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Emmanuel Macron (Ansa)
Gli istituti pubblici francesi sono al collasso, così il governo minaccia quelli paritari: se non accetteranno una maggiore «diversità» tra gli alunni, avranno a disposizione meno cattedre. Il ministro all’Istruzione, Pap Ndiaye, guida la crociata: «So come fare pressione».
Il governo francese ha minacciato le scuole cattoliche d’Oltralpe perché ritiene che non siano abbastanza aperte alla «mixité sociale», ovvero alla diversità. L’avvertimento è arrivato direttamente Pap Ndiaye che, dopo le elezioni presidenziali dello scorso anno, Emmanuel Macron aveva scelto come ministro dell’Educazione nazionale.
Nel corso di un’audizione al Senato, Ndiaye avrebbe dovuto parlare, in modo generale, delle misure governative volte a favorire la diversità e l’integrazione dei giovani meno abbienti nelle scuole francesi. Nel complesso, però, il discorso del ministro si è concentrato sulle scuole private. Formalmente, il titolare dell’Educazione non ha parlato solo degli istituti cattolici ma, siccome in Francia questi rappresentano il 96% delle scuole private parificate, in pratica è come se si fosse riferito solo ad essi.
Ndiaye ha dapprima informato i senatori che «le scuole private souscontrat (parifica te, ndr) saranno implicate negli sforzi per (sviluppare ndr) la diversità», poi ha dichiarato che il dialogo con gli istituti privati è «costruttivo». Poco dopo questa sviolinata, però, il titolare dell’Educazione di Parigi ha usato termini più minacciosi, affermando di poter disporre di «certi mezzi di pressione».
Tra questi, Ndiaye ha ricordato «l’assegnazione di cattedre» agli istituti privati. Secondo un tacito accordo, risalente agli anni Ottanta, alle scuole parificate viene riconosciuto il 20% delle cattedre. Il titolare del dicastero francese della scuola ha anche ricordato che, oltre a questi «mezzi di pressione», esiste «una varietà di leve che i dirigenti scolastici saranno chiamati a utilizzare in modo flessibile, insieme alle collettività territoriali».
Oltre a queste «leve» già esistenti, i dirigenti scolastici potranno anche «inventarne altre» che, però, non sono state specificate. Questo potrebbe significare che gli amministratori locali avranno la possibilità di sbizzarrirsi nel trovare modi per obbligare le scuole cattoliche a fare ciò che quelle pubbliche non riescono a fare. Il ministro del governo guidato da Elisabeth Borne ha parlato anche di «obiettivi precisi».
Tutto il ragionamento fatto da Pap Ndiaye si basa su una serie di cifre che offrono un’immagine impietosa della scuola pubblica d’Oltralpe. All’inizio dell’anno scolastico 2021, ha spiegato il ministro ai senatori, «il 37,4% degli studenti meno fortunati risultavano iscritti nelle scuole medie». Questa percentuale, però, arrivava al 61% negli istituti considerati «più sfavoriti». Nello stesso periodo preso in considerazione, tra la scuola pubblica e quella privata le differenze legate all’estrazione sociale erano evidenti perché, ha precisato Ndiaye «gli studenti meno abbienti rappresentano il 42% di quelli iscritti a scuole pubbliche contro il 18% del settore privato».
Un’altra importante differenza riguarda gli allievi che hanno ottenuto una borsa di studio pari al «10% nel settore privato contro il 29%» nel pubblico. Queste cifre confermano il divario che esiste tra gli istituti statali e quelli privati, ma offrono anche un’idea dell’incapacità dell’educazione nazionale francese a compiere la propria missione, quella di offrire un’istruzione di qualità a tutti.
Al di là delle Alpi non è certo una novità, ma il fenomeno si è accentuato negli ultimi 20-30 anni. È anche per questo che molte famiglie preferiscono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche indipendentemente dalla loro fede, origine e anche al prezzo di sacrifici perché, in fin dei conti, vogliono il meglio per la loro prole. I problemi nelle scuole pubbliche sono vari: si va dalle carenze strutturali, ai frequenti scioperi del personale, per arrivare all’incapacità di accogliere gli studenti portatori di handicap. Nella sola area del Val de Marne, nella periferia est di Parigi, secondo il sito Mediapart ci sono oltre mille studenti portatori di handicap che non possono frequentare delle scuole e sono, quindi, privati del diritto all’istruzione.
Di questa mancata integrazione, però, Pap Ndiaye parla poco, così come si dimostra cauto quando si tratta di difendere il carattere universale della scuola repubblicana. Ad esempio quando lo scorso giugno i servizi di intelligence interna segnalavano un aumento degli studenti che si presentavano a scuola con abiti tipici della tradizione musulmana, il ministro aveva preferito temporeggiare.
Dal canto loro le scuole cattoliche concordano sull’idea di favorire la diversità ma, come ha dichiarato Philippe Delorme, segretario generale dell’Enseignement catholique già prima dell’audizione del ministro, la libertà degli istituti di scegliere i propri studenti «non è negoziabile». Va detto anche che le famiglie che scelgono di iscrivere i propri figli in scuole private non hanno diritto allo stesso trattamento fiscale e ai sussidi previsti per quelle che optano per il settore pubblico.
Attorno al 20 marzo, dovrebbe essere presentato un protocollo sulla diversità nelle scuole private. Intanto, i direttori di alcune di scuole cattoliche non escludono l’apertura di classi escluse dal perimetro paritario, nel caso in cui il ministero utilizzi i «mezzi di pressione» annunciati.
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Suor Anna Monia Alfieri (Imagoeconomica)
L’esperta di istruzione Anna Monia Alfieri: «Letta dica la verità, al Sud non esistono cattedre vacanti a “km zero”. Meglio la Meloni: premi al merito».
Se una religiosa potrebbe fare il ministro, glielo chiediamo alla fine dell’intervista. Ci spiega che occorre chiedere al Papa una dispensa per entrare in politica e che finora l’ha fatto solo don Luigi Sturzo. Tentata? «No, perché le persone giuste ci sono, ne ho avuta diretta testimonianza con molte forze politiche, non tutte. Sono a disposizione per collaborare». Suor Anna Monia Alfieri ha scelto da più di 18 anni di dare la vita per la scuola, da quando le sue consorelle che insegnavano in Francia hanno iniziato a raccontarle che quello Stato «laicissimo» non favoriva né ostacolava la scuola privata: «Le famiglie francesi possono scegliere strutture pubbliche o no a costo zero». «Ho studiato tanto, da allora, sa?», assicura. E non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, visto che questa missione l’ha portata a diventare - lei, religiosa con tre lauree, la prima in giurisprudenza - cavaliere al merito della Repubblica e a ricevere pure l’Ambrogino d’oro.
Meno cinque giorni alle elezioni, il tema della scuola a fatica conquista le prime pagine, ma - lei dice - è centrale.
«Guardi, io i programmi li ho letti tutti. Ma proprio tutti, anche quelli di partiti piccolissimi. E invito ciascuno a farlo senza - mi scusi - fidarsi solo dei giornali e dei talk show. Sogno di trovare file lunghe due o tre ore ai seggi, come quando a Nardò, in provincia di Lecce, accompagnavo mio padre a votare. La politica può essere la forma più alta della carità e sul tema dell’educazione ci giochiamo il futuro del Paese».
Che serva una svolta, lo afferma da anni.
«Mi sono resa conto con l’esperienza che il vero problema è la morsa del potere. In primis, del potere politico che, negli ultimi 20 anni, si è ricordato della scuola solo nelle campagne elettorali per promuovere posti di lavoro. Ricorda i “concorsoni” dei 5 stelle che promettevano posti per tutti?».
Classiche promesse elettorali?
«Bugie irresponsabili. Il problema è che la gente ci ha creduto».
Andrà meglio?
«Dalla destra al Pd, tutti parlano in questi giorni di docenti. Enrico Letta dice, per esempio, che occorre raddoppiare gli stipendi: devo presumere, per non considerarla una burla, che abbia in mente di fare un’operazione verità».
Cosa non è stato detto?
«Non è stato detto agli insegnanti che sono stati ingannati: le cattedre vacanti a chilometro zero, se abiti ad esempio a Siracusa, non ci sono. Occorre dire che la scuola deve tornare a essere un luogo in cui vince il merito, come dice saggiamente Giorgia Meloni».
Gli insegnanti da noi sono pagati poco.
«Verissimo. Ma in Francia, dove sono pagati il doppio, essendo garantita la libertà di scelta educativa, gli allievi si redistribuiscono equamente tra scuole pubbliche e paritarie: non c’è spreco e sono pagati meglio. Che sia chiaro: il secondo potere che opprime la scuola italiana sono i sindacati, che la considerano un postificio».
Lei si batte da sempre per la libertà di scelta educativa.
«Al di là delle ingiustizie che, dati alla mano, ho riscontrato, basti dire che con una vera libertà di scelta si migliorerebbero i livelli qualitativi di tutta la scuola. Con conseguente risparmio di danari e valorizzazione dei docenti. Negli attuali programmi ho visto germogli di questo obiettivo in quello del centrodestra e in quello del Terzo polo».
Chi è contrario teme un attacco alla scuola pubblica…
«Forse gli amici a sinistra dovrebbero guardare ai calcoli favoriti dal lavoro dell’allora ministro Valeria Fedeli, poi purtroppo non più candidata. Se si pensa che mandare un figlio alla scuola statale significa che è gratis, e che ci si deve far andare bene tutto, ebbene io le dico che invece costa 10.000 euro. Ed ecco il terzo potere: la macchina infernale della burocrazia centrale, che si mangia parte di quei soldi che non vanno certo nelle tasche dei docenti sottopagati, né in carta igienica, che così spesso manca».
Pro o contro l’obbligatorietà della scuola da 0 a 6 anni?
«Dove vivo io, a Milano, ci sono tantissime strutture. Al Sud troppo spesso le donne sono costrette a scegliere tra lavoro e maternità o sono condannate alle violenze subite in famiglia. Obbligatorio? Allora c’è da costruire. Torno alla Fedeli: promosse un sistema integrato per frequentare scuole dell’infanzia e nidi statali, comunali o paritari, a costo zero. Già molto, le assicuro».
Oltre che con la Fedeli, lei ha collaborato anche con Mariastella Gelmini, allora Pdl, e con Stefania Giannini, governo Renzi. Esperienze diverse?
«Le assicuro che i politici lavorano seriamente. Purtroppo troppe falsità sono state dette sulla libertà di scelta, a causa di uno Stato che si contraddice in continuazione: consapevole che la scuola paritaria ha, ad esempio, l’equipollenza dei titoli, le salvaguarda dal pagare l’Imu se chiedono rette inferiori ai 7.500 euro, e poi le uccide perché mancano i contributi».
Qual è il rischio?
«In un tempo in cui tutti hanno paura dei fantasmi, sarebbe bene cominciare a temere i mostri veri. Sono preoccupata dal rischio di un regime di monopolio educativo, questo sì che è reale. E pericoloso. Tutti a parlare dell’Europa ma, quando ci ha più volte richiamato sul fatto che non favoriamo il pluralismo - solo noi e la Grecia -, non l’abbiamo ascoltata. Siamo in sostanza gli unici a non garantire a una famiglia la libertà di scelta dopo che ha pagato le tasse».
Se i soldi mancano, però…
«Guardi che quel che ho in mente e che vado dicendo da un po’ non prevede riforme o elargizioni, al contrario. Se vuole, le faccio un cronoprogramma dettagliato. Le soluzioni son persino più semplici delle proposte, le assicuro».
Prego. Primo step?
«Sembrano dimenticarlo in molti, ma il Family act è stato depositato. E nei primi due articoli è una legge che favorisce la scuola dell’infanzia gratuita per tutti. Permette inoltre alle famiglie di detrarre quanto pagato per le scuole paritarie, secondo ovviamente dei limiti».
Era giugno.
«Servivano solo i decreti attuativi, poi è caduto il governo. Allora: prima cosa da fare è riprendere in mano quella legge e far sì che non muoiano quelle quattro scuole paritarie rimaste. Perché se in Veneto e Lombardia, grazie alla dote scuola, si è salvaguardato il pluralismo educativo - è al 37% -, al Sud invece lo abbiamo ucciso: resta il 4%. E con il Family act siamo sicuri che tutti erano d’accordo».
Poi?
«Con il ministro Bianchi abbiamo già compiuto un’operazione molto saggia: il censimento di tutte le scuole, paritarie e non. Un lavoro importantissimo. Ora servono sei mesi per un’altra rilevazione fondamentale, cioè quella dei docenti, sia già in cattedra sia che aspettano di lavorare. Occorre che la politica faccia con loro un’operazione verità simile a quella che occorrerebbe per le bollette: il lavoro si trova in questa città, per questa cattedra. Non fa per te? Depennati».
Nel frattempo c’è la legge di bilancio da approvare.
«Può tradurre il Family act con detrazioni o agevolazioni. Certo, occorre la compartecipazione di Stato e Regioni. Fatto ciò, avremo almeno messo in sicurezza le pochissime scuole paritarie rimaste. E poi occorre introdurre lo strumento chiave, la base di tutto: il costo standard di sostenibilità per allievo, ossia una quota capitaria da assegnare alle famiglie per l’istruzione dei figli, in una perfetta rendicontazione, sotto lo sguardo dello Stato controllore e garante».
Da lì in poi?
«Gennaio 2023: si può già iniziare a incrociare i dati di docenti e cattedre, per regione. E bisogna dare ai dirigenti delle scuole statali un’autonomia organizzativa. Come possono fare scuola con insegnanti che non sanno chi siano, arrivano da Roma e, se avevano chiesto per matematica, viene mandato un maestro di scienze?».
Se c’è autonomia c’è il rischio di abusi?
«In Italia ci sono già gli strumenti per contrastare il clientelismo, non mi preoccupa questo. Il futuro è: scuole paritarie e statali, entrambe a scegliere da albi di docenti abilitati o in procinto di farlo. Con lo Stato che fa da garante. Come le dicevo, non si spende. Anzi, si liberano le risorse».
Ci sarà chi sarà scontento.
«Moltissimi, sì. Ma è forse meglio promettere e poi innescare guerre tra poveri? Diciamo la verità anche sui corsi universitari: se ti laurei in lettere, non ci saranno cattedre libere. Perché mentire?».
Con l’inizio della scuola torna, anche, il tema dei diritti.
«Sul ddl Zan mi sono esposta e penso che i diritti non servano a nulla se non vengono garantiti: non basta riconoscerli. La discriminazione verso la scelta delle famiglie mi sembra onestamente più vigliacca e nessuno ne parla. Contrasto all’omofobia? Benissimo: bastava ampliare la legge Mancino, o fare semplicemente un incremento delle pene. Prevedendo anche un intervento culturale. Sono certa che quel disegno di legge sia stato bocciato perché sarebbe risultato incostituzionale: se avessero avuto a cuore i diritti, avrebbero stralciato gli articoli che contrastavano con la libertà di espressione, insegnamento e scelta educativa».
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Mentre i virologi sparano proposte a casaccio («allunghiamo le vacanze»), il governo stanzia 9 milioni per monitorare le classi
La scuola a gennaio ricomincia in presenza, oppure no. Mario Draghi sembrava essere stato chiaro durante la conferenza stampa di fine anno, l’intenzione è quella di continuare a tenere le scuole aperte. Eppure i virologi, che ormai si sentono superiori anche al governo, continuano a parlare di chiusure. È il caso di Fabrizio Pregliasco che ha dichiarato di non escludere che si possa tornare in Dad perché molti minori ancora non si sono vaccinati. Gli fa eco Massimo Galli il virologo ormai famoso per il suo pessimismo cosmico: «Ci sarà da pensare se far prolungare le vacanze di Natale dei più piccoli». I bambini, che ormai sono diventati il nuovo capro espiatorio della diffusione del virus, sono nelle mire del medico che se la prende soprattutto con i piccolissimi i quali, non potendo ricevere il vaccino, sono veicolo di contagio. A tal proposito, anche lo stesso Burioni aveva scritto un tweet agghiacciante chiamandoli «maligni amplificatori biologici».
Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, si è unito al coro di chi propende per la didattica a distanza, nonostante fosse contrario fino a una settimana fa. «Se sarà necessario tornare in Dad, si farà.» Ha dichiarato ora che sono appena iniziate le vacanze di Natale e aggiunge di dirsi scettico riguardo allo screening di massa indetto invece dalla cabina di regia nella giornata di ieri.
Arrivati al Natale e avendo davanti più di venti giorni di pausa per le vacanze, è lecito chiedersi a chi giovi questo tipo di allarmismo sulle scuole. Forse alla campagna vaccinale pediatrica o forse ai virologi stessi che da una parte alimentano le paure e dall’altra se ne nutrono. Non sbaglia Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, a dire che comincia ad esserci insofferenza nei confronti di chi ha la verità in tasca riferendosi agli esperti che vanno in tv e che, a furia di contraddirsi, «creano incertezza e confusione nei cittadini». Le indecisioni sulla scuola ad esempio sono figlie di quel meccanismo che mette al centro il terrore, il cui mezzo di diffusione sono proprio gli scienziati ai quali è consentito parlare di tutto, ma con arroganza e superiorità si rifiutano di confrontarsi con chi per mestiere si occupa di comunicazione e ben sa che le informazioni prima di essere diffuse andrebbero verificate.
Le scuole da inizio pandemia sono state strumento di propaganda, per il governo Conte prima e per il governo Draghi adesso. Si è tenuto il punto sulle chiusure ma non si è fatto nulla per mettere in sicurezza le aule. Qualcosa invece finalmente si è mosso per quanto riguarda lo screening. Ben venga l’iniziativa promossa dalla cabina di regia che, per consentire un rientro in sicurezza nelle scuole a gennaio, prevede uno screening di massa degli studenti. È la Difesa ad esser chiamata, ancora una volta, a sostenere le Regioni e le Asl nello «svolgimento delle attività di test per la ricerca di SARS-CoV-2 e di quelle correlate di analisi e di refertazione attraverso i laboratori militari dislocati sul territorio nazionale». Il governo ha stanziato 9 milioni «per incrementare le capacità diagnostiche dei laboratori e garantire il corretto espletamento delle attività». Se l’esperimento riuscisse, garantirebbe, come abbiamo sempre detto, la possibilità di mettere in sicurezza le scuole, consentendo agli studenti di non andare più incontro alla chiusura delle classi. «Mai più Dad», finora uno slogan del ministro Patrizio Bianchi, potrebbe finalmente divenire una realtà.
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Ansa
L'istituto dove studia il figlio del premier tiene i corsi in presenza una o due volte a settimana. Sulla «Stampa», ragazza denuncia: «Banchi assurdi, ci vietano persino di scambiarci penne. E andare in bagno è un'impresa».
«L'ho accompagnato fino all'ultimo miglio, poi è andato da solo. Mi sembra corretto nei confronti dell'istituto che io abbia solo la veste di padre e non di Presidente del Consiglio». Parole e musica di Giuseppe Conte, quattro giorni fa, il 14 settembre, quando il premier si è tenuto alla larga dalla scuola media di Roma, in zona Prati, dove studia suo figlio.
Non dubitiamo che le cose siano andate esattamente come sostiene l'avvocato di Volturara Appula, e cioè che non abbia varcato i cancelli per un mix di delicatezza, riserbo e naturale ritrosia. Tuttavia, alla luce delle notizie giunte ieri dall'Istituto Belli-Col di Lana, può sorgere il dubbio, tra i più maliziosi, che Conte non si sia avvicinato anche per motivi diversi, forse temendo le reazioni di chiunque avesse incontrato sulla sua strada.
Ma cosa è successo ieri? I primi a raccontarlo sono stati i cronisti di Leggo, il free press diretto da Davide Desario. In pratica, un gruppo di genitori giustamente indignati ha organizzato una protesta per denunciare il fatto che l'attività scolastica, chiacchiere a parte, non è mai davvero cominciata. Motivo? Mancanza di docenti, e quindi lezioni in presenza che saltano sistematicamente (assicurate uno, massimo due giorni a settimana). Per sovrammercato, per ciò che riguarda le medie inferiori (e le elementari), nemmeno si può supplire con la didattica a distanza, cioè con l'insegnamento online. Morale: tutti a casa, e giorni di lezione irrimediabilmente andati in fumo.
Entrando nei dettagli, il quadro si fa impressionante. In seconda media, a quanto pare, è previsto un giorno solo di lezione per tre ore. Per le classi di prima e terza media, i giorni diventano due a settimana, sempre per tre ore. Una situazione letteralmente intollerabile per tutti, ma che assume il sapore della beffa in particolare per chi inizia il corso (i ragazzi di prima) e per chi dovrebbe fare a fine anno l'esame per accedere alle superiori (i ragazzi di terza).
Sempre su Leggo, fanno impressione le dichiarazioni dignitose ma lapidarie dei genitori: «Se continua così, portiamo via i nostri ragazzi». E ancora: «Non ci sono altre scuole medie in zona che potrebbero accoglierci tutti, dovremo andare alla scuola privata: è il fallimento della scuola pubblica». Ed ecco un'altra mamma: «Ho due figli, uno in prima e uno in terza, praticamente sono sempre a casa. Come posso andare a lavorare? Siamo stati avvisati dell'ingresso a scuola dei nostri figli ieri per oggi. Non c'è programmazione e così non possiamo neanche organizzarci».
Alla luce di queste testimonianze, si può capire come mai il premier si sia tenuto alla larga. Meglio continuare a raccontare che l'anno scolastico sia iniziato nel migliore dei modi.
Ma purtroppo per Conte, i guai non finiscono qui. Sempre ieri, sulla Stampa, quotidiano non certo ostile al governo, è stata pubblicata la lettera di un'altra ragazza di Roma, Gemma, studentessa liceale, che con garbo frammisto a stupore, ha raccontato la sua disavventura («Io, prigioniera dei banchi a rotelle»). Dapprima, la scoperta della tragica scomodità dei banchi: «È bastato dover prendere un appunto con un piccolo quaderno. Una volta appoggiato, c'era spazio giusto per la penna e la mascherina. Non so come farò quando dovrò tenere sul banco mobile un libro o un dizionario». Tutte cose a cui gli ineffabili Lucia Azzolina e Domenico Arcuri non devono aver pensato.
Gemma racconta che alla sua amica mancina è andata ancora peggio, per evidenti ragioni. E inevitabile, puntuale e prevedibile, è arrivata la «gara di autoscontri» all'intervallo tra i compagni maschi. Poi il passaggio più avvilente per un governo di sinistra, quando Gemma spiega che «molti di noi stanno pensando di farsi regalare un Ipad in cui scaricare i libri, e non è detto che tutti avranno i soldi per farlo».
Ma Gemma, che mostra più giudizio di ministri e commissari straordinari, non si ferma qui, e mostra anche l'assurdità delle regole e dei protocolli comunicati ai ragazzi: quando si va in bagno, «è vietato rimanere in attesa fuori della porta». Si domanda la ragazza: «Non ho ancora capito come si può evitare». E soprattutto: «Quando chiederò all'insegnante di andarci, lui o lei non potrà sapere se mi troverò fuori dalla porta». Ennesima dimostrazione del fatto che, nella loro furia di regolamentare ogni singolo e minuto aspetto della nostra vita, i burocrati non si sono nemmeno preoccupati di verificare l'applicabilità materiale delle loro disposizioni.
Poi si passa ai divieti: «Ci hanno detto di non passarci le penne, e non possiamo comprare nulla dalle macchinette della scuola». Fino alla parte finale della lettera di Gemma, che ripropone pari pari il problema sperimentato dai genitori della scuola del figlio di Conte: «Per il momento andiamo a scuola un giorno sì e uno no. Quando arriverà l'orario definitivo, faremo una settimana sì e una no».
La ragazza, giudiziosa e seria, mostra non buona ma addirittura ottima volontà («tutti - noi e i professori - rispetteremo queste limitazioni nella speranza di riavere al più presto la normalità»), ma è evidente che, in questa situazione, parlare di didattica e di servizio scolastico appare come una clamorosa presa in giro ai danni dei ragazzi, dei docenti, dei genitori, e di tutti i contribuenti.
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