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Gilbero Pichetto Fratin (Ansa)
Il ministro dell’Ambiente: «La proposta sul price cap è un inizio ma resta insufficiente. Sono vicino alle famiglie di Ischia, in un mese approveremo il piano contro i cambiamenti climatici per anni bloccato dalla burocrazia».
Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della sicurazza energetica, cosa è successo sabato a Ischia e perché?
«Ci sono ancora molti dispersi. Molte case ed esercizi commerciali distrutti. Un disastro che vorremmo non accadesse mai più, frutto della combinazione degli effetti dei cambiamenti climatici con una incuria del territorio che anche in Italia si è prolungata per troppi anni. Alle comunità dell’isola d’Ischia va tutta la mia vicinanza e quella del governo».
Il Consiglio dei ministri ha promesso di far partire entro fine anno il «piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici». Perché è rimasto cinque anni chiuso nel cassetto?
«Purtroppo quel piano, che individua con esattezza i passi giusti da fare, è stato bloccato per anni dalla burocrazia. Ma confermo che entro fine anno lo faremo partire».
Perché i due miliardi e mezzo del Pnrr destinati al dissesto idrogeologico non sono ancora stati impiegati?
«Posso dire che non è un problema finanziario. È un problema di una procedura burocratico-politica, che coinvolge anche Regioni e Comuni, e che riguarda anche opere finanziate 10 o 12 anni fa. Qualche domanda bisognerebbe farsela».
Il governo che vi ha preceduto ha qualche responsabilità?
«Ce l’hanno diversi governi precedenti, visto che si tratta di problemi che ci portiamo dietro da anni. Colpa dei governi che hanno stanziato i fondi, ma a questo punto anche delle Regioni che non sono riusciti a spenderli. È un sistema che va completamente rifondato».
Come?
«Sempre basandosi sul confronto, e senza voler calpestare la volontà di nessuno, bisogna cambiare l’impostazione. Se qualcuno a livello locale fa ostruzionismo, o è vittima di inerzia, salvo poi lamentarsi quando succede il disastro, lo Stato deve avere il diritto di imporsi sull’utilizzo dei fondi. Oppure ridirezionarli verso chi si dimostra capace di usarli bene».
Dunque come si possono evitare disastri come quello di Ischia?
«Adottando azioni sempre più incisive di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Io stesso ho definito un bilancio “in chiaroscuro” quello raggiunto alla Cop27 di Sharm, perché se da un lato sono d’accordissimo sulla decisione di creare un fondo per danni e perdite, dall’altro lo stop ad approfondire il tema della mitigazione non è stato un dato positivo».
All’ultimo Consiglio energia non c’è stato accordo sul price cap. La Commissione ha proposto un tetto altissimo, 275 euro al megawattora. Una presa in giro?
«Nessuna presa in giro. Bisogna piuttosto apprezzare la buona volontà della Commissione che ha presentato agli Stati una proposta, frutto di una prima mediazione tra le diverse posizioni, spesso contrapposte. Per noi si trattava di una soluzione insufficiente, perché poneva condizioni che rischiavano di stimolare la speculazione invece di arginarla. Per questo in occasione dell’ultimo Consiglio energia, a Bruxelles, l’Italia è stata alla guida degli Stati che si sono chiaramente opposti a quella soluzione ma, allo stesso tempo, ha chiesto con forza di continuare a lavorare per arrivare a una proposta più efficace e condivisa. La cosa positiva è aver ottenuto che tutti gli Stati si impegnino a trovare un punto di convergenza. Certamente, se la proposta resterà invariata, non la voteremo».
Lei crede davvero che un tetto al prezzo del gas sia utile? Non c’è il rischio che i cargo di Gnl destinati all’Europa facciano rotta verso l’Asia?
«Se il tetto è troppo basso si rischia che il venditore si rivolga ad altri. Se è troppo alto stimoliamo la speculazione. La proposta italiana non consiste nel mettere un numero sul tetto, ma dei criteri di intervento qualora ci fossero oscillazioni eccessive nel prezzo del gas a livello europeo. Il tetto dev’essere un meccanismo anti speculativo, non anti mercato».
Come potrebbe concretizzarsi la sua proposta di price cap nazionale sull’elettricità?
«Punta a evitare eccessivi guadagni che si verificano data la situazione internazionale e l’impennata dei prezzi dei combustibili ricavati da fonti fossili. L’obiettivo è quello di mettere un tetto temporaneo, fino a giugno 2023, agli extra ricavi dei produttori di energia elettrica. Quando il prezzo supera i 180 euro, la differenza viene riconosciuta allo Stato. Il price cap nazionale vuole essere uno scudo al caro bollette. L’obiettivo è di tutelare le famiglie e le imprese. Due terzi della manovra sono impegnati per far fronte al caro energia. Il governo Meloni ha già dimostrato che sa quali sono le priorità del Paese. Continueremo mantenendo questa rotta».
Previsioni sul futuro: i problemi veri arriveranno in primavera, in vista dell’inverno 2023. Il peggio deve ancora venire?
«È così, i problemi maggiori saranno per il prossimo anno. Durante l’estate 2023 dovremo ricostituire le riserve e gli stoccaggi per l’inverno 2024. Per questo i rigassificatori di Ravenna e di Piombino vengono ritenuti essenziali dal governo. Senza quel gas potremmo non farcela».
Esiste un piano per gestire gli scenari peggiori di razionamento energetico?
«Tutti gli sforzi sono diretti a impedire che scenari di questo tipo si possano verificare. Di certo il governo è pronto ad affrontare e gestire ogni tipo di crisi. È importante che i cittadini siano però consapevoli dell’emergenza che sta vivendo l’Europa a causa della guerra in Ucraina. Per questo ripetiamo che ognuno di noi può contribuire alla riduzione dei consumi evitando gli sprechi di energia e gas».
E con le aziende?
«È previsto un piano di contenimento dei consumi industriali, in corso di predisposizione con le categorie produttive, che verrebbe attivato soltanto nel caso in cui ricorrano le condizioni di tensione o criticità dei mercati previste nel piano. Saranno coinvolte solo le aziende che sottoscriveranno un accordo di interruzione volontaria e programmata e, ovviamente, saranno salvaguardati i settori strategici».
Ha intenzione di investire su altri rigassificatori?
«Ho una responsabilità nei confronti delle famiglie e delle imprese italiane: garantire la sicurezza energetica del nostro Paese. Fermo restando l’obiettivo di medio e di lungo periodo, che è quello confermato dall’Italia anche durante la Cop27 di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, il gas sarà l’ultima fonte fossile della quale potremo fare a meno, perché è la meno inquinante. Stiamo lavorando per questo alla progettazione di nuovi rigassificatori a terra, come quelli di Gioia Tauro e Porto Empedocle, per i quali però è necessario procedere contemporaneamente sulle opere infrastrutturali che portano il gas da Sud a Nord».
Avete intenzione di sollecitare Snam a investire sullo «sbottigliamento» dei gasdotti dal Sud Italia verso il Nord?
«Tra le varie cose, con Snam abbiamo parlato anche di questo. Si tratta di un’opera strategica per l’Italia, che ci permetterà anche di aumentare il flusso di gas in arrivo dal Tap».
Possiamo immaginare una nazionalizzazione dell’Eni?
«Eni è una delle eccellenze italiane nel mondo. Sta contribuendo a mettere in sicurezza il Paese. Va bene così».
Assisteremo davvero ai test per il nucleare di nuova generazione?
«Io sono favorevole al nucleare, ma su questo dobbiamo ancora confrontarci in Consiglio dei ministri con il resto della maggioranza. Poi capiremo insieme con i costituzionalisti se ci sono ostacoli posti dal referendum del 1987 e come, eventualmente, affrontarli. Ma certamente l’Italia non può continuare a stare fuori, per ragioni puramente ideologiche, dal settore della ricerca per il nucleare pulito di nuova generazione, che sarà una fase di transizione per arrivare, probabilmente tra una generazione, alla fusione nucleare».
Come si concretizzerà lo sfruttamento di nuovi pozzi di gas in Italia?
«È fondamentale utilizzare il nostro gas per salvare il sistema produttivo italiano. Il provvedimento deliberato dal Consiglio dei ministri consente di sfruttare i giacimenti tra le 9 e le 12 miglia dalla costa, con almeno 500 milioni di metri cubi di gas, ma prevede che vengano rispettati tutti i limiti a salvaguardia della sicurezza dei territori interessati e dell’ambiente. Abbiamo posto come limite il 45° parallelo, per salvare dal rischio di subsidenza l’alto Adriatico. In cambio le società interessate alla ricerca e all’estrazione del gas dovranno garantire, subito, da gennaio, la fornitura di circa 2 miliardi di metri cubi di gas annuo alle imprese italiane cosiddette “gasivore”, quelle cioè che consumano più gas per le loro produzioni. Contribuiamo in questo modo a proteggere le filiere di eccellenza del nostro Paese: dal vetro alla carta, dalla ceramica all’acciaio».
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Nonostante la posizione di Roma, i ministri dell’Ambiente approvano il pacchetto «Fit for 55». Il contentino è l’uso di biocarburanti e la deroga per la Ferrari. Roberto Cingolani non ha approfittato delle divisioni nell’Unione.
Ogni volta che proviamo ad alzare la voce in Europa ci bastonano. E poi finiamo per farci del male da soli. Dopo che Commissione e Parlamento europeo si erano espressi in modo opposto al provvedimento, poi passato azzoppato, i ministri dell’Ambiente dei Paesi Ue, nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29, hanno approvato il pacchetto «Fit for 55» e con questo lo stop alla commercializzazione dei motori a benzina e diesel nella Ue a partire dal 2035. Poche le concessioni fatte per mitigare gli effetti distruttivi del provvedimento sull’industria italiana, ma tra queste la possibilità di utilizzare i biocarburanti, ovvero le benzine di origine sintetica o vegetale. A questa via sono contrari i verdi tedeschi e italiani, seppure l’aviazione stia dimostrando che il cherosene sostenibile (Saf) consente riduzioni significative delle emissioni. Potremo quindi usare benzine speciali, idrogeno e anche nuove combinazioni di propellenti finora ignorati, ma con un limite: le immatricolazioni delle vetture così equipaggiate saranno non più del 20% per totale annuo immatricolato in Europa. Una stupidaggine che spingerà a una vera gara ad accaparrarsi un mezzo che non vada a batteria. Un’altra vittoria di Pirro è la deroga per i costruttori che producono meno di 10.000 veicoli l’anno, la chiave per salvare i prodotti «di nicchia» come le Ferrari e l’ormai tedesca Lamborghini. Infine, e forse si tratta della notizia migliore, l’accordo Ue prevede anche che la Commissione rivaluti le regole nel 2026 e possa decidere modifiche al pacchetto tenendo conto dei risultati tecnologici e ambientali raggiunti.
Dunque, stante che le prossime elezioni europee si terranno nel 2024, speriamo che siano eletti rappresentanti meno eco-fanatici degli attuali. Intanto, obtorto collo, si procede verso l’avvicinamento agli obiettivi di «Fit for 55», ovvero la riduzione dei gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Quanto poi questo consentirà effettivamente di migliorare la situazione climatica o di non peggiorarla ulteriormente sarà da vedere quanto impossibile da dimostrare, anche considerando che metà del mondo sta reagendo alla crisi energetica riattivando centrali che bruciano fonti fossili. Come l’India, che da sola (1,3 miliardi persone) potrebbe vanificare il quintuplo degli sforzi che stiamo per fare con buona pace dell’occupazione e della nostra industria. Su questo fronte è pessima la figura fatta dalla Germania: dopo aver acceso la miccia ecologista con lo scandalo dieselgate i loro politici si sono mostrati divisi sul provvedimento Ue: il ministro dell’Ambiente, Steffy Lemke, si è detta favorevole all’uso dei biocarburanti almeno per gli automezzi adibiti al servizio pubblico, ma il suo collega delle Finanze, il liberale Christian Lindner è di parere opposto, allineato al collega dell’Economia, il verde Robert Habeck, che ha dichiarato: «Nel mezzo della più grande crisi energetica d’Europa abbiamo lanciato uno dei pacchetti di protezione del clima più completi nella storia dell’Ue». C’è da chiedersi se costui abiti in un mondo parallelo, dal momento che la sua Germania sta riattivando centrali elettriche a carbone per reggere alle sanzioni sul gas che ci stiamo imponendo nel tentativo di mettere in crisi Mosca.
In Italia l’apoteosi: il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha recentemente dichiarato che in Italia dobbiamo eliminare 12 milioni di veicoli inquinanti, ovvero quelli omologati fino a Euro 4. Sulle sue parole, il 23 giugno scorso il presidente di Federmotorizzazione, Simonpaolo Buongiardino, così aveva commentato l’iniziale decisione europea innanzi al ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti: «Una scelta con il paraocchi, un errore il voler puntare solamente sull’elettrico nonostante il diverso orientamento della Commissione Trasporti della Ue». Buongiardino è stato ascoltato, ma oggi Cingolani dovrebbe spiegare agli italiani come mai città come Milano stiano per rendere la vita difficile ai diesel euro 5, che evidentemente il ministro non ritiene tra quelli dannosi, così come mai il Nord sia fortemente penalizzato da questi euro-provvedimenti sia sul piano industriale (Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna vedranno la maggior perdita di posti di lavoro), mentre nel resto del Paese ci sono località senza alcuna limitazione alla circolazione, seppure siano in maggioranza Regioni con grandi riserve naturali, dove girano allegramente auto di 20 o 30 anni.
Quasi nulla sul tema automotive è invece emerso al G7 di Elmau, in Baviera. Soltanto nella parte finale del comunicato di chiusura dei lavori si trova un passaggio dedicato alla decarbonizzazione dei trasporti, come chiesto dal Giappone, ovvero che non vi fossero indicazioni su date e scadenze. Tanto è avanti Tokyo nella ricerca tecnologica, quanto risulta realista nel voler concedere ai clienti di auto giapponesi la possibilità di scegliere la motorizzazione, come ha recentemente ricordato Akio Toyoda, presidente di Toyota Motor Company. Una presa di posizione in favore dei biocarburanti, che conferma, si legge nel comunicato del G7, la «spinta a lungo termine verso combustibili alternativi per i trasporti».
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Ansa
Un software sta impedendo al dicastero guidato da Sergio Costa di spendere. E resta ferma la prevenzione contro frane e alluvioni. Il titolare grillino conferma: «Il cervellone privilegia i grandi centri, va cambiato».
Conoscono esattamente cosa desideriamo. Condizionano i nostri acquisti. Ci suggeriscono che libro leggere e quale musica ascoltare. Influenzano come e dove mangiamo. In pratica gli algoritmi controllano la nostra vita. Ma c'è una domanda inquietante: chi controlla gli algoritmi?
La risposta non è scontata, ammesso che esista. Questo almeno a giudicare dalla storia che stiamo per raccontare. Succede infatti che un algoritmo canaglia, come rivelato da Repubblica, blocca i fondi del ministero dell'Ambiente impedendo d'utilizzarli. Questa ancora non l'avevamo sentita. Neppure il matematico arabo Al Khwarizmi, primo a inventare tali procedure nel IX secolo d.C., avrebbe mai potuto immaginare che il suo nome, storpiato in latino, arrivasse a tanto.
Invece il ministro Sergio Costa si trova alle prese proprio con questo surreale problema, quello di non riuscire a spendere 4,9 miliardi di euro stanziati per la lotta al dissesto idrogeologico. Significa prevenire catastrofi come frane, alluvioni e mareggiate. Basti ricordare un dato dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: il 91% dei Comuni e oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in aree ad alta vulnerabilità.
Ma torniamo all'algoritmo canaglia, cosa sta succedendo? I fondi sono pronti nelle casse di via Cristoforo Colombo per essere spesi, ma il loro utilizzo e la scelta dei progetti dipende dalla cosiddetta Piattaforma Rendis, ovvero un cervellone che sovrintende all'intero processo. Tocca infatti a Rendis selezionare gli interventi, secondo i criteri di priorità indicati dal Dpcm 28/5/2015. Nelle intenzioni dei programmatori doveva essere uno strumento per sveltire le pratiche, invece il sistema va in tilt, senza concedere il nulla osta ai 4,9 miliardi.
«Abbiamo un problema con l'algoritmo», ha ammesso il ministro a Radio 24, «la piattaforma da un lato individua la nuvola dei finanziamenti, dall'altro è una banca dati delle situazioni da prevenire. Quindi inserendo i dati il programma li elabora e sposta il finanziamento secondo alcuni parametri, quello principale è il carico antropico per cui i finanziamenti finiscono sempre nelle zone con maggior presenza umana, escludendo le altre. Non possiamo far governare il dissesto idrogeologico da un algoritmo! Nel nuovo disegno di legge», ha proseguito il ministro M5s, «restano i parametri matematici, ma i presidenti di Regione, come commissari straordinari, potranno individuare le priorità politiche. Anche se si tratta di un paesino con pochi residenti nel cuore delle Alpi».
Quindi, riassumendo: il cervellone privilegia i centri che hanno un maggior numero di abitanti e quando si vogliono stanziare fondi per una frana che ha tagliato un borgo fuori dal mondo la macchina intelligente s'inceppa. Da qui il bisogno di reintrodurre nelle decisioni il fattore umano, rappresentato dai governatori che conoscono la realtà dei loro territori meglio degli algoritmi. Si tratta della sconfitta dell'idea, imperante in era tecnologica, che la mente artificiale funzioni meglio di quella umana. Non è vero, anche gli algoritmi possono sbagliare.
Bisogna quindi modificare il funzionamento della Piattaforma Rendis, e per farlo il ministro ha predisposto il nuovo disegno di legge Cantiere ambiente, che sarà affrontato in Consiglio dei ministri tra 15 giorni. Dovrebbe accelerare i tempi d'apertura dei cantieri, tagliando le attese del 70 per cento. «Vogliamo semplificare la procedura per la definizione e il finanziamento degli interventi», ha spiegato ancora Costa, «riducendo i tempi di esame delle proposte d'azione da parte dei commissari di governo e anticipando alla fase di programmazione degli interventi tutti i pareri e i visti previsti per legge. Entro 60 giorni verranno definiti i cantieri da aprire attraverso conferenze di servizio con le autorità di bacino e i commissari».
Resta il fatto che frane e nubifragi non aspettano certo i comodi dei burocrati e dei programmatori. Il governo del premier Giuseppe Conte, peraltro, si era impegnato per mettere in sicurezza il fragile territorio italiano: per far fronte alle calamità naturali, lo scorso febbraio l'esecutivo ha approvato un piano nazionale che stanzia risorse per 10,8 miliardi di euro per il triennio 2019-2021 e, parallelamente un secondo piano dedicato alle emergenze. Al dipartimento della Protezione civile e al ministero dell'Ambiente è stato lasciato il compito di selezionare le opere da finanziare in via prioritaria.
Tuttavia, mentre la Protezione civile per quest'anno ha già avviato l'utilizzo di 800 milioni di risorse (queste le voci più consistenti: 52 milioni in Friuli Venezia Giulia, 94 in Veneto, 79 a Trento e 35 milioni in Sardegna), la situazione al ministero di Costa è in stallo per colpa del famigerato algoritmo, che verrà presto cambiato. Infatti, secondo un resoconto «riservato e informale» predisposto dai tecnici di Palazzo Chigi, nonostante i solleciti per velocizzare almeno gli interventi più urgenti, al dicastero dell'Ambiente non sarebbe ancora stato investito un euro dei 3,5 miliardi stanziati e dell'1,4 miliardi di risorse del Fondo sviluppo e coesione. Della questione si è anche discusso ieri nel corso del vertice convocato a Palazzo Chigi, tutti d'accordo nel dichiarare guerra all'algoritmo.
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Ansa
Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa si oppone a tutto. È acerrimo nemico dei termovalorizzatori, ha osteggiato il gasdotto Tap e ha piantato una grana sulle trivelle. Il suo dicastero è infarcito di seguaci del fondamentalista verde Alfonso Pecoraro Scanio.
No, No, No. È il marchio della Costa Sergio & co. insediata al ministero dell'Ambiente di cui è titolare questo generale dei carabinieri con più idiosincrasie che stellette. Costa è napoletano come Luigi di Maio che lo ha imposto nel gabinetto gialloblù. È adepto dell'aurea filosofia ecologista campana. La Regione, si sa, è un modello ambientale: spazzatura ovunque, topi grossi come facoceri, inquinamento dal Garigliano a Battipaglia, milioni di quattrini per spedire navi di rifiuti in Olanda.
Identico al barricadiero, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, il nostro Costa è acerrimo nemico dei termovalorizzatori. Uno dei suoi No. Ma finché lo dice un sindaco danneggia la sua città e amen. Se invece il veto lo mette un ministro, inguaia l'intero Paese. Sentite il limpido ragionamento del generale: «Se si fa la riduzione dei rifiuti a monte, si crea un'economia circolare. I rifiuti diventano materie prime (le bottiglie tornano vetro, la cartastraccia riprende immacolatezza, ecc., ndr) e i termovalorizzatori non servono più». Se, se, se. Come dire: se l'inquinamento non ci fosse, non ci sarebbe l'inquinamento.
Della raccolta differenziata si parla da decenni e il risultato è che a Roma, Napoli, Palermo, stiamo peggio di 10 anni fa e anche in zone più virtuose non mancano problemi. Di fronte alla realtà come reagisce il nostro utopista gallonato? Ignorandola e ripetendo a occhi bendati: No, No, No. In pratica, aggiunge i suoi rifiuti a quelli traboccanti dai bidoni. Essendo però ministro, la sua dannosità dilaga sull'intera penisola dove mette becco per dire altri no.
Mi limito ai due che ricordo. Il gasdotto Tap (Trans adriatic pipeline) che approda in Puglia dal Mar Caspio e le trivellazioni sul fondale petrolifero tra Adriatico ed Egeo. Al Tap, Costa ha detto No appena insediato. Ma è stato messo a tacere dall'intero governo, poiché l'Italia è obbligata da un vincolo internazionale a dare l'okay alla struttura. Considerandosi degradato da quella bocciatura, il generale ha piantato una grana sulle trivelle. Tre settimane fa, ha minacciato di dimettersi se il governo avesse dato il via a estrazioni, prospezioni, ecc. Ha così ottenuto di sospendere per un anno e mezzo, ogni decisione.
L'impuntatura ha impantanato il settore. Sono in bilico minimo 20.000 maestranze e rischiamo la sparizione del giacimento dalla nostra parte dell'Adriatico. Infatti, le estrazioni sul lato croato continuano e, per il gioco dei vasi comunicati, i concorrenti finiranno per risucchiare anche il nostro petrolio. Impareremo così a fare gli ecologisti a scapito dell'autonomia energetica e del costo della bolletta che, a furia di comprare all'estero, si aggira sui 40 miliardi l'anno. Come si sa, l'Italia produce energia solo per un quarto dei propri bisogni e gli italiani sborsano per luce e gas più di chiunque nell'Ue. Il generale invece lavora di fantasia e dice che saremo presto autonomi al 100 per 100 con le pale eoliche e i pannelli solari. Sappiamo già che credito dargli. Meraviglia che un militare abbia un così fanciullesco spirito nazionale e sperperi a cuor leggero riserve strategiche.
Più che il ministro, Costa fa l'ecologista. Tutelo - direbbe con orgoglio - gli interessi dell'umanità e non di un popolo solo. È generale di brigata ma si sente figlio del vento, amico del nibbio, del panda, dell'asfodelo. Seguace del sole e della pioggia. Nemico giurato del nucleare, dei tunnel, delle strade, del Dash. È in ansia continua per il buco dell'ozono, l'effetto serra, l'elettrosmog. Di notte, sogna il principio di precauzione.
Sessant'anni in aprile, Costa, dopo la laurea in scienze agrarie, è entrato, a 28 anni nella Guardia forestale (da un biennio assorbita dai Carabinieri con la riforma di Marianna Madia). Si è sempre aggirato nei dintorni della città natia, ottenendo comandi in Basilicata e in Campania. Tra 2016 e 2018, salì alla ribalta come coordinatore della lotta ai reati ambientali nella Terra dei fuochi. Ebbe il geniaccio di individuare le discariche abusive con i campi magnetici. I camorristi, infatti, coprivano l'accumulo inquinante con materiale ferroso. Usando i geiger, l'astuto Costa ne ha scoperti 20 in 2 anni. Si fece gran fama tra i patiti della materia e attirò l'attenzione dei politici locali. «Diventando famoso», ha raccontato, «ho incontrato tutto l'arco costituzionale». Ma a conquistarlo fu Di Maio. Era infatti da tempo simpatizzante dei grillini per un'influenza esterna che è la chiave per capire il Nostro.
Da anni, faro politico di Costa è il verde Alfonso Pecoraro Scanio. Un uomo del passato che molti ricorderanno per l'infelice risata durante i funerali dei morti di Nassirya. Il salernitano Pecoraro è un ex ministro delle sinistre fritto misto. Fu all'Agricoltura col governo Amato II (2000-2001) e all'Ambiente col Prodi II (2006-2008). In questo secondo dicastero, Pecoraro piazzò Costa nella segreteria. Da allora, i 2 - che sono coetanei - hanno mantenuto un'intesa di ferro tanto che ai No dell'uno riecheggiano quelli dell'altro. La sintonia ecologista si estende alla politica. Da tempo, infatti, Pecoraro è vicino ai grillini del Golfo di cui è al contempo seguace e ispiratore. Per influsso, ci è approdato anche il generale.
Occupando oggi le stanze che furono del mentore, Costa ha incluso nel proprio staff alcuni suoi amici o aderenti alle di lui dottrine. La figura più di spicco è il napoletano Fulvio Mamone Capria, attuale capo della segreteria e presidente della Lipu (protezione uccelli). Dodici anni fa, all'Ambiente, Mamone Capria era segretario particolare di Pecoraro e collega di Costa che bazzicava le stesse stanze. Un'altra napoletana di idealità pecoraroscaniane è l'addetta stampa, Stefania Divertito, pure lei ecologista persa. Tanto green che nel suo profilo scrive: «Caratteristica professionale, la tigna» che, come si sa, è una micosi, ossia un fungo, sia pure della cute. Gabriele Salari, infine, già redattore della rivista della Guardia forestale, è il consigliere per la «comunicazione ambientale». È stato anche portavoce di Greenpeace, acerrima nemica di Matteo Salvini. L'Ong accusa l'Italia dei morti in mare, definendoli «naufraghi di Stato». Questo il gruppo che attornia il ministro stellettato.
Le influenze di Pecoraro nel governo vanno oltre il ministero. Il sottosegretario alla Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, attuale pupillo di Di Maio, si fece infatti le ossa nella segreteria dei Verdi quando Scanio li capeggiava. Forse i più giovani si chiedono: ma Pecoraro chi è? È il capostipite del fondamentalismo ecologista. Ai tempi del suo ministero e a causa delle sue fisime anti termovalorizzatori, scoppiò una terribile crisi dei rifiuti tanto che in Parlamento fu presentata contro di lui una mozione di sfiducia individuale. Non fu messa ai voti perché Prodi fece fagotto prima. A suo modo simpatico, Alfonso non si faceva mai sfuggire l'occasione di mettersi in mostra. Pure troppo. In visita a una stalla, si arrestò davanti a un toro e disse: «Bella mucca». Con tatto, gli fu chiarito lo scambio di bovino. Replicò piccato: «Non sono andato a vedere sotto al toro». Questo residuo del passato ispira il governo del cambiamento.
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