L’Italia è entrata di nuovo in quella zona grigia dove il debito pubblico non è più un indicatore economico, ma un’arma politica. Come sempre, quando i conti si fanno difficili, arrivano in scena loro: Fmi, Ocse e quel sottobosco di «manine» nazionali e internazionali che non hanno mai smesso di entrare in azione con i governi di centrodestra. Era accaduto a Berlusconi. Ora nel mirino c’è Giorgia Meloni.
L’Ocse ha appena riacceso i fari: il debito italiano resta tra i più alti dell’area, secondo solo al Giappone. E non basta il lieve rientro post pandemia a rassicurare. Crescita anemica, 0,4% quest’anno e 0,6% nel 2027, peggior performance tra le economie principali. Il mix fra invecchiamento della popolazione e produttività ferma trasforma il risanamento in un esercizio teorico. Il Fmi non usa giri di parole: il debito pubblico italiano è destinato a superare il 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un tale orizzonte significa una sola cosa: la traiettoria non è neutra, è già scritta. E la politica può solo decidere quanto accelerare o rallentare la discesa lungo quel crinale.
Poi ci sono i mercati. Che non parlano, ma pesano e fanno rumore. Lo spread tra Btp e Bund resta incollato a 79 punti, mentre il rendimento del decennale è tornato a sfiorare il 3,9%. Non un livello di panico, ma nemmeno un dettaglio da archiviare. È il termometro di una fiducia che non crolla, ma non scalda più. E soprattutto, l’asta per specialisti sui titoli medio-lunghi, circa 2 miliardi tra cinque, sette e 15 anni, è andata deserta. Nessuna richiesta. Silenzio totale. In finanza, un atteggiamento che non è mai neutro: è una risposta. La guerra in Medio Oriente ha fatto il resto, riportando l’energia al centro del rischio per il Paese. L’Italia, che importa il 38% delle sue forniture energetiche, resta tra le economie più esposte dell’Europa. E quando il petrolio e il gas tornano a essere variabili geopolitiche, Roma si scopre vulnerabile come sempre. I rendimenti dei Btp hanno accelerato, con un aumento di circa lo 0,7%, ampliando il differenziale rispetto a Francia, Spagna e Germania. Anche dopo il fragile cessate il fuoco, la calma è solo apparente: il mercato ha già prezzato un rischio strutturale più alto.
In questo quadro, la lunga stagione di favore di Giorgia Meloni presso gli investitori, quella sorta di «luna di miele finanziaria» iniziata nel 2022, appare più corta del previsto. Non finita, ma certamente consumata.
E quando la fiducia si incrina cominciano le interpretazioni. Per Eurasia Group, il giudizio è netto. Il politologo Ian Bremmer e il suo team parlano di una premier «sempre più precaria», con il referendum sulla giustizia che ha rappresentato una sconfitta politica pesante e un segnale di maggioranze contrarie al governo. Significa che la stabilità, vero asset del’Italia sui mercati, non è più un dato acquisito ma una variabile.
Più tecnico ma non meno severo il quadro di Capital Economics. Franziska Palmas osserva come la combinazione tra tensioni politiche, elezioni del 2027 e choc energetico aumenti la tentazione del governo di allentare la disciplina fiscale. Ma il margine è stretto: deficit già al 3,1% nel 2025, oltre la soglia simbolica del 3%, e rischio concreto di salire al 3,5% invece della discesa prevista. Dalla Germania, Commerzbank aggiunge la nota più scomoda: anche se lo shock geopolitico dovesse rientrare, la percezione del rischio in Italia non tornerà semplicemente al punto di partenza. Gli analisti insistono su un punto chiave. I Btp sono come il canarino della miniera: se smette di cantare sta arrivando la catastrofe.
Il messaggio è chiaro: dopo la sconfitta referendaria, con il governo costretto a gestire tensioni interne e dossier economici sempre più complessi, la stabilità italiana appare meno granitica. Le richieste del ministro Giorgetti di sospendere il Patto di stabilità, in nome dell’emergenza energetica, si scontrano contro il muro degli eurocrati. È il solito paradosso italiano: chiedere flessibilità quando il ciclo globale peggiora, ma con i conti che peggiorano proprio quando serve più credibilità. E così, tra spread che non crolla ma non perdona, aste che si svuotano e istituzioni internazionali che alzano le sopracciglia, il quadro si ricompone. Non come crisi conclamata, ma come pressione continua.







