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2023-08-31
Pure il Gabon salta con un golpe. Il mal d’Africa manda ko la Francia
Dopo il golpe in Niger dello scorso 26 luglio, ieri nel Gabon è arrivato l’ottavo golpe in tre anni (tra riusciti e falliti) che interessa un’ex colonia francese. Prima ci sono stati quelli di Mali (2020 e 2021), Guinea (2021), Burkina Faso (gennaio e settembre 2022), Ciad e Niger (entrambi lo scorso luglio). È così anche il Gabon, che ha il secondo giacimento di manganese più grande al mondo, e ne è attualmente il terzo produttore mondiale, finisce sotto il controllo di un gruppo di militari e per la Francia è l’ennesima sconfitta.
Tutto si è materializzato nella notte tra martedì, mercoledì e ieri mattina con un comunicato trasmesso dalla televisione Gabon 24: i militari hanno annunciato «l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di tutte le istituzioni della Repubblica e la fine del regime». Poi hanno proseguito affermando che «a fronte di un governo irresponsabile e imprevedibile le cui azioni si traducono in un deterioramento della coesione sociale, che rischia di portare il Paese nel caos, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime». Uno dei militari, che ha detto di parlare a nome del Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni, ha affermato: «Le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i risultati sono annullati». Stesso copione di sempre quindi: frontiere chiuse fino a nuovo ordine. Inoltre «tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale».
L’annuncio del colpo di Stato è arrivato subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali di sabato scorso che hanno visto il presidente in carica da 14 anni Ali Bongo Odimba (filoccidentale e molto vicino alla Francia, che proviene da una famiglia che governa il Paese da 55 anni) stravincere un terzo mandato con il 64,27% dei voti, mentre il suo principale rivale, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Non appena è stato annunciato il risultato elettorale dalla televisione di Stato alle 3.30 (ora locale), in pieno coprifuoco, il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, che ha ottenuto solo il 30,77% dei voti, ha denunciato «i brogli orchestrati dal campo di Bongo». Già sabato scorso, due ore prima della chiusura dei seggi, Ossa si era dichiarato vincitore, poi lunedì senza fornire nessun documento, aveva chiesto a Bongo «di organizzare, senza spargimento di sangue, il trasferimento dei poteri».
Come detto il Gabon non è certo una landa desolata perché nel suo sottosuolo, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Il settore minerario figura tra i principali “percorsi di crescita” e per sostenere nuovi investimenti e attrarre nuovi operatori, il Paese ha modificato il suo codice minerario nel 2019. L’estrazione mineraria in Gabon ruota storicamente attorno al manganese poiché il Paese possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo ed è uno dei primi tre produttori globali con Sud Africa e Cina. Qui la parte del leone la fa il gruppo minerario francese Eramet, così come è francese la TotalEnergies che opera in Niger, quarto produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dal 2016. Il manganese è destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nella futura produzione globale di batterie sia nella chimica catodica Lmfp, sia con quella basata sulla chimica del nichel, la Nmc: è quindi probabile che il metallo continuerà a dominare il panorama minerario». Ma non è tutto perché il minerale di ferro, le cui riserve nazionali sono stimate a 1,7 miliardi di tonnellate distribuite in più siti e l’oro, costituiscono altri due principali sottosettori su cui il Gabon punta per realizzare le sue ambizioni minerarie. A proposito dell’oro, Brussato fa notare che «le riserve sono molto interessante, i depositi però sono in parte localizzati all’interno di aree protette».
Visto quanto sopra, oltre alla Francia anche la Cina è preoccupata per gli ultimi sviluppi, tanto che è stata la prima a reagire con una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin: «Chiediamo a tutte le parti nel Gabon di partire dagli interessi fondamentali del Paese e del popolo, di risolvere le differenze attraverso il dialogo e di ripristinare l’ordine normale il più presto possibile». La Commissione dell’Unione africana, in un comunicato, «condanna fermamente il tentativo di colpo di Stato in Gabon, che è una flagrante violazione dei principi dell’organizzazione continentale». Mentre il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato «l’esercito nazionale e le forze di sicurezza ad attenersi rigorosamente alla loro vocazione repubblicana, per garantire l’integrità fisica del presidente della Repubblica,Ali Bongo Ondimba, dei membri della sua famiglia, nonché di quelli del suo governo».
E in Niger Parigi tira ancora la corda
Tensione ai massimi livelli in Niger, dopo che è scaduto l’ultimatum di 48 ore comunicato questo fine settimana dal Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria all’ambasciatore francese, Sylvain Itté, 64 anni, per lasciare il Paese. Da verifiche svolte con fonti locali risulta che l’ambasciatore si trovi attualmente all’interno della base militare francese di Niamey e, almeno per il momento, non abbia ricevuto l’ordine di rientrare a Parigi visto che, come detto più volte, «la Francia non riconosce la giunta golpista come autorità legittimata a decretare l’espulsione del nostro diplomatico». Alcune persone sui social network scrivono che sono state sospese le forniture d’acqua e di elettricità all’ambasciata, dove la sicurezza è stata rafforzata. Tuttavia, a preoccupare sono i video circolati sul Web, che mostrano la folla inferocita nei pressi della base militare francese: potrebbe essere attaccata in qualsiasi momento. Sarebbe una strage, perché a quel punto i 1.500 militari presenti nella base se attaccati reagirebbero. Un aspetto interessante è quello che durante le proteste in Niger, nelle quali vengono sempre sventolate bandiere russe, la gente inveisce solo contro Parigi e non contro gli altri Paesi occidentali, come ad esempio Germania e Usa, che qui hanno stanziato 1.000 soldati, e nemmeno contro l’Italia, che prima del progressivo ritiro a causa del golpe aveva dispiegato 350 soldati.
La situazione sta arrivando al punto di rottura, tanto che da tre giorni alcuni membri delle forze speciali francesi sono dispiegati in Nigeria nel caso l’ambasciata o la base francese dovessero essere oggetto di un attacco della folla sostenuta dai militari nigerini. Eventualità questa da non escludere, visto che se vi fosse una reazione armata dei francesi a quel punto ci sarebbe la controreazione nigerina. Da non dimenticare che Mali e Burkina Faso hanno ribadito a loro volta che i loro eserciti in caso di attacco interverranno a supporto del Niger. A quel punto l’Italia cosa farebbe? Fino a oggi Roma ha sempre invitato le parti a trovare una soluzione diplomatica, ma la situazione che sta peggiorando di ora in ora necessita di una nuova presa di posizione, tenuto conto che anche l’Ecowas, a fronte di un attacco contro la Francia, procederebbe con l’intervento armato. È quindi cruciale il vertice di due giorni iniziato ieri dei responsabili della Difesa e degli Esteri che si tiene a Toledo, sotto la presidenza spagnola dell’Ue. L’Unione europea ha sempre ribadito il suo sostegno a Bazoum, eletto democraticamente, che si trova ancora agli arresti domiciliari dopo il golpe. Inoltre, ha espresso «il suo pieno sostegno alle misure e alle sanzioni adottate dall’Ecowas», la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale contro i golpisti del Niger, che è diventato il quarto Paese della regione guidato da una giunta militare.
Ieri, poco prima di iniziare i lavori, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato: «Metterò sul tavolo l’opportunità di adottare un quadro giuridico per stabilire sanzioni contro i cospiratori del colpo di Stato in Niger. I ministri ne discuteranno». Qui è bene ricordare che lo scorso 9 agosto sul nostro giornale avevamo riportato le dichiarazioni di Emanuela Del Re rappresentante italiana dell’Ue per il Sahel in quota M5s (da sempre una fucina di talenti), che a proposito del Niger disse: «Sono più affamati di prima, mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare».
Dal 26 luglio, giorno del golpe a Niamey, la giunta con a capo il generale Abdourahamane Tiani ha continuato con le provocazioni e fino qualche giorno fa i golpisti puntavano tutto sull’aiuto dei mercenari della Wagner, ma con la morte di Prigozhin sono scomparse persino le bandiere della compagnia militare paramilitare. Da Emmanuel Macron nessun passo indietro, tanto che ieri ha affermato a Bfmtv: «L’ambasciatore in Niger Sylvain Itté continua la sua missione malgrado le pressioni, malgrado tutte le dichiarazioni delle autorità illegittime che hanno preso il potere a Niamey». Ma la corda sta davvero per rompersi.
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Colpo di Stato nella sesta ex colonia in soli tre anni. I militari depongono il presidente Ali Bongo e sciolgono tutte le istituzioni. La Cina fa valere i propri interessi: «Ripristinate l’ordine nel più breve tempo possibile».In Niger alta tensione a Niamey: l’ambasciatore transalpino resta nonostante l’ultimatum scaduto. Basta un incidente per scatenare il caos. Josep Borrell: «Sanzioni alla giunta».Lo speciale contiene due articoli.Dopo il golpe in Niger dello scorso 26 luglio, ieri nel Gabon è arrivato l’ottavo golpe in tre anni (tra riusciti e falliti) che interessa un’ex colonia francese. Prima ci sono stati quelli di Mali (2020 e 2021), Guinea (2021), Burkina Faso (gennaio e settembre 2022), Ciad e Niger (entrambi lo scorso luglio). È così anche il Gabon, che ha il secondo giacimento di manganese più grande al mondo, e ne è attualmente il terzo produttore mondiale, finisce sotto il controllo di un gruppo di militari e per la Francia è l’ennesima sconfitta. Tutto si è materializzato nella notte tra martedì, mercoledì e ieri mattina con un comunicato trasmesso dalla televisione Gabon 24: i militari hanno annunciato «l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di tutte le istituzioni della Repubblica e la fine del regime». Poi hanno proseguito affermando che «a fronte di un governo irresponsabile e imprevedibile le cui azioni si traducono in un deterioramento della coesione sociale, che rischia di portare il Paese nel caos, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime». Uno dei militari, che ha detto di parlare a nome del Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni, ha affermato: «Le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i risultati sono annullati». Stesso copione di sempre quindi: frontiere chiuse fino a nuovo ordine. Inoltre «tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale». L’annuncio del colpo di Stato è arrivato subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali di sabato scorso che hanno visto il presidente in carica da 14 anni Ali Bongo Odimba (filoccidentale e molto vicino alla Francia, che proviene da una famiglia che governa il Paese da 55 anni) stravincere un terzo mandato con il 64,27% dei voti, mentre il suo principale rivale, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Non appena è stato annunciato il risultato elettorale dalla televisione di Stato alle 3.30 (ora locale), in pieno coprifuoco, il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, che ha ottenuto solo il 30,77% dei voti, ha denunciato «i brogli orchestrati dal campo di Bongo». Già sabato scorso, due ore prima della chiusura dei seggi, Ossa si era dichiarato vincitore, poi lunedì senza fornire nessun documento, aveva chiesto a Bongo «di organizzare, senza spargimento di sangue, il trasferimento dei poteri». Come detto il Gabon non è certo una landa desolata perché nel suo sottosuolo, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Il settore minerario figura tra i principali “percorsi di crescita” e per sostenere nuovi investimenti e attrarre nuovi operatori, il Paese ha modificato il suo codice minerario nel 2019. L’estrazione mineraria in Gabon ruota storicamente attorno al manganese poiché il Paese possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo ed è uno dei primi tre produttori globali con Sud Africa e Cina. Qui la parte del leone la fa il gruppo minerario francese Eramet, così come è francese la TotalEnergies che opera in Niger, quarto produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dal 2016. Il manganese è destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nella futura produzione globale di batterie sia nella chimica catodica Lmfp, sia con quella basata sulla chimica del nichel, la Nmc: è quindi probabile che il metallo continuerà a dominare il panorama minerario». Ma non è tutto perché il minerale di ferro, le cui riserve nazionali sono stimate a 1,7 miliardi di tonnellate distribuite in più siti e l’oro, costituiscono altri due principali sottosettori su cui il Gabon punta per realizzare le sue ambizioni minerarie. A proposito dell’oro, Brussato fa notare che «le riserve sono molto interessante, i depositi però sono in parte localizzati all’interno di aree protette». Visto quanto sopra, oltre alla Francia anche la Cina è preoccupata per gli ultimi sviluppi, tanto che è stata la prima a reagire con una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin: «Chiediamo a tutte le parti nel Gabon di partire dagli interessi fondamentali del Paese e del popolo, di risolvere le differenze attraverso il dialogo e di ripristinare l’ordine normale il più presto possibile». La Commissione dell’Unione africana, in un comunicato, «condanna fermamente il tentativo di colpo di Stato in Gabon, che è una flagrante violazione dei principi dell’organizzazione continentale». Mentre il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato «l’esercito nazionale e le forze di sicurezza ad attenersi rigorosamente alla loro vocazione repubblicana, per garantire l’integrità fisica del presidente della Repubblica,Ali Bongo Ondimba, dei membri della sua famiglia, nonché di quelli del suo governo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-gabon-salta-con-golpe-2664669912.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-in-niger-parigi-tira-ancora-la-corda" data-post-id="2664669912" data-published-at="1693436314" data-use-pagination="False"> E in Niger Parigi tira ancora la corda Tensione ai massimi livelli in Niger, dopo che è scaduto l’ultimatum di 48 ore comunicato questo fine settimana dal Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria all’ambasciatore francese, Sylvain Itté, 64 anni, per lasciare il Paese. Da verifiche svolte con fonti locali risulta che l’ambasciatore si trovi attualmente all’interno della base militare francese di Niamey e, almeno per il momento, non abbia ricevuto l’ordine di rientrare a Parigi visto che, come detto più volte, «la Francia non riconosce la giunta golpista come autorità legittimata a decretare l’espulsione del nostro diplomatico». Alcune persone sui social network scrivono che sono state sospese le forniture d’acqua e di elettricità all’ambasciata, dove la sicurezza è stata rafforzata. Tuttavia, a preoccupare sono i video circolati sul Web, che mostrano la folla inferocita nei pressi della base militare francese: potrebbe essere attaccata in qualsiasi momento. Sarebbe una strage, perché a quel punto i 1.500 militari presenti nella base se attaccati reagirebbero. Un aspetto interessante è quello che durante le proteste in Niger, nelle quali vengono sempre sventolate bandiere russe, la gente inveisce solo contro Parigi e non contro gli altri Paesi occidentali, come ad esempio Germania e Usa, che qui hanno stanziato 1.000 soldati, e nemmeno contro l’Italia, che prima del progressivo ritiro a causa del golpe aveva dispiegato 350 soldati. La situazione sta arrivando al punto di rottura, tanto che da tre giorni alcuni membri delle forze speciali francesi sono dispiegati in Nigeria nel caso l’ambasciata o la base francese dovessero essere oggetto di un attacco della folla sostenuta dai militari nigerini. Eventualità questa da non escludere, visto che se vi fosse una reazione armata dei francesi a quel punto ci sarebbe la controreazione nigerina. Da non dimenticare che Mali e Burkina Faso hanno ribadito a loro volta che i loro eserciti in caso di attacco interverranno a supporto del Niger. A quel punto l’Italia cosa farebbe? Fino a oggi Roma ha sempre invitato le parti a trovare una soluzione diplomatica, ma la situazione che sta peggiorando di ora in ora necessita di una nuova presa di posizione, tenuto conto che anche l’Ecowas, a fronte di un attacco contro la Francia, procederebbe con l’intervento armato. È quindi cruciale il vertice di due giorni iniziato ieri dei responsabili della Difesa e degli Esteri che si tiene a Toledo, sotto la presidenza spagnola dell’Ue. L’Unione europea ha sempre ribadito il suo sostegno a Bazoum, eletto democraticamente, che si trova ancora agli arresti domiciliari dopo il golpe. Inoltre, ha espresso «il suo pieno sostegno alle misure e alle sanzioni adottate dall’Ecowas», la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale contro i golpisti del Niger, che è diventato il quarto Paese della regione guidato da una giunta militare. Ieri, poco prima di iniziare i lavori, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato: «Metterò sul tavolo l’opportunità di adottare un quadro giuridico per stabilire sanzioni contro i cospiratori del colpo di Stato in Niger. I ministri ne discuteranno». Qui è bene ricordare che lo scorso 9 agosto sul nostro giornale avevamo riportato le dichiarazioni di Emanuela Del Re rappresentante italiana dell’Ue per il Sahel in quota M5s (da sempre una fucina di talenti), che a proposito del Niger disse: «Sono più affamati di prima, mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare». Dal 26 luglio, giorno del golpe a Niamey, la giunta con a capo il generale Abdourahamane Tiani ha continuato con le provocazioni e fino qualche giorno fa i golpisti puntavano tutto sull’aiuto dei mercenari della Wagner, ma con la morte di Prigozhin sono scomparse persino le bandiere della compagnia militare paramilitare. Da Emmanuel Macron nessun passo indietro, tanto che ieri ha affermato a Bfmtv: «L’ambasciatore in Niger Sylvain Itté continua la sua missione malgrado le pressioni, malgrado tutte le dichiarazioni delle autorità illegittime che hanno preso il potere a Niamey». Ma la corda sta davvero per rompersi.
Nel nuovo episodio di Segreti torniamo sul delitto di Garlasco e sul presunto movente legato ai file p*rnografici del PC di Alberto Stasi. Le ricostruzioni della parte civile vengono messe a confronto con i dati tecnici: cosa ha davvero visto Chiara Poggi, per quanto tempo e con quale contesto?
Enoch Burke (Getty Images)
Come i nostri lettori ricorderanno, la querelle tra il docente irlandese e la sua scuola - la Wilson’s Hospital School - nasceva nel maggio del 2022 con la decisione del dirigente di sospendere il prof ribelle, in quanto si rifiutava di non riconoscere il pronome neutro per un suo alunno che stava cambiando sesso: «loro» invece di «lui».
Un braccio di ferro che va avanti da diverso tempo e che sta costando giorni di reclusione, multe, tensioni e soprattutto divisioni: da una parte c’è chi lo considera un pericoloso provocatore, dall’altra parte un testardo resistente, religioso osservante, che non si arrende alle mode linguistiche e culturali woke.
In mezzo però c’è tutto il dibattito sulla libertà di pensiero e sul fatto che questo generi azioni conseguenti in ambienti formativi, cioè il rifiuto di non usare il nome femminile o un pronome neutro (come indicato appunto dalla direttiva emanata dal preside dell’istituto) per un ragazzo in transizione, continuando invece a indicarlo con il genere maschile. Da qui una serie di processi, di restrizioni e di altri provvedimenti, l’ultimo dei quali ieri. Il motivo è sempre lo stesso: Burke si rifiuta di osservare le decisioni dei giudici, perché si considera vittima del politicamente corretto che ormai ha accettato qualsiasi «rivoluzione» a difesa dei diritti Lgbt.
Va da sé che coloro che puntano l’indice contro il professore irlandese sottolineano invece la sua colpa di violare le disposizioni del giudice, ma è fin troppo evidente che all’origine del caso c’era proprio il rifiuto di non adeguarsi alla moda trangender e di difendere non solo le proprie idee ma anche le regole grammaticali. Poi certo c’è la resistenza nel non accettare le decisioni che considera ingiuste e arbitrarie; c’è insomma una resistenza e una opposizione che è politica. Ed è legata proprio alla libertà di espressione rispetto alla dominanza della cultura woke.
Ma questo - che è il punto fondamentale della questione - resta sullo sfondo, nel senso che la narrazione mainstream dei cosiddetti fact-checker vorrebbe far credere che Burke non è punito in relazione alla libertà di espressione ma per non osservare le disposizioni dei giudici. Sì tratta di una insistente e furba dose minima di veleno per intossicare la battaglia politica del docente.
Ecco perché Burke continua ad affrontare la questione di petto, mettendoci la propria libertà e la propria reputazione di docente, con ripetute sfide al sistema dominante, che gli vieta di avvicinarsi a scuola. Infatti già dal maggio 2022 gli venne impedito di entrare nell’edificio scolastico. Ma Burke, facendo valere il fatto di ricevere regolarmente lo stipendio dalla Wilson, non rispettò l’ordine e finì in carcere, ben tre volte solo nel 2024. Con tanto di multa da pagare tutte le volte che violava il divieto di accesso. Lo scorso dicembre un giudice lo aveva poi condannato a 560 giorni di detenzione per oltraggio alla corte: «Il signor Burke non si limita a violare i locali, ma entra direttamente nel cuore della scuola, aggirandosi per i corridoi anche quando non ne ha il diritto. È una presenza maligna e minacciosa, un intruso che perseguita la scuola, i suoi insegnanti e i suoi alunni. Ma questa è una strategia deliberata: una strategia di confronto. Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione», i quali «invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate».
Le buffonate erano le regole grammaticali e l’opposizione alla circolare: «Se accettassi di rispettare la sospensione sarebbe come accettare il transgenderismo, dovrei accettare cioè che credere all’esistenza di maschio e femmina è sbagliato… Non è qualcosa che farò. È una violazione della mia coscienza». Finora nessun carcere e nessun ordine di allontanamento dalla scuola è servito ad ammorbidirlo o a fargli cambiare idea. Anzi, il suo caso ormai ha superato l’Isola e se ne parla in tutta Europa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 gennaio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino traccia un quadro della situazione internazionale alla luce delle ultime mosse di Donald Trump.
Albert Bourla, ceo di Pfizer (Ansa)
Ci venderà le medicine a prezzo più alto. È così che Pfizer ha intenzione di ringraziare l’Europa per i contratti capestro dei vaccini Covid, grazie ai quali ha incassato oltre 30 miliardi di euro. Come ha riferito il Financial Times, l’amministratore delegato della società, Albert Bourla, si è messo alla testa della cordata di case farmaceutiche intenzionate ad aumentare le tariffe nel Vecchio continente, oppure a ritardare il lancio di terapie aggiornate.
La mossa di Big pharma è la conseguenza dell’accordo stipulato a dicembre con Donald Trump e presentato pochi giorni fa sul sito della Casa Bianca: in virtù del patto con ben 16 colossi del settore, comprese vecchie conoscenze pandemiche, dalla stessa Pfizer ad Astrazeneca, negli Stati Uniti, il costo dei farmaci salvavita sarà ribassato fino al 90% e allineato a quello europeo. Già, perché prima che il puzzone intervenisse, i prodotti delle grandi case venivano smerciati a cifre molto più alte negli Usa, dove il meccanismo concorrenziale pubblico-privato limita le capacità negoziali del sistema sanitario. A differenza - sostengono gli analisti - che nei Paesi come i nostri, nei quali la nazionalizzazione ha portato a fissare un tetto ai prezzi.
Non c’è dubbio che Trump abbia agito nell’interesse degli americani. Correggendo, oltre a un’ingiustizia sociale, un’indubbia stortura globale: le industrie approfittano del propizio contesto statunitense per generare sviluppo; e i fruitori all’estero ne beneficiano, sborsando meno delle controparti Usa. Il che getta pure qualche dubbio sulla presunta potenza politica della mano pubblica: evidentemente, se in Europa avevamo dei vantaggi, non era solo grazie ai sistemi sanitari statali, ma anche perché qualcun altro si svenava al posto nostro.
Il problema, infatti, è che da quando Trump ha battuto i pugni sul tavolo, i margini di profitto, per le compagnie, si sono ridotti. Dunque, la loro soluzione è spremere gli acquirenti più fortunati. Bourla, rivolgendosi alla stampa durante una conferenza di JpMorgan, la scorsa settimana, è stato chiarissimo: «Se facciamo i conti, dovremmo ridurre il prezzo americano al livello della Francia, oppure smettere di rifornire la Francia? Smetteremo di rifornire la Francia», è stata l’ovvia conclusione. «Così loro», ha proseguito l’ad, «si ritroveranno senza nuovi medicinali. Il sistema ci costringerà a non essere in condizione di accettare i prezzi più bassi», praticati finora. Anche se alcune voci, nel Vecchio continente, ci tengono a minimizzare il trattamento di favore: «In Germania paghiamo chiaramente troppo», ha dichiarato al Financial Times, ad esempio, uno dei vertici della compagnia assicurativa Techniker Krankenkasse, secondo il quale la vicenda ricorda «il modo in cui Trump ha gestito la Nato». E, magari, l’affare Groenlandia. È vero: il tycoon non adotta particolari riguardi con gli alleati. Il fatto è che gli Usa non hanno più voglia di essere presi per fessi. Né da chi, dopo decenni di silenzio, ha riscoperto l’Artico solo per via delle rivendicazioni di The Donald; né da chi, incapace di sfornare innovazioni, in un complesso economico ingessato da regolamentazioni e burocrazia, si è cullato sugli allori di ricerca e sviluppo a stelle e strisce.
Fessi, a quanto pare, lo siamo stati pure noialtri, ricoprendo d’oro Bourla e compagni, allorché cercavamo nei loro vaccini anti Covid la panacea. Ursula von der Leyen si era spesa alacremente per assicurarsi le preziose fiale, tanto da trattare in via riservata, tramite le famose chat sparite nel nulla, direttamente con il manager di Pfizer. Il risultato? Non uno sconto sulle dosi. Anzi: Big pharma si è assicurata consegne ben oltre il necessario (molte sono rimaste nei depositi a marcire), insieme a una provvidenziale manleva. In caso di eventi avversi, insomma, sarebbe toccato agli Stati membri Ue sborsare. A pochi mesi dal suo insediamento, persino il ministro della Salute del governo Meloni, Orazio Schillaci, un uomo che non brilla per coraggio e spirito d’iniziativa, aveva protestato per le clausole svantaggiose imposte alle capitali in seguito ai negoziati centralizzati.
Adesso, dopo il danno, arriverà la beffa. E se, ai tempi del coronavirus, gli europeisti pontificavano sulla necessità di accodarci a Bruxelles per essere più forti, oggi gli aedi dell’Unione si nascondono. E la Commissione tarda a pronunciarsi sull’incombente stangata. Ursula avrà perso il numero di Bourla?
La solidarietà Ue: furti di mascherine
L’audizione in commissione Covid del professor Marcello Minenna, già direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli nel triennio pandemico, ha fornito un’ulteriore fotografia della disastrosa gestione pandemica. Non tanto dell’Agenzia delle dogane, stando alle dichiarazioni dell’ex funzionario che ovviamente non poteva dire, del suo stesso operato, che non fosse stato a regola d’arte. Sarebbero state, piuttosto, le autorità politiche del nostro Paese, ossia il governo Pd-M5s guidato da Giuseppe Conte, il ministero della Salute diretto da Roberto Speranza (Pd) e anche la Commissione europea di Ursula von der Leyen, ad aver dato dimostrazione di inadeguatezza.
Minenna ha raccontato che il 12 marzo 2020 aveva appena fatto in tempo a emanare una direttiva, la numero 2, dove l’Agenzia delle dogane definiva lo sdoganamento merci come «attività indifferibile», che lo stesso giorno, e quindi il giorno dopo il Dpcm che chiuse l’Italia, è stato il ministero della Salute a «scendere in campo». Come? In maniera opposta: «Ci ha detto chiaro e in maniera piana: snellire le operazioni di sdoganamento. E con riferimento ai dispositivi medici, addirittura ha previsto», ha spiegato Minenna, «che il nulla osta sanitario dell’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, agenzia del ministero della Salute, ndr), senza il quale per i dispositivi medici non si muove foglia, poteva avvenire successivamente all’importazione. Quindi inizia già in nuce a comparire nella regolamentazione operativa degli apparati dello Stato la circostanza che la merce non si deve fermare negli uffici delle dogane». Nello scaricabarile Minenna coinvolge anche l’opposizione: «Credo che in parte questa disposizione sia stata anche figlia della pressione dell’opposizione», che all’epoca puntava giustamente il dito contro il governo perché in Italia le mascherine non si trovavano. Secondo la ricostruzione del funzionario, dunque, il governo Conte e il ministero di Speranza avrebbero facilitato lo sdoganamento di Dpi anche contraffatti pur di bloccare le critiche dell’opposizione di centrodestra.
A proposito di mascherine, Minenna ha raccontato un episodio alquanto increscioso: le nostre importazioni di materiale di contrasto al Covid avvenivano tramite voli intercontinentali. Se questi voli avevano uno scalo, il Paese dove avveniva lo scalo, «fosse pure dell’Unione europea», si accaparrava le nostre mascherine. «A Francoforte atterrava un aereo intercontinentale con Dpi e mascherine», ha spiegato Minenna, «diretto in Italia, ma il nostro materiale finiva in Germania, lo facevano scendere e se lo prendevano». L’ex dirigente delle Dogane dichiara di aver suggerito a Speranza di fare un’ordinanza affinché si accettassero soltanto merci provenienti da voli senza scalo.
A contribuire alla confusione generale, osserva il funzionario, ci si è messa anche l’Unione europea che, il 13 marzo, ha raccomandato di snellire le operazioni di sdoganamento. È chiaro, l’organo comunitario non poteva dire espressamente «se il marchio Ce è irregolare ignorate il problema», «ma tra le righe questo è il segnale che voleva essere mandato». Tra le carte depositate da Minenna, ci sarebbe anche un documento dove l’Ue «in maniera inequivoca ha dichiarato la regolarità di queste sigle per le mascherine, ovviamente a pandemia finita». Non è tutto: «Il 17 marzo 2020 il decreto Cura Italia stabilisce una disciplina derogatoria alle procedure doganali in essere, stabilendo che è consentito produrre, importare e mettere in commercio mascherine e Dpi in deroga alle vigenti disposizioni». Il problema è che nessuno aveva i macchinari per verificare gli aspetti regolatori delle mascherine previsti anche dalla normativa comunitaria. «Facevamo soltanto controlli documentali, non è che qualcuno facesse la verifica del fit-test o dell’anti-batterial o delle altre norme previste per le capacità di filtraggio delle microparticelle». Minenna diede disposizione di acquistare quei macchinari, ma lo scenario che emerge a livello italiano ed europeo non è affatto lusinghiero.
Il funzionario sarà riascoltato giovedì 29 gennaio, quando toccherà ai commissari della commissione Covid sottoporlo alle domande relative alla sua relazione esposta ieri al Senato.
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