2026-06-15
Dimmi La Verità | Antonio Maria Rinaldi: «Il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura»
Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
Onorevole Antonio Maria Rinaldi, come gruppo Lega al Parlamento Ue avete presentato un’interrogazione sul Mes alla Commissione
«Interrogazione prioritaria, prego. La Commissione Ue dovrà rispondere nel giro di 30 giorni. Con il Natale mi aspetto però slittamenti».
Un’interrogazione importante formulata in maniera stringata. E mi sarei anche atteso di vedere più firme.
«Unica firma la mia; vero! Perché non ha senso che 25 parlamentari sprechino così la loro occasione di inviare un’interrogazione prioritaria. Comunque, il presidente del gruppo Identità e democrazia Marco Zanni e il capo delegazione Lega Marco Campomenosi hanno firmato il cosiddetto “sostegno”. Procedura prevista per “aggirare” l’impossibilità a cofirmare l’interrogazione prioritaria. Questa nasce da un lavoro di squadra che ha visto coinvolti anche il responsabile del dipartimento economia della Lega Alberto Bagnai e il suo predecessore Claudio Borghi. Ci siamo pure avvalsi della consulenza di un eminente esperto di diritto Ue. Abbiamo calibrato ogni parola. E qui vengo al motivo della sinteticità. La formattazione di questo tipo di interrogazione - depositata telematicamente ieri - non prevede si superino le 200 parole».
Nello specifico cosa chiedete alla Commissione?
«L’accordo che modifica il trattato istitutivo del Mes specifica che per accedere alla linea di credito cosiddetta “precauzionale” occorra dimostrare, fra l’altro, il rispetto del cosiddetto saldo strutturale; vale a dire un deficit pari al 3% del Pil. Ma non il Pil misurato da Eurostat bensì quello cosiddetto strutturale».
Che vuol dire?
«Che il Pil si misura mentre quello strutturale si stima. Esperto che vai, stima che trovi. Il Pil strutturale sarebbe quel livello di reddito superato il quale i prezzi salgono. E questa stima la produce la Commissione. Anche il Fmi fa la sua. Ma chiunque si cimenti in questi calcoli astrusi arriva a conclusioni diverse. E questo non va bene per due motivi».
Il primo?
«Di ordine pratico. Se il Pil che misura l’Istat è pari, faccio un esempio, a 1.800 miliardi mi aspetto di poter fare un deficit di 54 miliardi. Il 3%, appunto. Ma se gli “scienziati” di Bruxelles dicono che il Pil strutturale o potenziale è 1.700 miliardi, allora il mio deficit consentito è 51 miliardi. Se invece fosse 1.600 miliardi allora sarebbe 48. Insomma, massima arbitrarietà. Peraltro, le metodologie di stima sono spesso così astruse che se un Paese va incontro a pesanti recessioni il Pil strutturale per gli anni a venire diminuisce. La Commissione cioè ritiene che si perda per sempre quella capacità produttiva. Un meccanismo perverso che alimenta un circolo vizioso di politiche recessive. E questo è il secondo motivo».
Ma per modificare questa impostazione vanno cambiati i trattati.
«E qui casca l’asino. Lo scorso 9 novembre il nostro commissario per gli Affari economici Paolo Gentiloni, insieme con il vicepresidente Valdis Dombrovskis, ha presentato le linee guida che gli Stati membri discuteranno in seno al Consiglio europeo per la modifica del Patto di stabilità. E fra queste vi è proprio l’eliminazione del saldo strutturale. È la stessa Commissione Ue a ritenere questo criterio non più valido. Anzi dannoso».
E se il Parlamento italiano ratificasse le modifiche così come sono?
«Accadrebbe che se anche in seno al Consiglio Ue si trovasse un accordo per rivedere le regole di bilancio (fra cui appunto l’astruso saldo strutturale), chi volesse accedere al Mes dovrebbe invece sottostare alle vecchie regole. Queste modifiche cristallizzano regole che già sappiamo verranno cancellate su proposta Ue».
Il Mes potrebbe sottostare alle nuove regole.
«Con il dovuto rispetto, neanche al bar si ragiona così. Il quadro regolatorio europeo non può essere contraddittorio o lasciare spazio a infinite disquisizioni giuridiche. Quindi per prima cosa la Commissione Ue non può non prendere atto che la riforma del trattato intergovernativo istitutivo del Mes contiene parametri che sappiamo non saranno più validi. Se non lo facesse, è un po’ come se volesse darci a intendere che l’acqua del mare non è salata».
Finita qui?
«No, è qui che comincia. La Commissione ha il dovere di chiarire se sussista o meno un palese contrasto fra i criteri di ammissibilità richiesti per accedere in futuro al Mes e la prospettata riforma del nuovo Patto di stabilità. Tutto ciò renderebbe quantomeno inapplicabile il testo riformato oppure il nuovo Patto. E ci sono due precedenti storici che fanno scuola».
Vale a dire?
«Il trattato istitutivo del Mes fu firmato per la prima volta l’11 luglio del 2011. Ma quel testo non fu mai ratificato dal nostro Parlamento. La drammatica crisi dei debiti sovrani costrinse ad apportare modifiche a quel trattato. Ne fu sottoscritto uno nuovo dal premier Mario Monti il 2 febbraio 2012. Il Parlamento italiano ratificò quindi quel secondo trattato, non il primo. Ed è ciò che dovrebbe avvenire ora. La nostra posizione è chiara. Non si ratifica un trattato che sappiamo già essere morto. Si ridiscute il Patto di stabilità e quindi il Mes cambia di conseguenza».
Il secondo precedente?
«La Corte di Karlsruhe non approvò neppure la seconda formulazione del 2012. La Germania ha addirittura ratificato un trattato diverso dagli altri per rispettare i rilievi della sua Corte costituzionale. Ciò che è valso per la Germania deve valere per l’Italia».
Azione e Iv spingono per approvare il documento com’è.
«Fosse per loro dovremmo addirittura accedere subito al Mes un creditore privilegiato che farebbe retrocedere tutti i Btp in circolazione al rango di subordinati e che in caso di default sarebbero cioè rimborsati per ultimi. Si è visto cosa è successo con Banca Etruria. Le obbligazioni subordinate sono state azzerate. Evidentemente Matteo Renzi pensa di riproporre quell’esperienza più in grande».
Economista, volto televisivo popolarissimo, protagonista di battaglie eurocritiche combattute da antesignano e in epoca non sospetta, dal 26 maggio scorso Antonio Maria Rinaldi è eurodeputato della Lega.
Professore, oggi alla Camera ci sarà un poderoso scontro sulla riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), il nuovo salva Stati. Ci spieghi in modo semplice perché non c'è tutta questa fretta, per l'Italia, di dire signorsì.
«Ci legheremmo a un meccanismo che potrebbe imporci di versare potenzialmente fino a 114-115 miliardi, senza neanche avere la garanzia di poterne usufruire in futuro, perché le condizionalità imposte sono così impegnative da rischiare di tagliar fuori l'Italia. Insomma, potremmo essere coinvolti per salvare gli altri, ma senza poter salvare noi stessi in caso di necessità».
Il Mes viene presentato dai suoi tifosi come una barriera. Ma non rischia invece di essere troppo fragile, e di venire addirittura travolto da un'eventuale crisi?
«È una preoccupazione giustissima, purtroppo. Dico di più: il meccanismo è così perverso che, alla sola voce di un intervento per salvare un Paese, si innescherebbe un effetto di panico sui mercati travolgendo i titoli sovrani di quel Paese. Una sorta di autoavvitamento, con il Mes che rischierebbe di peggiorare una crisi invece di risolverla».
Dicono: non c'è automatismo della ristrutturazione del debito. Ma la discrezionalità di un organismo tecnico non è molto più rassicurante. Far decidere al boia se tagliarti la testa non è una gran consolazione…
«Già nell'attuale configurazione, abbiamo visto in Grecia che cos'abbia provocato quando è entrato in funzione. A rimanere contente sono state solo le banche tedesche e francesi creditrici, mentre il popolo greco è stato massacrato dalle condizioni imposte. Ma mi faccia sganciare una bomba…».
Prego.
«Pongo una domanda alla quale nessuno risponde. Perché dare vita a un meccanismo come questo, quando in tutto il mondo funzioni di quel tipo sono svolte dalle banche centrali?».
Perché lo statuto Bce non lo consente…
«Ecco il punto. È una questione di volontà politica: i tedeschi non hanno voluto prevedere qualcosa del genere nello statuto della Bce. Lo stesso quantitative easing di Mario Draghi, non a caso, ha dovuto agire sul mercato secondario, perché altre ipotesi non erano consentite. Qualcuno vuole una banca centrale “evirata"…».
Tra l'altro, come si spiega l'immunità garantita ai membri del Mes? La togliamo all'ex Ilva e la diamo a questi signori?
«È assurdo che ci siano funzionari totalmente “protetti" nella loro operatività. È come dire: non sono sindacabili, qualunque cosa decidano. In una democrazia cose del genere non sono nemmeno immaginabili».
Non sarà che stavolta sono le banche tedesche a essere piene di titoli tossici?
«Appunto. Vogliono prendere più piccioni con una stessa fava. Il primo è svuotare i Parlamenti nazionali di potere decisionale. Il secondo “piccione" riguarda le banche. Esse possono essere divise in due grandi famiglie: quelle che svolgono attività commerciale (la gran parte di quelle italiane), e quelle che svolgono attività finanziaria e speculativa (molte banche nordeuropee). Ecco: queste ultime sono assai esposte in termini di derivati complessi, i cosiddetti “Level 3". Ora che i nodi stanno venendo al pettine, si vuole sancire una palese discriminazione».
Quindi scusi: quando si tratta dei titoli tossici delle banche italiane, si minaccia l'apocalisse, mentre per gli Npl in pancia alle banche tedesche si adotta uno standard diverso?
«Questo è lo scandalo. Le nostre banche sono state costrette a svalutare e a svendere i loro crediti deteriorati. Invece per i titoli tossici di fatto si è senza regolamentazione. E ora il Mes servirà a questo: a imporre una sorta di anomalo “bail in collettivo" a carico di tutti i cittadini».
Tra l'altro, nel 2015, quando andarono in crisi le nostre quattro popolari, e (giustamente) qualcuno in Italia proponeva l'intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (quindi denaro privato) per ricapitalizzarle, ci si disse di no da Bruxelles (almeno così raccontò l'allora ministro Padoan), e ci si impose una sorta di bail in anticipato. Per i «fratelli» tedeschi invece ci si comporta diversamente…
«Per l'Italia, dissero no all'uso di un fondo privato, attaccandosi alla scusa che era Bankitalia a indicare i vertici del Fondo interbancario. Invece di recente si è consentita un'iniezione di denaro pubblico di 3,7 miliardi da parte dei länder tedeschi per situazioni tedesche in fondo non così dissimili. Due pesi e due misure».
La condotta a zigzag del governo rischia di fare male all'Italia. Se diciamo sì, ci incateniamo al volere di un organismo tecnico. Se ora diciamo no, come dovremmo fare, creiamo tensione. Perché ci siamo infilati in questo vicolo cieco negoziale?
«Bisognava muoversi prima, nella fase di negoziazione. Adesso, se ci fosse l'ok al prossimo Consiglio europeo, dopo resterebbe solo il voto di ratifica in Parlamento. Dove però, tranne il Pd, nessuno vuole ratificare. E allora mi faccia esprimere anche una preoccupazione istituzionale…».
Quale?
«Si rischia di mettere in estremo disagio anche il presidente della Repubblica. A oggi, infatti, tutti sanno che è forte la probabilità che il Parlamento non ratifichi. Perché arrivare a quel punto, anche esponendo politicamente il capo dello Stato, che notoriamente è attento alla proiezione internazionale dell'Italia? Meglio pensarci adesso».
Quanto invece a Conte…
«Appena insediato, a giugno 2018, disse che era contrario al Mes perché avrebbe tolto autonomia alle nostre scelte di politica economica. Un anno dopo, era anche vincolato da due esplicite risoluzioni parlamentari. Tra l'altro, per ironia della sorte, è una legge che risale all'epoca di Monti (la 234 del 2012) che impone al governo di riferire alle Camere e di attenersi alle loro indicazioni su ogni accordo internazionale che riguardi problemi economici e monetari. Lo scriva: Conte è del tutto inadempiente».
Veniamo all'Europarlamento. Come nasce la Commissione von der Leyen? Lei in estate ebbe una fiducia fragilissima, qualche giorno fa i numeri sono diventati più consistenti. È tutta salute?
«No. La von der Leyen è partita malissimo lanciandosi - per così dire - sulla green economy».
In che senso? Ce lo spieghi bene.
«Ricordate, cinque anni fa, il mitico piano di Juncker da 300 miliardi? Naturalmente non si è visto 1 euro. E stavolta rischia di succedere la stessa cosa. Molti hanno percepito questo progetto come la possibilità di investire risorse ingenti scorporandole dal computo del deficit, una specie di “golden rule" per stimolare gli investimenti. Ma siccome la von der Leyen non consentirà alcuno scorporo dal deficit, delle due l'una: o il piano finirà nel nulla, oppure, se qualcuno lo attuerà, lo farà tagliando la spesa sociale o aumentando le tasse. Una follia».
Questa estate la tedesca si salvò per 9 voti, e i grillini ne portarono 14, che si rivelarono decisivi. Perché M5s fece quella scelta? Se non avessero fatto da stampella, Berlino e Parigi avrebbero dovuto trattare con Roma…
«Ci hanno fatto perdere un'occasione unica. Se avessero votato contro o si fossero astenuti, Germania e Francia avrebbero dovuto negoziare con noi il nuovo candidato, tenendo conto delle istanze italiane. Ingenuità grillina? A me pare che abbiano ottenuto briciole: posti nelle Commissioni e una vicepresidenza del Parlamento, la prima volta che viene attribuita a un esponente del gruppo misto. Ma forse erano già d'accordo sottobanco con il Pd per il giro di valzer che poi abbiamo visto in Italia».
La scorsa settimana i grillini si sono spaccati: chi a favore, chi contro, chi astenuto.
«Sono in un'enorme crisi di identità, e stanno esplodendo le loro contraddizioni. Non mi stupirei se qualcuno di loro finisse con Macron e qualcun altro nei Verdi».
E voi? È immaginabile una vostra convergenza con altri gruppi, con i Conservatori o con i Popolari?
«Parlavano di “cordone sanitario" verso di noi. Invece ora i nostri telefoni squillano in continuazione. Siamo corteggiati con i nostri 28 deputati che, dopo Brexit, diverranno 29. Ma non faremo accordi che non tengano conto del preciso mandato che abbiamo ricevuto dai nostri elettori. Per il resto, è prematuro fare altre previsioni».
Lei ha avuto molte esperienze professionali, non solo in ambito italiano. Come si è trovato in questa avventura? L'Europarlamento è come se l'immaginava?
«Molto peggio. Esso trasmette all'esterno un'idea di potere. E invece, visto dall'interno, è solo un paravento per giustificare decisioni prese altrove».
Ci sveli un mistero (doloroso). Perché ai mainstream media il popolo, cioè gli italiani come sono, gli elettori, sembrano dare fastidio, per non dire peggio?
«La crisi di molti media non è dovuta a Internet, ma alle falsità che scrivono. Gli italiani sono stati ingannati a lungo, ma ora hanno aperto gli occhi e puniscono certi giornali. Per anni, il finanziamento pubblico dell'editoria ha consentito di sopravvivere con una specie di respirazione artificiale a realtà che altrimenti non avrebbero camminato con le loro gambe. Adesso i nodi arrivano al pettine per chi disinforma».
Eurodeputato Rinaldi, innanzitutto come sta?
«Stanco morto».
Come mai?
«Campagna elettorale massacrante. Pensavo di aver finito il 24 maggio sera e invece poi mi sono dovuto dedicare ai 15 giorni di ballottaggio».
I risultati però sono arrivati.
«Sì. È stata una bella soddisfazione».
Antonio Maria Rinaldi è stato appena eletto parlamentare europeo della Lega. Romano, già professore universitario a Pescara, è stato allievo di Paolo Savona. Pochi mesi fa ha pubblicato il suo ultimo libro, La sovranità appartiene al popolo o allo spread?. Grazie ai talk show, il pubblico ha ormai memorizzato il suo volto.
Come va a finire la questione procedura d'infrazione?
«Innanzitutto va precisato che tutto è partito da una letterina che ci chiedeva di fornire chiarimenti sull'andamento del deficit in 48 ore».
Un ultimatum.
«Appunto. Una cosa che ricorda le colonie: “Se entro 48 ore non rispondete, vi mandiamo le corazzate e i fucilieri"».
La sento contrariato.
«C'è un problema di opportunità. Il 31 ottobre scade la Commissione. Come in molte istituzioni italiane esiste il cosiddetto semestre bianco, sarebbe opportuno che anche in Europa si rispettasse questo elementare principio».
Propone un semestre bianco nelle istituzioni europee?
«Insomma, questi stanno con gli scatoloni in mano e discutono di avviare una procedura d'infrazione. Peraltro, Pierre Moscovici è stato invitato a un evento della campagna elettorale del Pd. Questo fa capire molto bene che Moscovici non è un commissario super partes, ma di fatto è un personaggio con una chiara affiliazione politica».
Anche l'Eurogruppo però ha confermato la linea della Commissione. I vostri alleati sovranisti dell'Est che fine hanno fatto?
«L'Eurogruppo è ancora espressione della vecchia governance. Perciò sia l'Eurogruppo sia la Commissione dovrebbero astenersi dall'avviare procedure mentre sono in rinnovo».
Che intenzioni avete? Andrete allo scontro frontale con i commissari?
«No no. Noi siamo per la massima collaborazione possibile. Ma questo presuppone una reciprocità. Invece mi sembra che ci sia un pregiudizio molto forte nei confronti dell'Italia».
Per lei, dunque, sono i commissari a non voler dialogare?
«Molto probabilmente sì. Ma mi auguro che prevalga il buon senso».
Bisogna temere il muro contro muro?
«Se noi non veniamo ascoltati, se veniamo marginalizzati, naturalmente ci regoleremo di conseguenza. Sa, molto probabilmente certe cose avvengono perché negli anni passati l'Italia è stata fin troppo morbida».
Siamo stati troppo accondiscendenti?
«Sì. E per coprire i problemi interni all'Unione europea, evidentemente questi signori pensano ancora di poter utilizzare l'Italia come pungiball. Solo che la musica è cambiata, dovranno trovarsi qualcun altro».
Sergio Cottarelli, alla Verità, ha detto che se con Francia e Germania l'Ue non è stata così severa, è perché Parigi e Berlino hanno fatto sempre finta di accogliere i richiami, di voler rientrare nei parametri Ue, anche se poi hanno continuato a fare i loro comodi. Dovremmo metterci pure noi a fare la commedia?
«Non sono favorevole alla commedia delle parti. Altrimenti prendiamo un attore e lo mandiamo al posto nostro».
Come la pensa lei?
«Io penso che se la Francia è stata per 9 anni in procedura d'infrazione senza che nessuno fiatasse è perché ha avuto una classe politica capace di farsi rispettare in Europa. Esattamente il contrario della nostra».
Ma un'Italia ai ferri corti con l'Ue non rischia di ritrovarsi debole e isolata?
«Senta, le posso dire una cosa?».
Dica.
«I veri europeisti siamo noi».
Voi sovranisti?
«Esatto. Noi non combattiamo l'Europa, ma l'Unione europea figlia di trattati e regole completamente sbagliati. Chi desidera salvare veramente il concetto di Europa è chi vuole impedire a quest'Ue di disgregarla».
Quindi non teme l'isolamento dell'Italia?
«L'Italia è sempre la seconda manifattura d'Europa. Credo sia interesse di tutti che l'Italia torni a essere forte, perché un'Italia forte significa un'Europa forte - non a caso dico Europa e non Unione europea».
Negoziando con l'Ue, dunque, dobbiamo fare leva su questo: siamo troppo grandi per fallire.
«Esatto. Ma credo che nell'Ue lo sappiano già. Lo sanno tutti, tranne che noi italiani».
Abbiamo un complesso d'inferiorità?
«Malriposto. Dobbiamo far valere i nostri diritti, andare a testa alta e non con il cappello in mano. Ce lo possiamo permettere».
Avete da poco varato il gruppo sovranista Identità e democrazia, che oltre alla Lega include Rassemblement national, destra austriaca e i tedeschi di Afd.
«Sì. E il gruppo ha espresso all'unanimità, per acclamazione, Marco Zanni presidente. Ne sono particolarmente fiero e orgoglioso, perché Marco è un amico ed è una persona estremamente preparata».
Il supergruppo sovranista - per intenderci, quello con Nigel Farage e i conservatori di Ecr - però ormai è un miraggio.
«Mai dire mai. Da qui alla prima plenaria del 2 di luglio a Strasburgo, con l'investitura ufficiale del nuovo Parlamento, potrebbero cambiare molte cose».
Ad esempio?
«So che ci sono ancora delle trattative e sono fiducioso che il gruppo che abbiamo costruito, dai 73 eurodeputati attuali, possa lievitare».
Le trattative sono con Farage?
«Diciamo che con Farage le porte non sono ancora definitivamente chiuse. Anche perché lui non riesce a fare il gruppo, che in base ai regolamenti deve avere elementi da almeno sette nazioni. Noi ne abbiamo nove».
Capitolo nomine. La linea dei giornaloni è: l'Italia sostenga Manfred Weber come presidente della Commissione europea per evitare il falco Jens Weidamnn alla Bce. Condivide?
«Il gioco delle poltrone è molto più complesso di così».
Ce lo spiega?
«Non si può semplicemente parlare di una poltrona in relazione a un'altra. Da decidere ci sono anche il presidente e i 12 vicepresidenti del Parlamento Ue, il capo del Consiglio europeo e i 28 commissari, uno per Stato membro».
A noi cosa tocca?
«Sicuramente né il presidente del Parlamento europeo, visto che abbiamo avuto finora Antonio Tajani, né il capo della Bce. Con un'ulteriore beffa».
Cioè?
«Non è neppure detto che saremo rappresentati nel board della Bce».
E perché?
«Visto che, per avere la presidenza della Bce, a suo tempo avevamo dovuto rinunciare all'italiano nel board, Lorenzo Bini Smaghi, se ora venisse eletto presidente un attuale membro del board, si libererebbe un posto e l'Italia potrebbe occuparlo. Se però venisse eletto un esterno, rimarremmo senza rappresentanza».
Lei teme l'arrivo di Weidmann come capo della Bce?
«Mah. Io credo che sarà eletta una terza figura, di un Paese magari non in prima fila. Conviene anche ai tedeschi».
In che senso?
«Gliela faccio semplice: i tedeschi preferiscono un Paese terzo disponibile a fare il tedesco più del tedesco…».
Su chi sta puntando l'Italia come commissario?
«Prima di fare un nome, bisogna capire di quale Commissione si parla».
E quale vogliamo noi?
«Visto che perderemo necessariamente posizioni di prestigio al Parlamento e alla Bce, dovremo puntare a una commissione pesante, economica».
E a quel punto ragionereste sulla persona?
«Eh sì, perché un conto è se ci affidano una cosa tipo gli Affari esteri, com'è avvenuto con Federica Mogherini, un conto è se aspiriamo agli Affari monetari…».
Aspiriamo agli Affari monetari? E con che figura?
«Una figura anche non politica, che però abbia la professionalità giusta per gestire al meglio una poltrona da commissario così importante».
Capitolo minibot. Sono il vostro piano per uscire dall'euro?
«Assolutamente no. Chi lo sostiene, non ha capito il meccanismo dei minibot».
E qual è il meccanismo?
«I minibot sono semplicemente uno strumento a favore delle imprese che aspettano da anni di essere pagate».
Però è passata la vulgata per cui sarebbero la premessa all'uscita dall'euro. Introdurli non scatenerebbe il panico sui mercati?
«Perché? Sono un credito fiscale».
Serviranno a pagare multe, tasse… Giusto?
«Esatto. Ora, il debito della Pa è di circa 53 miliardi di euro. Se ne venissero liberati all'incirca 25, come potrebbe ciò creare tanti problemi? Peraltro, l'accettazione dei minibot sarebbe volontaria».
Ecco. Cosa vi fa pensare che gli imprenditori li preferiranno alla moneta sonante e che poi i privati se li scambino tra di loro?
«Facciamo un esempio pratico. Sono un falegname che vanta un credito di 5.000 euro con la Pa e da tre anni non vengo pagato. Nel frattempo, però, pago le tasse».
Bene. Quindi?
«La Pa mi dice: “Vuoi che saldiamo subito il nostro debito in minibot, che tu potrai utilizzare per pagare le imposte?". Io li prendo. Poi vado in pizzeria e chiedo al proprietario: “Li prendi i minibot?". Se lui li accetta perché vuole pagarci le tasse, bene. Se lui non li prende, vado da un'altra pizzeria che li accetta…».
Lei dice: alla fine si crea un meccanismo per cui i privati sono incentivati ad accettare i minibot.
«D'altronde, le tasse le dobbiamo pagare tutti».
Quando la fate la flat tax per le famiglie?
«Io mi auguro presto. Se poi si dovrà fare con due aliquote anziché una e a partire dai redditi più bassi, non ha importanza. L'importante è liberare risorse per rilanciare i consumi interni. Non si può vivere di solo export, perché quando arriva una crisi internazionale, il castello crolla».
Valeva la pena per la Lega contribuire al salvataggio di Radio radicale?
«Attenzione: i 3 milioni stanziati servono solo a digitalizzare e archiviare il lavoro di 40 anni svolto da Radio radicale. Altrimenti sarebbe andato perso. Per il resto, se Radio radicale vorrà continuare a fare questo lavoro, dovrà partecipare a una gara pubblica».
Quindi la gara la farete?
«Certo».
Quando?
«Ah, io non faccio parte del governo. Non lo chieda a me…».
Mentre Angela Merkel è alla prese con la pesante questione migranti, che rischia di farla cadere e di condizionare la traballante costruzione europea, La Verità ha incontrato a Roma l'avvocato Bepi Pezzuli, presidente di Select Milano (organizzazione che ha l'obiettivo di rappresentare gli interessi italiani Oltremanica e dialogare con i rappresentanti della City di Londra), che ha rivelato l'esistenza di un presunto «piano B della Germania per uscire dall'euro».
Si tratta di un piano conosciuto da quanti operano nei marcati dei capitali. L'Ifo - l'Institute for economic research, il think tank conservatore vicino alla Cdu - ne sta parlando apertamente, e il piano B tedesco per l'uscita dall'euro è legato al tema di Target 2, cioè il sistema di pagamento intraeuropeo che gestisce la liquidità degli scambi nell'area euro. In Target 2, mentre l'Italia ha un saldo negativo, con un debito di circa 400 miliardi, la Germania ha un saldo attivo di 900 miliardi, quindi, in caso di crisi nella periferia dell'Eurozona o di crisi sovrane dell'Italia, questo credito di 900 miliardi tedesco verrebbe messo a rischio. Di conseguenza una delle ipotesi studiate dall'Ifo è appunto quella dell'uscita dall'euro, con relativo pagamento del saldo attivo di crediti che altrimenti andrebbero persi.
Se però fosse l'Italia a uscire prima dall'euro, la Germania ci rimetterebbe?
«Beh, in quel caso avrebbe da richiedere il credito all'Italia, ma se fosse la Germania a uscire prima, i saldi diverrebbero immediatamente pagabili».
Allora è questo il nodo fondamentale della questione?
«Su questo c'è stato addirittura l'inizio di un incidente diplomatico, poiché Mario Draghi (presidente della Bce ndr) aveva dichiarato, salvo poi fare marcia indietro, che in caso di uscita dall'euro i saldi di Target 2 diverrebbero immediatamente esigibili e liquidabili cash. A quel punto parte della stampa anglosassone rilevò che così si dava un incentivo a uscire dall'euro a Germania e Olanda che sono i grandi creditori nel sistema di Target 2».
Mario Draghi ha fatto marcia indietro, ma la norma è restata e quindi l'uscita dall'euro non è più un tabù?
«No, non lo è, tanto che la Germania sta lavorando per il drafting, cioè per una norma che possa essere inserita in quelle europee e disciplinare con modalità molto precise l'uscita di un Paese dall'euro».
Da quanto la Germania sta lavorando sul piano B?
«In realtà la Germania non è mai stata un avvocato dell'euro, nel senso che è stato voluto fortemente dall'allora cancelliere Helmut Kohl, che per poterlo ottenere dovette addirittura licenziare due banchieri centrali della Deutsche Bundesbank. La Germania infatti aveva sempre premuto per una sorta di “serpente monetario" con delle bande di flessibilità diverse da quelle degli anni Ottanta».
E chi spinse per l'euro?
«La Francia, perché dopo la riunificazione tedesca non si fece la federazione tra le due Germanie come voleva Parigi, ma si fece la riunificazione in uno Stato unico. Per pagare gli alti costi della riunificazione tedesca ed evitare l'iperinflazione nei lander (gli Stati federali, ndr) dell'Est, la Bundesbank portò i tassi di interesse all'11% dalla sera alla mattina, e quindi espulse dal sistema monetario europeo le due economie meno integrate con l'Ue, che erano l'Italia con la lira e l'Inghilterra con la sterlina. Per evitare che la Germania manipolasse i tassi di interesse di nuovo e contagiasse tutta l'Europa, la Francia insistette per fare la moneta unica».
Nel 2008, dopo la crisi, le cose sono un po' cambiate per la Germania?
«Sì, perché fino al 2008 la Germania era il grande malato d'Europa, poi con il governo Schröder si fecero riforme strutturali profonde e da allora la Germania è impegnata in una politica economica ferocemente mercantilistica che ha generato un grande surplus di bilancio. Gli squilibri da esso determinati cominciano a mordere anche la Germania medesima, perché il Paese non ha una domanda interna, non ha inflazione, i salari sono bassi, non ci sono investimenti nelle infrastrutture, non ci sono gli upgrade di tecnologia e quindi questo stato di squilibrio danneggia anche la Germania».
Quali sono i motivi?
«Uno è che Mario Draghi mantiene una politica di tassi negativi e sta di fatto danneggiando il risparmio privato tedesco. La banche tedesche hanno in pancia tanto risparmio tedesco per via del surplus, quindi l'euro per la Germania è un problema».
Alla luce di tutto questo, cosa potrebbe accadere in Europa?
«Le due economie che in questo momento hanno un problema con l'euro sono l'Italia e la Germania per motivi opposti. La Germania ha un problema più grosso, poiché per ragioni geopolitiche la Merkel è andata allo strappo con Donald Trump e con gli Stati Uniti, ed è in corso una guerra commerciale. La Casa Bianca, soprattutto il consigliere per il commercio internazionale Peter Navarro, già da tempo si lamenta dello stato dei rapporti commerciali e anno su anno si aggiungono circa 60 miliardi di deficit alle partite commerciali tra Usa e Berlino».
Come se ne esce?
«Washington ha suggerito una ricetta per la Germania: aumentare i salari, produrre politiche inflattive, fare maggiori investimenti pubblici per le infrastrutture, ma la Germania sembra non voler sentire. Anzi, al G7 di Messina la Merkel ha dichiarato che “sono finiti i tempi in cui l'Europa poteva contare sull'alleato americano, adesso noi dobbiamo guardare al mondo con occhi diversi". Questo per dire che la cancelliera sta giocando altre partire, che non necessariamente comprendono gli Stati Uniti».
Quali partite?
«La prima riguarda Nord stream, il gasdotto con la Russia che renderebbe la Germania il terminale per la distribuzione energetica in Europa. Come è evidente, qualcosa sta cambiando, ma nel frattempo l'Europa, intesa come Unione europea, non sta reagendo».
E l'Italia?
«Facendo parte della periferia dell'Eurozona, non può, essendo ingabbiata com'è nell'euro, produrre quelle riforme strutturali che necessitano della leva della flessibilità per rendere il Paese di nuovo competitivo».
In occasione della presentazione in Senato del suo libro L'altra Brexit (edizioni Milano Finanza), il sottosegretario ai Trasporti e alle infrastrutture Armando Siri ha parlato di un «sentimento atlantico» che il nostro Paese condivide con Gran Bretagna e Stati Uniti e, commentando l'uscita inglese dall'Unione europea, ha detto con una battuta: «Dopo la Brexit non è morto nessuno»…
«Concordo con Siri e aggiungo che la posizione internazionale dell'Italia, in ogni caso, non è in discussione. L'alleato storico dell'Italia è e resta l'America, ed esiste una condivisione di interessi con Londra. Se esiste un progetto di Eurasia che in qualche misura cambia il ruolo della Russia nei rapporti internazionali, questo è un ruolo che va perseguito dalla comunità degli Stati internazionali e non da uno Stato in maniera individuale, strappando con gli alleati storici».
Bepi Pezzulli
Nel maggio del 2018 le cancellerie di tutta Europa discutono di un saggio pubblicato da un (fino ad allora) minuscolo sito di analisi. Il sito si chiama Scenarieconomici.it, ed è stato fondato, cinque anni prima, da un gruppo di sei amici tutti professori o esperti di economia. In quel mese Scenari passa da un record di 50.000 a 500.000 visite. Arrivano utenti da tutti i continenti del pianeta. Accorrono tutti per legge un lungo saggio - passa alla storia come «il piano B» - in cui si spiega come l'Italia potrebbe uscire dall'euro in un fine settimana. Inutile dire che il saggio, a più mani, è stato curato dall'animatore del sito, Antonio Rinaldi, insieme con amici autori. Gli chiedo: «Chi finanzia Scenari?». Lui scoppia a ridere: «Come chi? Noi». Chi paga i costi dei convegni. E lui: «Noi». Gli dico: «Non ci credo». E lui: «Caro Luca, questo sito, che ha avuto 17.000 attacchi o intrusioni informatiche, è gestito da un nostro amico che chiede come unico rimborso per le spese sostenute 750 euro l'anno. Quando facciamo un convegno, invece, mano alla saccoccia (in romanesco è il portafoglio, ndr) e quello che c'è da pagare si divide in quote uguali».
Pare incredibile ma il gruppo di professori e studiosi eccentrici e marginali, in questi cinque anni, e con questi due unici strumenti di comunicazione, è diventato il pensatoio di uno dei principali partiti di governo, il luogo di un pensiero egemone. Se provochi Rinaldi, su questi temi, minimizza. Ti spiega che loro sostengono tesi perfettamente assennate e razionali. Ad esempio l'incompatibilità e l'illegittimità del fiscal compact. Oppure il chiodo fisso della sovranità: «La nostra idea è semplicemente quella che bisogna rafforzare l'Italia per darle un giusto ruolo. La costruzione europea non può resistere con un'Italia debole. I veri europeisti siamo noi».
I no euro nel giugno del 2018 hanno trovato il conforto di una firma importante come Milena Gabanelli che ha scatenato un putiferio nella rete, sposando le loro tesi sull'insostenibilità del regime dei cambi. Le istituzioni nazionali - dicono - devono essere messe in grado di difendere il Paese. Mentre, sul famoso piano B, Rinaldi dice: «Se ci fosse un attacco militare pensi che non serva un piano di difesa? Sul piano monetario è la stessa cosa. È un rischio eventuale che deve essere calcolato». Dicono che un piano programmato in tre giorni è sospetto e furtivo. Rinaldi sorride ancora: «Non ho mai visto un piano di difesa pensato per svilupparsi nel corso di mesi». A lanciare la necessità di dotarsi di un piano B, ovviamente, è Paolo Savona, che lo ha spiegato con questo esempio: «Nessuno rimprovererebbe un progettista di navi per aver previsto le scialuppe a bordo. Nessuno direbbe a questo progettista che si augura il naufragio perché immagina una via di salvezza dalla catastrofe». Oggi Rinaldi è ancora più pessimista: «Temo che nel 99% delle possibilità ci sarà una rottura dell'euro per via di una nuova crisi monetaria dell'area euro, non per decisione autonoma dell'Italia». Se lo accusi di essere anti tedesco il professore sorride. Al contrario di molti economisti filomerkeliani lui la lingua di Johann Wolfgang Goethe la parla a casa: sua moglie è tedesca e per metà lo sono i suoi figli, Rodolfo e Antonio. «Proprio perché conosco bene i tedeschi quando vado in Germania», ripete Rinaldi, «non voglio essere considerato un parente povero. La nostra storia ce lo impone».
Rinaldi teme che uno scossone arriverà dalla fine della politica economica inaugurata da Mario Draghi alla Bce: «Se esiste il Qe», spiega, «vuol dire che la costituzione monetaria è una struttura instabile, che non riesce a trovare un equilibrio».
Per Rinaldi l'Italia è un malato con la flebo che continua a credere nel medico che sbaglia le diagnosi e che non gli spiega l'origine del suo male. Il piano B serve - sostiene - «perché ci saranno momenti di tensione».
Il nodo a suo avviso è tutto qui: «Tassi diversi e meccanismi di redistribuzione diseguali fanno sì che le disuguaglianze si allarghino. Le due velocità dell'Europa producono aree sempre più ricche e aree sempre più povere. Se non si corregge questo congegno siamo nei guai».
Rinaldi dice di aver iniziato il suo percorso euroscettico nel 2011, contemplando l'immagine degli anziani che frugavano nei cassonetti. E aggiunge di essere orgoglioso di essere considerato «pazzo e cialtrone» dai bocconiani dell'era Monti: «Sono ottusi, tutti uguali, sembrano fatti con lo stampino».
Oggi insegna finanza aziendale all'università Gabriele D'Annunzio di Pescara e alla Link campus university dell'ex ministro democristiano Enzo Scotti: «La distinzione tra destra e sinistra è definitivamente saltata sul tema della moneta e della sovranità. Su questo terreno, i vecchi liberali come Luigi Einaudi, i repubblicani come Ugo La Malfa, i comunisti come Enrico Berlinguer sarebbero tutti dalla stessa parte, a tutela dell'interesse nazionale. Io sono keynesiano perché difendo l'idea dello Stato a garanzia del bene pubblico. Perché voglio tutelare gli interessi del popolo contro quelli delle élites». Poi ride: «Se io fossi stato uno del sistema non avrei potuto sostenere queste tesi. Se avessi dovuto campare con il lavoro universitario mi avrebbero già fucilato».
Luca Telese

