Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari (Ansa)
Mentre il premier va ad Algeri, Fazzolari dà la linea: «Ora la legge elettorale, senza rinunciare al premierato». Ma l’esecutivo punta tutto su una Manovra espansiva.
«Vogliamo portare a termine tutti i punti del programma». A Palazzo Chigi si ricomincia a pedalare. Il referendum non viene considerato solo un incidente di percorso, e il terremoto in via Arenula sta a dimostrarlo. Ma il centrodestra è convinto di poter tornare in sintonia con la maggioranza del Paese «solo lavorando».
A chiarire il punto è il sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzolari, che presidia il palazzo del governo mentre Giorgia Meloni vola ad Algeri per l’operazione gas. L’urgenza dell’attualità aiuta l’esecutivo, mentre Fazzolari offre il perimetro politico dei prossimi mesi: «Si cercherà di portare a termine la legge elettorale. È compatibile anche con il modello di premierato che vogliamo ottenere».
Mentre su quest’ultimo dossier gli alleati non sono convinti (soprattutto la Lega), sembra che i pour parler con l’opposizione sulla legge elettorale - con consistente premio di maggioranza - rendano ottimista il centrodestra. In definitiva, il No che ha rilanciato il campo largo potrebbe paradossalmente favorire la nuova legge, poiché sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte sono consapevoli che favorirebbe pure loro in caso di vittoria alle Politiche del 2027. Al contrario, lo scetticismo riguardo al premierato dipende dai tempi stretti e dalle possibili forche caudine di un altro referendum confermativo (si tocca la Costituzione) con il rischio di una nuova sconfitta demagogica.
Dopo le dimissioni spintanee volute da Lega e Forza Italia (e concesse da Fratelli d’Italia), la sinistra non avrà altro. Chiede la verifica di governo, ma non se ne parla. «Nessuno show inutile, siamo tutti d’accordo esattamente come prima», spiffera uno sherpa. La stampa mainstream spinge perché il premier salga dal presidente della Repubblica a fare il punto, ma neppure questo passaggio è nelle intenzioni di Meloni, proprio perché «non ci sono né crisi, né incrinature dentro la maggioranza». Quanto a ipotetiche dimissioni per andare a elezioni anticipate, la risposta è una risata. Anche gli uscieri sanno che il Quirinale non le consentirà e nessuno è intenzionato a mettere la testa dentro il cappio.
E allora? Allora si spinge su due fronti. Quello economico, con lo studio di una Manovra espansiva destinata ad accontentare aziende e cittadini («e l’Europa se ne farà una ragione», è il commento nell’entourage di Matteo Salvini) e una legge elettorale condivisa. La prima conferma arriva da Stefano Benigni (Forza Italia), che siede al tavolo della trattativa: «Si va avanti con la riforma elettorale. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare stabilità al Paese. A maggior ragione i datori del referendum sono la conferma che serve cambiare il sistema di voto. Così chi vincerà le elezioni, che sia il centrodestra o il campo largo, avrà la possibilita di governare il Paese sulla base di un programma chiaro. La bozza di riforma, il cosiddetto Stabilicum, è stata depositata alla Camera due settimane fa. Ora si ricomincia, partiremo con le audizioni».
Il centrodestra pedala in salita con un rapporto corto, ma pedala. Anche se la botta referendaria è stata forte, anche se per la prima volta ha incrinato la fiducia meloniana, anche se non sarà smaltita tanto in fretta. Ci torna sopra il ministro Guido Crosetto con la sottolineatura che più preoccupa il governo: il ruolo del partito dei giudici. «La magistratura deve essere terza, sopra tutte le parti. Esserlo ed essere percepita come tale. L’ordine giudiziario non può e non deve essere a fianco di una parte politica o contro una parte politica, né diventare attore del confronto politico perché altrimenti viene meno le sua altissima funzione di equilibrio e i poteri delegati ai magistrati possono diventare uno strumento di altro che non ha a che fare con la giustizia».
La maggioranza teme che prosegua il muro contro muro soprattutto sulle politiche migratorie, con un ostruzionismo se possibile ancora più marcato. Crosetto guarda oltre l’orizzonte: «In questi mesi è stato totalmente sconfitto lo spirito dei Padri costituenti, che alla fine del fascismo avevano visto i drammi che l’odio e la contrapposizione ideologica possono generare. E facendo tesoro di quell’esperienza, seppero confrontarsi rispettandosi, ascoltandosi. Così è nata la Costituzione, senza guerre, senza odio, senza violenza verbale». Un clima impensabile oggi, mentre la guerra di logoramento continua.
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Luigi Lovaglio (Imagoeconomica)
Il cda è pronto a ritirare le deleghe all’ad che correrà con Tortora. Il consiglio propone al suo posto il capo di Acea.
A Siena, più che un consiglio di amministrazione, sembra andare in scena un conclave senza fumata bianca. Non sono bastati due giorni di riunioni, porte chiuse, pareri legali richiesti con l’urgenza di un referto medico. Alla fine il risultato è uno solo: nessuno ha ancora trovato la formula magica per accompagnare alla porta l’amministratore delegato Luigi Lovaglio.
Servirà ancora una riunione prevista per oggi. Ovviamente Lovaglio continua a occupare la sua poltrona. Ritiene di essere vittima di un complotto. Ricorda a tutti di aver preso in mano un banca in bilico sul baratro e, dopo averla risanata, l’ha lanciata alla conquista di Mediobanca. Il tabernacolo della grande finanza italiana. Un successo che ora non gli viene riconosciuto.
E dire che il copione pareva già scritto per una uscita senza clamore e passabilmente ricca. Il board del Monte dei Paschi di Siena lo aveva elegantemente escluso dalla propria lista lo scorso 4 marzo, complice l’ombra lunga dell’indagine della Procura di Milano sul presunto concerto fra azionisti e manager in occasione dell’ultimo collocamento di azioni Mps da parte del ministro dell’Economia. L’offerta aveva consolidato il ruolo del gruppo Caltagirone, della galassia che ruota attorno a Banco-Bpm e di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio. La scomparsa del nome dell’amministratore delegato dalla lista per la nuova governance che verrà selezionata all’assemblea di metà aprile, nelle intenzioni, avrebbe dovuto chiudere la partita. E invece no.
Perché Lovaglio, con una mossa che a Siena non hanno gradito, ha deciso di rientrare dalla finestra candidandosi nella lista alternativa presentata dalla Plt Holding della famiglia Tortora. Un’operazione che, nei corridoi della banca, viene apostrofata con una certa brutalità semantica: iniziativa di disturbo. Tanto più che la scelta di Lovaglio appare abbastanza inconsueta: l’amministratore delegato non più ricandidato che si ripresenta alla testa di una lista alternativa. Inconsueta e anche velleitaria. Bisogna tener presente che Plt, con il suo 1,2% scarso, ha il peso specifico di una piuma in mezzo ad una tempesta.
Il consiglio, preso in contropiede, si è quindi ritrovato a discutere non tanto del futuro della banca quanto della compatibilità del proprio amministratore delegato con se stesso. Un cortocircuito istituzionale che ha spinto i consiglieri a chiedere pareri tecnici e legali, come se da qualche parte, tra codici e cavilli, esistesse la risposta definitiva al rebus Lovaglio. Soprattutto per evitare strascichi legali di cui a Siena conservano recenti ricordi non proprio sereni.
Sul tavolo c’è di tutto: dalla revoca delle deleghe a un più garbato ridimensionamento dei poteri. Un ventaglio di opzioni che somiglia molto a un menu degustazione, con il problema che nessuno sembra avere davvero appetito per la portata principale: la rottura netta.
Ma il calendario corre. Il mandato di Lovaglio scade il 15 aprile, data dell’assemblea che dovrà eleggere i nuovi vertici. E qui si apre un altro capitolo, non meno gustoso. Il cda starebbe infatti pensando di restringere la rosa dei candidati alla carica di amministratore delegato, attualmente composta da Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, per indicare un solo nome. Obiettivo imprescindibile per dare finalmente un segnale chiaro al mercato, dopo giorni di navigazione a vista.
Tra i tre, il nome che circola con crescente insistenza è quello di Fabrizio Palermo, attuale amministratore delegato di Acea, con il mandato in scadenza e un profilo che piace a chi cerca stabilità senza troppi colpi di scena. Il suo arrivo sarebbe la naturale conseguenza dell’uscita di scena di Lovaglio, dopo che il consiglio d’amministrazione sarà riuscito a trovare la formula giuridica per accompagnarlo all’uscita.
Come se non bastasse, sullo sfondo si muove anche BlackRock, che gioca a salire e scendere attorno alla soglia del 5%, in una danza che ricorda più il trading tattico che l’investimento paziente. Un segnale che il mercato osserva, prende nota, ma per ora non interviene.
Il risultato finale è un perfetto equilibrio instabile: un amministratore delegato che si candida contro il proprio consiglio, un board che non riesce a decidere sul suo destino e una banca che, ancora una volta, si ritrova a fare i conti più con la propria governance che con il mercato.
A Siena, insomma, la finanza incontra il teatro. E per ora, il sipario resta ostinatamente alzato.
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Gino Paoli (Getty Images)
Fu uno dei massimi esponenti della scuola genovese, firmando pietre miliari come «Il cielo in una stanza». Ma uno dei risvolti meno noti è che partì dalla pittura, esperienza che donò ai suoi testi la potenza delle immagini: fissava i piccoli dettagli di vita e amore.
C’era una volta una gatta. Ora non più. La scomparsa di Gino Paoli spegne una delle voci più riconoscibili e influenti della canzone d’autore italiana. Con lui se ne va non solo un interprete, ma un pezzo di storia culturale del Paese, capace di attraversare decenni mantenendo una coerenza espressiva rara, mai piegata alle mode.
Gino Paoli nasce a Monfalcone nel 1934, ma cresce a Genova, città che diventerà il cuore pulsante della sua formazione. È proprio nel capoluogo ligure che prende forma quel laboratorio creativo destinato a cambiare la musica italiana, la cosiddetta «scuola genovese». Accanto a lui si muovono figure come Fabrizio De André, Luigi Tenco e Umberto Bindi, amici, complici e in qualche modo specchi di una medesima ispirazione. Con Tenco, in particolare, Paoli condivide una sensibilità inquieta e un modo nuovo di intendere la canzone, più letteraria, più fragile, più vera. La tragica fine di Tenco segna profondamente quella generazione, rafforzando l’idea di una musica che non sia evasione, ma testimonianza.
L’interesse iniziale di Gino Paoli per la pittura è un aspetto meno noto ma fondamentale per capire la sua sensibilità. Prima di affermarsi come uno dei grandi protagonisti della canzone d’autore italiana, Paoli coltivò infatti una forte vocazione visuale.
La pittura per lui rappresentava un modo intimo e silenzioso di esprimersi, fatto di immagini, colori e suggestioni più che di parole. Questa attitudine visiva rimarrà poi evidente anche nei suoi testi musicali, spesso ricchi di immagini evocative e atmosfere quasi «dipinte».
Il passaggio alla musica non fu immediato né pianificato. Avvenne gradualmente, anche grazie all’incontro con i suoi coetanei e conterranei componenti di un Olimpo irripetibile. In questo ambiente la canzone stava evolvendo da semplice intrattenimento a forma d’arte più personale e letteraria. Paoli scoprì che la musica gli permetteva di unire parole, emozioni e immediatezza comunicativa in modo più diretto rispetto alla pittura.
Un momento decisivo fu l’inizio della sua attività come autore e interprete nei primi anni Sessanta, quando iniziò a scrivere brani che rompevano con la tradizione melodica italiana, introducendo introspezione e realismo emotivo. Molti critici hanno sottolineato come le sue canzoni abbiano una qualità «pittorica»: immagini nitide, atmosfere sospese, attenzione ai dettagli quotidiani. Gino Paoli non abbandonò semplicemente la pittura per la musica: trovò nella canzone un mezzo più completo per comunicare la stessa sensibilità. L’iniziale formazione figurativa contribuì a rendere unica la sua scrittura, distinguendolo all’interno della canzone d’autore italiana.
Gli esordi di Paoli risalgono alla fine degli anni Cinquanta, quando comincia a scrivere brani che rompono con la tradizione. Le sue canzoni sono intime, scarne, spesso attraversate da una malinconia esistenziale che anticipa la stagione dei cantautori. Il successo arriva presto con La gatta (1960), ma è con Il cielo in una stanza che entra definitivamente nella storia. Una canzone nata da un’esperienza privata, quasi clandestina, e diventata universale anche grazie all’interpretazione di Mina.
In quegli anni si intreccia anche il sodalizio musicale e affettivo con Ornella Vanoni, per la quale Paoli scrive alcuni dei brani più intensi del repertorio italiano. La voce della Vanoni diventa il veicolo perfetto per quella scrittura sospesa tra passione e disincanto, contribuendo a definire un nuovo modello di interprete femminile: più consapevole, più adulta, meno stereotipata.
Parallelamente, la sua vita privata si intreccia con il cinema e il mondo dello spettacolo, anche attraverso la relazione con Stefania Sandrelli. Questo legame molto discusso all’epoca contribuisce ad alimentare l’immagine di Paoli come artista profondamente immerso nella vita, nelle sue contraddizioni e nei suoi eccessi. Le sue canzoni, del resto, riflettono proprio quella dimensione: amori imperfetti, desideri irrisolti, felicità mai del tutto compiuta.
Paoli è stato tra i primi in Italia a portare nella musica leggera una dimensione autobiografica e introspettiva. Brani come Sapore di sale o Senza fine mostrano una scrittura essenziale, quasi spoglia, che lascia spazio all’emozione. La sua voce, apparentemente semplice, diventa uno strumento espressivo potentissimo proprio per l’autenticità, lontana da ogni virtuosismo.
La sua vita è stata segnata anche da momenti difficili e controversi. Negli anni Sessanta attraversa una profonda crisi personale che culmina in un tentativo di suicidio, un episodio che segnerà profondamente la sua esistenza. La pallottola vicina al cuore. Paoli ne parlerà in seguito con lucidità disarmante, senza mai cercare giustificazioni, ma restituendo il senso di un dolore reale, vissuto fino in fondo.
Oltre alla musica, ha cercato di incidere anche nella vita pubblica, arrivando a essere eletto senatore negli anni Ottanta. Un’esperienza che, pur rimanendo marginale rispetto alla sua identità artistica, testimonia il desiderio di partecipare attivamente al dibattito civile del Paese.
Negli ultimi decenni ha continuato a esibirsi e a pubblicare musica, spesso rileggendo il proprio repertorio con nuove sfumature e collaborando con artisti più giovani. La sua presenza sulla scena non è mai stata nostalgica, ma sempre viva, capace di dialogare con il presente.
L’eredità di Paoli non risiede soltanto nelle canzoni, ma nel modo in cui ha concepito la musica: come espressione personale, come racconto sincero della propria interiorità. In un panorama spesso dominato dal consumo rapido, la sua opera resta un invito alla profondità, all’ascolto, alla verità emotiva.
Con Paoli, l’Italia perde una voce intima e inconfondibile, ma le sue canzoni continuano a vivere. E in quelle parole, in quelle melodie sospese tra luce e ombra, resta intatta l’impronta di un artista che ha saputo raccontare l’amore, la fragilità e il tempo con una sincerità che ancora oggi colpisce e resiste.
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Giovanni Scialpi
Il cantante è stato nove anni senza musica per curare la madre con l’Alzheimer: «Campavo grazie alla pensione dei genitori».
«Tutte le volte che vado in televisione mi fanno piangere, sono sempre cose strappalacrime». «Il discorso è che ci sono argomenti che, nonostante siano passati anni, sono sempre…». Certo, sensibili, come lo è Giovanni Scialpi, classe 1962, in arte Scialpi, mito della generazione dei giovani degli anni Ottanta. A un certo punto della sua vita il cantautore ha lasciato il mondo della canzone per stare vicino alla madre, Giuseppina, colpita dalla malattia di Alzheimer, per darle presenza e cure. Ciò l’ha fatto per molti anni, rinunciando a esibirsi e mettendosi a repentaglio dal punto di vista economico. Gesto nobile, verrebbe da dire, ma ha ragione lui. Che c’è da stupirsi? Si tratta di un atto che dovrebbe essere vissuto come normale e dovuto. Un gesto permanente di cura.
«Siamo isole nell’oceano della solitudine / e arcipelaghi le città / io ti vorrei raggiungere». Versi di Cigarettes and coffee. Era il 1984. Ma testo e musica li scrivesti a 14 anni…
«A 13 anni e mezzo per la precisione. Sì, per ripicca a un papà assente, non per colpa sua: essendo lui poliziotto, per guadagnare di più andava in trasferta e lasciava Parma. Mia madre protestò insieme ad altre mogli di poliziotti e mandò una lettera al capo dello Stato. Quando ero piccolo capì che ero un po’ speciale, sensibile, rischiavo l’introversione, lei lavorava, stavo da solo…».
Volevi esprimerti…
«Sì, chiesi a mio padre di regalarmi una chitarra perché un’insegnante delle superiori aveva un negozio di dischi: per 35.000 lire la comprai e con altre 5.000 lire presi un libretto con i rudimenti. Quindi da autodidatta, con i primissimi accordi, ho iniziato a inventare».
Dunque creasti Cigarettes and coffee proprio con questa chitarra?
«Me la regalarono per Santa Lucia e quello stesso giorno iniziai con un dito solo, ha un giro cromatico usato più dagli americani (accenna Feelings, ndr.). Siccome ascoltavo Il fantasma del palcoscenico di Brian del Palma, ero innamorato della protagonista, Jessica Arber - somigliava a mia madre e a mia zia - le dedicai Cigarettes and coffee. Musica e parole sono venute insieme».
Sei figlio unico. Avresti voluto avere un fratello o una sorella?
«Ci ho pensato a 5-6 anni. Mi facevo le fantasie, avrei voluto avere un gemello per scambiarmi l’identità, un fratellino gemello per avere la complicità, forse per confrontarmi con me stesso».
La solitudine è condizione che può far soffrire, ma da essa può nascere lo sgorgo poetico,
«L’arte, anche quella che diverte, nasce dalla sofferenza, questo è un postulato. Se stai bene e sei felice non produci arte. Io, un bambino solo, pensa a quanta materia potevo generare».
Pregherei: «Pregherei, sei mi sentisse lui, / chiederei, / chiederei che ne sarà di noi».
«La canzone è pragmatica e logica. Dice: “Prendimi tutto quello che vuoi, ma lasciami l’amore che mi fa soffrire”, “lascialo così! Non lo toccare!”, è proprio un monito! (sorride, ndr). Per me Dio è qualcosa che rappresenta non proprio un’iconografia cristiana, sono gli alieni che ci hanno messo qui, erano gli dei in altre culture, l’Olimpo degli dei era sicuramente un’astronave, io credo a queste cose, ogni tanto hanno mandato qualcuno per emanciparci e l’ultimo è stato Gesù. Nella Bibbia c’è scritto: “Ascese al cielo”. Mi ricorda tanto Star Trek. L’uomo esiste sulla terra da migliaia di anni prima di Cristo, quanti Gesù saranno scesi? Forse la Chiesa cattolica ne fa una versione un po’ romanzata ma, detto questo, sono allineato con la Chiesa».
Talvolta ci arrabbiamo perché proviamo infelicità. Ti capita di pregare Dio?
«Assolutamente sì. La preghiera è un’invocazione, una forma di energia che possa arrivare il più lontano possibile. Nei miei concerti, prima di cantare Pregherei, dico: “Lo sapevate che la prima forma di preghiera è stato il canto? Quindi vorrei che questa sera cantaste, pregaste con me, affinché chi toglie il respiro del mondo con la violenza, la morte, il crimine, la guerra, non abbia più ragione di esistere”. Di solito parte un coro di 10.000 persone».
Rocking rolling: «Per resistere, per difenderci, per non cedere mai..». La musica è un grido di libertà?
«È un grido di libertà ma anche uno strumento, insieme alla parola e al pensiero, non di ribellione, ma di affermazione di valori, concetti, pensieri. “Per resistere, per difenderci”, diceva la canzone. Da chi? Da chi non ha valori, non ha scrupoli. Uno ci legge la vita, anche quotidiana, di tutti noi».
Tua madre, da ragazzo, vide che ti baciavi con un altro ragazzo.
«Probabilmente aveva capito, non per auto-incensarmi, che ero un bambino intelligente. Andavo a scuola per diventare geometra. Facendo i compiti con un mio compagno di classe, mi baciai con lui. Collaboravo con Radio Parma e lavoravo come cameriere all’Uno più di Parma, vicino al Battistero, era il 79-80. Arrivò in un locale mentre ero abbracciato con il mio primo fidanzatino, Claudio, 5 anni insieme da quando avevo 14 anni, ci sentiamo ancora molto spesso. Un giorno comprai due anellini, andai alla Chiesa di Ognissanti in via Bixio, a Parma, dove andavo a messa e cantavo nel coro, ce li scambiammo».
Con Francesco, tuo padre, un rapporto difficile. Quando ebbe problemi di salute ti approssimasti.
«Quando ha avuto l’infarto mi sono avvicinato. Noi Toro siamo per la famiglia. Quando è stato male ho fatto la mia parte di figlio. Poi ha avuto l’aneurisma e poi gli è venuto il tumore alla testa, inoperabile. Ho cercato di renderlo felice e sereno, di farlo andare via bene. Negli ultimi giorni facevamo questo gioco, pugno contro pugno, “dai babbo, spingi!” per stimolargli la forza. E vedevo che lui sorrideva».
Desideri ritrovare i tuoi cari nella dimensione ultraterrena?
«Guarda, io parlo di energie che si mescolano con altre energie. La mia missione post-mortem, che ho già stabilito, è andare a ritrovare l’energia dei miei cari, mia madre in primis, tutte le persone che mi sono state vicino, mio nonno, mia nonna, mia zia, la mia cagnolina Emily… Ecco, voglio rifarmi una famiglia nell’universo».
Tua mamma, Giuseppina, persona dolcissima. Fu colpita dall’Alzheimer. Lasciasti il mondo della canzone per 10 anni per occuparti di lei, starle vicino e darle cura e affetto. Gesto ammirabile.
«Ti contesto “ammirabile”. Non lo trovo ammirabile ma un dovere che tutti i figli dovrebbero avere nei confronti dei genitori. Dovrebbe essere la cosa più logica e normale. Ed è passata come una cosa straordinaria. Pensa a che livello di civiltà siamo arrivati. Cinica. Quel periodo durò quasi nove anni. All’inizio, quando apparivano le prime dimenticanze, era facile perché, pur non lavorando, potevo portarla a Roma ad esempio…».
Un problema anche economico.
«Certamente. Ho dovuto togliere tutto. Firmai la liberatoria, ci fu la solidarietà di alcune amiche dello spettacolo, ma siamo un Paese di bastardi, ti chiedo di scriverlo, perché basta che uno abbia un problema per essere emarginato a vita. Sono un redivivo perché mi sono tolto questo marchio. Quando ero a casa non dico che vivessi in indigenza, ma solo con la pensione e le spese di due malati insomma. Non potevo lasciare mia mamma sola per andare a lavorare da qualche parte. Un po’ mi riposavo, ma dopo il terzo/quarto anno non mi sono più riposato, tant’è vero che i medici si preoccupavano quasi più di me che della mia mamma».
Di quegli anni c’è un momento che ricorderai per sempre?
«Sì, ce l’ho, ed è stato l’ultimo momento che l’ho vista. L’Alzheimer è una malattia feroce e atroce. Mi sono ritrovato il 23 dicembre 2024 - lei è morta nel 2016 - con mia madre completamente fuori di sé, urlava, si era sporcata, si tirò via i vestiti, a Parma un metro di neve, 7 gradi sotto zero. Alle 4 e mezzo del mattino l’ho pulita più o meno, l’ho vestita, l’ho portata a fare un giro con un faretto glaciale, a Barriera Bixio, alle 6 e mezza del mattino apriva il bar, le ho preso cappuccino e cornetto, come piaceva a lei, il cuore infranto, un sorriso e un fiume di lacrime dentro. La portai a casa e le dissi “mamma, adesso facciamo la doccia insieme”. Siano entrati tutti e due, nudi, a fare la doccia, tra mamma e figlio non c’era più quel pudore di quando ero ragazzo, era un figlio che curava una mamma. Quando siamo usciti lei si è voltata, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Giovanni, perdonami”. Poi si è rigirata e si è persa completamente. Di corsa ho cercato una casa di cura comunale vicino a casa e per sei mesi non sono andato a trovarla, mi faceva troppo male. Avevo una depressione in atto, me l’avevano detto. L’Alzheimer ha una quota molto alta tra le malattie degenerative degli anziani. Andai a Nizza da Dalila Di Lazzaro, un’amica da tanto tempo, guardammo la tv, ci abbracciamo e nel lettone mi addormentai subito, la prima notte di sollievo».
Per l’Alzheimer le istituzioni aiutano?
«Le istituzioni, se sai attivarle, fanno il minimo indispensabile. Non la butterei in politica. Dovrebbero esserci un’assistenza e un protocollo anche per malattie degenerative. Ma noi siamo un popolo di goliardi, spesso la droga la fa la padrona. Nel Tevere hanno trovato molte tracce di cocaina… Se mi capita di aver a che fare con persone alterate mi sento ancora più solo e per la strada è un pericolo…».
Ti è accaduto di sognarla, tua madre?
«Sì, mi è apparsa in sogno tre o quattro volte da quando è morta, ma stato un sogno amaro perché è stata una voce al telefono e diceva che non tornava a casa, oppure in cucina, ma di schiena, senza mai vederla in viso».
Ieri eri in sala registrazione. Hai ripreso l’attività.
«Sì, con un cortometraggio su valori/denaro, per stimolare le generazioni di oggi a non pensare che sei potente perché hai il denaro. Il mio nuovo tour partirà probabilmente in autunno».
Una canzone del repertorio italiano che più hai ascoltato?
«Battiato, La cura, simbolicamente dedicata a tutti, anche con una risatina, “curatevi”».
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