Italia più morta che viva: la scissione di Matteo Renzi non è apprezzata dagli elettori. È quanto risulta dal sondaggio realizzato da Emg Acqua e presentato ieri mattina ad Agorà, su Rai 3: se si votasse oggi, Italia viva racimolerebbe un misero 3,4%, meno della metà di Fdi e Fi. Un flop vero e proprio, che pur con tutte le cautele che impongono i sondaggi, e anche volendo concedere l'attenuante di aver appena fondato il suo movimento, coincide alla perfezione con la sensazione che anche tantissimi fedelissimi dell'ex Rottamatore hanno avuto al momento del colpo di scena, defilandosi con un cortese «no grazie»: Italia viva è una creatura nata in laboratorio, destinata a esaurire la sua funzione in Parlamento, senza alcun programma in grado di convincere gli italiani.
Il sondaggio certifica il sorpasso di Matteo Salvini ai danni del premier Giuseppe Conte: è il leader della Lega il protagonista politico che riscuote la maggior fiducia degli italiani. Vediamo i numeri. Se si votasse oggi, la Lega sarebbe il primo partito, con il 33,1% dei voti: il Carroccio si mantiene ai livelli stratosferici delle elezioni europee dello scorso 26 maggio, segno che la decisione di staccare la spina al governo del cambiamento è stata apprezzata dalla totalità degli elettori leghisti. Nessuna flessione, nessun contraccolpo negativo per Salvini, che ha convinto i suoi sostenitori delle buone ragioni della sua scelta. Al secondo posto si piazza il Pd, con il 20,2%, in flessione di 2,8 punti rispetto a una settimana fa e di 2,5 punti rispetto alle europee. La scissione di Renzi ha dunque un effetto minimo sull'elettorato dem. Male il M5s, con il 18,5%, in leggero recupero (+1,5%) rispetto al tracollo delle europee ma comunque stazionario su percentuali disastrose rispetto al 32,7% delle politiche del 4 marzo 2018.
Lusinghiero il 7,3% di Fratelli d'Italia, in crescita di un punto rispetto alle europee; il partito di Giorgia Meloni incassa il dividendo politico della coerenza con la quale porta avanti le sue battaglie, e supera, seppure solo di pochi decimali, Forza Italia, data al 7% rispetto all'8,8% del 26 maggio. Staccatissima Italia viva, al 3,4%, seguita da Più Europa col 2,7% e dalla Sinistra con il 2%.
La rilevazione sull'indice di fiducia dei leader politici premia Matteo Salvini, che passa in testa alla classifica con il 40%, superando Giuseppe Conte, fermo al 39%. Seguono Giorgia Meloni al 29%, Luigi Di Maio al 28%, Nicola Zingaretti al 23%. Silvio Berlusconi, al 17%, è davanti a Matteo Renzi, fermo al 16%.
Per quel che riguarda le valutazioni sulla scissione di Renzi, per il 45% degli elettori del Pd non avrà alcun effetto sul governo, mentre esattamente la stessa percentuale pensa che invece ci saranno ricadute. Per il 37% del totale degli elettori, la scissione indebolirà il Conte giallorosso; il 70% di chi vota per il M5s sostiene che non ci sarà alcun effetto, mentre per il 12% il governo sarà più debole. Per il 50% degli elettori della Lega,il governo sarà meno forte, per il 34% non cambierà nulla.
Scetticismo dilagante sul tema dell'immigrazione: il 54% degli elettori pensa che il governo Pd-M5s-Leu-Iv non riuscirà ad ottenere un nuovo meccanismo di redistribuzione dei profughi in Europa, mentre per il 37% ci saranno novità positive su questo fronte. Infine, per il 52% degli elettori con il governo giallorosso il peso dell'Italia in Europa rimarrà lo stesso di prima, mentre il 33% professa ottimismo su questo versante.
Matteo Renzi, dunque, ha assoluto bisogno di visibilità mediatica, e dunque gioca il tutto per tutto: ieri ha fatto sapere, attraverso la sua Enews, che il confronto tv con Matteo Salvini si farà: «Mi fa piacere», scrive Renzi, «che Salvini abbia accettato la proposta di confronto lanciata a Porta a Porta. Tra il 15 e il 17 ottobre, su Rai Uno, finalmente ci confronteremo con l'omonimo. Sarà divertente». Salvini conferma e rilancia: «Vuole sfidarmi in tv? Va bene ma sfidiamoci alle elezioni vere. Paura? Caro il mio ipocrita...».
Divertente anche la soluzione escogitata da Renzi e dai suoi per dare vita a un gruppo autonomo a Palazzo Madama, e dunque di poter accedere ai relativi contributi pubblici: i 15 renziani saranno accolti dal Partito socialista italiano, che ha un unico senatore, Riccardo Nencini. Il nome del gruppo sarà «Partito socialista-Italia viva»: «È stato costituito», annunciano il segretario del Psi, Enzo Maraio, e lo stesso Nencini, «un nuovo gruppo al Senato: Partito Socialista-Italia Viva. Non è mai stata all'ordine del giorno la confluenza del Psi nel movimento che fonderà l'ex premier Matteo Renzi. Il Psi manterrà la sua autonomia politica e la propria identità. Il sostegno del Psi al governo giallorosso rimane responsabile e leale. Il gruppo parlamentare», aggiungono Maraio e Nencini, «avrà un taglio riformista che rafforzerà la nostra azione politica, nell'ottica dell'allargamento del campo del centrosinistra». I renziani iniziano la loro avventura centrista e liberista aggregandosi ai socialisti. Nel meraviglioso mondo di Matteo il saltimbanco, tutto è possibile.
Non conosco la senatrice Donatella Conzatti. Anzi, a dire il vero fino a ieri l'altro, quando ha annunciato il suo addio a Forza Italia per aderire a Italia viva, il nuovo partito di Matteo Renzi, neppure sapevo della sua esistenza, figurarsi della sua presenza in Parlamento. Per capire con chi avessi a che fare ho dovuto cercare sul Web il suo curriculum politico, scoprendo che ha già all'attivo un discreto ping pong da un partito all'altro.
Prima Scelta civica, il disciolto movimento fondato da Mario Monti, poi Alternativa popolare, altro gruppo svanito nel nulla, quindi Forza Italia e adesso un'altra Italia, ma priva della forza e solo con la speranza di restare viva alle prossime elezioni.
Da quel che leggo, la Conzatti non è la sola parlamentare del partito di Silvio Berlusconi che medita di passare da destra a sinistra, inseguendo le promesse dell'ex segretario del Pd. Si fanno i nomi di alcune decine di onorevoli e addirittura si favoleggia di una lista e di un documento politico passato di mano in mano in questi giorni fra Camera e Senato. Il gruppo si chiamerebbe l'Altra Italia e si fonderebbe su una solenne promessa: mai con Matteo Salvini. I promotori dell'iniziativa avrebbero giurato con il sangue di non essere disposti a morire leghisti, lasciandosi però aperta la possibilità di finire i propri giorni (in politica, ovviamente) da renziani. Ognuno si sceglie la fine che vuole e anche quella di esequie (sempre politiche, ovviamente) fra i petali del Giglio magico è una scelta che merita rispetto.
Dunque non è la scelta del tipo di funerale che mi stupisce, ma semmai i nomi che sono circolati in questi giorni fra i possibili sottoscrittori del patto anti salviniano. Sui giornali, per esempio, è comparso quello di Massimo Mallegni, un signore che a differenza di Donatella Conzatti conosco bene e che in passato ho anche contribuito a difendere. Già, perché l'attuale senatore di Forza Italia, quando all'inizio degli anni Duemila era sindaco di Pietrasanta, finì in carcere con accuse pesanti di illeciti amministrativi. A farlo arrestare fu un certo Domenico Manzione, all'epoca pm di Lucca, ma poi diventato sottosegretario all'Interno nel governo Letta su indicazione di Matteo Renzi. Un incarico che, con l'arrivo a Palazzo Chigi dell'ex sindaco di Firenze, ovviamente mantenne, conservandolo poi anche con Paolo Gentiloni. Dimenticavo: tra le accuse mosse a Mallegni c'era anche quella di aver intralciato l'attività del capo dei vigili urbani del comune di Pietrasanta, che all'epoca era Donatella Manzione, sorella di Domenico, una vigilessa che più avanti divenne capo del dipartimento affari giuridici della presidenza del Consiglio con Renzi premier. Mallegni per quelle accuse passò un certo periodo ai domiciliari e fu costretto alle dimissioni, salvo poi ritornare sindaco quando fu prosciolto e prescritto. Che un tipo così voglia morire renziano certo mi stupirebbe, perché di giravolte politiche nella mia carriera ne ho viste molte e talvolta incredibili, ma questa le supererebbe tutte.
Ciò detto, conosco anche un'altra delle parlamentari che in questi giorni è descritta con le valigie in mano. Mara Carfagna ebbi modo di incontrarla in tv, quando lavorava al fianco di Giancarlo Magalli, cioè prima che debuttasse in politica. Proprio perché veniva dal mondo dello spettacolo ed era una bella ragazza (lo è tutt'ora, anche se con pochi anni in più) su di lei la sinistra ha detto e scritto qualsiasi volgarità. Il milieu culturale progressista, quello che adesso si indigna se Daniele Capezzone ironizza sul vestito del ministro Teresa Bellanova, all'epoca non si fece scrupoli, facendo circolare ogni pettegolezzo. Neppure il fatto che, pur essendo bersaglio di un sessismo rivoltante, avesse voluto la prima legge contro lo stalking fermò i presunti intellettuali, i quali ritengono evidentemente che i comici possano fare politica, ma le soubrette no.
Dunque, che una tipa così possa passare con la sinistra, lasciando Forza Italia per un'altra Italia che insegue Renzi, mi stupirebbe quanto la capriola di Mallegni. Certo, esiste la sindrome di Stoccolma, una patologia che spinge la vittima a cercare un'alleanza con i carnefici, ma non basta a spiegare. Perché sia Mallegni che la Carfagna non sono figure deboli, ma forti. In politica, chiedendo i voti per il centrodestra di Berlusconi, non sono entrati con un progetto di sottomissione all'avversario, ma con lo spirito di battere i compagni e i manettari. So che in Parlamento ci sono tanti voltagabbana, gente pronta a indossare qualsiasi maglietta pur di rimanere incollata alla poltrona. E so anche che parecchi onorevoli di Forza Italia non vogliono indossare quella di Salvini. Ma credo che indossare i panni di Domenico Scilipoti o di Antonio Razzi sia peggio. Ricordavo ieri, a proposito dei 40 fuoriusciti del Pd, le tante piroette parlamentari. Una in particolare però ho presente, ossia quella di Marco Follini, ex segretario dell'Udc. Era considerato una testa d'uovo del centrodestra: se la ruppe passando con il centrosinistra.
Sono passati quasi dieci anni da quando scrissi una letterina ai traditori. Allora i voltagabbana erano una quarantina tra deputati e senatori. Tutti eletti con il Pdl che all'improvviso, per assecondare le smanie di potere di Gianfranco Fini, al quale la presidenza della Camera non bastava, decisero di dare vita a un partito, fondando Futuro e libertà. Di futuro non ne ebbero molto, di libertà sì, perché quasi tutti, alle successive elezioni, rimasero fuori dal Parlamento.
Il loro obiettivo dichiarato era fare fuori Silvio Berlusconi, di cui l'ex presidente di Alleanza nazionale voleva a tutti i costi prendere il posto. E Giorgio Napolitano, pur di sabotare il governo del Cavaliere, glielo aveva lasciato credere. Come dicevo, i traditori finirono male, costretti a cambiare mestiere, mentre il capo dei congiurati è finito davanti ai giudici per una brutta storia di riciclaggio di denaro arrivato dai paradisi fiscali e da un concessionario di gioco d'azzardo.
Perché ricordo la storia di Fini e del suo malnato partito? Perché se allora mi venne spontaneo prendere carta e penna per rammentare ai voltagabbana che gli italiani li avevano eletti con un preciso mandato e con un programma di centrodestra e non di centrosinistra, oggi mi viene spontaneo raccomandare alla quarantina di transfughi passati dal Pd al Pdr, cioè al partito di Renzi, di prestare attenzione. I fedifraghi non hanno mai avuto fortuna in questo Paese e di certo i Fregoli che hanno scelto di seguire l'ex presidente del Consiglio non possono essere considerati diversamente che fedifraghi.
Ieri Nicola Zingaretti, sulle pagine del Corriere della Sera, ha commentato l'uscita di Renzi dal partito di cui è stato segretario dicendo di non averne capito le motivazioni. A essere a corto d'intelletto non è il numero uno del Pd, ma sono le bugie di Renzi ad avere le gambe corte. L'ex premier non se ne va perché è in disaccordo sulle scelte politiche: l'unica presa dal segretario, del resto, gliel'ha imposta proprio lui, costringendo Zingaretti a digerire il boccone amaro del governo Conte con i 5 stelle. No, non c'è nessun dissenso concreto e le lamentele dell'ex presidente del Consiglio («mi sentivo un ospite», «così non diranno che è colpa mia», «ora potranno far rientrare Bersani e D'Alema») sono semplici scuse. Renzi ha fondato Italia viva perché non riusciva a sopportare di non poter comandare. Dopo essere stato buttato fuori da Palazzo Chigi dal referendum costituzionale e aver perso le elezioni politiche, aveva dovuto lasciare anche la guida del Pd ed era stato retrocesso senatore semplice di Scandicci. Troppo poco per un tipo come lui, abituato a pensare in grande e soprattutto assuefatto alla droga del potere. L'ex sindaco non è uno che può condividere la gestione di un partito, può solo decidere. Non è uomo da dare contributi ad altri: da altri può solo esigerli, in un rapporto gerarchico, dove lui ovviamente sta in cima, al posto di comando.
Così, quaranta traditori hanno deciso di lasciare il Pd, passando al suo servizio, pronti a seguirlo nella scalata a Palazzo Chigi, con la segreta speranza di ricavarne qualche cosa, proprio come i 40 traditori che lasciarono il Pdl con Fini.
Le storie, quella attuale e quella di quasi dieci anni fa, per certi versi sono molto simili. È vero, allora c'era Berlusconi e l'establishment europeo non vedeva l'ora di liberarsene, per cui era pronto, insieme con il presidente della Repubblica, a fare carte false pur di spingerlo alle dimissioni, appoggiando anche un tizio che fino a prima che il Cavaliere lo ripulisse era semplicemente un fascista. Ora l'establishment europeo, e credo anche il presidente della Repubblica, tifano Conte e non ne chiedono le dimissioni, perché lo ritengono un antidoto al populismo. Tuttavia, a parte questo dato di partenza, l'obiettivo è identico. Fini voleva il posto di Berlusconi per soddisfare il proprio ego di statista, Renzi vuole il posto di Conte per gonfiare ancora di più il suo.
Ovviamente il fondatore di Italia viva non dice di voler buttare giù il governo per sostituire l'avvocato del popolo a Palazzo Chigi. No, lui parla solo di Matteo Salvini, perché gli serve agitare il leader leghista per avere un nemico che non sveli i suoi giochi. Ma è evidente che il suo nemico, neppure tanto segreto, è Conte. Salvini è un avversario, paradossalmente uno che gli farebbe comodo avere contro alle elezioni per polarizzare lo scontro: o lui o me. O il populista o lo statista. Ma le elezioni non ci sono e la legislatura finirà nel 2023 e tre anni con Conte presidente del Consiglio possono uccidere chiunque, anche Renzi. Tre anni sono lunghi da passare. Soprattutto sono lunghi per non farsi logorare. E Renzi non ha bisogno di farsi logorare, ma ha bisogno di governare, cioè di amministrare il potere, di distribuire poltrone, di fare e disfare accordi, di promettere e tradire alleanze. Insomma, Renzi ha bisogno di contare ed è questa la sua scommessa. Ed è per questo che ha convinto 40 traditori a seguirlo.
Come ricordavo citando Fini, la fortuna non ha mai aiutato i voltagabbana fin dai tempi della prima Repubblica. Quelli che lasciarono il Msi per sostenere Giulio Andreotti dopo un po' sparirono, proprio come gli ex missini finiti al tavolo della sinistra nel 2010. Scomparsi dai radar pure i leghisti che si fecero sedurre da Berlusconi nel 1994, dopo il ribaltone di Umberto Bossi. Morti i Fregoli del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, nato per andare in soccorso del governo di Enrico Letta. L'elenco potrebbe continuare, perché le piroette parlamentari (da quelle di Razzi e Scilipoti a quelle di Marco Follini, ma ancor prima le scissioni del Psiup) possono riempire un libro, ma credo che basti. Non servono altre parole, né altre letterine. Perché tradire è un po' morire. Auguri dunque a Renzi e ai suoi voltagabbana.






