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2023-08-31
Pure il Gabon salta con un golpe. Il mal d’Africa manda ko la Francia
Dopo il golpe in Niger dello scorso 26 luglio, ieri nel Gabon è arrivato l’ottavo golpe in tre anni (tra riusciti e falliti) che interessa un’ex colonia francese. Prima ci sono stati quelli di Mali (2020 e 2021), Guinea (2021), Burkina Faso (gennaio e settembre 2022), Ciad e Niger (entrambi lo scorso luglio). È così anche il Gabon, che ha il secondo giacimento di manganese più grande al mondo, e ne è attualmente il terzo produttore mondiale, finisce sotto il controllo di un gruppo di militari e per la Francia è l’ennesima sconfitta.
Tutto si è materializzato nella notte tra martedì, mercoledì e ieri mattina con un comunicato trasmesso dalla televisione Gabon 24: i militari hanno annunciato «l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di tutte le istituzioni della Repubblica e la fine del regime». Poi hanno proseguito affermando che «a fronte di un governo irresponsabile e imprevedibile le cui azioni si traducono in un deterioramento della coesione sociale, che rischia di portare il Paese nel caos, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime». Uno dei militari, che ha detto di parlare a nome del Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni, ha affermato: «Le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i risultati sono annullati». Stesso copione di sempre quindi: frontiere chiuse fino a nuovo ordine. Inoltre «tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale».
L’annuncio del colpo di Stato è arrivato subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali di sabato scorso che hanno visto il presidente in carica da 14 anni Ali Bongo Odimba (filoccidentale e molto vicino alla Francia, che proviene da una famiglia che governa il Paese da 55 anni) stravincere un terzo mandato con il 64,27% dei voti, mentre il suo principale rivale, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Non appena è stato annunciato il risultato elettorale dalla televisione di Stato alle 3.30 (ora locale), in pieno coprifuoco, il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, che ha ottenuto solo il 30,77% dei voti, ha denunciato «i brogli orchestrati dal campo di Bongo». Già sabato scorso, due ore prima della chiusura dei seggi, Ossa si era dichiarato vincitore, poi lunedì senza fornire nessun documento, aveva chiesto a Bongo «di organizzare, senza spargimento di sangue, il trasferimento dei poteri».
Come detto il Gabon non è certo una landa desolata perché nel suo sottosuolo, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Il settore minerario figura tra i principali “percorsi di crescita” e per sostenere nuovi investimenti e attrarre nuovi operatori, il Paese ha modificato il suo codice minerario nel 2019. L’estrazione mineraria in Gabon ruota storicamente attorno al manganese poiché il Paese possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo ed è uno dei primi tre produttori globali con Sud Africa e Cina. Qui la parte del leone la fa il gruppo minerario francese Eramet, così come è francese la TotalEnergies che opera in Niger, quarto produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dal 2016. Il manganese è destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nella futura produzione globale di batterie sia nella chimica catodica Lmfp, sia con quella basata sulla chimica del nichel, la Nmc: è quindi probabile che il metallo continuerà a dominare il panorama minerario». Ma non è tutto perché il minerale di ferro, le cui riserve nazionali sono stimate a 1,7 miliardi di tonnellate distribuite in più siti e l’oro, costituiscono altri due principali sottosettori su cui il Gabon punta per realizzare le sue ambizioni minerarie. A proposito dell’oro, Brussato fa notare che «le riserve sono molto interessante, i depositi però sono in parte localizzati all’interno di aree protette».
Visto quanto sopra, oltre alla Francia anche la Cina è preoccupata per gli ultimi sviluppi, tanto che è stata la prima a reagire con una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin: «Chiediamo a tutte le parti nel Gabon di partire dagli interessi fondamentali del Paese e del popolo, di risolvere le differenze attraverso il dialogo e di ripristinare l’ordine normale il più presto possibile». La Commissione dell’Unione africana, in un comunicato, «condanna fermamente il tentativo di colpo di Stato in Gabon, che è una flagrante violazione dei principi dell’organizzazione continentale». Mentre il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato «l’esercito nazionale e le forze di sicurezza ad attenersi rigorosamente alla loro vocazione repubblicana, per garantire l’integrità fisica del presidente della Repubblica,Ali Bongo Ondimba, dei membri della sua famiglia, nonché di quelli del suo governo».
E in Niger Parigi tira ancora la corda
Tensione ai massimi livelli in Niger, dopo che è scaduto l’ultimatum di 48 ore comunicato questo fine settimana dal Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria all’ambasciatore francese, Sylvain Itté, 64 anni, per lasciare il Paese. Da verifiche svolte con fonti locali risulta che l’ambasciatore si trovi attualmente all’interno della base militare francese di Niamey e, almeno per il momento, non abbia ricevuto l’ordine di rientrare a Parigi visto che, come detto più volte, «la Francia non riconosce la giunta golpista come autorità legittimata a decretare l’espulsione del nostro diplomatico». Alcune persone sui social network scrivono che sono state sospese le forniture d’acqua e di elettricità all’ambasciata, dove la sicurezza è stata rafforzata. Tuttavia, a preoccupare sono i video circolati sul Web, che mostrano la folla inferocita nei pressi della base militare francese: potrebbe essere attaccata in qualsiasi momento. Sarebbe una strage, perché a quel punto i 1.500 militari presenti nella base se attaccati reagirebbero. Un aspetto interessante è quello che durante le proteste in Niger, nelle quali vengono sempre sventolate bandiere russe, la gente inveisce solo contro Parigi e non contro gli altri Paesi occidentali, come ad esempio Germania e Usa, che qui hanno stanziato 1.000 soldati, e nemmeno contro l’Italia, che prima del progressivo ritiro a causa del golpe aveva dispiegato 350 soldati.
La situazione sta arrivando al punto di rottura, tanto che da tre giorni alcuni membri delle forze speciali francesi sono dispiegati in Nigeria nel caso l’ambasciata o la base francese dovessero essere oggetto di un attacco della folla sostenuta dai militari nigerini. Eventualità questa da non escludere, visto che se vi fosse una reazione armata dei francesi a quel punto ci sarebbe la controreazione nigerina. Da non dimenticare che Mali e Burkina Faso hanno ribadito a loro volta che i loro eserciti in caso di attacco interverranno a supporto del Niger. A quel punto l’Italia cosa farebbe? Fino a oggi Roma ha sempre invitato le parti a trovare una soluzione diplomatica, ma la situazione che sta peggiorando di ora in ora necessita di una nuova presa di posizione, tenuto conto che anche l’Ecowas, a fronte di un attacco contro la Francia, procederebbe con l’intervento armato. È quindi cruciale il vertice di due giorni iniziato ieri dei responsabili della Difesa e degli Esteri che si tiene a Toledo, sotto la presidenza spagnola dell’Ue. L’Unione europea ha sempre ribadito il suo sostegno a Bazoum, eletto democraticamente, che si trova ancora agli arresti domiciliari dopo il golpe. Inoltre, ha espresso «il suo pieno sostegno alle misure e alle sanzioni adottate dall’Ecowas», la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale contro i golpisti del Niger, che è diventato il quarto Paese della regione guidato da una giunta militare.
Ieri, poco prima di iniziare i lavori, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato: «Metterò sul tavolo l’opportunità di adottare un quadro giuridico per stabilire sanzioni contro i cospiratori del colpo di Stato in Niger. I ministri ne discuteranno». Qui è bene ricordare che lo scorso 9 agosto sul nostro giornale avevamo riportato le dichiarazioni di Emanuela Del Re rappresentante italiana dell’Ue per il Sahel in quota M5s (da sempre una fucina di talenti), che a proposito del Niger disse: «Sono più affamati di prima, mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare».
Dal 26 luglio, giorno del golpe a Niamey, la giunta con a capo il generale Abdourahamane Tiani ha continuato con le provocazioni e fino qualche giorno fa i golpisti puntavano tutto sull’aiuto dei mercenari della Wagner, ma con la morte di Prigozhin sono scomparse persino le bandiere della compagnia militare paramilitare. Da Emmanuel Macron nessun passo indietro, tanto che ieri ha affermato a Bfmtv: «L’ambasciatore in Niger Sylvain Itté continua la sua missione malgrado le pressioni, malgrado tutte le dichiarazioni delle autorità illegittime che hanno preso il potere a Niamey». Ma la corda sta davvero per rompersi.
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Colpo di Stato nella sesta ex colonia in soli tre anni. I militari depongono il presidente Ali Bongo e sciolgono tutte le istituzioni. La Cina fa valere i propri interessi: «Ripristinate l’ordine nel più breve tempo possibile».In Niger alta tensione a Niamey: l’ambasciatore transalpino resta nonostante l’ultimatum scaduto. Basta un incidente per scatenare il caos. Josep Borrell: «Sanzioni alla giunta».Lo speciale contiene due articoli.Dopo il golpe in Niger dello scorso 26 luglio, ieri nel Gabon è arrivato l’ottavo golpe in tre anni (tra riusciti e falliti) che interessa un’ex colonia francese. Prima ci sono stati quelli di Mali (2020 e 2021), Guinea (2021), Burkina Faso (gennaio e settembre 2022), Ciad e Niger (entrambi lo scorso luglio). È così anche il Gabon, che ha il secondo giacimento di manganese più grande al mondo, e ne è attualmente il terzo produttore mondiale, finisce sotto il controllo di un gruppo di militari e per la Francia è l’ennesima sconfitta. Tutto si è materializzato nella notte tra martedì, mercoledì e ieri mattina con un comunicato trasmesso dalla televisione Gabon 24: i militari hanno annunciato «l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di tutte le istituzioni della Repubblica e la fine del regime». Poi hanno proseguito affermando che «a fronte di un governo irresponsabile e imprevedibile le cui azioni si traducono in un deterioramento della coesione sociale, che rischia di portare il Paese nel caos, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime». Uno dei militari, che ha detto di parlare a nome del Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni, ha affermato: «Le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i risultati sono annullati». Stesso copione di sempre quindi: frontiere chiuse fino a nuovo ordine. Inoltre «tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale». L’annuncio del colpo di Stato è arrivato subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali di sabato scorso che hanno visto il presidente in carica da 14 anni Ali Bongo Odimba (filoccidentale e molto vicino alla Francia, che proviene da una famiglia che governa il Paese da 55 anni) stravincere un terzo mandato con il 64,27% dei voti, mentre il suo principale rivale, Albert Ondo Ossa, ha ottenuto solo il 30,77% dei voti. Non appena è stato annunciato il risultato elettorale dalla televisione di Stato alle 3.30 (ora locale), in pieno coprifuoco, il principale rivale di Bongo, Albert Ondo Ossa, che ha ottenuto solo il 30,77% dei voti, ha denunciato «i brogli orchestrati dal campo di Bongo». Già sabato scorso, due ore prima della chiusura dei seggi, Ossa si era dichiarato vincitore, poi lunedì senza fornire nessun documento, aveva chiesto a Bongo «di organizzare, senza spargimento di sangue, il trasferimento dei poteri». Come detto il Gabon non è certo una landa desolata perché nel suo sottosuolo, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Il settore minerario figura tra i principali “percorsi di crescita” e per sostenere nuovi investimenti e attrarre nuovi operatori, il Paese ha modificato il suo codice minerario nel 2019. L’estrazione mineraria in Gabon ruota storicamente attorno al manganese poiché il Paese possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo ed è uno dei primi tre produttori globali con Sud Africa e Cina. Qui la parte del leone la fa il gruppo minerario francese Eramet, così come è francese la TotalEnergies che opera in Niger, quarto produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dal 2016. Il manganese è destinato a ricoprire un ruolo fondamentale nella futura produzione globale di batterie sia nella chimica catodica Lmfp, sia con quella basata sulla chimica del nichel, la Nmc: è quindi probabile che il metallo continuerà a dominare il panorama minerario». Ma non è tutto perché il minerale di ferro, le cui riserve nazionali sono stimate a 1,7 miliardi di tonnellate distribuite in più siti e l’oro, costituiscono altri due principali sottosettori su cui il Gabon punta per realizzare le sue ambizioni minerarie. A proposito dell’oro, Brussato fa notare che «le riserve sono molto interessante, i depositi però sono in parte localizzati all’interno di aree protette». Visto quanto sopra, oltre alla Francia anche la Cina è preoccupata per gli ultimi sviluppi, tanto che è stata la prima a reagire con una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin: «Chiediamo a tutte le parti nel Gabon di partire dagli interessi fondamentali del Paese e del popolo, di risolvere le differenze attraverso il dialogo e di ripristinare l’ordine normale il più presto possibile». La Commissione dell’Unione africana, in un comunicato, «condanna fermamente il tentativo di colpo di Stato in Gabon, che è una flagrante violazione dei principi dell’organizzazione continentale». Mentre il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato «l’esercito nazionale e le forze di sicurezza ad attenersi rigorosamente alla loro vocazione repubblicana, per garantire l’integrità fisica del presidente della Repubblica,Ali Bongo Ondimba, dei membri della sua famiglia, nonché di quelli del suo governo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-gabon-salta-con-golpe-2664669912.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-in-niger-parigi-tira-ancora-la-corda" data-post-id="2664669912" data-published-at="1693436314" data-use-pagination="False"> E in Niger Parigi tira ancora la corda Tensione ai massimi livelli in Niger, dopo che è scaduto l’ultimatum di 48 ore comunicato questo fine settimana dal Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria all’ambasciatore francese, Sylvain Itté, 64 anni, per lasciare il Paese. Da verifiche svolte con fonti locali risulta che l’ambasciatore si trovi attualmente all’interno della base militare francese di Niamey e, almeno per il momento, non abbia ricevuto l’ordine di rientrare a Parigi visto che, come detto più volte, «la Francia non riconosce la giunta golpista come autorità legittimata a decretare l’espulsione del nostro diplomatico». Alcune persone sui social network scrivono che sono state sospese le forniture d’acqua e di elettricità all’ambasciata, dove la sicurezza è stata rafforzata. Tuttavia, a preoccupare sono i video circolati sul Web, che mostrano la folla inferocita nei pressi della base militare francese: potrebbe essere attaccata in qualsiasi momento. Sarebbe una strage, perché a quel punto i 1.500 militari presenti nella base se attaccati reagirebbero. Un aspetto interessante è quello che durante le proteste in Niger, nelle quali vengono sempre sventolate bandiere russe, la gente inveisce solo contro Parigi e non contro gli altri Paesi occidentali, come ad esempio Germania e Usa, che qui hanno stanziato 1.000 soldati, e nemmeno contro l’Italia, che prima del progressivo ritiro a causa del golpe aveva dispiegato 350 soldati. La situazione sta arrivando al punto di rottura, tanto che da tre giorni alcuni membri delle forze speciali francesi sono dispiegati in Nigeria nel caso l’ambasciata o la base francese dovessero essere oggetto di un attacco della folla sostenuta dai militari nigerini. Eventualità questa da non escludere, visto che se vi fosse una reazione armata dei francesi a quel punto ci sarebbe la controreazione nigerina. Da non dimenticare che Mali e Burkina Faso hanno ribadito a loro volta che i loro eserciti in caso di attacco interverranno a supporto del Niger. A quel punto l’Italia cosa farebbe? Fino a oggi Roma ha sempre invitato le parti a trovare una soluzione diplomatica, ma la situazione che sta peggiorando di ora in ora necessita di una nuova presa di posizione, tenuto conto che anche l’Ecowas, a fronte di un attacco contro la Francia, procederebbe con l’intervento armato. È quindi cruciale il vertice di due giorni iniziato ieri dei responsabili della Difesa e degli Esteri che si tiene a Toledo, sotto la presidenza spagnola dell’Ue. L’Unione europea ha sempre ribadito il suo sostegno a Bazoum, eletto democraticamente, che si trova ancora agli arresti domiciliari dopo il golpe. Inoltre, ha espresso «il suo pieno sostegno alle misure e alle sanzioni adottate dall’Ecowas», la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale contro i golpisti del Niger, che è diventato il quarto Paese della regione guidato da una giunta militare. Ieri, poco prima di iniziare i lavori, l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell ha affermato: «Metterò sul tavolo l’opportunità di adottare un quadro giuridico per stabilire sanzioni contro i cospiratori del colpo di Stato in Niger. I ministri ne discuteranno». Qui è bene ricordare che lo scorso 9 agosto sul nostro giornale avevamo riportato le dichiarazioni di Emanuela Del Re rappresentante italiana dell’Ue per il Sahel in quota M5s (da sempre una fucina di talenti), che a proposito del Niger disse: «Sono più affamati di prima, mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare». Dal 26 luglio, giorno del golpe a Niamey, la giunta con a capo il generale Abdourahamane Tiani ha continuato con le provocazioni e fino qualche giorno fa i golpisti puntavano tutto sull’aiuto dei mercenari della Wagner, ma con la morte di Prigozhin sono scomparse persino le bandiere della compagnia militare paramilitare. Da Emmanuel Macron nessun passo indietro, tanto che ieri ha affermato a Bfmtv: «L’ambasciatore in Niger Sylvain Itté continua la sua missione malgrado le pressioni, malgrado tutte le dichiarazioni delle autorità illegittime che hanno preso il potere a Niamey». Ma la corda sta davvero per rompersi.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Dai dati pubblicati dal ministero dell’Economia emerge che nel 2024, secondo le dichiarazioni presentate nel 2025, l’economia ha continuato a crescere. Questo si esprime con l’aumento del reddito complessivo dichiarato che ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro, attestandosi a 1.076,3 miliardi, (+4,7% sul 2023) e con l’aumento del reddito medio, che viaggia intorno a 25.820 euro (+4%). Ma se da una parte il Paese, pur con le note difficoltà, continua a espandersi, sul fronte fiscale manifesta uno squilibrio macroscopico. Gli italiani sono 59 milioni (compresi anche bambini e neonati), i contribuenti che presentano la dichiarazione sono 42,8 milioni ma di questi 11,3 milioni non pagano le tasse (a vario titolo): ecco dunque che ogni contribuente ha sostanzialmente sulle spalle un altro cittadino.
Considerando che sono oltre 8,7 milioni coloro con un’imposta netta pari a 0, poiché hanno redditi bassi o per effetto delle detrazioni, e quanti abbattono il dovuto grazie a bonus e trattamenti integrativi e come tali sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, c’è un’ampia fetta di italiani che vive di fatto senza un rapporto con il fisco. Certo il dato non è nuovo ma stupisce che rimane una fascia importante, nonostante il miglioramento dell’economia. Una crescita che trova la sua conferma nell’aumento del 3,9% dell’Irpef netta dichiarata, pari a 197,4 miliardi di euro, con un valore medio pro capite di 5.790 euro.
Esaminando la provenienza del gettito fiscale emerge che la fascia tra 35.000 e 70.000 euro, ovvero il ceto medio, da sola versa il 32,1% dell’Irpef complessiva. I contribuenti con redditi fino a 35.000 euro rappresentano oltre tre quarti della platea (76,6%), ma contribuiscono a poco più di un terzo dell’imposta totale (34,9%). Invece il 23,4% dei contribuenti, ovvero quelli sopra i 35.000 euro, sostiene il 65,1% del gettito. I redditi superiori a 300.000 euro (lo 0,2% della platea) contribuiscono per il 6,6% del totale in lieve diminuzione rispetto al 2023 quando rappresentavano il 7,1%.
Un’altra costante nelle rilevazioni è che la gran parte del totale dichiarato (l’84,6%) proviene dal lavoro dipendente che da solo rappresenta oltre la metà (54,4%) e dalle pensioni (30,2%). Ovvero da quella fascia di contribuenti che sono soggetti a un prelievo alla fonte e che non hanno alcuna possibilità di evadere. Sono loro le colonne portanti della finanza pubblica che garantiscono il funzionamento dei vari servizi a cominciare dalla sanità. Interessante anche il capitolo delle deduzioni -che riducono il reddito imponibile, cioè la base su cui si calcolano le imposte - e delle detrazioni, che riducono direttamente le imposte da pagare. Nel 2024 le deduzioni hanno raggiunto 40,6 miliardi (+4,2% rispetto al 2023). Si dividono tra la deduzione per l’abitazione principale, che vale 9,7 miliardi, e gli oneri deducibili che in larga parte riguardano i contributi previdenziali e assistenziali di imprenditori individuali e lavoratori autonomi.
Ancora più importante è l’ammontare delle detrazioni e dei cosiddetti oneri detraibili, che raggiungono 79,7 miliardi (anche qui con una crescita dello 0,5% sull’anno precedente). Entrando nel dettaglio, c’è una flessione sia della detrazione per carichi di famiglia sia delle detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensione e redditi assimilati. Aumentano invece le detrazioni relative a spese per il recupero edilizio, per il risparmio energetico e i cosiddetti oneri detraibili al 19% che vanno dalle spese per l’istruzione universitaria, le spese sanitarie e per gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. Queste voci, da sole, valgono oltre 44 miliardi.
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Luciano Linzi racconta la storia della Casa del Jazz di Roma, sorta in una villa confiscata alla Banda della Magliana. Con la fine degli scavi e delle indagini si chiude l’ultimo capitolo del Romanzo criminale. E ora può tornare la musica.
Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione Ue aveva proposto cinque nuove settori di «risorse proprie» che dovrebbero affiancare quelle già esistenti, come i dazi doganali e una quota di Iva. Tradotto: potenziali nuovi balzelli dagli Stati membri.
A livello di commissioni è stato votato un aumento di 200 miliardi, e l’aula confermerà la posizione la prossima settimana. La presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, ammette: «Ciò di cui abbiamo bisogno ora è un bilancio adeguato allo scopo. Chiederemo ai capi di Stato e di governo di esaminare con occhio critico le risorse proprie. L’attuale bilancio, se ci ha insegnato qualcosa, è che non possiamo risolvere tutte le crisi e le difficoltà che stiamo affrontando. Abbiamo bisogno di nuove risorse per onorare tutto il debito». Il che vuol dire più soldi, da ricercare anche in nuove risorse proprie, alternative ai contributi nazionali. In altri termini Bruxelles ammette che pur non sapendo risolvere nemmeno mezza crisi, vuole però gestire 200 miliardi di euro in più. «Se vogliamo garantire le risorse necessarie per ripagare il debito del Recovery e finanziare le nuove priorità dell’Ue e quelle storiche esiste una sola soluzione: nuove risorse proprie, che sono indispensabili», rincara la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
I fondi per il prossimo ciclo finanziario 2028-2034 saranno pari a circa 1.800 miliardi di euro destinati a finanziare i capitoli della politica economica comune. Rispetto al periodo precedente, in cui lo stanziamento si era attestato sui 1.200 miliardi, si registra un incremento netto di 367,2 miliardi (esclusi rimborsi) che andranno a favore dei capitoli competitività, prosperità e sicurezza.
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, aggiunge: «Sarà fondamentale allineare le nostre ambizioni con le riforme necessarie. Le nuove risorse proprie dovranno svolgere un ruolo cruciale».
I Paesi cosiddetti «frugali», quelli che vorrebbero un bilancio con meno risorse, non cambiano idea. Tra questi l’Olanda che punta i piedi. «Ci sono molti Paesi che, come noi, chiedono un bilancio più snello», scandisce a margine dei lavori il premier dei Paesi Bassi, Rob Jetten, per poi avvertire: «Stiamo creando un ampio fronte». Questo gruppo comprende Paesi Bassi, Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Finlandia) e Irlanda. Ma ci sono anche Austria e Germania a ritenere che i quasi 2.000 miliardi di euro per il bilancio 2028-2034 siano troppi.
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, fissa «le linee rosse» del governo italiano. «Una di queste riguarda i fondi della coesione e della politica agricola comune», considerate come insufficienti e anche mal distribuite. Altra priorità italiana riguarda il fondo per la competitività il suo utilizzo. «Noi dobbiamo accompagnare la trasformazione dell’industria tradizionale, delle nostre filiere storiche, senza dimenticare le piccole e medie imprese». Infine, «penso che un segnale vada dato sulle spese amministrative: non si può proporre la ristrutturazione del palazzo della sede del Consiglio europeo a 800 milioni di euro, è una cosa che l’Italia non è in grado di sostenere».
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Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
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