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2022-08-28
Becciu in prima fila al Concistoro su invito di Bergoglio: «Accolto con gioia»
Il cardinale Angelo Becciu (Ansa)
Riprenderà nelle prossime settimane con oltre 2.000 testimoni, dopo una lunga pausa estiva, il procedimento che vede imputato davanti al tribunale della Città del Vaticano l’ex vice della Segreteria di Stato vaticana, cardinale Angelo Becciu, a processo per gli investimenti del suo ufficio. Durante le deposizioni spontanee rese in aula il 5 maggio scorso, Becciu aveva citato tra le referenze ricevute su Cecilia Marogna, da lui incaricata di gestire una serie di dossier tra cui la liberazione di una suora rapita in Mali, l’ex arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, nominato ieri cardinale da Papa Francesco durante il Concistoro. In aula Becciu aveva detto: «Infine, voglio ulteriormente precisare — sotto il profilo delle referenze ricevute — che la signora Marogna godeva della fiducia dell’allora arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio. Quest’ultimo mi chiese di presentarla al cardinale Mambertì (Dominique, ndr), prefetto della Segnatura apostolica, per esporgli un caso della sua diocesi». Ma contattato dalla Verità a poche ore dalla sua investitura, Miglio ha risposto minimizzando il rapporto con la donna: «Mah, questa signora l’ho incontrata, certamente, ecco. Adesso parlare di referenze forse è troppo». Se non è una smentita espressa con toni diplomatici, poco ci manca. Miglio ha proseguito dicendoci che «avendo lasciato la diocesi di Cagliari da circa tre anni», con la Marogna «non ho più avuto nessun tipo di contatto» e ha smentito seccamente un’indiscrezione circolata nei giorni che hanno preceduto il Concistoro, che vedeva la Marogna come la persona che si sarebbe occupata di gestire con la stampa una vicenda che lo aveva portato sotto i riflettori nel 2016, legata alla denuncia presentata da due imprenditori edili sardi che sostenevano di non aver ricevuto il pagamento dei lavori di ristrutturazione di due parrocchie facenti parte della diocesi di Cagliari. Un’ipotesi, circolata in ambienti vicini al Vaticano, che avrebbe rafforzato la conoscenza con la Marogna da parte del neo cardinale amico di Becciu, ma sul punto Miglio è stato categorico: «Escludo assolutamente che la signora Cecilia fosse dentro a questa questione». Aggiungendo poi sul contenzioso legale che era stato oggetto anche di un servizio in una trasmissione televisiva: «Non so più nulla, nessuno mi ha chiesto più nulla. La mia linea è stata sempre la medesima: se ci sono dei contenziosi tra un’impresa e delle parrocchie si va per le vie legali e si vede chi ha ragione» e che, visto che «le parrocchie hanno il loro rappresentante legale», la vicenda non lo ha mai riguardato direttamente.
Il Concistoro di ieri ha rappresentato anche il ritorno sulla scena «pubblica» di Becciu, invitato da papa Francesco. Curiosamente, a darne l’annuncio, non era stato il Vaticano, ma lo stesso Becciu durante una messa privata officiata una settimana fa a Golfo Aranci: «Sabato mi ha telefonato il Papa per dirmi che sarò reintegrato nelle mie funzioni cardinalizie e per chiedermi di partecipare a una riunione con tutti i cardinali che si terrà nei prossimi giorni a Roma». Il quotidiano dei vescovi Avvenire aveva però ridimensionato il ritorno in campo del cardinale: «Fonti vicine al porporato fanno però sapere che durante la telefonata con il Papa non si è mai parlato di reintegro. L’invito è da legare piuttosto alla coincidenza in quel giorno con il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale di Becciu. Nessun commento finora dalle fonti ufficiali vaticane. A ogni modo c’è chi fa notare che i diritti del cardinalato non si riferiscono alla partecipazione alla vita della Chiesa. I cristiani sono chiamati a prendervi parte secondo il proprio stato. Nel caso dei cardinali questo può includere l’invito - talvolta personale - a partecipare ad alcune riunioni a loro riservate». A distanza di una settimana, le fonti ufficiali vaticane sono rimaste in silenzio, senza smentire la ricostruzione del quotidiano romano.
Sta di fatto che al Concistoro di ieri Becciu era seduto in prima fila. Rispondendo ai giornalisti presenti alla cerimonia che gli chiedevano se Becciu prenderà parte anche alle riunioni del 29 e 30 agosto sulla nuova Costituzione apostolica Miglio ha detto: «Penso che sarà anche alle riunioni perché anche quelle fanno parte del Concistoro. Lo accoglieremo come lo abbiamo sempre accolto e come ci siamo sempre accolti reciprocamente». Confermando poi il buon rapporto con l’ex vice della Segreteria di Stato: «Lui è un cardinale sardo anche se è vissuto quasi sempre fuori Sardegna. Ci conosciamo da tanti anni. Penso che questo possa essere motivo di serenità sua ma anche di gioia che lui possa essere in mezzo a noi quindi un segno che anche le difficoltà che lui ha incontrato si chiariranno».
Francesco ha deciso: finanze vaticane in mano allo Ior
«Grazie a Dio, finalmente ci siamo liberati del palazzo di Londra e i soldi che sono stati ricavati sono rientrati all’Obolo di San Pietro», si era sfogato il 5 agosto in una lunga intervista ai media vaticani il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, sottolineando come l’esistenza di un patrimonio immobiliare dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica è cosa ben diversa da faccende come quella della compravendita del Palazzo di Sloane Avenue a Londra. Uno scandalo su cui è ancora in corso un processo che vede tra gli imputati il cardinale Angelo Giovanni Becciu.
Ebbene, il 23 agosto, diciotto giorni dopo dalle parole di Galantino, papa Francesco ha emanato un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi (una sorta di decreto legge) che pone l’amministrazione e la gestione delle attività finanziarie e della liquidità della Santa Sede e delle istituzioni collegate in via esclusiva sotto il controllo di un’unica autorità centrale: l’Istituto per le opere di religione del presidente Jean-Baptiste de Franssu. In sostanza, entro trenta giorni dal 1° settembre 2022, tutte le risorse finanziarie della Santa Sede e delle istituzioni collegate devono essere trasferite al Torrione di Nicolò V. Oltre ai dicasteri vaticani la norma riguarda varie congregazioni e alcune fondazioni, come la Bambino Gesù, la Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio da Pietrelcina (Benevento) e il Fatebenefratelli (gestito in tandem con la Fondazione Del Vecchio). «L’articolo 219, paragrafo 3, della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, emanata il 19 marzo 2022, deve interpretarsi nel senso che l’attività di gestore patrimoniale e di depositario del patrimonio mobiliare della Santa Sede e delle istituzioni collegate con la Santa Sede compete in via esclusiva all’Istituto per le opere di religione», si legge nel Rescriptum emesso da Bergoglio.
Una norma che indicava questa linea è già contenuta nella Praedicate Evangelium ma ora arriva l’«interpretazione autentica». Necessaria, forse, perché alcuni dicasteri, uffici o istituzioni speravano di tenere ancora conti e investimenti all’estero. Che non tutti i soldi fossero depositati in «casa» lo dimostra anche il bilancio 2021 dello Ior: tra i depositi della clientela, le gestioni patrimoniali e i valori di terzi in custodia, l’ammontare del totale delle gestioni è stato di 5,16 miliardi, una cifra che già a spanne non può rispecchiare il complesso del patrimonio mobiliare e delle attività finanziarie di tutti gli enti che fanno capo al Vaticano. Adesso i soldi devono rientrare tutti nella «banca del Papa». Il quale ha voluto così anche chiarire i compiti dell’Apsa, ovvero l’organismo titolare dell’amministrazione e della gestione del patrimonio immobiliare e mobiliare della Santa Sede destinato a fornire le risorse necessarie all’adempimento della funzione propria della Curia Romana per il bene e a servizio delle Chiese particolari. Sempre all’Apsa compete anche amministrare il patrimonio immobiliare e mobiliare degli enti che hanno affidato alla Santa Sede i propri beni.
L’esecuzione di queste operazioni finanziarie «avviene attraverso l’attività strumentale dell’Istituto per le opere di religione», indicava la riforma della Curia varata a marzo. Lasciando però dei dubbi interpretativi che il Rescritto ha colmato. La nuova centralizzazione serve soprattutto ad esercitare un controllo sulla gestione finanziaria dei dicasteri, con lo Ior del direttore Gian Franco Mammì che agirà come depositario, con maggiori poteri di verifica dell’attività dell’Apsa nonchè dell’Autorità di supervisione e informazione finanziaria (Asif, ovvero l’antiriclaggio).
Deve, intanto, ancora riunirsi il comitato investimenti nominato a giugno che ha il compito di fornire un elenco di gestori di portafoglio autorizzati ad amministrare il patrimonio degli enti, da individuare con gare d’appalto. Discutendo di finanze in una recente intervista esclusiva con l’agenzia Reuters, papa Francesco aveva fatto l’esempio di sacerdoti che non avevano esperienza finanziaria a cui è stato chiesto di gestire le finanze di un dipartimento e che in buona fede hanno cercato aiuto esterno da amici nel settore finanziario esterno. «Ma a volte gli amici non erano la Beata Imelda», aveva detto il Papa riferendosi a una ragazzina italiana del XIV secolo, simbolo della purezza dell’infanzia.
Camilla Conti
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Il cardinale imputato per gli investimenti del suo ufficio alla prima uscita pubblica. A breve la ripresa del processo.Francesco ha deciso: finanze vaticane in mano allo Ior. Per evitare il ricorso a istituti italiani o stranieri, tutti gli asset economici della Santa Sede finiranno sotto il Torrione di Niccolò V.Lo speciale comprende due articoli. Riprenderà nelle prossime settimane con oltre 2.000 testimoni, dopo una lunga pausa estiva, il procedimento che vede imputato davanti al tribunale della Città del Vaticano l’ex vice della Segreteria di Stato vaticana, cardinale Angelo Becciu, a processo per gli investimenti del suo ufficio. Durante le deposizioni spontanee rese in aula il 5 maggio scorso, Becciu aveva citato tra le referenze ricevute su Cecilia Marogna, da lui incaricata di gestire una serie di dossier tra cui la liberazione di una suora rapita in Mali, l’ex arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, nominato ieri cardinale da Papa Francesco durante il Concistoro. In aula Becciu aveva detto: «Infine, voglio ulteriormente precisare — sotto il profilo delle referenze ricevute — che la signora Marogna godeva della fiducia dell’allora arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio. Quest’ultimo mi chiese di presentarla al cardinale Mambertì (Dominique, ndr), prefetto della Segnatura apostolica, per esporgli un caso della sua diocesi». Ma contattato dalla Verità a poche ore dalla sua investitura, Miglio ha risposto minimizzando il rapporto con la donna: «Mah, questa signora l’ho incontrata, certamente, ecco. Adesso parlare di referenze forse è troppo». Se non è una smentita espressa con toni diplomatici, poco ci manca. Miglio ha proseguito dicendoci che «avendo lasciato la diocesi di Cagliari da circa tre anni», con la Marogna «non ho più avuto nessun tipo di contatto» e ha smentito seccamente un’indiscrezione circolata nei giorni che hanno preceduto il Concistoro, che vedeva la Marogna come la persona che si sarebbe occupata di gestire con la stampa una vicenda che lo aveva portato sotto i riflettori nel 2016, legata alla denuncia presentata da due imprenditori edili sardi che sostenevano di non aver ricevuto il pagamento dei lavori di ristrutturazione di due parrocchie facenti parte della diocesi di Cagliari. Un’ipotesi, circolata in ambienti vicini al Vaticano, che avrebbe rafforzato la conoscenza con la Marogna da parte del neo cardinale amico di Becciu, ma sul punto Miglio è stato categorico: «Escludo assolutamente che la signora Cecilia fosse dentro a questa questione». Aggiungendo poi sul contenzioso legale che era stato oggetto anche di un servizio in una trasmissione televisiva: «Non so più nulla, nessuno mi ha chiesto più nulla. La mia linea è stata sempre la medesima: se ci sono dei contenziosi tra un’impresa e delle parrocchie si va per le vie legali e si vede chi ha ragione» e che, visto che «le parrocchie hanno il loro rappresentante legale», la vicenda non lo ha mai riguardato direttamente. Il Concistoro di ieri ha rappresentato anche il ritorno sulla scena «pubblica» di Becciu, invitato da papa Francesco. Curiosamente, a darne l’annuncio, non era stato il Vaticano, ma lo stesso Becciu durante una messa privata officiata una settimana fa a Golfo Aranci: «Sabato mi ha telefonato il Papa per dirmi che sarò reintegrato nelle mie funzioni cardinalizie e per chiedermi di partecipare a una riunione con tutti i cardinali che si terrà nei prossimi giorni a Roma». Il quotidiano dei vescovi Avvenire aveva però ridimensionato il ritorno in campo del cardinale: «Fonti vicine al porporato fanno però sapere che durante la telefonata con il Papa non si è mai parlato di reintegro. L’invito è da legare piuttosto alla coincidenza in quel giorno con il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale di Becciu. Nessun commento finora dalle fonti ufficiali vaticane. A ogni modo c’è chi fa notare che i diritti del cardinalato non si riferiscono alla partecipazione alla vita della Chiesa. I cristiani sono chiamati a prendervi parte secondo il proprio stato. Nel caso dei cardinali questo può includere l’invito - talvolta personale - a partecipare ad alcune riunioni a loro riservate». A distanza di una settimana, le fonti ufficiali vaticane sono rimaste in silenzio, senza smentire la ricostruzione del quotidiano romano. Sta di fatto che al Concistoro di ieri Becciu era seduto in prima fila. Rispondendo ai giornalisti presenti alla cerimonia che gli chiedevano se Becciu prenderà parte anche alle riunioni del 29 e 30 agosto sulla nuova Costituzione apostolica Miglio ha detto: «Penso che sarà anche alle riunioni perché anche quelle fanno parte del Concistoro. Lo accoglieremo come lo abbiamo sempre accolto e come ci siamo sempre accolti reciprocamente». Confermando poi il buon rapporto con l’ex vice della Segreteria di Stato: «Lui è un cardinale sardo anche se è vissuto quasi sempre fuori Sardegna. Ci conosciamo da tanti anni. Penso che questo possa essere motivo di serenità sua ma anche di gioia che lui possa essere in mezzo a noi quindi un segno che anche le difficoltà che lui ha incontrato si chiariranno». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-in-prima-fila-al-concistoro-su-invito-di-bergoglio-accolto-con-gioia-2657953580.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesco-ha-deciso-finanze-vaticane-in-mano-allo-ior" data-post-id="2657953580" data-published-at="1661628856" data-use-pagination="False"> Francesco ha deciso: finanze vaticane in mano allo Ior «Grazie a Dio, finalmente ci siamo liberati del palazzo di Londra e i soldi che sono stati ricavati sono rientrati all’Obolo di San Pietro», si era sfogato il 5 agosto in una lunga intervista ai media vaticani il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, sottolineando come l’esistenza di un patrimonio immobiliare dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica è cosa ben diversa da faccende come quella della compravendita del Palazzo di Sloane Avenue a Londra. Uno scandalo su cui è ancora in corso un processo che vede tra gli imputati il cardinale Angelo Giovanni Becciu. Ebbene, il 23 agosto, diciotto giorni dopo dalle parole di Galantino, papa Francesco ha emanato un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi (una sorta di decreto legge) che pone l’amministrazione e la gestione delle attività finanziarie e della liquidità della Santa Sede e delle istituzioni collegate in via esclusiva sotto il controllo di un’unica autorità centrale: l’Istituto per le opere di religione del presidente Jean-Baptiste de Franssu. In sostanza, entro trenta giorni dal 1° settembre 2022, tutte le risorse finanziarie della Santa Sede e delle istituzioni collegate devono essere trasferite al Torrione di Nicolò V. Oltre ai dicasteri vaticani la norma riguarda varie congregazioni e alcune fondazioni, come la Bambino Gesù, la Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio da Pietrelcina (Benevento) e il Fatebenefratelli (gestito in tandem con la Fondazione Del Vecchio). «L’articolo 219, paragrafo 3, della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, emanata il 19 marzo 2022, deve interpretarsi nel senso che l’attività di gestore patrimoniale e di depositario del patrimonio mobiliare della Santa Sede e delle istituzioni collegate con la Santa Sede compete in via esclusiva all’Istituto per le opere di religione», si legge nel Rescriptum emesso da Bergoglio. Una norma che indicava questa linea è già contenuta nella Praedicate Evangelium ma ora arriva l’«interpretazione autentica». Necessaria, forse, perché alcuni dicasteri, uffici o istituzioni speravano di tenere ancora conti e investimenti all’estero. Che non tutti i soldi fossero depositati in «casa» lo dimostra anche il bilancio 2021 dello Ior: tra i depositi della clientela, le gestioni patrimoniali e i valori di terzi in custodia, l’ammontare del totale delle gestioni è stato di 5,16 miliardi, una cifra che già a spanne non può rispecchiare il complesso del patrimonio mobiliare e delle attività finanziarie di tutti gli enti che fanno capo al Vaticano. Adesso i soldi devono rientrare tutti nella «banca del Papa». Il quale ha voluto così anche chiarire i compiti dell’Apsa, ovvero l’organismo titolare dell’amministrazione e della gestione del patrimonio immobiliare e mobiliare della Santa Sede destinato a fornire le risorse necessarie all’adempimento della funzione propria della Curia Romana per il bene e a servizio delle Chiese particolari. Sempre all’Apsa compete anche amministrare il patrimonio immobiliare e mobiliare degli enti che hanno affidato alla Santa Sede i propri beni. L’esecuzione di queste operazioni finanziarie «avviene attraverso l’attività strumentale dell’Istituto per le opere di religione», indicava la riforma della Curia varata a marzo. Lasciando però dei dubbi interpretativi che il Rescritto ha colmato. La nuova centralizzazione serve soprattutto ad esercitare un controllo sulla gestione finanziaria dei dicasteri, con lo Ior del direttore Gian Franco Mammì che agirà come depositario, con maggiori poteri di verifica dell’attività dell’Apsa nonchè dell’Autorità di supervisione e informazione finanziaria (Asif, ovvero l’antiriclaggio). Deve, intanto, ancora riunirsi il comitato investimenti nominato a giugno che ha il compito di fornire un elenco di gestori di portafoglio autorizzati ad amministrare il patrimonio degli enti, da individuare con gare d’appalto. Discutendo di finanze in una recente intervista esclusiva con l’agenzia Reuters, papa Francesco aveva fatto l’esempio di sacerdoti che non avevano esperienza finanziaria a cui è stato chiesto di gestire le finanze di un dipartimento e che in buona fede hanno cercato aiuto esterno da amici nel settore finanziario esterno. «Ma a volte gli amici non erano la Beata Imelda», aveva detto il Papa riferendosi a una ragazzina italiana del XIV secolo, simbolo della purezza dell’infanzia. Camilla Conti
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.