Ciak, gli girano. Beppe Grillo sta acquattato a Marina di Bibbona e da lì ha fatto partire una bordata alla Gino Bartali: gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare. Inficia, come Garante, le lezioni di domenica scorsa alla Costituente del Movimento Cinque Stelle che lo hanno messo fuorigioco e impone una votazione bis. Uno dei suoi fedelissimi, Danilo Toninelli, lo aveva annunciato: «Credono di aver vinto la guerra, ma è solo il primo round, stanno pensando di calpestare il cadavere del leone, non hanno capito che il leone è ferito, ma ha molte altre zampate da dare». Ci ha pensato tutta la mattina ieri Beppe Grillo: una nuotata, malgrado il freddo, per smaltire la rabbia e poi via a preparare una video-bomba. La villa livornese è il set per i proclami ad alzo zero: lì il capocomico dei pentastellati filmò la difesa del figlio accusato di stupro, da lì partì la dichiarazione di guerra legale contro Giuseppe Conte. La scena si ripete. Gli hanno dato il ben servito dopo 15 anni. Giuseppe Conte gli ha sparato contro una raffica di risposte via internet che lo mette del tutto fuori gioco. Dei 46.000 e spiccioli che hanno votato alle consultazioni della Costituente di domenica al Palacongressi di Roma il 63,24% ha detto che il Garante va abolito. Gli iscritti hanno sancito anche col 74,63% che va abrogata la facoltà data al Garante di richiedere la ripetizione di una votazione sulle modifiche dello Statuto. Ma Grillo non si dà per inteso e a quel potere si è appellato. Anche perché le nuove regole valgono dal prossimo congresso: ora vale il vecchio Statuto e Grillo mantiene il suo potere di veto sulle elezioni. Anche sui quesiti che lo riguardano. A Giuseppe Conte non resta – anche se starebbe studiando una contromossa legale – che fare buon viso a cattiva sorte e scatenare di nuovo una campagna anti-Grillo. I più vicini al Garante, l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e l’ex ministro dei Trasporti Danilo Toninelli sostengono che la ripetizione del voto non solo è legittima, ma ha una finalità precisa: far saltare il quorum. A norma di Statuto – tutt’ora vigente - Beppe Grillo può chiedere entro cinque giorni che sia ripetuta la consultazione sull’abrogazione della sua figura come tutore dell’ortodossia pentastellata. Conti alla mano quel quasi 30% che domenica ha detto sì al mantenimento del Garante vale 15 mila teste, se non votassero nella consultazione-bis non si raggiungerebbe il quorum – la metà più uno degli 89 mila votanti - e dunque tutta l’impalcatura di consenso messa in piedi da Giuseppe Conte crollerebbe. Tutto questo in due settimane considerato che agli iscritti va dato un preavviso di otto giorni e che per far ripartire la macchina elettorale servono 5 giorni. L’attesa del ri-voto sarebbe scandita dall’Elevato col «bombardamento» di video che si stanno girando a Marina di Bibbona non solo contro Giuseppe Conte, ma per rivendicare le radici del Movimento Cinque stelle. Per ora sul blog di Beppe Grillo compare una scritta che sa tanto di coming soon: hashtag riprendiamocilenostrebattaglie! Nel frattempo è stato mobilitato un pool di avvocati. Sostiene Danilo Toninelli - che è ancora nel collegio dei probiviri del M5S – che Beppe Grillo «è il proprietario del nome e del simbolo del Movimento e farà valere le sue ragioni in tribunale». Toninelli parlando a Radio Cusano Campus ha adombrato anche un sospetto di alterazione delle consultazioni di domenica. Ha sottolineato come la riduzione degli iscritti da 170.000 a poco meno di 90.000 ha modificato le proporzioni per arrivare al quorum e come molte «risposte ai quesiti statutari erano state di fatto predeterminate». Sulla regolarità delle consultazioni c’è anche un’altra indiscrezione che gira. Si dice che Vito Crimi – è stato tutto e il contrario di tutto nel Movimento: prima grillissimo, ora contiano di ferro – incaricato di sorvegliare sulla regolarità del voto in realtà si sia occupato assai da vicino dello spoglio elettronico. Alla domanda di Roberto Fico, ex presidente della Camera ora consigliere speciale di Giuseppe Conte, “tutto a posto?” lui avrebbe risposto «va come deve andare». Anche su questo si baserebbe la guerra di carte bollate che Grillo sta studiando. Di certo non vuole mollare; ce l’ha con i «traditori»: Paola Taverna, gli stessi Crimi e Fico, come Stefano Patuanelli tutti ora contiani e assai soddisfatti che sia saltato il limite dei due mandati parlamentari cancellato dal 72% dei voti, ma ora di nuovo sub judice. Beppe Grillo ha in animo anche una mossa tutta politica. Nei giorni scorsi Nina Monti - la storica segretaria dell’Elevato – avrebbe incontrato a Roma Alessandro Di Battista per ragionare di un rilancio del M5s con ritorno all’origine nel nome e nei contenuti. Già in estate si era parlato di un incontro tra Grillo e Di Battista smentito da quest’ultimo. Che Giuseppe Conte abbia timore di vedersi negato simbolo e nome lo lascerebbe intendere il fatto che ha chiesto agli iscritti - hanno approvato all’80% la possibilità di fare alleanze col Pd – come definirsi: al 36,7% si dicono progressisti indipendenti e al 22 forza progressista. Se saltano le cinque stelle è pronto un altisonante «I progressisti di Conte». Come insegna Dante: nomina sunt consequentia rerum!
Il Tribunale di Napoli ha rigettato ieri il ricorso cautelare presentato da un gruppo di attivisti per sospendere lo statuto e la nomina dei vertici del M5s: una buona notizia per Giuseppe Conte, purtroppo per lui l’unica. «Il Tribunale di Napoli», esulta Giuseppi, «ha respinto il ricorso in sede cautelare contro lo statuto e le democratiche scelte dei nostri iscritti sul futuro del M5s. Andiamo avanti, con forza e determinazione per il rilancio del nuovo corso». Nuovo corso che somiglia terribilmente al vecchio: dopo il naufragio delle amministrative, Conte e i suoi fedelissimi sono letteralmente sulla graticola, e i malumori interni non si contano. A far discutere, a quanto apprende La Verità da fonti parlamentari, è tra le altre cose il ruolo di Paola Taverna, vicepresidente vicaria del M5s, fedelissima di Conte e accusata di non portare alcun valore aggiunto in termini elettorali.
A proposito di fedelissimi, ha scatenato una marea di polemiche l’intervista rilasciata dal vicepresidente del M5s, il senatore Mario Turco, alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Senza il presidente Conte», sentenzia Turco, «i 5 stelle, di fatto, non esistono». «Parole vergognose», scrive in un post il deputato grillino Sergio Battelli, «dai vertici M5s. Ma stiamo scherzando? Siamo passati dal Movimento 5 stelle al Movimento 1 Conte. Io non ho più parole». «Caro Mario Turco», rincara la dose sui social il deputato Filippo Gallinella, «ricorda: tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile». Turco è originario di Taranto ed è stato eletto nel collegio della città pugliese, nella quale domenica scorsa il M5s è crollato al 4%. Un risultato disastroso, che si aggiunge alla valanga di flop che ha travolto i pentastellati guidati da Conte.
Malumori e critiche anche per le scelte relative ai referenti territoriali, mentre una fonte parlamentare ci invita a notare che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, non si è ancora pronunciato sul risultato devastante delle amministrative. «Conte», dice alla Verità un deputato di peso del M5s, «per tentare di risollevarsi continua a lavorare per l’uscita dalla maggioranza, ma la maggior parte dei parlamentari non lo seguirebbero. Siamo allo sbando, di questo passo alle prossime politiche il Movimento non esisterà più».
Intanto Enrica Sabatini, socia di Rousseau e compagna di Davide Casaleggio, affida a Facebook una riflessione amara quanto tagliente: «Giuseppe Conte», scrive la Sabatini, «è un grande bluff politico. Lo capimmo durante le interlocuzioni con il Movimento in cui si rifiutava di pagare i debiti con i lavoratori. Le sue dichiarazioni pubbliche erano spesso e volentieri in contrasto con quello che diceva o faceva nel privato delle nostre conversazioni. Quello che divenne chiaro, per tutto il tempo dei nostri dialoghi, era la distanza siderale tra la persona reale e il personaggio creato. Ecco perché non mi ha sorpreso per nulla vedere il Movimento crollato al 2,2%. Nessuno riusciva a immaginare che la forza politica di maggioranza relativa in parlamento», aggiunge la Sabatini, «con una visibilità mediatica immensa, risorse economiche da capogiro e centinaia di parlamentari potesse morire così. Ma era facilmente prevedibile. Oggi se fosse un vero leader metterebbe sul tavolo le sue dimissioni», incalza la Sabatini, «e quelle di tutti coloro che sono responsabili del peggior fallimento elettorale mai visto nel Movimento, ma non lo farà. La realtà sarà manipolata, comunicata, costruita. Ancora una volta. Il personaggio è ormai incastrato sul palco, nella sua stessa sceneggiatura. Anche se ad assistere in platea ormai non c’è più nessuno».
Il Movimento «5 svolte» è costantemente in preda a una crisi di nervi. Il voto di fiducia al governo Draghi è in arrivo: domani al Senato e giovedì alla Camera, e la spaccatura incombe.
Stando a quanto riferiscono fonti bene informate, ci si aspetta un numero di dissidenti, in totale, tra i 25 e i 30. È Palazzo Madama, però, a preoccupare di più i big del M5s: «I senatori», dice alla Verità un big grillino, «sono più esperti, più scafati, e anche più protagonisti. In caso di voto contrario, ci sarà l'espulsione, mentre se i dissidenti si asterranno si potrà comunque ricucire. Certo, ci sono degli aspetti che sfiorano il grottesco..». Ad esempio? «Ad esempio il comportamento del senatore Emanuele Dessì, che continua a minacciare di non votare la fiducia. Tutti sappiamo benissimo che Dessì è legato a filo doppio a Paola Taverna. Se Dessì non votasse la fiducia e la Taverna sì, ci sarebbe da ridere».
«Resto convinto», dice Dessì a Radio Cusano Campus, «che noi abbiamo fatto bene a non impedire la nascita di questo governo, ma che sarebbe stato meglio dare un appoggio esterno, rendendoci disponibili a dare il nostro voto per tutti i provvedimenti a favore dei cittadini. Il problema», aggiunge Dessì, «è dare la fiducia ad un governo con un presidente che, pur bravissimo, non è politicamente in linea con quello che noi abbiamo sempre rappresentato. Sicuramente io non voterò sì alla fiducia, poi su come mi comporterò più avanti dipenderà da quello che dirà il presidente, bisognerà vedere le azioni che farà e come si ricomporranno i rapporti ormai lacerati tra le varie forze politiche di maggioranza».
Un altro voto che mancherà di certo al Senato è quello di Bianca Laura Granato, che su Facebook si chiede «quanto costeranno al Movimento quattro ministeri assolutamente marginali». La risposta è durissima: «Perdita totale di coerenza della linea etica e politica, sedendo accanto a Berlusconi e Draghi che costituiscono l'antitesi del nostro progetto politico; perdita di onore e dignità del M5s», aggiunge la Granato, «nel contribuire con pochi e irrilevanti ministeri alla nascita di un governo che è di fatto un commissariamento e un esproprio della maggioranza dei seggi, quindi del peso politico che ci hanno riconosciuto gli elettori. Tenuto conto di tutte queste nefaste conseguenze per il Movimento e per il Paese, in cambio di quattro ministri che non metteranno mano al Recovery and resilience fund, che non conteranno nulla, la via d'uscita più onorevole che ci consentirebbe una politica di qui in avanti dignitosa e rispettosa del nostro mandato elettorale», propone la Granato, «sarebbe il ritiro dei nostri ministri per avere le mani libere per poter garantire al Paese una opposizione credibile e con un peso politico serio. Mi auguro che il buonsenso prevalga e che i nostri ministri si ritirino, altrimenti il passaggio in Aula si tradurrà in una mortificazione pubblica per loro, per noi parlamentari», conclude, «e per attivisti e sostenitori».
«Escludo di votare a favore», ribadisce a La 7 Nicola Morra, altro dissidente, come Barbara Lezzi. E una petizione, lanciata online da alcuni iscritti al M5s, per chiedere al garante Beppe Grillo di proporre su Rousseau un nuovo quesito sull'adesione al governo, ha già superato le 5.000 adesioni.
Tenta una mediazione il deputato Giuseppe Brescia, fedelissimo del presidente della Camera, Roberto Fico: «I parlamentari», dice Brescia a Rainews 24, «devono rispettare il mandato della nostra base. Se restiamo uniti in quest'azione di controllo, noi potremo essere molto efficaci. Se gli altri gruppi di maggioranza non ci ascolteranno e vorranno smontare vere conquiste come il reddito di cittadinanza noi toglieremo la fiducia al governo».
Tra i deputati più influenti, però, c'è chi legge le contestazioni con realismo: «Parliamoci chiaro», dice alla Verità un parlamentare espertissimo, «molti di quelli che protestano lo fanno per avere un posto da sottosegretario. Comunque sia, i garanti della tenuta dei gruppi sono Patuanelli per il Senato e Fico per la Camera: il primo ha ottenuto la riconferma al governo, il secondo quella di D'Incà. Vedremo se manterranno la promessa di limitare al massimo il dissenso».
Si combatte dunque per le poltroncine da viceministro e da sottosegretario: «Stiamo tentando di far passare il principio che chi è stato ministro non può ricoprire le cariche minori. Fraccaro spera nella delega allo Sport, ma tocca al reggente Crimi fare ordine». Veniamo al totopoltroncina: quasi unanime la volontà di mantenere Laura Castelli come vice al Mef. Stefano Buffagni, in eccellenti rapporti con Giancarlo Giorgetti, potrebbe restare viceministro allo Sviluppo economico, così come Giancarlo Cancelleri ai Trasporti; Soave Alemanno punta ai Beni culturali o al Turismo; potrebbe approdare al governo come sottosegretario Luigi Iovino, destinato alla Difesa; all'Istruzione, duello tra Luigi Gallo e Gianluca Vacca; in pole position per un incarico da sottosegretario anche Andrea Cioffi, Alessandra Maiorino,Luca Carabetta, Michele Sodano.
Quando si tratta di restituzione di soldi, non basta l'alibi della beneficienza. È guerra interna nel M5s e non soltanto per i risultati elettorali e per gli stati generali chiarificatori. Nel mirino ora c'è la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, per le «indennità di carica» non versate al fondo creato dal M5s.
Si tratta di 40.000 euro che potrebbero costarle la sospensione, dopo l'azione disciplinare intentata dai probiviri del M5s per presunte mancate restituzioni. Una «punizione» che in questo momento peserebbe molto nel M5s, considerato il ruolo ricoperto dalla senatrice, tra le più agguerrite. Ma lei, piccata e decisa come sempre, risponde a chi chiede chiarimenti, in particolare il senatore ligure Mattia Crucioli, che ha restituito tutto a un ente pubblico, «non a chi mi pareva» e di non essere in vena di ulteriori reprimende.
Andiamo con ordine. Alcuni giorni fa, dopo che Davide Casaleggio aveva mandato una mail agli iscritti in cui li informava di dover interrompere alcuni servizi di Rousseau per le mancate restituzioni, Paola Taverna aveva postato su Facebook un video in cui, proprio riferendosi al figlio del fondatore del Movimento, sottolineava come «nessuno debba essere al di sopra delle regole ed è altrettanto importante che nessuno possa anche solo pensarlo. Esatto, nessuno». Questo perché qualcuno dei suoi l'accusava di non aver versato le restituzioni previste. Nel video, appunto, la senatrice assicurava di aver restituito tutto. Anzi, di aver versato ben 309.000 euro in 7 anni. La vicepresidente di Palazzo Madama, nello sfogo, ha anche ammesso di aver chiesto all'amministrazione del Senato, a maggio scorso, la restituzione degli arretrati dell'indennità aggiuntiva da vicepresidente, cui aveva rinunciato, per un fine nobile: donare tutto alla Protezione civile per fronteggiare l'emergenza Covid. Quarantaseimila euro, più altri bonifici da 1.750 euro. Una beneficenza che però non è piaciuta ai parlamentari pentastellati, che da sempre rinunciano ai benefit dovuti a deputati e senatori che rivestono ruoli istituzionali. Taverna compresa. È una regola scritta nero su bianco nei regolamenti M5s di Camera e Senato, che prevedono la rinuncia preventiva all'indennità di carica, come ribadito in una mail del capo politico Vito Crimi lo scorso maggio. Proprio per questo sono in molti nel Movimento a sottolineare che la senatrice avrebbe violato ben due regole interne. Anzitutto, incassando quelle somme. In secondo luogo, dando loro una destinazione diversa da quella indicata dal M5s, che raccoglie tutto in un fondo che poi viene destinato a qualche progetto.
La Taverna nel frattempo, all'Adnkronos ha detto che «superata l'emergenza Covid, tornerà a rinunciare al benefit» da vicepresidente del Senato, ma intanto nella chat di Montecitorio, dove la Taverna non è compresa, oltre alle lamentele viene fuori il domandone: a fine legislatura qualsiasi presidente di commissione può rientrare in possesso della somma cui aveva rinunciato? E farne ciò che vuole?
Agosto, rimborso mio non ti conosco: il mese delle vacanze inizia con i parlamentari del M5s alle prese con una forte irritazione. Il caldo torrido? Le difficoltà a trovare un posto libero sui lidi con il distanziamento sociale? No: nelle chat più o meno riservate di deputati e senatori girano vorticosamente le schede relative alle restituzioni dei parlamentari, accompagnate da commenti al veleno. Restituzioni, gioie e dolori dei pentastellati: la regola che obbliga (in teoria) a restituire parte degli emolumenti percepiti in qualità di parlamentari al Movimento, che poi utilizza questi denari per finanziare le piccole e medie imprese e progetti utili alla collettività, non viene rispettata da tutti. Anzi, in realtà quelli che sono perfettamente in regola sono più o meno la metà dei «portavoce» pentastellati.
Tra ritardi più o meno gravi, a provocare l'ira dei «portavoce» in regola sono soprattutto i big del M5s che non versano da tempo. Sulla graticola, in queste ore, ne sono finiti diversi, tutti quanti stranoti al pubblico e che occupano ruoli istituzionali di primissimo piano. «Ti rendi conto? Paola Taverna vuole fare il capo politico del M5s e non restituisce un euro dall'anno scorso»: questa la battutaccia che circola tra i grillini, che giocano sul nome del sito dove è possibile verificare la situazione delle restituzioni per ciascun parlamentare. E proprio andando a dare un'occhiata su Tirendiconto.it è facilissimo verificare che effettivamente la Taverna, che è pure vicepresidente del Senato, è in ritardassimo con i rimborsi. L'ultima rendicontazione disponibile relativa alla Taverna, infatti, risale a dicembre 2019, quando su uno stipendio di 14.214,39 euro, alla voce «Totale restituito nel mese», troviamo la cifra di 2.000 euro. Da allora, nulla: sono sette mesi che la Taverna non restituisce un euro. «E meno male che si è messa in testa di prendere il posto di Vito Crimi», malignano nel M5s. A proposito di Crimi: la sua poltrona di leader vacilla, ma almeno dal punto di vista delle restituzioni a Don Vito va riconosciuta la precisione: è perfettamente in regola, con l'ultima scheda che risale allo scorso aprile.
Passiamo agli altri big del M5s che stanno facendo innervosire deputati e senatori: nel mirino c'è Riccardo Fraccaro, deputato e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che, sempre consultando il sito Tirendiconto.it, non versa un euro dallo scorso dicembre, esattamente come la Taverna. «Da quando è diventato sottosegretario», sussurra alla Verità una fonte parlamentare pentastellata di primo piano, «Fraccaro non solo non si fa mai vedere né sentire, ma non restituisce neanche puntualmente». Restando nel governo, restituzioni zero nel 2020 anche per il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, inchiodata al dicembre 2019. Clamoroso poi il dato di Davide Crippa, che nel 2020 non ha restituito neanche un euro, ma che in qualità di capogruppo alla Camera dovrebbe dare il buon esempio: «Meno male che è capogruppo!», malignano i deputati semplici che, a differenza sua, sono in perfetta regola con i versamenti. Restituzioni ferme al dicembre dell'anno scorso anche per il senatore Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia.
«È gravissimo», aggiunge la nostra fonte, «che ministri, big e aspiranti leader del M5s non sentano l'esigenza di regolarizzare la propria posizione rispetto alle restituzioni. Ci sono tanti deputati e senatori semplici che sono perfettamente a posto, è ovvio che si sentano presi in giro quando vanno a controllare sul sito la situazione generale. Per non parlare dei nostri attivisti e militanti», aggiunge il nostro interlocutore, «per i quali quella della restituzione è un vanto rispetto agli altri partiti».
La questione, dunque, oltre che regolamentare, è squisitamente politica: chiunque, cliccando sul sito Tirendiconto.it, può immediatamente controllare lo stato dell'arte di tutti i parlamentari del M5s rispetto alla regola delle restituzioni. Militanti ed elettori restano sconcertati nel vedere decine di parlamentari sconosciuti, mai invitati nelle tv, mai intervistati dai quotidiani, accanto al cui nome ci sono i quattro pallini verdi che indicano la regolarità della restituzione fino ad aprile 2020, ultima data verificabile; al tempo stesso, accanto ai nomi di ministri, big e perfino dell'aspirante leader del M5s, Paola Taverna, ci sono quattro pallini grigi, segno che nel 2020 non è stata registrata alcuna restituzione.







