Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 dicembre con Carlo Cambi
Theodoris Kyriakou (Getty Images)
Antenna Group, in trattativa per rilevare i giornali di Elkann (Gedi), annuncia che investirà a lungo nel nostro Paese: «È uno dei pochi Stati che offre stabilità politica e prospettive di crescita». Ma l’universo di sinistra vuole farla scappare.
Succede anche questo, nel grande teatro dell’informazione italiana: arrivano i greci e spiegano con serietà, pacatezza e persino una certa eleganza perché investire in Italia è una buona idea. Comprano (o trattano per comprare) Repubblica, cioè il cuore simbolico dell’impero Gedi di John Elkann, e dicono che lo fanno perché l’Italia è un Paese stabile, con prospettive di crescita e un giornalismo di qualità. Una frase che, messa così, suona quasi come una provocazione.
Sì, perché mentre Antenna Group, colosso greco dei media, guarda a Roma e Milano come a una scommessa di lungo periodo, qui da noi una parte dell’universo progressista sembra impegnata in una missione opposta: spiegare ai greci che stanno sbagliando, che non hanno capito niente, che questo Paese non è all’altezza. Altro che accoglienza degli investitori stranieri: qui si alza il ponte levatoio. Eppure i greci - che di crisi se ne intendon - dicono cose semplici. Dicono che l’Italia è uno dei pochi Stati europei che oggi offre stabilità politica. Un sistema che regge, che governa, che decide. In un’Europa attraversata da elezioni anticipate, governi balneari e maggioranze liquide, Roma appare improvvisamente come un porto sicuro. Ironia della storia: ci scopriamo stabili quando smettiamo di raccontarci instabili.
Antenna non parla di una scorribanda finanziaria, ma di una scelta industriale di lungo periodo. Parola grossa, quasi sospetta, in un Paese abituato ai fondi mordi-e-fuggi. Qui, invece, il messaggio è chiaro: investire in Italia perché il mercato è aperto, favorevole, accogliente per chi vuole costruire. E perché l’informazione italiana resta una delle poche in Europa con una tradizione riconosciuta di giornalismo indipendente. Detto dai greci, non da qualche patriota fuori tempo massimo.
Non solo. Antenna parla di affinità storica e culturale, di un legame che va oltre la pura logica commerciale. Insomma, non arrivano per colonizzare, ma come l’editore che vuole far crescere ciò che trova. Garantiscono - nero su bianco, nelle dichiarazioni - indipendenza, rispetto delle sensibilità culturali, continuità della collocazione del giornale. Repubblica resterà Repubblica. Non diventerà né un bollettino governativo né una dependance di Atene.
E allora dov’è il problema? Il problema è tutto politico e simbolico. Per una parte della sinistra italiana l’idea che un gruppo straniero dica che l’Italia funziona è quasi un affronto. Come se il racconto del Paese malato fosse diventato una rendita di posizione. Se qualcuno arriva e dice che l’Italia cresce, attrae capitali, ha giornalisti competenti e un mercato dinamico, scatta l’allarme: così ci rovinano la narrazione.
C’è poi il riflesso pavloviano sull’«editore straniero», come se l’italianità dell’informazione fosse stata finora custodita da mani immacolate. Dimenticando che Repubblica è già passata da De Benedetti a Elkann senza che il mondo finisse, e che la vera indipendenza non dipende dal passaporto dell’azionista ma dalle regole, dai contratti, dalla solidità industriale.
I greci, intanto, guardano avanti. Parlano di media capaci di espandersi a livello globale, di un pubblico che non si riconosce più in un’offerta sempre più polarizzata e urlata, di uno spazio crescente per notizie credibili, affidabili, di qualità. È una diagnosi che coincide, curiosamente, con quella fatta da anni dagli stessi editorialisti che oggi storcono il naso.
E qui sta il paradosso finale, degno di una commedia attica: la sinistra che difende l’indipendenza dell’informazione cercando di sabotare un investimento che la garantisce, e i greci che difendono il giornalismo italiano spiegando che è uno dei suoi punti di forza. Capovolgimento perfetto.
Antenna Group parla addirittura di un campione europeo dei media, di un progetto continentale che parta dall’Italia. In un momento in cui l’Europa discute di sovranità informativa e di pluralismo, c’è chi prova a costruire e chi preferisce gridare al complotto.
Forse, alla fine, la notizia non è che i greci comprano Repubblica. La vera notizia è che c’è ancora qualcuno che guarda all’Italia senza complessi, senza autodenigrazione, senza la tentazione masochista di raccontarsi sempre peggio di come è. E questo, per una parte del dibattito pubblico, è imperdonabile.
I greci investono perché l’Italia è in salute.
Il problema è che non tutti vogliono ammetterlo.
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Luca Palamara (Ansa)
La gip che fece spiare Palamara per accuse risultate infondate parla di «gogna» se pubblichiamo messaggi messi agli atti.
I magistrati si fanno la guerra e poi accusano i giornali. Il 10 novembre abbiamo intervistato l’ex avvocato Piero Amara e lui ci ha rivelato che un pm, Mario Formisano, nel giugno del 2019, gli avrebbe chiesto, «in ginocchio» e «scherzosamente», di fargli «fare l’inchiesta della vita su Luca Palamara», in quel momento accusato di corruzione dalla Procura di Perugia. Non basta. Da alcune chat sequestrate in un procedimento per accesso abusivo ai danni di un ex cancelliere della Procura, emergeva anche che Formisano con altri colleghi si era adoperato per far trapelare sui media notizie che riguardavano l’ex procuratore aggiunto di Perugia Antonella Duchini, in quel momento indagata per corruzione. Una gogna mediatica che oggi la giunta della sezione perugina dell’Associazione nazionale magistrati prova a contestare a chi, come noi, si è limitato a registrare delle notizie.
Di così evidente interesse pubblico che il procuratore generale di Perugia Sergio Sottani ha chiesto informazioni al procuratore Raffaele Cantone, capo di Formisano e degli altri pm coinvolti, e ha poi inviato una relazione alla Procura generale della Cassazione (che si occupa dei procedimenti disciplinari dei magistrati) per le opportune valutazioni. Contemporaneamente tre consiglieri del Csm (due laici, Isabella Bertolini e Claudia Eccher, e uno togato, Andrea Mirenda) hanno sollecitato l’apertura di una pratica per incompatibilità ambientale e una valutazione di natura disciplinare.
Invece l’Anm ha diramato un comunicato abbastanza straniante.
Per la giunta nessuno può occuparsi dei giudici se non i giudici stessi, notoriamente super partes: «La valutazione delle condotte professionali dei magistrati è demandata alle sedi istituzionali preposte, nel rispetto delle garanzie di legge e dei principi di imparzialità e terzietà che presidiano l’ordinamento giudiziario».
I nostri articoli, che denunciano fatti gravi, per le toghe, sarebbero «diretti ad alimentare un clima di sospetto e delegittimazione nei confronti degli uffici giudiziari perugini».
I magistrati provano a darci una lezione di deontologia, denunciando una presunta «gogna mediatica» in atto e accusandoci di «accostamenti allusivi» e di «ricostruzioni non verificate».
La prima firmataria del documento è la presidente della sezione distrettuale Lidia Brutti, la gip che ha affiancato Formisano e la pm Gemma Miliani nella caccia a Palamara, autorizzando, per esempio, l’uso del trojan sulla base di un’accusa di corruzione che si è sciolta come neve al sole, la famosa vicenda dei 40.000 euro pagati per una nomina che, velocemente, la stessa Procura di Perugia cancellò dall’elenco delle contestazioni rivolte all’ex presidente dell’Anm.
«Il quadro indiziario in relazione alle ipotesi di corruzione […] appare sufficientemente grave, da legittimare il ricorso allo strumento investigativo captativo» scrisse la Brutti nel decreto di autorizzazione.
In definitiva, quando alla gip la situazione appare grave, anche se il reato non c’è, si può inoculare un trojan nel cellulare di un collega, quando, invece, i giornalisti intervistano un indagato eccellente o riportano il contenuto di chat depositate agli atti, prima di scrivere, dovrebbero attendere il via libera della magistratura, anche se questo, magari, non arriverà mai.
A giudizio dell’Anm i nostri articoli punterebbero addirittura «a minare la credibilità dell’intero sistema giudiziario» e lo farebbero in un momento «particolare», alla vigilia del referendum. Le toghe, insomma, a pochi mesi dall’Armageddon elettorale, vogliono lavare i panni sporchi in famiglia, per non dare utili argomenti a chi chiede la separazione delle carriere.
Ma, involontariamente, è la Brutti a consegnarcene uno formidabile: il giudice scende in campo, come se giocassero nella stessa squadra, a favore dei pm (Formisano e Miliani) che aveva autorizzato a effettuare intercettazioni invasive sulla base di accuse dimostratesi infondate e liquida le chat squadernate dalla Verità e le parole di Amara come «elementi decontestualizzati» e «accostati in modo gratuito e strumentale». Ma a che titolo la Brutti afferma ciò?
Un giudice, a nostro giudizio, dovrebbe pretendere dai sostituti procuratori, ancora più che dai giornalisti, comportamenti irreprensibili, anziché straparlare di «gogna mediatica» e anticipare le assoluzioni.
Ma un altro esempio di possibile strabismo arriva da Brescia. Nell’ultimo mese e mezzo la Procura lombarda si è vista annullare dal Tribunale del Riesame tre decreti di sequestro emessi ai danni dell’ex procuratore aggiunto Mario Venditti e del pm Paolo Pietro Mazza. Secondo i giudici per rendere i provvedimenti proporzionati sarebbero stati necessari l’utilizzo di parole chiave per scandagliare le copie forensi dei dispositivi elettronici e «una delimitazione dell’ambito temporale dei dati». Ma ciò non si è verificato.
L’ostinazione della Procura bresciana ricorda quella dell’ex aggiunto di Firenze Luca Turco, il quale per ben tre volte si è fatto bocciare dalla Corte di Cassazione il sequestro di mail e chat effettuato nei confronti dell’ex consigliori di Matteo Renzi, Marco Carrai, assistito dallo stesso avvocato di Mazza, Massimo Dinoia. Una triplice decisione che è diventata un giudicato insuperabile, un vero e proprio spartiacque sul delicatissimo tema dell’utilizzabilità della corrispondenza elettronica e delle intercettazioni a strascico, e che è stato confermato dalla Corte costituzionale. Ma Brescia avrebbe provato lo stesso ad aggirare il muro eretto dalla Consulta e dal Palazzaccio. Eppure, proprio nella Procura della Leonessa d’Italia, in altri casi e con altri magistrati, la caccia al telefonino è stata meno affannata, come svelò La Verità a inizio 2022. L’inchiesta riguardava la presunta omissione di atti d’ufficio da parte dell’ex procuratore di Milano Francesco Greco durante le indagini sulla Loggia Ungheria, innescate dalle dichiarazioni del solito Amara. Pier Camillo Davigo e Paolo Storari, che si erano scambiati quei verbali, si lamentarono della scarsa incisività delle investigazioni iniziali e sostennero che le prime iscrizioni avvennero solo dopo che l’allora procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi aveva avvertito Greco delle lamentele dello stesso Storari, invitandolo a trovare una soluzione.
La Procura di Brescia ha provato a recuperare le presunte comunicazioni tra Salvi e Greco, ma nei tabulati ha trovato solo un messaggio senza testo e allora il procuratore di Brescia Francesco Prete ha chiesto ai due colleghi, nel luglio del 2021 e a 14 mesi dai fatti sotto osservazione, di esibire quell’sms. Come sia finita lo ha raccontato lo stesso inquirente nella richiesta di archiviazione per Greco: «Non è stato possibile rinvenire sul telefonino del procuratore Salvi il contenuto di quel messaggio in quanto lo stesso procuratore ha dichiarato di avere smarrito l’apparecchio che aveva all’epoca» e «anche sul versante del procuratore Greco la ricerca è stata infruttuosa avendo questi a sua volta cambiato telefono dopo maggio 2020». E nessuno delle due toghe ha ammesso di avere fatto quello che facciamo noi comuni mortali ovvero un semplice backup dei dati. La conclusione di Prete è quasi rassegnata: «Non vi è conferma quindi che Greco sia stato indotto a effettuare le iscrizioni in quanto sollecitato dal procuratore generale della Cassazione». Certo il reato contestato a Greco era meno grave di quello di cui sono accusati Venditti e Mazza (corruzione e peculato), ma il suo cellulare e quello di Salvi sono stati inseguiti con meno pervicacia.
Stesso discorso per Davigo, che la Procura è, comunque, riuscita a fare condannare per rivelazione di segreto (il contenuto dei verbali di Amara). Anche l’ex pm del pool di Milano, agli inquirenti che cercavano le sue chat con Storari, ha spiegato candidamente di avere «rivenduto» il proprio cellulare a un centro di telefonia, come un adolescente qualsiasi. Pure in questo caso la Procura si è accontentata della versione dell’indagato e non ha ordinato perquisizioni e sequestri.
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Il neo sindaco di New York Zohran Mamdani (Ansa)
Il sindaco di New York non è un paladino dei poveri e porta idee che allontanano sempre più i colletti blu. E spaccano l’Asinello.
La vulgata giornalistica italiana sta ripetendo che, oltre a essere uno «schiaffo» a Donald Trump, la vittoria di Zohran Mamdani a New York rappresenterebbe una buona notizia per i diritti sociali. Ieri, Avvenire ha, per esempio, parlato in prima pagina di una «svolta sociale», per poi sottolineare le proposte programmatiche del vincitore: dagli autobus gratuiti al congelamento degli affitti. In un editoriale, la stessa testata ha preconizzato un «laboratorio politico interessante», sempre enfatizzando la questione sociale che Mamdani incarnerebbe.
Ora, ognuno ha il diritto di fare le valutazioni che preferisce, ci mancherebbe. Tuttavia, ci siano concesse due considerazioni. Innanzitutto, fuor di polemica, ci si sarebbe attesi che, insieme alle tematiche sociali, il quotidiano dei vescovi sottolineasse adeguatamente anche le posizioni che il prossimo sindaco di New York porta avanti sul fronte etico. Oltre ad aver ricevuto l’endorsement dell’organizzazione pro-choice Planned parenthood, Mamdani ha anche promesso che renderà la Grande mela una «città santuario» per le persone Lgbt. «L’amministrazione Mamdani stanzierà 65 milioni di dollari di finanziamenti per sostenere esplicitamente e ampliare l’accesso alle cure per l’affermazione di genere a New York», si legge inoltre nel programma ufficiale di Mamdani. In secondo luogo, vale la pena di chiedersi se il sindaco eletto di New York risulti veramente un paladino dei diritti sociali. Sì, perché la questione è molto scivolosa. E merita una riflessione articolata.
Una cosa va detta, a mo’ di premessa: Mamdani ha vinto attraverso una carica antisistema particolarmente efficace, avendo come principale avversario un esponente dell’establishment, come l’ex governatore Andrew Cuomo. Ora, non è un mistero che la concezione dinastica del potere sia ormai fortemente in crisi negli Stati Uniti: l’ascesa di Trump nel 2016 sta d’altronde lì a dimostrarlo. Puntando su Cuomo, il fronte anti-Mamdani ha fatto una scelta sbagliata e controproducente. Detto questo, attenzione: la narrazione, che vuole Mamdani come paladino dei poveri e Cuomo come difensore dei ricchi cattivi, lascia onestamente il tempo che trova.
Dopo la vittoria di Trump l’anno scorso, il Partito democratico americano è finito in testacoda soprattutto perché ha perso il sostegno dei colletti blu degli Stati operai, come il Michigan, il Wisconsin, la Pennsylvania e l’Ohio. La domanda da porsi, allora, è: siamo sicuri che le ricette di Mamdani siano utili per far sì che l’Asinello possa riconquistare quella quota elettorale? C’è da dubitarne. I colletti blu della Rust belt non solo temono i ribassi salariali determinati dall’immigrazione irregolare, ma guardano anche con sospetto alle politiche green: si pensi soltanto all’ostilità nutrita dai metalmeccanici del Michigan nei confronti dell’auto elettrica. Ecco, Mamdani rappresenta tutto il contrario: è un fautore del green e, soprattutto, ha bollato come «fascismo» la stretta, promossa dalla Casa Bianca, contro l’immigrazione clandestina. Tutto questo, sebbene, due anni fa, la Grande mela si fosse ritrovata in emergenza proprio per la crescente pressione a cui fu sottoposta a causa degli immigrati irregolari: tanto che l’attuale sindaco uscente, Eric Adams, ebbe non poche tensioni all’epoca con l’amministrazione Biden. Chiaramente Mamdani, essendo nato in Uganda, non potrà mai candidarsi alla Casa Bianca.
Tuttavia, le sue idee (parecchie delle quali dalla dubbia realizzabilità) sono particolarmente diffuse nell’ala ultraprogressista del Partito democratico: un’ala che sta cercando di neutralizzare la corrente dem più pragmatica, che vorrebbe disinnescare il nefasto influsso dell’ideologia woke, proprio per tornare ad attrarre i colletti blu della Rust belt. Insomma, non solo le ricette di Mamdani difficilmente piaceranno alla working class della Pennsylvania, ma rischiano anche di acuire le già profonde divisioni che da anni si registrano in seno all’Asinello. Senza contare che l’ascesa di Mamdani ha spaccato il mondo degli ebrei-americani: un gruppo elettorale che storicamente ha sempre rappresentato un pilastro della base dem. Secondo la Cnn, il 64% degli ebrei newyorchesi ha, infatti, votato per Cuomo e appena un terzo per il sindaco eletto. Ricordiamo che quest’ultimo ha accusato Israele di genocidio e si è anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu nel caso dovesse recarsi nella Grande mela.
Alla luce di tutto questo, una domanda è d’obbligo: siamo realmente sicuri che Trump sia così rattristato dalla vittoria di Mamdani? Se ha motivi di oggettiva preoccupazione per la batosta rimediata dai repubblicani alle ultime elezioni governatoriali in Virginia, il presidente americano ha, invece, trovato nel prossimo sindaco di New York il bersaglio perfetto per additare i dem come degli estremisti in vista delle midterm. «La decisione che tutti gli americani devono prendere non potrebbe essere più chiara: dobbiamo scegliere tra il comunismo e il buon senso», ha, non a caso, affermato Trump, commentando la vittoria di Mamdani. «Loro vogliono una maggiore spesa per il governo e per gli immigrati clandestini: noi vogliamo stipendi più alti per i lavoratori e le famiglie americane», ha aggiunto, sostenendo che Miami «diventerà presto il rifugio per coloro che fuggono dal comunismo a New York».
Non è neanche del tutto escludibile che, con il suo endorsement a Cuomo, Trump abbia appositamente voluto facilitare la vittoria di Mamdani, che già molti sondaggi davano come favorito. Il presidente americano ha politicamente tutto l’interesse acché l’ala woke, sempre più radicale, del Partito democratico prenda il sopravvento all’interno dell’Asinello. Il sindaco eletto di New York non è, quindi, un «incubo» per Trump. È, al contrario, un’opportunità politica, per far sì che i repubblicani possano mantenere la presa elettorale sulla Rust belt.
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Una donna in preghiera in una chiesa nei pressi di Lagos, Nigeria (Getty Images)
Per il quotidiano cattolico, la denuncia di Trump sarebbe solo un pretesto per indebolire l’ascesa del Paese: «Come la droga per invadere il Venezuela». Eppure i religiosi in missione hanno parlato di attacchi mirati.
I cristiani vengono chiamati in tanti modi oggi, per lo più spregiativi. Ma non era mai accaduto finora che fossero messi sullo stesso piano della droga e definiti «pistole fumanti». Soprattutto non era mai accaduto che a descriverli così fosse un giornale cattolico. Eppure è esattamente ciò che ha fatto Avvenire parlando dei cristiani africani dopo che il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di intervenire in Nigeria per fermare una strage che sembra un genocidio.
«Trump punta Venezuela e Nigeria: droga e cristiani pistole fumanti», titolava ieri il quotidiano dei vescovi. Ed è suggestivo che ai titolisti sia sfuggita la differenza tra carichi di sostanze stupefacenti e persone uccise per la loro fede. In fondo non stupisce: da giorni Avvenire insiste a sminuire il dramma nigeriano.
La situazione che si vive nello Stato africano è ben fotografata da una recente interrogazione al Parlamento europeo presentata da alcuni esponenti di Fratelli d’Italia con primo firmatario Paolo Inselvini. «La Nigeria», vi si legge, «è attualmente il Paese più colpito al mondo dalla violenza contro i cristiani. Tra il 2019 e il 2023 quasi 17.000 cristiani sono stati uccisi in attacchi mirati a causa della loro fede. Solo nei primi sette mesi del 2025 sono state segnalate oltre 7.000 vittime e circa 7.800 rapimenti». I numeri forniti dai report di varie organizzazioni umanitarie che si occupano dei cristiani perseguitati sono più o meno identici.
Del resto le testimonianze di chi vive in Nigeria e sperimenta sulla propria pelle la persecuzione sono piuttosto esplicite. Dopo l’ennesimo attacco, all’inizio di settembre, monsignor Gabriel Dunia, vescovo di Auchi, ha dichiarato alla fondazione Aiuto alla chiesa che soffre riguardo agli assalitori: «Non sappiamo nemmeno con certezza cosa vogliano, ma osserviamo uno schema, sempre più evidente, di attacchi mirati contro comunità e istituzioni cristiane. Temiamo che si tratti di un tentativo sistematico di espellere la presenza cristiana dalla regione».
Analoghe preoccupazioni sono state espresse da Beatrice Nicolini, professoressa ordinaria di Storia dell’Africa all’università Cattolica, in un recente articolo citato ieri pure da Giuliano Ferrara (il quale non è certo un difensore di Donald Trump).
Eppure Avvenire continua a ridimensionare. I suoi giornalisti continuano a parlare di una strategia americana per «indebolire l’ascesa della Nigeria sul piano internazionale», scrivono che la protezione dei cristiani è «un pretesto». Il più determinato è don Giulio Albanese, missionario comboniano e cronista. Ancora ieri ripeteva che «diverse organizzazioni internazionali impegnate nel monitoraggio del conflitto interno alla Nigeria hanno rilevato l’assenza di evidenze che attestino un numero di vittime cristiane superiore a quello dei musulmani». E ancora: «L’enfasi posta sulla dimensione confessionale dei conflitti africani contribuisce tuttavia a oscurare la complessità delle dinamiche sociopolitiche interne alla Nigeria, dove le violenze jihadiste affondano le radici in fattori economici, territoriali e istituzionali più che in una mera contrapposizione religiosa».
Ora, di sicuro la situazione nigeriana è più complessa di come l’ha sintetizzata Trump nelle sue dichiarazioni. Del resto egli è un politico, non un accademico o un analista. È sicuramente vero che milizie come Boko Haram uccidono cristiani ma pure musulmani che loro reputano infedeli. Dopo tutto - come faceva l’Isis - sono pronti anche a uccidere occidentali laicissimi accusandoli di essere «crociati», quindi l’esame delle motivazioni di questi fanatici è un esercizio che può rivelarsi decisamente futile. Ma resta un fatto: Donald Trump è l’unico capo di Stato che finora abbia avuto il coraggio di denunciare un massacro che dura da troppo tempo e su cui il mondo intero chiude gli occhi. Tutte le anime belle che si disperano per i conflitti di mezzo pianeta difficilmente versano lacrime per i cristiani, anche se africani e sofferenti. Eppure, proprio quando finalmente un grande leader di una potentissima nazione decide di affrontare il tema, ecco che il principale media cristiano d’Italia lo attacca, e fa di tutto per sostenere che in Nigeria non via un genocidio e che, in fondo, si macellano un po’ tutti, musulmani compresi. Viene il sospetto che questo atteggiamento scaturisca dalla cieca opposizione a Trump: è maggiore il fastidio nei riguardi del presidente americano della disperazione per i morti africani. Un fastidio che ottunde la mente al punto di fare dimenticare quale sia l’atteggiamento tipico del presidente Usa, che prevede spesso e volentieri minacciose affermazioni e intimidazioni vagamente bullesche. Al netto delle pose trumpiane e delle semplificazioni che lo caratterizzano, però, rimane l’evidenza: l’unico a essersi speso per i cristiani d’Africa sul piano politico è stato The Donald. Ora, grazie a lui, tutto il mondo sa, o dovrebbe sapere. Purtroppo, la stampa occidentale sembra molto più interessata al risentimento delle autorità nigeriane che alla morte di migliaia di persone, e i principali media cristiani non agiscono troppo diversamente. Per Avvenire, i morti sono pistole fumanti, sono come la droga, sono pretesti. Chi ha visto la violenza anticristiana con i suoi occhi, però, la pensa molto diversamente.
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