ex luogotenente di Prigozhin, Konstantin Pikalov, che nelle ultime settimane ha espresso ambizioni africane. Convoy è una compagnia militare privata fondata nella Crimea occupata nell’autunno del 2022, ha ricevuto 300 milioni di rubli (circa 3 milioni di dollari) da una delle più grandi banche russe la VTB gestita da Arkady Rotenberg, un oligarca vicino a Putin. Dopo Bangui, Prigozhin è volato a Bamako, in Mali, sulla base dei registri di volo di un jet privato che usava spesso per attraversare il continente, girando di fronte ai pickup dell’esercito locale un video, prima di rientrare in Russia. Mentre Prigozhin si vantava sui social network una delegazione del ministero della Difesa russo arrivava in Libia su invito del generale Khalifa Haftar che ha utilizzato la Wagner per proteggere i suoi pozzi petroliferi e il suo territorio.
Il tentato golpe a Mosca però ha spaventato Haftar e la sua cerchia di potere tanto che Mohamed Eljarh, amministratore delegato della società di consulenza sulla sicurezza Libya Desk, ha affermato: «Hanno ritenuto che se lo fanno in Russia, possono farlo a Bengasi» e da qui il partenariato formale di difesa con il governo russo che ha stanziato ufficiali dell’intelligence russa a Bengasi. Ieri ha parlato del gruppo Wagner anche Il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko: «Wagner ha vissuto, è vivo e vivrà in Bielorussia, indipendentemente da quanto questo piaccia a qualcuno il nucleo rimane qui, qualcuno è andato in vacanza, qualcuno ha deciso di vivere in disparte ma entro pochi giorni tutti saranno qui, fino a 10.000 persone e ora non c’è bisogno di trattenerli qui e finché avremo bisogno di questa unità, vivranno e lavoreranno con noi». Poi Lukashenko ha anche detto all’agenzia di stampa statale bielorussa Belta: «Conosco Putin, è un uomo riflessivo, molto calmo. Quindi non riesco a immaginare che sia stato lui a fare questo».
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L’intelligence americana sposa l’ipotesi della bomba a bordo del velivolo. Joe Biden azzanna lo Zar: «L’attentato non mi sorprende». Sui social impazza l’idea complottista: il capo della Wagner ammazzato dall’Occidente.Al-Qaeda in Africa ha lanciato una guerra santa contro la compagnia militare russa. I golpisti di Mali e Burkina Faso temono il ritorno dei kamikaze. Pure l’Isis in agguato.Lo speciale contiene due articoli.Come sono morti il proprietario della Compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin, 62 anni, il fondatore Dmitry Utkin, 53 anni, il loro braccio destro Valeriy Chekalov, 47 anni, e gli altri sette passeggeri che erano a bordo dell’Embraer Legacy 600 precipitato mercoledì intorno alle 18.20 a Tver, mentre volava tra Mosca e San Pietroburgo? È stato un missile (c’è chi dice fossero due) lanciato dall’esercito russo che lì vicino ha una sua importante base? Oppure qualcuno aveva collocato una bomba sull’aereo? E chi sarebbe stato? Secondo il New York Times a far precipitare l’aereo è stata molto probabilmente un’esplosione a bordo del velivolo «causata da una bomba o da un altro dispositivo piantato sull’aereo». Il giornale cita anonimi funzionari americani e occidentali secondo i quali «il presidente Vladimir Putin avrebbe ordinato la distruzione dell’aereo nel tentativo di uccidere Prigozhin». Il Segretario stampa del dipartimento della Difesa, il generale Patrick Ryder, sull’incidente aereo ha detto che il Pentagono non ha alcuna indicazione che l’aereo che trasportava Prigozhin sia stato abbattuto da un missile terra-aria. «Riteniamo che queste informazioni siano inaccurate», ha detto Ryder a proposito delle rivelazioni della stampa secondo cui l’aereo sarebbe stato colpito da missili terra-aria. Ha anche detto che il «Pentagono ritiene probabile che Prigozhin sia morto», tuttavia non lo ha confermato. Secondo il The Wall Street Journal (Wsj) le informazioni iniziali di intelligence indicano che Prigozhin è stato assassinato con un complotto «ma non sembra che l’aereo su cui viaggiava sia stato colpito da un missile terra-aria». Per il Wsj, che cita due funzionari anonimi dell’amministrazione americana, «le valutazioni preliminari suggeriscono che una bomba sia esplosa sull’aereo o ci sia stata qualche altra forma di sabotaggio». Le teorie su quanto successo si sprecano. Così come fino a quando non si conosceranno gli esiti dell’esame del Dna delle vittime previsto nei prossimi giorni si moltiplicheranno le ricostruzioni nelle quali si racconta che Prigozhin non era sull’aereo caduto, ma si trovava sul secondo velivolo della Wagner atterrato a Baku (Azerbaigian). Sostanzialmente per alcuni il patron della Wagner avrebbe architettato tutta la messinscena per poter sparire dalla circolazione per poi riapparire un giorno da qualche parte, magari dopo essersi una plastica facciale. Sempre a proposito di teorie, fin dalla sera del 23 agosto secondo Bbc Monitor quasi 1.900 account bot, riconducibili alla community russa, hanno diffuso sui social network quali il russo Vkontakte e Twitter la narrazione secondo la quale dietro la morte del capo della Wagner c’è l’Occidente. Tra i commenti ci sono affermazioni come «l’Occidente ha rimosso l’uomo che aveva cominciato a ristabilire l’ordine in Africa, ecco perché è morto, perché ha finalmente deciso di liberare l’Africa dall’influenza dell’occidente e Putin non aveva motivo di uccidere Prigozhin». Bbc Monitoring ha anche sottolineato come sui social network ci sia chi attribuisce l’incidente aereo «agli ucrofascisti», «ai sabotatori dell’Occidente» e persino ai Paesi «dell’Ecowas che agiscono in collusione con la Francia». Gli esperti che hanno monitorato i bot evidenziano che la loro attività assomiglia a quella precedentemente utilizzata dalla «fabbrica di troll» legata proprio a Prigozhin. Qui è inutile illudersi perché queste teorie non cesseranno nemmeno davanti ai risultati del Dna e alle testimonianze delle famiglie delle vittime. Intanto l’agenzia di stampa Ria Novosti ha reso noto che il relitto dell’aereo di proprietà del patron della Wagner è stato rimosso e sarebbe ora a disposizione delle autorità che, come detto da Putin, «andranno fino in fondo» alla ricerca della verità sull’incidente aereo. A proposito del presidente russo che parlando di Prigozhin lo ha definito come «un uomo di talento ma dal destino difficile, che nella vita ha commesso seri errori», il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha bollato come «menzogne assolute le molte speculazioni in Occidente» che per l’abbattimento dell’aereo puntano dritto al Cremlino. Peskov ha anche detto che «troppo presto» per dire se Putin parteciperà ai funerali del fondatore della Wagner: «Siccome non sappiamo quanto dureranno gli accertamenti necessari e gli atti necessari legati alle indagini, ora non sappiamo quale sarà la data dei funerali. Per cui è impossibile parlare di una eventuale partecipazione di Putin». Sempre a proposito di reazioni, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha definito «inaccettabili» le parole del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che a proposito della morte di Prigozhin ha affermato: «Non sono sorpreso. Non succede molto in Russia senza che ci sia dietro Putin». Alla Tass il viceministro russo ha commentato le parole di Biden dicendo che «non spetta al presidente degli Stati Uniti parlare di eventi tragici di questo tipo e un simile intervento dimostra il disprezzo di Washington per la diplomazia». Per tornare alle indagini bisognerà capire chi le svolgerà ma soprattutto come lo farà visto che come ha dimostrato anche la vicenda di Darja Dugina, morta nell’attentato commesso del 20 agosto del 2022 del quale nessuno ha mai saputo la verità, in Russia si aprono spesso indagini che finiscono poi nel dimenticatoio. È pratica comune accusare persone innocenti che servono solo a indicare un colpevole per l’opinione pubblica. Una vecchia tradizione dell’Urss questa. Difficile pensare che per la morte di Evgenij Prigozhin, ucciso prima di tutto dalla sua sfrenata ambizione personale e brama di potere, le cose andranno diversamente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-nessuna-prova-missile-prigozhin-2664445584.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mercenari-in-rotta-avanza-la-jihad" data-post-id="2664445584" data-published-at="1693046768" data-use-pagination="False"> Mercenari in rotta, avanza la jihad Mentre sul futuro dei mercenari Wagner è difficile fare previsioni, al-Qaeda non si è fatta certo sfuggire le difficoltà contingenti dopo la morte di Evgenij Prigozhin e ha chiesto ai suoi effettivi nel Sahel di iniziare «la jihad contro i militari infedeli della compagnia russa Wagner». Quanto accaduto nei cieli di Tver sta provocando diversi timori tra le giunte golpiste di Mali e Burkina Faso preoccupate che i jihadisti di al-Qaeda e dello Stato islamico approfittino della situazione e sferrino attacchi sia a Bamako che a Ouagadougou, capitali dei due Stati dove i mercenari russi proteggono i membri del governo oltre ad essere impiegati a difesa delle risorse dei due Paesi. Stesse preoccupazioni ci sono nella Repubblica Centrafricana dove pochi giorni prima di morire Prigozhin aveva incontrato nel suo breve tour nel continente il presidente Faustin-Archange Touadera, e nel Niger dove la giunta golpista stava trattando l’arrivo dei paramilitari russi per difendersi dal possibile intervento armato dei Paesi dell’Ecowas. Vladimir Putin che non vuole perdere l’Africa deve trovare il modo di sostituire la Wagner evitando di dispiegare militari russi e pensa ad un impegno diretto seppur mascherato. Le ipotesi più accreditate al momento sono due: il maggiore generale Andrey Averyanov, capo dell’unità per le operazioni segrete del Direttorato generale per le informazioni militari, precedentemente implicato nell’esecuzione di omicidi e attacchi stranieri, potrebbe esser messo a capo della «Wagner 2.0». Averyanov è stato visto presentarsi ai leader africani a San Pietroburgo durante il vertice Russia-Africa del mese scorso, portando a ritenere che il capo dell’intelligence russa sia stato incaricato da Putin di assumere il controllo dell’attività di Wagner nel continente dopo la morte del suo capo. Altra ipotesi è quella di smontare la Wagner e farla confluire nella la Convoy, una milizia privata creata da un ex luogotenente di Prigozhin, Konstantin Pikalov, che nelle ultime settimane ha espresso ambizioni africane. Convoy è una compagnia militare privata fondata nella Crimea occupata nell’autunno del 2022, ha ricevuto 300 milioni di rubli (circa 3 milioni di dollari) da una delle più grandi banche russe la VTB gestita da Arkady Rotenberg, un oligarca vicino a Putin. Dopo Bangui, Prigozhin è volato a Bamako, in Mali, sulla base dei registri di volo di un jet privato che usava spesso per attraversare il continente, girando di fronte ai pickup dell’esercito locale un video, prima di rientrare in Russia. Mentre Prigozhin si vantava sui social network una delegazione del ministero della Difesa russo arrivava in Libia su invito del generale Khalifa Haftar che ha utilizzato la Wagner per proteggere i suoi pozzi petroliferi e il suo territorio. Il tentato golpe a Mosca però ha spaventato Haftar e la sua cerchia di potere tanto che Mohamed Eljarh, amministratore delegato della società di consulenza sulla sicurezza Libya Desk, ha affermato: «Hanno ritenuto che se lo fanno in Russia, possono farlo a Bengasi» e da qui il partenariato formale di difesa con il governo russo che ha stanziato ufficiali dell’intelligence russa a Bengasi. Ieri ha parlato del gruppo Wagner anche Il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko: «Wagner ha vissuto, è vivo e vivrà in Bielorussia, indipendentemente da quanto questo piaccia a qualcuno il nucleo rimane qui, qualcuno è andato in vacanza, qualcuno ha deciso di vivere in disparte ma entro pochi giorni tutti saranno qui, fino a 10.000 persone e ora non c’è bisogno di trattenerli qui e finché avremo bisogno di questa unità, vivranno e lavoreranno con noi». Poi Lukashenko ha anche detto all’agenzia di stampa statale bielorussa Belta: «Conosco Putin, è un uomo riflessivo, molto calmo. Quindi non riesco a immaginare che sia stato lui a fare questo».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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