Lo Ior lancia due Etf ispirati alla dottrina sociale della Chiesa: uno sugli Stati Uniti, uno sull’Europa. Dentro ci sono nomi come Nvidia, Amazon, Meta, Tesla, Asml, Allianz, Unicredit ed Hermès. Investimenti selezionati secondo criteri Esg e governance trasparente, ma anche con l’obiettivo dichiarato di rendimento.
Leone XIV (Ansa)
Procede la rivoluzione di velluto del Papa: tolte alla banca pontificia le prerogative che Francesco le aveva assegnato nel 2022. Tornano centrali il ruolo dell’Apsa e del segretario di Stato Parolin.
Prosegue, lenta e inesorabile, la rivoluzione di velluto di Leone XIV. Un artigiano del cambiamento: lima, corregge, aggiusta. Non stravolge, ma ribalta con garbo le scelte di Bergoglio. A cominciare dai soldi. È infatti con il suo primo Motu Proprio, intitolato Coniuncta Cura, del 29 settembre, che Leone XIV limita in maniera molto netta i poteri dello Ior. La banca vaticana viene privata dell’esclusiva che papa Francesco le aveva assegnato nell’agosto 2022 sulla gestione degli investimenti mobiliari della Santa Sede. Ora sarà l’Apsa – l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, ovvero il fondo sovrano del Vaticano – a tornare in cabina di regia. Non più obbligata a seguire le indicazioni dello Ior ove «come stabilito dagli statuti del Comitato per gli Investimenti, non ritenga più efficiente o conveniente il ricorso a intermediari finanziari stabiliti in altri Stati». Insomma lo Ior entrerà in competizione con i colossi italiani e stranieri del risparmio: da Intesa a Goldman Sachs e gli altri asset manager di scala globale. Più che una riforma, un restyling di potere. Un ritorno al passato ben lucidato per sembrare nuovo. Il potere torna alla segreteria di Stato (il cardinale Parolin sorride con sobrietà)
Dopo anni di braccio di ferro, tra chi voleva centralizzare e chi invocava autonomia, Leone XIV riporta ordine nella giungla finanziaria vaticana dopo tre mesi di consultazione tra tutti i principali organismi vaticani, compreso il Consiglio per l’Economia.
Ma non è solo una questione di organizzazione interna. È anche una finezza diplomatica. Perché se è vero che il nuovo Papa è uscito vincitore dal Conclave con il sostegno di vari porporati insoddisfatti delle scelte di Bergoglio che aveva monopolizzato tutto (finanza compresa), allora questo Motu Proprio sa tanto di ringraziamento post-elettorale in latino. Del resto, chi era uno dei papabili più gettonati della vigilia? Proprio il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato. Non ha vinto, ma con questo riassetto, gli uffici del primo ministro dello Stato Vaticano rientrano nel cuore della gestione finanziaria.
Ma attenzione: Leone non fa un colpo di mano. Anzi, rilancia. Parla di «mutua collaborazione», postula «la corresponsabilità nella communio», chiede «convergenza dinamica degli enti curiali». Secolare diplomazia vaticana. Inarrivabile.
E così, d’ora in poi, sarà un comitato di investimento a decidere dove mettere i soldi, e l’Apsa a eseguire. Lo Ior? Non avrà più l’esclusiva delle scelte. Sottotesto: sarete anche i banchieri di Dio ma non siete infallibili.
Dietro le quinte, come sempre in Vaticano, si agitano anche gli spettri. E questa volta è quello del famigerato Palazzo di Londra. L’investimento opaco della segreteria di Stato che ha trascinato in tribunale cardinali come Becciu, finanzieri e sogni immobiliari tra Chelsea e l’Inferno.
Proprio quella vicenda – costata milioni e la faccia a troppi – aveva messo in discussione il ruolo dell’Apsa e aperto la strada alla centralizzazione nello Ior voluta da Francesco. Ora, Leone XIV fa capire che non è con la paura dei processi che si governa, ma con l’equilibrio tra controllo e fiducia.
E l’Apsa, pur con le sue cicatrici, torna a essere centrale. Segno che la stagione dell’assolutismo bancario è finita.
Leone punta con questa decisione – che vale immediatamente come legge nello Stato vaticano – a risolvere il braccio di ferro sotterraneo che dura a tre anni tra lo Ior e l’Apsa,
Una strategia di investimento, quella dell’Amministrazione presieduta da monsignor Giordano Piccinotti e guidata dal segretario Fabio Gasperini, che a lungo è stata contrastata dallo Ior presieduto da Jean-Baptiste de Franssu e guidato da Gian Franco Mammì, sulla base della Costituzione apostolica e dell’interpretazione autentica data proprio da papa Francesco che stabiliva che solo lo Ior potesse detenere – e quindi gestire - i beni mobili della Santa Sede.
Gran parte degli enti vaticani hanno riversato negli anni la propria liquidità allo Ior, ma l’Apsa aveva rivendicato sempre una propria autonomia gestionale. Che ora di fatto Leone riconosce. Una rivoluzione silenziosa, ma ben diretta
Il tratto distintivo di papa Prevost è ormai chiaro: niente diktat, niente pulizie di primavera. Solo una revisione accurata delle riforme di Francesco, soprattutto quelle maturate nel tramonto del pontificato, spesso a colpi di Rescriptum.
Lento, misurato, ma determinato: Leone XIV sta rimettendo mano al cantiere della Curia, senza demolire. Ma si capisce che il progetto è nuovo. Non contesta Francesco, ma lo riforma con discrezione. E spesso in direzione contraria.
In fondo, anche questa è arte pontificia: fare passi indietro con l’infallibilità di chi li fa sembrare passi avanti.
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Mychajlo Podolyak (Ansa)
Un consigliere di Volodymyr Zelensky attacca: «Investimenti nella banca, il Papa non è credibile come mediatore». L’Istituto vaticano: «Affermazioni che si basano sul nulla». Aumentano gli scontri vicino a Zaporizhzhia.
Le considerazioni del consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Mychajlo Podolyak, «si basano sul nulla» e vanno «considerate come tali». Severa la reazione dello Ior, l’Istituto per le opere religiose, dopo le parole di accusa del consigliere di Kiev nei confronti della banca del Vaticano. L’Istituto, infatti, ha smentito categoricamente, con una nota, le affermazioni del funzionario di Zelensky che, in un’intervista a una emittente ucraina, ha criticato duramente il Papa incitato a indagare su presunte attività della Russia «nella banca vaticana»: attività impossibili viste le stringenti politiche dello Ior e delle sanzioni internazionali anche al settore finanziario.
«Lo Ior non riceve né investe denaro della Russia». «Oltre a non corrispondere a verità, una simile attività sarebbe altresì impossibile in considerazione delle stringenti politiche dello Ior e delle sanzioni internazionali che si applicano anche al settore finanziario», afferma la nota. «In primo luogo, infatti», si legge, «lo Ior non accetta, come clienti, istituzioni o persone fisiche che non abbiano una stretta relazione con la Santa Sede e la Chiesa cattolica. In secondo luogo, lo Ior è un intermediario finanziario soggetto a vigilanza che opera tramite banche corrispondenti internazionali di altissimo livello e di impeccabile reputazione tenute al rispetto delle norme internazionali».
Non è questa l’accusa più grave che arriva dal funzionario russo. Podolyak, infatti, nella stessa lunga e polemica intervista, chiudeva a una possibile trattativa con il Vaticano come intermediario con queste durissime parole: «Nessun ruolo di mediazione per il Papa, è filorusso, non credibile». Secondo il funzionario, «il Vaticano non può avere alcuna funzione di mediazione, perché sarebbe una funzione che ingannerebbe l’Ucraina o la giustizia», aggiungendo che Kiev, in questa situazione, non riceverebbe una «giusta valutazione» dal Vaticano.
L’accusa nasce dall’appello che papa Francesco ha fatto ai giovani cattolici in Russia, quello sulla «grande madre Russia». «Non ha senso parlare di un mediatore chiamato papa Francesco se questi assume una posizione filorussa che è del tutto evidente a tutti», dice il consigliere di Zelensky. E poi, sullo Ior: «Dobbiamo guardare agli investimenti che la Russia sta facendo nella Banca Vaticana».
Una crisi diplomatica che si preannuncia piuttosto grave, quindi, nello scenario di una guerra il cui livello di scontro, anche verbale, si è alzato sempre di più. Per il presidente russo Vladimir Putin, «il conflitto in Ucraina è stato provocato deliberatamente dall’Occidente, anche per limitare lo sviluppo della Federazione russa». Per Zelensky invece, «Putin è un bugiardo, impossibile fare compromessi con lui». Insomma, sembra lontanissima anche la sola ipotesi di una trattativa tra i due.
Il presidente ucraino per altro chiede un ulteriore rafforzamento delle sanzioni sui comparti russi energetico, finanziario e bancario. «È importante rafforzare le sanzioni nei confronti dei terroristi russi», ha scritto, evidenziando come sia anche «necessario» bloccare la fornitura a Mosca «di tutti i componenti e i pezzi di ricambio utilizzati per la fabbricazione di missili e droni». Nel frattempo, annuncia un piano per mettere in sicurezza le infrastrutture energetiche e il porto di Odessa in vista dell’inverno: «Stiamo approntando un piano per proteggere il nostro sistema energetico e le infrastrutture critiche dagli attacchi aerei russi, per proteggere i porti nella regione di Odessa così come l’infrastruttura per i corridoi del grano, per proteggere le aree del fronte in vista della stagione invernale». La riunione avuta ieri tra Zelensky e il suo staff «era concentrata su tutte queste questioni». A tutti i funzionari e le istituzioni «sono stati assegnati specifici compiti e si continua a lavorare».
Sul campo, desta ancora preoccupazione la centrale di Zaporizhzhia. Gli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno segnalato un aumento dell’attività militare intorno alla centrale. Riferiscono di aver udito numerose esplosioni nel corso dell’ultima settimana, come possibile segno di un’accresciuta attività militare nella regione che potrebbe anche rappresentare una potenziale minaccia per la sicurezza nucleare del sito», ha dichiarato il direttore Rafael Grossi. «Qualunque cosa accada in una zona di conflitto, ovunque essa sia, tutti avrebbero da perdere da un incidente nucleare ed esorto a prendere tutte le precauzioni necessarie per evitare che ciò accada», ha aggiunto.
Nonostante la disapprovazione della comunità internazionale, proseguono le elezioni regionali in Russia. In un video diffuso dal Cremlino nella seconda giornata di elezioni regionali, Putin ha fatto sapere di aver votato online, direttamente dal suo ufficio, e ha auspicato che i russi seguano il suo esempio: «Invito gli abitanti delle regioni in cui si stanno svolgendo le elezioni a partecipare», ha detto, sottolineando come le procedure di voto oggi siano «il più confortevoli possibile».
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Il cardinale Angelo Becciu (Ansa)
- Il cardinale imputato per gli investimenti del suo ufficio alla prima uscita pubblica. A breve la ripresa del processo.
- Francesco ha deciso: finanze vaticane in mano allo Ior. Per evitare il ricorso a istituti italiani o stranieri, tutti gli asset economici della Santa Sede finiranno sotto il Torrione di Niccolò V.
Lo speciale comprende due articoli.
Riprenderà nelle prossime settimane con oltre 2.000 testimoni, dopo una lunga pausa estiva, il procedimento che vede imputato davanti al tribunale della Città del Vaticano l’ex vice della Segreteria di Stato vaticana, cardinale Angelo Becciu, a processo per gli investimenti del suo ufficio. Durante le deposizioni spontanee rese in aula il 5 maggio scorso, Becciu aveva citato tra le referenze ricevute su Cecilia Marogna, da lui incaricata di gestire una serie di dossier tra cui la liberazione di una suora rapita in Mali, l’ex arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, nominato ieri cardinale da Papa Francesco durante il Concistoro. In aula Becciu aveva detto: «Infine, voglio ulteriormente precisare — sotto il profilo delle referenze ricevute — che la signora Marogna godeva della fiducia dell’allora arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio. Quest’ultimo mi chiese di presentarla al cardinale Mambertì (Dominique, ndr), prefetto della Segnatura apostolica, per esporgli un caso della sua diocesi». Ma contattato dalla Verità a poche ore dalla sua investitura, Miglio ha risposto minimizzando il rapporto con la donna: «Mah, questa signora l’ho incontrata, certamente, ecco. Adesso parlare di referenze forse è troppo». Se non è una smentita espressa con toni diplomatici, poco ci manca. Miglio ha proseguito dicendoci che «avendo lasciato la diocesi di Cagliari da circa tre anni», con la Marogna «non ho più avuto nessun tipo di contatto» e ha smentito seccamente un’indiscrezione circolata nei giorni che hanno preceduto il Concistoro, che vedeva la Marogna come la persona che si sarebbe occupata di gestire con la stampa una vicenda che lo aveva portato sotto i riflettori nel 2016, legata alla denuncia presentata da due imprenditori edili sardi che sostenevano di non aver ricevuto il pagamento dei lavori di ristrutturazione di due parrocchie facenti parte della diocesi di Cagliari. Un’ipotesi, circolata in ambienti vicini al Vaticano, che avrebbe rafforzato la conoscenza con la Marogna da parte del neo cardinale amico di Becciu, ma sul punto Miglio è stato categorico: «Escludo assolutamente che la signora Cecilia fosse dentro a questa questione». Aggiungendo poi sul contenzioso legale che era stato oggetto anche di un servizio in una trasmissione televisiva: «Non so più nulla, nessuno mi ha chiesto più nulla. La mia linea è stata sempre la medesima: se ci sono dei contenziosi tra un’impresa e delle parrocchie si va per le vie legali e si vede chi ha ragione» e che, visto che «le parrocchie hanno il loro rappresentante legale», la vicenda non lo ha mai riguardato direttamente.
Il Concistoro di ieri ha rappresentato anche il ritorno sulla scena «pubblica» di Becciu, invitato da papa Francesco. Curiosamente, a darne l’annuncio, non era stato il Vaticano, ma lo stesso Becciu durante una messa privata officiata una settimana fa a Golfo Aranci: «Sabato mi ha telefonato il Papa per dirmi che sarò reintegrato nelle mie funzioni cardinalizie e per chiedermi di partecipare a una riunione con tutti i cardinali che si terrà nei prossimi giorni a Roma». Il quotidiano dei vescovi Avvenire aveva però ridimensionato il ritorno in campo del cardinale: «Fonti vicine al porporato fanno però sapere che durante la telefonata con il Papa non si è mai parlato di reintegro. L’invito è da legare piuttosto alla coincidenza in quel giorno con il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale di Becciu. Nessun commento finora dalle fonti ufficiali vaticane. A ogni modo c’è chi fa notare che i diritti del cardinalato non si riferiscono alla partecipazione alla vita della Chiesa. I cristiani sono chiamati a prendervi parte secondo il proprio stato. Nel caso dei cardinali questo può includere l’invito - talvolta personale - a partecipare ad alcune riunioni a loro riservate». A distanza di una settimana, le fonti ufficiali vaticane sono rimaste in silenzio, senza smentire la ricostruzione del quotidiano romano.
Sta di fatto che al Concistoro di ieri Becciu era seduto in prima fila. Rispondendo ai giornalisti presenti alla cerimonia che gli chiedevano se Becciu prenderà parte anche alle riunioni del 29 e 30 agosto sulla nuova Costituzione apostolica Miglio ha detto: «Penso che sarà anche alle riunioni perché anche quelle fanno parte del Concistoro. Lo accoglieremo come lo abbiamo sempre accolto e come ci siamo sempre accolti reciprocamente». Confermando poi il buon rapporto con l’ex vice della Segreteria di Stato: «Lui è un cardinale sardo anche se è vissuto quasi sempre fuori Sardegna. Ci conosciamo da tanti anni. Penso che questo possa essere motivo di serenità sua ma anche di gioia che lui possa essere in mezzo a noi quindi un segno che anche le difficoltà che lui ha incontrato si chiariranno».
Francesco ha deciso: finanze vaticane in mano allo Ior
«Grazie a Dio, finalmente ci siamo liberati del palazzo di Londra e i soldi che sono stati ricavati sono rientrati all’Obolo di San Pietro», si era sfogato il 5 agosto in una lunga intervista ai media vaticani il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, sottolineando come l’esistenza di un patrimonio immobiliare dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica è cosa ben diversa da faccende come quella della compravendita del Palazzo di Sloane Avenue a Londra. Uno scandalo su cui è ancora in corso un processo che vede tra gli imputati il cardinale Angelo Giovanni Becciu.
Ebbene, il 23 agosto, diciotto giorni dopo dalle parole di Galantino, papa Francesco ha emanato un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi (una sorta di decreto legge) che pone l’amministrazione e la gestione delle attività finanziarie e della liquidità della Santa Sede e delle istituzioni collegate in via esclusiva sotto il controllo di un’unica autorità centrale: l’Istituto per le opere di religione del presidente Jean-Baptiste de Franssu. In sostanza, entro trenta giorni dal 1° settembre 2022, tutte le risorse finanziarie della Santa Sede e delle istituzioni collegate devono essere trasferite al Torrione di Nicolò V. Oltre ai dicasteri vaticani la norma riguarda varie congregazioni e alcune fondazioni, come la Bambino Gesù, la Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio da Pietrelcina (Benevento) e il Fatebenefratelli (gestito in tandem con la Fondazione Del Vecchio). «L’articolo 219, paragrafo 3, della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, emanata il 19 marzo 2022, deve interpretarsi nel senso che l’attività di gestore patrimoniale e di depositario del patrimonio mobiliare della Santa Sede e delle istituzioni collegate con la Santa Sede compete in via esclusiva all’Istituto per le opere di religione», si legge nel Rescriptum emesso da Bergoglio.
Una norma che indicava questa linea è già contenuta nella Praedicate Evangelium ma ora arriva l’«interpretazione autentica». Necessaria, forse, perché alcuni dicasteri, uffici o istituzioni speravano di tenere ancora conti e investimenti all’estero. Che non tutti i soldi fossero depositati in «casa» lo dimostra anche il bilancio 2021 dello Ior: tra i depositi della clientela, le gestioni patrimoniali e i valori di terzi in custodia, l’ammontare del totale delle gestioni è stato di 5,16 miliardi, una cifra che già a spanne non può rispecchiare il complesso del patrimonio mobiliare e delle attività finanziarie di tutti gli enti che fanno capo al Vaticano. Adesso i soldi devono rientrare tutti nella «banca del Papa». Il quale ha voluto così anche chiarire i compiti dell’Apsa, ovvero l’organismo titolare dell’amministrazione e della gestione del patrimonio immobiliare e mobiliare della Santa Sede destinato a fornire le risorse necessarie all’adempimento della funzione propria della Curia Romana per il bene e a servizio delle Chiese particolari. Sempre all’Apsa compete anche amministrare il patrimonio immobiliare e mobiliare degli enti che hanno affidato alla Santa Sede i propri beni.
L’esecuzione di queste operazioni finanziarie «avviene attraverso l’attività strumentale dell’Istituto per le opere di religione», indicava la riforma della Curia varata a marzo. Lasciando però dei dubbi interpretativi che il Rescritto ha colmato. La nuova centralizzazione serve soprattutto ad esercitare un controllo sulla gestione finanziaria dei dicasteri, con lo Ior del direttore Gian Franco Mammì che agirà come depositario, con maggiori poteri di verifica dell’attività dell’Apsa nonchè dell’Autorità di supervisione e informazione finanziaria (Asif, ovvero l’antiriclaggio).
Deve, intanto, ancora riunirsi il comitato investimenti nominato a giugno che ha il compito di fornire un elenco di gestori di portafoglio autorizzati ad amministrare il patrimonio degli enti, da individuare con gare d’appalto. Discutendo di finanze in una recente intervista esclusiva con l’agenzia Reuters, papa Francesco aveva fatto l’esempio di sacerdoti che non avevano esperienza finanziaria a cui è stato chiesto di gestire le finanze di un dipartimento e che in buona fede hanno cercato aiuto esterno da amici nel settore finanziario esterno. «Ma a volte gli amici non erano la Beata Imelda», aveva detto il Papa riferendosi a una ragazzina italiana del XIV secolo, simbolo della purezza dell’infanzia.
Camilla Conti
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Nunzio Galantino (Stefano Montesi/Corbis via Getty Images)
Finita l'era dei tre forzieri. Ior ridimensionato, Segreteria di Stato ridotta a ministero senza portafoglio. Vince l'Apsa.
Finisce l'era dei tre forzieri vaticani, Ior, Segreteria di stato e Apsa, e si apre quella dell'unica cassaforte, quella dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica il cui presidente è monsignor Nunzio Galantino, già segretario dei vescovi italiani e uomo di fiducia di papa Francesco. Con il motu proprio «Una migliore organizzazione» il Papa svuota le casse della Segreteria di Stato, ridotta praticamente a un ministero senza portafoglio, e trasferisce tutto all'Apsa: fondi, conti bancari, investimenti mobiliari e immobiliari, ivi incluse le partecipazioni in società e fondi di investimento, tutto ciò che era intestato alla Segreteria di Stato diventa dell'Apsa.
Entro il prossimo 4 febbraio si devono compiere i trasferimenti. Il motu proprio pubblicato ieri mette in atto quanto papa Bergoglio aveva già comunicato al cardinale Pietro Parolin con una lettera datata 25 agosto 2020, una comunicazione in cui il Papa faceva riferimento più o meno diretto anche ai vari scandali finanziari che in questi mesi hanno riguardato proprio la Segreteria di Stato, tra cui il famoso caso dell'immobile londinese e la gestione poco chiara di milioni che sarebbero stati divisi tra fondi off shore e paradisi fiscali. In mezzo anche lo strano defenestramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, che il Papa in un tardo pomeriggio di settembre ha allontanato da tutto, persino dal conclave.
Da un certo punto di vista quella messa in campo con «Una migliore organizzazione» si tratta di una operazione di accentramento, come dal lontano 2014 aveva tentato di fare il cardinale australiano George Pell, nominato dal Papa proprio per accentrare tutto nella super segreteria per l'economia. Il ranger australiano si era scontrato proprio con il muro dei tre forzieri, soprattutto con quello della potentissima Segreteria di Stato. Pell, come sappiamo, dovette poi recarsi in Australia per difendersi da accuse di abusi su minori, accuse per cui verrà condannato e da cui sarà poi assolto dall'Alta Corte, e mai riuscì nell'intento per cui era stato nominato. Dopo le chiacchiere su presunte pressioni di alcuni settori vaticani per orientare contro Pell il processo per abusi, è di questi giorni la notizia riportata dalla stampa australiana che migliaia di transazioni in denaro sarebbero partite dal Vaticano verso il Paese dei canguri. Secondo The Australian si tratterebbe addirittura di 2,3 miliardi di dollari australiani (1,7 miliardi di dollari USA, 1,4 miliardi di euro) e a partire del 2014, con più di 400.000 bonifici. Ma chi ha fatto partire questo flusso di denaro, e perché, ad oggi resta un mistero all'interno di quello che appare come un grande guazzabuglio.
Il Papa tenta ora di fare chiarezza istituendo un budget centrale in cui confluirà tutto. «Le contribuzioni a qualunque titolo dovute o liberamente devolute alla Santa Sede», comprese quelle del Governatorato e dello Ior, saranno versate su di un unico conto gestito appunto dall'Apsa. Alla Segreteria di Stato anche le spese ordinarie dovranno essere gestite dall'Apsa, e di quello che fu l'Ufficio amministrativo più potente della Santa Sede resta poco più che la gestione delle spese di cancelleria. Il ruolo di segreteria del Papa per gli Affari economici è ora tutto della segreteria per l'Economia, che assume anche ruolo di controllo per l'attività dell'Apsa e quindi, più in generale, di tutte le attività economico finanziare della Santa sede.
Anche i Fondi papali entrano nelle casse dell'Apsa, compreso l'Obolo di San Pietro, il denaro delle offerte per la carità del Papa, che tanto ha fatto discutere nei recenti scandali per una possibile mala gestione da parte Segreteria di Stato. Si dovrà costituire «un accantonamento di bilancio denominato Fondi papali, che per maggiore trasparenza farà parte del bilancio consolidato della Santa Sede, per il quale dovrà tenersi contabilità separata, con l'apertura di specifici sottoconti» fra cui appunto uno denominato Obolo di San Pietro ed uno Fondo discrezionale del Santo Padre.
Il comunicato della Sala stampa vaticana che accompagna il motu proprio precisa che con questo nuovo assetto la Segreteria di Stato migliorerà la sua «specializzazione», ma in realtà il ridimensionamento è evidente. Questa sottolineatura sulla «migliore organizzazione della Curia romana e a un funzionamento ancora più specializzato della Segreteria di Stato» assomiglia molto a quello che per le nomine curiali o episcopali si dice «promoveatur ut amoveatur», che in italiano si può tranquillamente intendere come «promosso affinché sia rimosso». Peraltro se di tre forzieri se ne fa uno soltanto, certamente si accentra, ma ciò non garantisce sulla maggior trasparenza e sull'allontanamento di faccendieri e corvi. Né sullo stato di salute dei conti. Le voci di un bilancio in rosso delle sacre casse si sono rincorse per un bel po' di tempo e proprio monsignor Galantino si era affrettato a smentire dalle colonne del quotidiano Avvenire. «C'è la necessità di una spending review», aveva dichiarato il nuovo dominus delle finanze vaticane, ma «nessun allarmismo sull'ipotetico default. Piuttosto», disse, «parliamo di una realtà che si rende conto che bisogna contenere le spese. Come avviene in una buona famiglia o in uno Stato serio». Uno Stato che ora praticamente riduce la sua Segreteria, la sua potenza diplomatica e politica, a un ufficio senza portafoglio.
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