Uno dei più grandi polmoni verdi di Roma è bruciato. Non è ancora stata accertata la causa che ieri, intorno alle 16, ha scatenato le fiamme in via Romeo Romei a Roma, strada nel cuore del parco di Monte Mario. Quel che però è sotto gli occhi di tutti è che, il rogo per cui sono dovuti intervenire dieci squadre dei vigili del fuoco, due autobotti, l’elicottero Drago VF159, diversi mezzi della protezione civili ed è stato necessario far evacuare quattro palazzine e 40 persone dall’Osservatorio astronomico, è partito dalla baraccopoli abusiva sorta e risorta sulle pendici della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. A confermarlo è stato lo stesso sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri: «L’incendio a Monte Mario sarebbe stato originato da un pasto cucinato in un accampamento abusivo sulle pendici della collina di Monte Mario. Si tratta di fumo boschivo, non dovrebbero esserci rischi per la salute dei cittadini» ha sottolineato il primo cittadino - «Sono state evacuate sei palazzine a scopo preventivo e quattro automobili hanno preso fuoco». Una dichiarazione che assomiglia più a un’ammissione di una situazione di sbando e degrado assoluto in cui versa ormai da anni un municipio come quello romano, tra buche assassine, cinghiali per la strada, il problema mai risolto dei rifiuti e per ultimo, cronologicamente parlando, gli incendi che divampano da zone abbandonate al proprio destino dall’amministrazione comunale. Per non parlare dell’incapacità di gestire i cantieri in vista del Giubileo del prossimo anno. L’accampamento abusivo da cui si è generato il rogo, infatti, rappresenta l’emblema di un territorio perso dal Comune. Un territorio di cui si sono impadroniti senza alcun diritto diverse categorie, in primis famiglie di etnia rom, ma anche clandestini irregolari, senzatetto e dove a farla da padrona è l’illegalità di ogni tipo, assenza di igiene, rifiuti ammassati e odori insopportabili. È da circa dieci anni che le forze dell’ordine tentano di ripristinare quest’area verde della Capitale, ma puntualmente, sgombero dopo sgombero, viene rioccupata da queste baracche che vengono tirate su tra le sterpaglie e i rami di pini, lecci e tigli. Una situazione ideale per chi pensa di nascondersi da sguardi indesiderati e dalla lente della legalità, dove poter mandare avanti la gestione di affari loschi e organizzare episodi di micro criminalità. Insomma, il posto perfetto per condurre una vita da fuorilegge. Era successo già nel 2015, nel 2019 e quattro mesi, quando una favela era stata sgomberata. Ora il grosso incendio che ha gettato nel panico e nella paura tutti gli abitanti di una zona, quella della Balduina, accanto alla quale risiedono molte famiglie e diversi studi legali e a pochi metri dal Tribunale, rappresenta soltanto l’ultimo episodio di un rispetto della legge praticamente azzerato. «Abbiamo avuto paura e siamo scesi in strada» hanno detto gli abitanti di Monte Mario mentre osservano le fiamme divampare sulla collina e avvicinarsi minacciose alle loro case. «Purtroppo la mia macchina è stata bruciata, ma mi ritengo fortunato perché le conseguenze potevano essere peggiori» ha detto un uomo all’agenzia La Presse. Sul posto è intervenuto anche il prefetto di Roma, Lamberto Giannini: «Stiamo lavorando incessantemente. C’è una sinergia tra tutte le forze in campo» - ha spiegato - «È stato necessario evacuare alcuni civici e appena sarà definita la situazione gli abitanti potranno rientrare». Il rogo vicino al Tribunale ha fatto sì che venisse fatta evacuare anche la sede Rai di via Teulada nei momenti in cui era in corso la messa in onda della trasmissione Estate in diretta condotta da Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini. Oltre a questo è stata necessaria la chiusura di lungotevere Oberdan, lungotevere della Vittoria, via Giuseppe Faravelli e via dei Cavalieri di Vittorio Veneto in direzione Piazzale Clodio. Anche i residenti di diversi stabili in via Ildebrando Goiran sono stati fatti evacuare d’urgenza con diverse persone in strada con cani e gatti. «Esplosioni continue. Sembrava un bombardamento» ha raccontato un residente. Intanto il magistrato è in attesa di un’informativa dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine, intervenuti sul posto, per ricostruire l’origine del rogo.
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, vuole combattere la penuria di taxi della Capitale ma fa arrabbiare i tassisti romani. Come ha spiegato a Reuters il primo cittadino, infatti, il mese prossimo il suo ufficio dovrebbe indire gare d’appalto per 1.000 nuove licenze di taxi e 2.000 nuovi permessi di Uber, che dovrebbero essere attivi entro dicembre, quando inizierà il Giubileo. D’altronde, secondo le stime della Santa Sede, il prossimo anno dovrebbero arrivare nella Città eterna oltre 30 milioni di fedeli, sovraccaricando, dunque, un servizio di taxi già in difficoltà. «Siamo stati paralizzati dalla burocrazia, ma finalmente le cose si stanno muovendo. La situazione dovrebbe migliorare entro novembre», ha detto Gualtieri.
A oggi, Roma dispone di appena 7.800 taxi e dal 2006 non vengono rilasciate nuove licenze. Sono, po, disponibili altre 1.000 auto private executive a noleggio, che fungono anche da veicoli Uber di fascia alta. Per avere un metro di paragone, a Londra circolano 19.000 taxi e 96.000 veicoli a noleggio privato, secondo i dati del 2020, mentre a Parigi ci sono 18.500 taxi e almeno 30.000 licenze per veicoli privati. Insomma, il timore dei tassisti è che le nuove disposizioni di Gualtieri possano portare vantaggi agli acerrimi nemici della categoria, gli autisti di Ncc che operano con Uber.
«Gualtieri convochi i rappresentanti della categoria e non telefoni ai giornalisti stranieri che, probabilmente, non conoscono la disastrosa situazione in cui versa la città in tema di trasporti e traffico. Sono 1.600 i cantieri aperti contemporaneamente, 300.000 corse Atac saltate in un anno, corsie ciclabili collocate in modo folle, carico e scarico merci a tutte le ore e veicoli in perenne sosta d’intralcio rendono la viabilità impossibile, dilatando all’infinito tutti i tempi di percorrenza. Adesso basta»: a parlare, piuttosto irritati dalle affermazioni di Gualtieri, sono i sindacati Fit Cisl Lazio, Ugl taxi, Federtaxi Cisal, Cna taxi, Uritaxi Lazio, Ati taxi, Sul taxi, Atapl Clai, Confcooperative, Uti, Fast Confsal taxi e Associazione tutela legale taxi. «In una città che affonda, il sindaco Gualtieri ci dica chiaramente cosa sta facendo rispetto ai più volte annunciati bandi di rilascio di licenze taxi ed autorizzazioni Ncc, visto che sbandiera a destra e a manca numeri senza senso. Leggiamo anche che rilascerà 2.000 autorizzazioni di Ncc a disposizione di Uber e questo a noi sembra gravissimo, poiché occorre ricordare al sindaco che i bandi sono pubblici e non a favore di un soggetto piuttosto che di un altro».
«Ritengo che Gualtieri con questa azione non stia aiutando la categoria del noleggio con conducente», spiega alla Verità Luca Notarbartolo, presidente della Associazione Ncc Italia. «Sta dando una risposta a una mancanza di offerta di servizi di trasporto. I taxi non riescono a soddisfare questa domanda e Gualtieri sta andando in una giusta direzione. I tassisti che ancora pensano di giocare questa partita sulla pelle degli autisti Ncc non hanno colto la gravità della situazione».
- Nella Capitale, nonostante gli oltre 3 miliardi stanziati dal Pnrr, è iniziato solo il 27% dei lavori. E mentre i cantieri imbottigliano i cittadini nel traffico, Roberto Gualtieri promette: «Ce la faremo».
- Loreno Bittarelli, presidente della cooperativa più grande d’Europa: «Sì a più licenze, però in modo graduale. Il sindaco non ci risponde».
Lo speciale contiene due articoli.
Probabilmente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, confida che il Giubileo gli faccia il miracolo. Mancano otto mesi all’apertura della Porta Santa ma i cantieri procedono a rilento. Solo il 27% dei lavori è iniziato. Al momento sono conclusi 2 interventi e in corso 57 sui 218 previsti dall’ultima rimodulazione, al netto di 13 di cui è stata chiesta la cancellazione dal programma, come riferito dallo stesso primo cittadino nell’ultima riunione della cabina di regia a Palazzo Chigi. La città è una groviera di buchi transennati e corredati da imponenti cartelli che indicano lo sforzo dell’amministrazione capitolina nel rendere la Capitale pronta per il grande appuntamento. I romani ormai non si lamentano nemmeno più, hanno nel dna i disagi, le lunghe attese alle fermate dei taxi, la sorpresa delle scale mobili di accesso alle metropolitane che si fermano o il trenino verso Ostia che salta le corse.
Uno studio realizzato dall’Università Roma Tre, ha stimato che per l’Anno Santo arriveranno circa 32 milioni di turisti. Si tratta di una cifra relativa non alle singole persone, quanto alle «presenze» - una singola persona che rimane per cinque giorni, ad esempio, viene conteggiata cinque volte - che rappresenterebbe comunque, secondo chi conosce il dossier, un aumento di almeno un terzo. È una valutazione al ribasso perché il battage pubblicitario effettuato soprattutto dalle grandi catene alberghiere che hanno puntato grandi investimenti nella Capitale, è intenso. Sulla città sono piovuti milioni di euro, tra finanziamenti pubblici straordinari e fondi privati. Nell’entourage del sindaco si è ottimisti. Anche a Milano a pochi giorni dall’inaugurazione dell’Expo rimbalzavano sulla stampa le immagini dei cantieri ancora aperti e degli addetti con il caschetto in testa affaccendati nei padiglioni, eppure al taglio del nastro tutto era pronto ed è stato un successo, è quanto viene ripetuto con caparbia convinzione in Campidoglio.
Secondo la tabella di marcia iniziale, i lavori si dovrebbero concludere entro fine anno, ma lo stato dell’esecuzione lascia intendere che la data non potrà essere rispettata. A meno di un miracolo. Proprio un anno fa monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, aveva detto che «per alcuni cantieri si lavorerà 24 ore su 24. Abbiamo la fiduciosa certezza che l’8 dicembre del 2024 i lavori più grandi siano conclusi».
Il sindaco Gualtieri, al recente incontro nella sede della Stampa estera, ha detto che «entro maggio avremo allestito il 50% delle aree d’intervento. Tra maggio e l’estate, entreranno nella fase attuativa quasi tutti quelli del 50% mancante». Badare bene ai termini: «allestito» e «fase attuativa», cioè si è ancora nel pieno della progettazione. Poi ha sottolineato, con un entusiasmo poco giustificabile che «a breve partirà anche il cantiere su piazza Risorgimento». Siamo a ridosso dell’estate, in un periodo in cui, con l’esplosione del caldo, non è facile lavorare. Senza contare la massa dei turisti abituali che cominciano già ad affluire nella Capitale. E dire che il Giubileo non è un appuntamento deciso all’ultimo momento.
Nel quadro di incertezza c’è un solo punto saldo e sicuro: l’aumento del biglietto Atac a 2 euro, in tempi brevi, con una parallela riduzione, però, del costo degli abbonamenti.
Gualtieri ha promesso più taxi. «Prima dell'inizio del Giubileo avremo mille nuove licenze taxi permanenti, a cui si aggiungono quelle stagionali, nuovi Ncc e auto a doppia guida. A breve uscirà il bando». Non ci sono ancora le date.
I soldi non mancano: 2,9 miliardi, a cui si aggiungono i 500 milioni della misura Pnrr Caput Mundi che, con la rimodulazione del Piano negoziata con la Commissione Ue, si è vista accordare uno sconto per il 2024. È stato infatti dimezzato da 200 a 100 il numero di siti archeologici e culturali da riqualificare almeno al 50% entro fine anno.
La grande scommessa è quanti cantieri saranno ancora aperti a dicembre. A febbraio risultava conclusa la messa in sicurezza della zona dove dovrà sorgere l’area eventi a Tor Vergata presso le Vele della Città dello Sport, a cui si è aggiunta la conclusione del concorso di progettazione per la nuova passeggiata archeologica dei Fori imperiali.
Oltre ai 57 interventi in corso, sono date in fase di «imminente avvio» entro maggio altre 44 misure. Ulteriori 18 risultano in gara, sette in progettazione con lavori già affidati, 90 in progettazione senza affidamenti. A questo pacchetto si aggiungono i lavori previsti dai Dpcm dedicati alla sanità e all’Ares 118, tutti in fase di progettazione.
L’area più critica è intorno al Vaticano, come ben sanno i romani che ogni giorno si incolonnano con l’auto nelle vie limitrofe. All’Anas è stato affidato il sottovia di Piazza Pia (70 milioni), che consentirà la pedonalizzazione del percorso da Castel Sant’Angelo a San Pietro. Il cantiere è stato aperto a fine agosto, sono in corso i lavori fognari e per gli scavi del sottovia. L’obiettivo è concludere l’opera entro l’8 dicembre. Partiti anche i restyling del percorso Via Ottaviano-San Pietro (4 milioni) e di quello via Stazione San Pietro-Passeggiata del Gelsomino, mentre entro fine mese dovrebbero decollare i lavori per il sottopasso pedonale di via Gregorio VII. Ancora nel quartiere Prati, è cominciata la riqualificazione delle pavimentazioni storiche che dovrebbe concludersi entro l’estate. Sempre a inizio aprile è stato aperto il cantiere per riqualificare la piazza su cui affaccia la basilica di San Giovanni.
Entro dicembre dovrebbe essere ultimata la ristrutturazione del Ponte dell’Industria che collega Ostiense a Marconi, colpito da un incendio nell’ormai lontano 2021. La vera spina nel fianco e la grande scommessa della Capitale sono i lavori sulla metro A: il servizio Ottaviano-Battistini chiude alle 21 per permettere la conclusione del rinnovo dell’armamento entro fine anno. L’amministrazione ha promesso che entro dicembre saranno finite le stazioni di Cipro, Spagna e Ottaviano. Gli altri cantieri riguardano il Tevere e sono affidati alla società Giubileo 2025. Alcune gare sono andate deserte e non è chiaro se i progetti saranno archiviati. È il caso della stazione Pigneto.
Il settimo Dpcm Giubileo darà il quadro aggiornato degli interventi. Si aggiungerà a quello con il riparto dei 458 milioni per l’accoglienza e a quello su Piazza Risorgimento (14 milioni) senza il parcheggio interrato che è stato abolito. Intanto il calendario religioso procede. Il 9 maggio, alla celebrazione dei Secondi Vespri a San Pietro, papa Francesco leggerà la bolla di indizione del Giubileo 2025. Il sigillo ufficiale all’apertura dell’Anno Santo.
«Aumentare i taxi senza nuove corsie intaserà il centro»
Tra maggio e giugno il comune di Roma pubblicherà il bando di gara per l’assegnazione di mille nuove licenze, che si andranno ad aggiungere alle 7.800 esistenti, a un costo che dovrebbe essere di circa 65.000 euro ciascuna. A queste si aggiungerebbero 500 stagionali dal periodo di Pasqua a luglio e durante le feste di Natale e la possibilità di far guidare un taxi da due persone, quindi il doppio turno. Il sindaco, Roberto Gualtieri, ha intenzione di seguire la procedura standard prevista dalla legge Bersani per cui i proventi delle nuove licenze andranno per l’80% ai tassisti che posseggono precedenti licenze e per il 20% alle casse comunali. Mentre il governo, con il decreto Asset voluto dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, prevede che i soldi vadano per intero ai tassisti come compensazione per l’aumento della concorrenza.
Loreno Bittarelli, presidente della Cooperativa Radiotaxi 3570 di Roma, dell’Unione Radiotaxi d’Italia e del Consorzio It Taxi non condivide la procedura che Gualtieri intende seguire. «Con la scusa della necessità di recuperare il 20% per le casse comunali, il sindaco non sta facendo gli interessi dei cittadini, ma sta giocando una partita solo politica che è contro quanto deciso dal governo, altrimenti avrebbe già rilasciato più licenze come suggeriamo noi da oltre un anno, prima ancora del decreto Asset. Storicamente il comune di Roma non ha mai rilasciato le licenze taxi utilizzando il bando oneroso previsto dal decreto Bersani, neanche ai tempi di Veltroni, dove ne furono rilasciate 2.500 tutte a bando gratuito. Quindi oggi non è credibile, come afferma il sindaco, che se le licenze non vengono rilasciate a titolo oneroso le casse del comune non riescono a reggere l’impatto. E poi il sindaco dice di voler dare anche migliaia di autorizzazioni di Ncc. Ma se il comune di Roma non è in grado di sostenere i costi per il bando per i taxi, come farebbe a sostenere quelli per gli Ncc che devono essere rilasciate a titolo gratuito come dispone il decreto Bersani?».
Però sono innegabili le file ai taxi.
«Noi non siamo contrari a più licenze ma vanno incrementate con gradualità. Abbiamo chiesto da tempo di avere subito 300 licenze in più ma contestualmente alla creazione delle infrastrutture necessarie, come le piazzole di sosta e le corsie preferenziali che attualmente sono carenti, altrimenti quello che dovrebbe essere un vantaggio per il cittadino e il turista si trasforma in un disagio. I taxi andrebbero ad aumentare il caos del traffico cittadino e i parcheggi selvaggi. Immettere mille auto in più in una situazione già critica come quella del traffico a Roma, è una follia».
Sono quasi venti anni che non si rilasciano licenze.
«Proprio per questo non si possono aumentare di botto, in modo così marcato. Poi non si può misurare il fabbisogno della città considerando solo i periodi di punta della domanda. Ci sono mesi con poche presenze turistiche e i taxi restano fermi a lungo. Usiamo il buonsenso».
Avete valutato l’impatto di mille licenze in più?
«L’80% delle corse si fanno nel centro storico. Immaginate cosa può accadere immettendo nuove auto che devono fare la gimcana tra strade strette, cantieri ancora aperti, e le auto private. La nostra proposta, più volte presentata, è di cominciare con 300 in più e vedere la reazione della città».
Avete rappresentato i problemi all’amministrazione?
«Impossibile parlare con Gualtieri. Non c’è il minimo dialogo con il Campidoglio. Non ricordo più quante Pec gli abbiamo mandato. Ignorate».
Sicurezza?
«Nonostante le telecamere, mi riferisco soprattutto all’area della Stazione Termini, i tassisti sono oggetto di continui furti. Se il conducente esce dall’auto per aiutare il cliente con le valige e lascia il cellulare nell’abitacolo, rischia di non trovarlo più. I ladri girano indisturbati, così come gli abusivi. Ci sentiamo impotenti»
È fin troppo facile prevedere una escalation di polemiche politiche a livello nazionale, sulla questione della nomina del nuovo direttore del Teatro di Roma nella persona di Luca De Fusco. Una questione che da un paio di giorni ha innescato un conflitto dai toni decisamente aspri tra la sinistra capitolina al governo della città, appoggiata dai suoi referenti nel mondo della cultura e dello spettacolo, e il centrodestra, accusato di aver fatto un blitz per porre una persona gradita alla guida della Fondazione che si occupa della gestione e della programmazione dei teatri più importanti della Capitale, in primis l’Argentina. Il Teatro di Roma, da tempo immemore, è una delle roccaforti dem, così come tutte le istituzioni culturali romane, ed è per questo che la nomina di De Fusco, avvenuta in seguito a una riunione del Cda in cui il presidente della Fondazione, Francesco Siciliano, e la rappresentante del Campidoglio Natalia di Iorio (assenti), sono stati messi in minoranza dai membri nominati dalla Regione Lazio e dal ministero della Cultura, fa tanto scalpore. Tant’è che Siciliano, nel tentativo di far saltare la nomina di De Fusco, ha prima sconvocato in extremis la riunione e, una volta avvenuta la nomina, ha sollevato la questione del compenso del neodirettore e della nullità della riunione decisiva.
Ma il nocciolo di tutta la vicenda, come detto, è politico, perché la sinistra romana si è vista imprevedibilmente privata di uno dei suoi asset storici per il governo della cultura, ma anche per la gestione di ingenti risorse e per l’assegnazione di prestigiosi incarichi a personaggi a lei vicini dello spettacolo. Ed è per questo che, per la prima volta da quando il governo nazionale guidato da Giorgia Meloni è in carica, i vertici del Campidoglio, a partire dal sindaco Roberto Gualtieri, hanno attaccato frontalmente il centrodestra, ponendo fine a una coabitazione finora nel complesso civile. «Le scelte sulle istituzioni culturali», ha detto Gualtieri, «devono essere compiute sulla base del merito, i partiti non si devono intromettere e non si possono scavalcare le prerogative di Roma Capitale sul Teatro di Roma. Per questo», ha aggiunto, «ci opporremo in tutte le sedi a quest’atto di prepotenza inaccettabile». Gli ha fatto eco, assieme a tutti i principali esponenti romani dei partiti del centrosinistra, l’ex governatore del Lazio ed ex segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, per il quale «ilgoverno Meloni occupa i teatri di Roma, vuole decidere la politica del traffico di Bologna, blocca e toglie i soldi per lo sviluppo alle regioni del Sud». Secondo Elly Schlein, «quanto è successo al Teatro di Roma inquieta e preoccupa anche per le circostanze di questo vero e proprio blitz». La capogruppo democratica in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, ha inoltre annunciato una interrogazione urgente al ministro Gennaro Sangiuliano. Alla levata di scudi politica non fanno mancare il proprio sostegno gli artisti e i vip engagés, alcuni dei quali hanno preso carta e penna per scrivere una lettera aperta di protesta contro la nomina di De Fusco, invocandone al suo posto una «largamente condivisa». Tra i firmatari della lettera, nomi famosi e vicini alla sinistra come quelli degli attori Elio Germano, Lino Guanciale e il regista Matteo Garrone.
Da parte sua, il diretto interessato, cerca di gettare acqua sul fuoco mettendo in evidenza la propria vocazione ecumenica e volta alla ricerca del maggior consenso possibile rispetto alle scelte che dovranno essere fatte per rilanciare il teatro di Roma dopo due anni di commissariamento. «Sarei stato felice», ha detto De Fusco, «di iniziare in maniera concorde, tuttavia credo di essere abbastanza adatto a fare delle mediazioni e spero di poter recuperare un senso unitario. Non mi pare che ci sia una situazione di allarme democratico». In quest’ottica, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha consigliato a De Fusco di chiedere una nuova votazione del plenum del Cda della fondazione, per avere piena legittimazione, ma il clima che si è creato all’ombra del Campidoglio rende tale ipotesi altamente improbabile.
«Roma non esiste più. Roma è morta. E il sindaco Gualtieri è peggio di Nerone».
Rita dalla Chiesa, parlamentare di Forza Italia e grandissima amante della città di Roma: è rimasta delusa dalla sconfitta della Capitale nella corsa per l’Expo 2030?
«E cosa si aspettavano? Come possono meravigliarsi, viste le condizioni in cui versa la città? Io ci sorrido, ma in realtà sono incavolata nera».
Con l’amministrazione romana?
«Almeno Virginia Raggi, che pure si rifiutava di ospitare le Olimpiadi, ci metteva la faccia. Andava in giro per dire “stiamo lavorando”, “stiamo facendo”: tutto sempre al gerundio, ma era già qualcosa. Invece Gualtieri non esiste proprio, è trasparente. Adesso ci mancava solo la Ztl per tutti».
Ztl? Parla del nuovo piano ecologico?
«Io ho una vecchia Micra del ’98, un cimelio d’amore che uso solo per andare a fare la spesa nel quartiere. So benissimo di non poter entrare in centro storico, perché fanno passare solo le auto di nuova generazione. Adesso però il sindaco vuole una Roma tutta Ztl, ed è inaccettabile».
Perché?
«Come fanno i romani con famiglia e figli a comprare solo auto ibride ed elettriche? Il Comune non può entrare nelle tasche della gente, non è giusto. Le persone non possono svenarsi perché una mattina Gualtieri si sveglia con la smania delle telecamere piazzate anche in periferia. Con tutti i problemi che abbiamo a Roma, ci mancavano solo quelle».
Ecco, quali sono le urgenze, oltre ai cinghiali e al degrado?
«Oltre al problema epocale della gestione dei rifiuti, adesso abbiamo 1.500 cantieri aperti che non chiuderanno mai in tempo per il Giubileo, e che fanno esplodere il traffico».
Con quali conseguenze?
«Ogni giorno mi arrivano segnalazioni, foto e messaggi di gente sequestrata in coda per ore, la metà degli autobus non parte, i tassisti si rifiutano di entrare nel centro storico per paura di restare imbottigliati. Non è una situazione all’altezza della Capitale».
Roma ha perso il suo primato?
«Oggi la vera capitale d’Italia è Milano, pur con tutti i suoi problemi. Non c’è paragone. Quando arrivo alla stazione Termini mi viene voglia di andarmene a Milano o a Napoli. E non è cambiata solo Roma, ma purtroppo anche i romani».
I romani?
«Quelli che ricordo io avevano, nonostante tutto, l’allegria nel sangue. Li vedevo cantare sugli autobus, non rinunciavano mai alla battuta smaliziata, guardavano la città con le lenti dell’ironia e del disincanto sorridente di Alberto Sordi, ed erano sempre pronti a volersi bene e darsi una mano a vicenda. Oggi sono tutti incattiviti, arrabbiati, e li capisco. Insomma, è stata uccisa non solo la città ma anche lo spirito romanesco».
Per quelle strade e per quelle piazze, a Roma come in tutta Italia, hanno manifestato migliaia di donne per dire basta ai femminicidi. Ha notato stonature?
«È giustissimo che le donne siano scese in piazza per protestare, ed è stato bello vedere al loro fianco anche mariti e figli. Ma ci sono state delle frasi e degli atteggiamenti che ho recepito come politicizzati».
Ad esempio le bandiere della Palestina?
«Palestina, Israele, o qualunque partito politico. In piazza per le donne ci si va senza bandiere. Le donne non hanno bandiere politiche, sono donne e basta».
Invece il fenomeno della violenza è stato strumentalizzato politicamente?
«Purtroppo oggi si sta facendo una battaglia politica su tutto, anche su temi terribili come i femminicidi. Le donne sono diventate una scusa per attaccare il governo, e magari cercare di farlo cadere. Un governo guidato peraltro proprio da una donna, che sta mostrando la stoffa del leader, oltre che, come direbbero a Napoli, la “cazzimma” giusta.
Insomma, si aspetta una battaglia bipartisan?
«Su questo fenomeno, che purtroppo esiste da troppo tempo, serve collaborazione e non scontro: quando Elly Schlein propone a Giorgia Meloni di lavorare insieme almeno su questi temi, sento che andiamo nella direzione giusta».
Lei fa parte della commissione d’inchiesta della Camera sul femminicidio e le violenze di genere. Cosa si nasconde dietro gli ultimi fatti di cronaca?
«Siamo tutti rimasti molto colpiti dalla vicenda di Giulia Cecchettin, e per me è ancora difficile capire come un rapporto iniziato con un abbraccio possa finire in un modo così violento e distruttivo».
Esiste un nuovo patriarcato, per cui tutti gli uomini devono chiedere scusa?
«Ma no. Non è un problema di genere, ma di individui. Ci sono anche le donne che aggrediscono, anche se sono una minoranza e fanno meno notizia sul giornale».
Denunciare le violenze è la strada maestra?
«Sì, e bisogna ricordarsi sempre dell’importanza di polizia e carabinieri anche su questi temi. Devono ricordarselo anche quelli che si permettono di attaccare le persone in divisa, o di coinvolgerle in polemiche quando ci sono manifestazioni e scontri di piazza».
Ma non sempre le segnalazioni riescono ad evitare violenze e delitti.
«Mi manca la figura del maresciallo di paese, che era un po’ come il parroco dell’oratorio. Quello che nel quartiere conosceva esattamente le famiglie con i loro problemi. Quello che, quando qualcuno esagerava con la moglie, andava a casa a dirgli: ti tengo d’occhio, e la prossima volta ti sbatto dentro».
Una figura che dovrebbe essere recuperata?
«Sarebbe bello reintrodurre quella figura, ma per farlo dobbiamo prima riconquistare quel senso di comunità che abbiamo perduto. Oggi c’è solo dispersione: di sentimenti, di conoscenze, di amore».
Nel frattempo come ci si difende nel quotidiano?
«Ho sempre detto alle donne che al primo schiaffo, o anche solo alla prima alzata di voce, una se ne deve andare via. Troppo spesso si giustificano gli eccessi di gelosia come fossero affetto: no, non è affetto. È solo fragilità maschile, mancanza di autostima».
Ha mai dovuto rapportarsi con personaggi violenti o irrispettosi?
«Con un mio vecchio fidanzato, sono stata brava a capire in anticipo. L’esempio che ho vissuto in casa negli anni della mia educazione ha fatto la differenza. Oggi mio nipote di 16 anni, quando faccio le scale, mi offre il braccio per appoggiarmi: piccoli gesti, che magari diamo per scontati, ma che denotano però il rispetto assorbito all’interno della famiglia».
Colpa anche di genitori troppo distratti?
«I genitori oggi lavorano entrambi, ci si occupa dei figli col contagocce. Ai miei tempi a pranzo e cena ci si riuniva, si parlava, ci si confrontava. Oggi cellulari e social sono sempre accesi, anche padri e madri smanettano col telefonino a tavola. Non si fa. Dovremmo ritrovare quell’intimità dialettica e affettiva che oggi abbiamo smarrito».
L’altro tema sul tavolo è quello della giustizia. Un tema su cui lei interviene spesso. È d’accordo col ministro Nordio, quando caldeggia valutazioni e prove psico-attitudinali per i magistrati?
«Io penso che la magistratura debba ritrovare la fiducia dei cittadini, quella che ha perduto da tempo. Non parlo di tutti i magistrati, ma di quella parte che da anni, è inutile negarlo, lavora facendo politica. E questo non può accadere, perché i cittadini si affidano al magistrato con la convinzione di essere tutti uguali davanti alla giustizia».
Un problema che arriva da lontano?
«Mio padre, a suo tempo, criticò gli atteggiamenti di parte della magistratura, quando tendeva a giustificare i terroristi rossi, e li trattava come “compagni che sbagliano”. Purtroppo in quel mondo abbiamo visto disastri, soprattutto a partire dagli anni Novanta: e a rimetterci, oltre che le persone comuni, è stata la reputazione della stessa magistratura».







