Tra i libri più letti dell’estate, in classifica tra romanzi e biografie c’è Quando inizia la felicità, bestseller di Gianluca Gotto per Mondadori. Le casse dell’Inps sono alle prese con il bonus psicologo. Le parole disagio e malessere sono claim da stampare su una maglietta o inserire in vignette sui social.
A Salvatore Natoli abbiamo chiesto un’intervista sulla felicità, sul desiderio e sul dolore. Conosciuto come il filosofo dello «stare al mondo», classe 1942, ha insegnato in molte prestigiose università italiane, ed è stato docente di Filosofia teoretica all’Università di Milano-Bicocca.
Professore, siamo tutti più infelici?
«Più che una diffusa infelicità, mi sembra sia giusto parlare di generica e crescente insoddisfazione. Più o meno tutte le società hanno conosciuto nella storia forme di malessere, ed è importante capire che cosa intendiamo con questa parola. L’equivalente semantico è “non sentirsi bene”».
Perché cresce?
«La spirale della società dei consumi ha aperto continui orizzonti. Abbiamo superato la saturazione. Negli anni Cinquanta, conquistare un certo bene, ad esempio un nuovo elettrodomestico, era vissuto come una festa. Una televisione era una conquista. Una lavatrice, significava la riduzione della fatica in senso stretto».
Poi però ci siamo abituati?
«E si è sviluppato il sentimento del piacere di consumare. Spesso devitalizzato, oppure finalizzato a obiettivi piccoli e superabili in continuazione. La nostra società ha iniziato a comprare e accantonare, senza mai valorizzare. E questo vale anche per i rapporti con le persone: occasionali e strumentali, per il piacere e l’interesse momentaneo».
Incapaci di vere amicizie?
«L’amicizia è il reciproco starsi a cuore, un rapporto che si coltiva e che non si vive - consumandolo - come la passione. In una società come la nostra caratterizzata dalla moltiplicazione infinita di incontri, le fedeltà vengono facilmente incrinate. Non solo si rompono i matrimoni, ma non ci si sposa più».
Le crisi attraversate dall’Occidente hanno avuto un peso?
«Di conseguenza, certo. Quando i consumi arretrano, si scatena il malessere da frustrazione. Mentre nel malessere dell’abbondanza, la figura è la nausea, se invece non posso permettermi di raggiungere un obiettivo, non mi interrogo se sia ciò di cui ho realmente bisogno, ma resta una scontentezza. Cadono i fini, mi spiego?».
Cioè il senso di fare le cose?
«Si instaura una ripetizione automatica, una routine che produce alla lunga indolenza. Si può essere quindi segnati dal malessere perché si svalutano le cose che abbiamo alla nostra portata, oppure perché non essendo abituati alla mancanza, ci sentiamo sconfitti».
Eppure continuiamo a desiderare?
«Il tema del desiderio è centrale. Cosa è un bisogno autentico? Come si governa il desiderio? E in definitiva, come si dà senso alla vita?»
Per scoprirlo, si va dallo psicologo?
«Lo sta chiedendo a un uomo che ha deciso - molto giovane, nell’incontro con un professore del liceo per cui avevo grande stima, che era ateo - di dedicare la propria vita a cercare le ragioni della sua fede in Dio».
Le trovò?
«Venivo dal mondo cattolico come larga parte degli italiani degli anni Cinquanta: oratori, gioco, comunità. Incontrai quel professore e si aprì per me un problema, e non di poco conto. Perché in adolescenza non è proprio la stessa cosa, che Dio esista o non esista. La domanda, quindi, si fece ben presto per me condizione esistenziale, e l’atteggiamento filosofico del cercare le ragioni delle cose diventò nel corso degli anni la mia professione».
Di questi tempi il terapeuta è una figura molto popolare. Non si offenderà, lo è più del filosofo.
«Psicologia e filosofia partono da condizioni diverse. La filosofia nasce dalla meraviglia. La meraviglia è il porsi la domanda: perché questa cosa esiste? La psicologia è una scienza che evolvendosi ha esplorato i moti dell’anima, il come si apprende, il come si conosce, e poi cosa si sente. Ovvero la dimensione emotiva dell’uomo».
La filosofia può curare?
«C’è chi lo ritiene, e ha fondato scuole di consulenza filosofica per i mali dell’anima. Una vera e propria terapia».
Nei suoi scritti, professore, ha spesso posto l’accento sul tema della relazione.
«Siamo costituiti dalla relazione. Originariamente, per il semplice fatto che non ci siamo fatti da soli. Entriamo nel mondo perché qualcuno ci ha messo al mondo. Siamo frutto di una relazione senza cui non saremmo. Inoltre la nostra vita è fatta di relazioni. Dal punto di vista alimentare, o di reciproco aiuto, o paradossalmente anche quando facciamo la guerra. In ogni caso non possiamo fare a meno dell’alterità».
Anche in guerra, anche nel conflitto?
«Il desiderio è per definizione relazione: bisogno di altro. Si soddisfa solo quando si incontra l’alterità desiderata. Ma la relazione mi aiuta da una parte, dall’altra mi lega. È cioè anche un vincolo e può diventare insopportabile. Ha questa doppia dimensione».
Una vince sull’altra?
«Dipende dagli stati della vita, ma sostanzialmente soprattutto dal fatto che chi ritiene di farcela da solo alla fine fallisce e resta solo. Relazioni opportuniste e di strumentalizzazione dell’altro, generano competizione e guerra. Le relazioni solide sono quelle di reciproco scambio, di reciproca crescita. Se non c’è relazione, si crolla nella solitudine, e la nostra è una società di grandi solitudini. Che generano malessere».
Domanda fatidica: si può essere felici?
«Ci sono direi due modi per intendere la felicità. Uno è quello utilizzato in senso corrente. Ovvero il momento di felicità. Una vincita alla Lotteria; il ritrovamento delle chiavi che credevamo di aver perso; l’incontro con una persona che accende la vita. Sono momenti di realizzazione, di espansione di sé. E anzi, quando si è felici pare quasi che tutto il mondo sia felice».
Poi finisce?
«Non è qualcosa che l’uomo raggiunge da sé, ma ne è raggiunto. Per congiunture favorevoli di diversa natura. Quando ci si dice felici, lo si dice sempre in questo senso. E allora se la felicità è un caso, non puoi essere mai felice interamente, ma solo casualmente. Sant’Agostino ne diede una definizione molto incisiva: “raptim quasi per transitum”, ovvero è improvvisa, e come di passaggio».
Esiste quindi una dimensione meno transitoria della felicità?
«Quella che l’uomo conquista da sé. La definisco una esperienza morbida, e che riguarda la vita intera. Per questo raramente è dichiarata. Ma soltanto vissuta».
Come la si conquista?
«Attraverso una dimensione di scoperta delle proprie qualità e valori, e con la capacità di realizzarli. È frutto quindi di lavoro e virtù, di un impegno costante. E visto che te la guadagni, non può essere tolta. Dà la sensazione del flusso, opposta a quella del picco».
E se sopraggiunge un dolore?
«Il dolore è un’esperienza di separazione. Dagli oggetti, o dagli altri. Se ti rompi la gamba, non puoi andare a fare una passeggiata, e gli amici andranno a farla senza di te. Se si vive in un relativo benessere, ci si pone poche domande. Il dolore è invece un inciampo, crea un problema. E questo problematizzare la vita è un vantaggio. Superare un dolore si iscrive nella felicità».
Non ne è quindi l’altra faccia della medaglia?
«L’opposto della felicità non è il dolore, ma la noia. Quando cioè l’esistenza perde significato».
Mi diceva che tutte le società hanno attraversato forme di malessere. La nostra è destinata a uscirne?
«Viviamo in un teatro di guerra permanente, tra stati sociali e conflitti. La mia idea è che ci sia un fuoco sotto la cenere. E cioè che ci sia tanto bene nascosto, che andrebbe portato alla luce. Il mio ragionamento è per contrario: se il mondo non è crollato fino a ora, vuol dire che c’è un bene che lo sostiene, anche se non lo conosciamo. Se nonostante l’orrore il mondo regge, significa che ci sono colonne di bene che lo tengono in piedi. Un bene silenzioso, che andrebbe portato alla luce. Personalmente, interpreto la filosofia proprio come un esercizio di fiuto, che mi porta a scoprire le ragioni del bene».
Ieri sera ha fatto cantare e ridere gli affezionati della Capannina di Forte dei Marmi, nella tradizionale serata agostana in onore del 95esimo compleanno del locale, con Manuela Arcuri. Il resto del mese lo dedica alla vacanza e alla famiglia, a casa sua a Poltu Quatu in Sardegna, a riposo dopo la tournée con Una vita da libidine concert-show, prodotto dalla The best organization, che ripercorre la carriera tra canzoni e gag.
Lo è sempre, la sua, una vita da libidine?
«Beh, mentre ci parliamo al telefono è un momento di grande libidine, per esempio. Sono in barca a vela, con amici cari, cullato dal vento e con il panorama della Costa Smeralda laggiù in fondo».
Vocabolario Treccani: libidine. «Impulso sessuale incontrollabile» o «desiderio smodato di qualcosa». Per lei?
(Ride, ndr) «È il piacere, quello totale, che senti soprattutto nella mente. È godimento, sì, ma gli ho sempre dato un significato esteso».
Non c’è italiano che non conosca il suo tormentone.
«Faceva parte di una sorta di gergo della notte milanese ai tempi del Derby club di Milano. Si accompagnava spesso con un mugolio - “mmmm libidine” - ed era una cosa che piaceva molto a tutti. E iniziai a lavorare per il film con Bud Spencer, Bomber».
Era il 1982.
«A un certo punto il regista dice di aver bisogno di tre momenti in crescita durante l’incontro di pugilato, facevo la parte dell’allenatore. E allora mi viene in mente questo modo di dire milanese e mi invento quel “doppia libidine” e poi “libidine coi fiocchi”».
A ricordarli oggi, dalla barca a vela, quali sono stati i momenti di massima libidine?
«La più grande quando è nato mio figlio, un momento di apice totale. Lì la libidine era piena, colma di felicità e benessere, totalizzante davvero. Era il 2003 e io avevo 52 anni».
Era un desiderio, quello della paternità?
«Ero incerto, sa? L’ho capito solo quando ho conosciuto Bettina, mia moglie (Castioni, sposata nel 2002, ndr). Mi sono detto: finalmente».
Nella classifica dei momenti lavorativi invece c’è qualche film che primeggia?
«La lavorazione più divertente è stata senza dubbio quella del 1983, Vacanze di Natale. Cortina era tutta per noi, il gruppo di attori era molto affiatato e per così dire gaudente. Indimenticabile. Ma pure con Sapore di mare ci siamo divertiti parecchio».
Il film diretto da Carlo Vanzina con lei Christian De Sica, Isabella Ferrari, Marina Suma e Virna Lisi torna nelle sale dei cinema la prossima settimana, con una edizione restaurata in 4K. Livello di soddisfazione?
«Grandissima. Tanta roba. Vuol dire che questi film sono entrati nel cuore della gente, facendo pure la storia del cinema italiano».
È vero che fu grazie al rifiuto di Mauro Di Francesco che lei ebbe la parte nel film?
«Verissimo, sì, rifiutò per andare a fare Attila flagello di Dio con il mio grande amico Diego (Abatantuono, ndr). Mi trovai questo copione in mano e capii subito che sarebbe stato un film di grande successo».
Lo sente ancora, quel sapore di mare?
«Non è lo stesso. Perché in quel film raccontavamo le vacanze fatte apposta per socializzare, e oggi vedo invece ragazzi fermi sulle sdraio con gli occhi fissi sul cellulare. L’altra sera notavo che a passeggiare alla sera c’erano gruppi di maschi e di femmine separati, chissà perché. Noi ci si guardava, soprattutto guardavamo le ragazze».
Solo guardare?
«Era tempo di intensi amori estivi, che a volte finivano e altre diventavano grandi amori per la vita».
Non ne nascono più?
«Spero di sì, spero che si riesca a trovare il tempo in queste vacanze-lavoro: prenota l’aperitivo, organizza la serata, cerchiamo un tavolo in tal locale… eh la Madonna, per dirla con Pozzetto».
Si era più leggeri?
«E più liberi. Durante i miei spettacoli vedo che il pubblico desidera sempre leggerezza, desidera ridere. E però forse si ride di meno, oggi. La mia generazione faceva battute a raffica, senza pensare alle conseguenze e senza temere che si potesse offendere qualche categoria o associazione».
Non vi importava?
«No, è che proprio non si offendeva nessuno, negli anni Ottanta. Per carità, lo dico e scriviamolo: sono d’accordo che bisogna prestare maggiore attenzione. Certe esagerazioni però ce le potremmo risparmiare. C’è proprio la tendenza a esagerare. Alcune scene mi rendo conto che oggi non avremmo potuto nemmeno girarle».
Per fare un esempio?
«Vacanze in America, la scena sulla terrazza a New York. Salgo per una festa e si scopre che il Liveranni Ermanno non è più “lo schiantatope” dei tempi del liceo. Ecco, lo sento che ride anche lei, faceva molto ridere, ma oggi sarebbe messa all’indice quella scena lì. Eravamo spudorati, ma sempre con simpatia».
Qualche anno fa fece discutere una sua frase: aveva detto che faticava a lavorare perché non era in odore di sinistra. Poi Giorgia Meloni la invitò ad Atreju…
«Scusi no la fermo subito, perché questo è un campo minato. Quell’invito non lo accettai, e da allora ho deciso di tenermi ogni idea minimamente politica per me, anche perché faccio l’attore che è tutt’altro mestiere. Non sa cosa si scatenò, ci furono persino delle minacce sui social rivolte a me e alla mia famiglia. Non ne parlo e anzi quasi mi viene da dirle che ritratto tutto, che ho detto una stupidata. A proposito di saper ridere delle cose…».
D’accordo. Invece: da Calogero Alessandro Augusto a Jerry? Come andò?
«Per i miei ero Geri, diminutivo di Calogero. Per gli amici e per il pubblico arrivarono la “j” e la “y”, anche un po’ per le imitazioni di Jerry Lewis».
Anche in privato ci sono le due lettere straniere?
«Mio figlio mi chiama papà. Mia moglie, invece, Gigio».
Per diventare Jerry Calà, come si fa?
«Sa che è stata anche questione di sliding doors?».
La prima?
«Siccome non ero ricco di famiglia, studiavo all’università a Bologna nella più grande ristrettezza. Potevo uscire poco, non facevo vita di grande libidine ecco, anzi proprio grama».
Lettere classiche, era un secchione?
«Per niente. Al liceo prendevo voti buoni in greco e latino ma poi magari riuscivo ad avere l’insufficienza persino in geografia».
Tornando alle sliding doors…
«Umberto Smaila venne a casa mia e mi chiese come mi trovassi all’università. Gli dissi che proprio non riuscivo ad ambientarmi e allora mi propose: “Partiamo in cerca di fortuna con Nini e Franco (Salerno e Oppini, ndr)”. E siamo partiti».
L’avete trovata. I suoi come la presero?
«Mia mamma mi ha sempre appoggiato, mi riconosceva il talento artistico perché fin dai 13 anni suonavo in complessini della Verona beat, sulla quale poi scrivemmo anche una canzone con i Gatti di vico miracoli. Con mio padre fu più dura, mi pensava ingegnere, perlomeno laureato. Poi capì che era una cosa seria, bastò invitarlo alla nostra prima serata a teatro».
Un altro punto di svolta c’è stato?
«Sì, e per diventare l’uomo che sono ora. Più che una svolta, un taglio netto. L’incidente stradale nel 1994».
Le cronache raccontano la rottura dell’arteria femorale, l’operazione d’urgenza. Sei mesi in sedia a rotelle.
«Dopo essermi salvato per un pelo la vita, ripartii da capo. Ho fatto il reset della classifica dei valori. Quando accadde, ero diventato troppo maniaco del lavoro, davvero insopportabile».
A che livello?
«Per dirgliene una, ogni sera telefonavo ai cinema per sapere come erano andati gli incassi dei miei film».
Dopo?
«Dopo ho messo in cima alla classifica la vita stessa. Un taglio di mentalità. Sono riuscito a prendere questo lavoro con calma, ed è rinata la voglia di sperimentare, proporre cose nuove. Ero arrivato al punto che rifiutavo di esibirmi dal vivo, perché ero fissato per il cinema. E poi invece tornare in scena mi ha consentito di divertirmi ancora, di ricevere dalle persone quella sensazione bellissima portata dalle loro risate».
Non fu l’unico problema di salute.
«No, le sfighe poi non sono finite. L’anno scorso l’infartino a Napoli, e però la sanità pubblica nonostante ne parlino tanto male mi ha salvato ancora una volta la vita. Ho tre stent cardiaci, conduco una vita di stent (ride, ndr)».
Troppe prescrizioni dei dottori?
«Ci provo, si sono raccomandati. Se sono a casa, sono iper controllato. Certo, quando si è in giro per lavoro è più complicato… ma mi trattengo, sono arrivato ormai a una certa e voglio arrivare a una ancora più alta. Perché la vita è così bella che vale la pena viverla tutta a pieno».
Pronipote dell’omonimo Arnoldo che fondò l’impero editoriale, nipote di Alberto che mise in piedi il Saggiatore, Arnoldo Mosca Mondadori è editore, saggista e poeta. Ha diretto il Conservatorio di Milano così come collane di libri. È stato amico intimo della poetessa Alda Merini. E ha fondato la Casa dello Spirito e delle Arti, una Fondazione che mette in rete tra loro artisti e personalità di alto profilo culturale e religioso per realizzare progetti per i più deboli. Il perché di questo suo impegno sociale, lo chiarisce dopo poche battute al telefono e non ne ha mai fatto mistero, anzi: Mosca Mondadori ha un curriculum importante ma è soprattutto un uomo di fede. Si definisce «innamorato dell’Eucaristia». Marito di Caterina Roggero, docente di cultura araba alla Statale e alla Bicocca di Milano, è padre di tre figli. Lo raggiungo per questa intervista a pochi giorni dall’inaugurazione delle Olimpiadi e dalle polemiche sulla cerimonia che ha messo in scena una controversa «Ultima Cena». Non è arrabbiato, ma convinto che questo episodio non vada sminuito. «Mi sono sentito ferito da quell’attacco al cuore della bellezza assoluta del mondo. Perché quella non è una cena qualsiasi, bensì “la Cena”, a cui partecipiamo durante ogni messa».
Gli organizzatori delle Olimpiadi francesi hanno voluto dissacrarla?
«Non ci sono riusciti, perché di tutti quei fuochi d’artificio non resterà in fondo nulla se non un vago ricordo. Penso però che ogni cattolico potrebbe forse prenderla come un’occasione per andare ben oltre l’ideologia. Per chiedersi cioè se quanto rappresentato da Leonardo Da Vinci sia solo un bell’affresco di un tempo passato o l’esempio di come l’arte possa avvicinarsi al sublime, rappresentando qualcosa della Bellezza con la “b” maiuscola. In questo caso, proprio del dono che Cristo fa di sé stesso all’uomo».
Farne una sorta di parodia è un attacco? Se lo è, perché? Fa paura a qualcuno?
«Sono belle domande ma semplicemente penso che la luce faccia sempre paura. La Francia dovrebbe aggiungere dopo “uguaglianza, libertà, fraternità”, la parola “umiltà”. Oggi la vera rivoluzione è cercare l’umiltà. Tutti gli artisti che ho conosciuto, quelli veri, i più grandi, sono sempre i più umili. Interessati alla sincronia della loro arte con la bellezza e mai a futili provocazioni».
Qualche esempio?
«Ennio Morricone: ho pregato con lui che viveva la fede inginocchiandosi da solo nella Chiesa del Gesù a Roma, pronunciando in silenzio un testo antico, la sequenza dello Spirito Santo, che era la sua preghiera preferita, la diceva ogni giorno. Mi ha raccontato che per lui la musica esiste già tutta e il musicista deve solo “intercettarla”».
Il maestro è stato l’autore di colonne sonore conosciute in tutto il mondo.
«La mia preferita è The mission, dove tre temi musicali, nel finale, si intrecciano e si uniscono misteriosamente. Morricone non lo aveva previsto e quando vide che i tre temi diversi che aveva composto si univano in un’unica armonia, pensò alla Trinità. Mi ha testimoniato che la musica è l’arte più vicina al cielo. Per questo ho fondato l’Orchestra del Mare. Nella quale i musicisti si esibiscono con gli strumenti costruiti nel carcere di Opera di Milano con il legno delle barche dei migranti».
La ha diretta anche Riccardo Muti, in luglio, a Lampedusa.
«Mi ha commosso come abbia abbracciato il progetto. Cogliendo a pieno il fatto che il lavoro delle persone detenute per trasformare quei legni in violini, viole, violoncelli, contrabbassi, sono testimonianza della possibilità di trasformare simboli di morte in suoni, armonia e speranza».
Ci racconta di Alda Merini? Ha curato le sue poesie tra il ’98 e il 2009, pubblicate da Frassinelli.
«I ricordi sono molti, più passa il tempo più mi sono care le uscite insieme per recarci nella chiesa di Santa Rita a Milano. Si inginocchiava, e poi mi dettava i suoi versi, un canto mistico».
Mistica è una parola che le è cara, Arnoldo: l’ha affrontata in molti dei suoi libri. Una parola difficile. Per pochi?
«Anzi. Lo dimostra il fatto che solo quando l’arte diventa mistica riesce ad arrivare a tutti. Anche a chi non crede. Perché sono convinto che quando gli artisti sono in rapporto con il Mistero, riescono ad arrivare al cuore di tutti. Penso a Bach, Mozart, Michelangelo, Caravaggio».
Vale anche per l’artista ateo?
«Tra le cose meravigliose che mi sono accadute nella vita c’è stato l’incontro - e l’amicizia - con il pittore e scultore greco Jannis Kounellis. Non credente. Eppure passavamo ore, serate intere a parlare di Gesù. Gli interessava, la proposta cristiana. Veniva con me in carcere, e lì concepì la sua ultima opera d’arte, utilizzando proprio uno dei violini costruiti dalle persone detenute. Il suo fu un gesto semplice eppure vertiginoso: sostituì le corde del violino creato dalle persone detenute, con quattro corde di filo spinato. Cos’è questo se non un gesto mistico, ovvero il riconoscere la forza dell’umanità ostinata che aveva conosciuto tra le celle. Si immedesimò con gli scartati e con i poveri. Era in ascolto, capisce? Non ideologico».
È la seconda volta che mi parla di ideologia.
«Sì, perché c’è tanta ideologia ma mancano le idee. Mi scusi, per esempio, il tema dell’aborto. Perché non la si smette di discuterne in termini ideologici e non se ne parla invece basandoci su quello che ci dice la scienza? La scienza dice che la cellula che nasce dall’incontro tra la cellula del padre e della madre è fin dal primo attimo vita umana, con un proprio patrimonio genetico unico e irripetibile. Perché non ci basiamo su questo dato per porre al centro i diritti del nascituro? E nello stesso tempo perché anziché promuovere in tanti Paesi l’aborto - la Francia lo ha messo come diritto nella sua Costituzione - non cerchiamo invece strumenti per aiutare e sostenere le donne in difficoltà, perché possano essere aiutate a tenere i loro bambini? È uno dei temi a cui mi dedico con la mia Fondazione. Così come a quello della guerra».
In che senso?
«La guerra è un tema cruciale, le fabbriche di armi un dramma per l’umanità. Dovremmo andare su Internet a guardare in faccia tutti i membri dei cda di quelle società. Per saper vedere e avere coscienza di cosa sono le strutture di peccato - così le definiva il cardinal Martini - il “peccato sociale”, e studiare le reti dei fabbricanti d’armi con la finanza, e poi con la politica che le agevola. È un tema che mi angoscia e non mi fa dormire. E mi disgusta».
Cosa teme? Che il male sovrasti il bene?
«No, di questo non ho paura. “Avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”. Queste parole di Gesù mi danno la speranza e la certezza».
Parla di concetti non semplici. Le è capitato di essere guardato… storto?
«Come un pazzo, intende?».
Non volevo mancare di rispetto.
«Anzi. Innanzitutto le dico che sì, mi è capitato e mi capita spesso. E le dico anche che bisogna parlarsi chiaro: il cristianesimo è uno scandalo. È da pazzi credere che in un pezzo di pane ci sia Dio, non le pare?».
Quindi così si definisce?
«Sulla follia, le rispondo così: c’è quella di chi fa la guerra a tavolino per arricchirsi sul sangue degli innocenti e poi c’è pure quella di chi prova a inginocchiarsi davanti a Dio, in contemplazione, e a mettersi in dialogo con lui».
Lei prega spesso?
«Per me la preghiera è come un secondo respiro e dell’adorazione eucaristica sento una vera e propria necessità. Perché tutti noi abbiamo nel nostro intimo una sete di infinito. La nostra Europa, per rinascere, dovrebbe tornare ad inginocchiarsi davanti al Mistero. Eppure il sacramento della Comunione è il grande ignorato. Come diceva Padre Pio, se si sapesse cos’è davvero, dovremmo chiamare le forze dell’ordine davanti alle chiese perché ci sarebbe troppa gente in coda per entrare. Proprio davanti al Santissimo, chiedendo a Gesù come poter comunicare a tutti la sua reale presenza nell’Eucaristia, ho sentito di dover far nascere il progetto “Il senso del Pane”, che ha convinto Ennio Doris».
Ovvero?
«Abbiamo iniziato nel 2015, nel carcere di Opera, con il primo laboratorio di produzione artigianale di ostie affidato alle mani di tre persone detenute con passato criminoso, convertiti e pentiti. Ennio Doris ci ha consentito con la sua fede e il suo sostegno di estendere il progetto in 20 Paesi e a tante persone in situazioni di povertà assoluta. Dal Brasile alla Turchia, dall’Argentina al Mozambico, ma pure a Gaza, e a Betlemme. Doniamo alle chiese ogni settimana le ostie prodotte da 250 persone a cui viene data dignità attraverso il lavoro. Chiediamo solo ai sacerdoti di dire che in quel pane c’è il più grande mistero della terra».
Si può dire che lei sia nato in salotti non buoni ma ottimi. Ha quindi deciso di abbandonarli?
«Per mia esperienza, Dio lo si incontra nelle persone povere, in chi vive nella sofferenza. Ma pure i ricchi possono essere poveri, sa? A volte poveri di speranza. E però trovo che Gesù sia davvero simpatico. Ogni volta che partecipo a qualche cena in quelli che lei definisce salotti, entrando dico una preghiera: per favore, fa’ che io incontri almeno una persona speciale. Con la quale far nascere un progetto, o un’amicizia. Le assicuro che sono sempre stato esaudito».





