Bicipiti, lame e ’ndrangheta. I media hanno trasformato l’uomo rapinato in un mostro

Jonathan non è «un trentenne». O, meglio, lo è, ma non di quelli che hanno il privilegio di finire nei titoli di cronaca menzionati solo per l’età o per il segno zodiacale, sennò la Carta di Roma piange. Jonathan Rivolta è italiano, dunque nei titoli ci finisce con il nome completo e i dettagli sulla sua passione per la boxe: chiamatelo «privilegio bianco».
Due giorni fa il ragazzo si è trovato due ladri rom in casa, una villetta a Lonate Pozzolo, nel Varesotto. È stato aggredito, riportando una ferita alla testa. Ha reagito e uno dei malviventi - Adamo Massa, 37 anni, una sfilza di precedenti alle spalle - ha avuto la peggio. Portato dai suoi complici all’ospedale di Magenta, è deceduto per una coltellata ricevuta all’addome. Subito dopo, 200 nomadi si sono riversati in ospedale, creando caos. E chiedendo vendetta, particolare non proprio trascurabile per la sicurezza e la stabilità emotiva dei Rivolta. Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha spiegato che i familiari, oltre allo choc «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni».
«Era lì per lavorare come fanno tutti», ha dichiarato il cugino di Massa, alle telecamere di Ore 14 Sera. I giudici del primo vero grado di giudizio italiano, quello dei media, parrebbero dello stesso avviso di questo fine sociologo del lavoro proveniente dal campo rom di corso Unione sovietica, alla periferia Sud di Torino. Ecco allora partire la mostrificazione di Jonathan Rivolta, della sua famiglia, della sua zona. Giusto quel che serve per pompare a dovere la voglia di vendetta del mondo nomade.
Sul Corriere della Sera, Andrea Galli si prende sulle spalle il compito di forgiare, con acrimonia quasi personale, la character assassination di tutta una città. In un primo articolo spara bile contro Lonate sin dal punto di vista urbanistico: «Palazzine e villette venute su negli anni Sessanta e Settanta. Un po’ come capitava. La praticità, non l’estetica». Un luogo «dove c’è brutta gente. Cattiva. Lo sostengono inchieste e processi». Un genius loci così fetido che neanche Twin Peaks, ma qui si parla di cosche, che nulla c’entrano con la vicenda in questione. Eppure tutti gli articoli riterranno doveroso menzionarle. In compenso, si lamenta Galli, dai locali «non ascoltiamo pensieri su quell’uomo morto ammazzato, Adamo Massa, di anni 37, un balordo per scelta e se vogliamo mestiere». Il cugino rom deve aver contribuito come ghostwriter. Il taglio sul suo addome, aggiunge il cronista, «aveva larghezza e profondità viste di rado». Parte dunque l’operazione di rambizzazione di Jonathan, che Galli prosegue in un ritrattone del ragazzo varesino persino più malevola. Si indugia sul sacco da boxe, i titoli accademici vengono elencati come «pezzi di carta» collezionati quasi maniacalmente, come fosse una stramberia sospetta. «In un cassetto, ma a immediata portata, il coltello di quelli da kit di sopravvivenza». E di uno che tiene i coltelli «a immediata portata» come ci si può fidare? Il cronista del Corriere appare particolarmente spazientito dal fatto che nessuno dei parenti abbia voluto metter su con lui un simposio sui limiti della legittima difesa. Ma del resto cosa aspettarsi da «questo lembo di provincia infastidito dagli aerei di Malpensa, un popolo discepolo di birrifici, sushi, tatuatori e corse con il cane». In pratica una Babilonia di edonisti superficiali, ma resi pure un po’ nervosi dal rombo continuo dei 747: ti credo poi che accoltellano la gente. Non manca un nuovo accenno a fantomatiche ronde ordite dalle ’ndrine.
La ’ndrangheta occupa del resto 2.697 delle 4.438 battute che Marco Birolini dedica alla vicenda sulla Stampa. Salvo ripetere in continuazione che i Rivolta, per carità, loro non c’entrano con la malavita. Chissà perché, allora, rendere questa tragica vicenda un mero corollario di storie calabresi. Ma vuoi mettere il fascino letterario delle divagazioni sulla provincia meccanica, il cliché sul fondale torbido del Paese profondo e industrioso… Tutto questo è però nulla rispetto a quanto è stato capace di fare Paolo Berizzi su Repubblica. Il quale non può esimersi dal portare nella cronaca nera le proprie ossessioni abituali. Ecco quindi che l’ingresso della villetta dei Rivolta (di cui Berizzi fornisce indirizzo completo) appare come «sormontato da due suggestive aquile di pietra». Uno si immagina uno scenario da Triumph des Willens, poi vedi la foto e sono due simil piccioni ornamentali. Il trentenne di Lonate diventa, tout court, «l’accoltellatore Jonathan Rivolta», il «sedicente “digital creator”» dai «bicipiti gonfi e tatuati». Affinché nessun brandello dei manuali di deontologia giornalistica resti integro, si finisce poi in bellezza con delle congetture sulla salute mentale del protagonista, di cui si apprezzerà l’accuratezza clinica: «Si vocifera - ma vai a sapere - di frequenti chiusure in sé stesso».
Ecco il pacchetto dei media per i 200 parenti inferociti di Adamo Massa: l’immagine di una specie di giustiziere di provincia, bicipiti gonfi e coltello alla mano, pure mezzo svitato, attorniato da una famiglia assetata di sangue, che avrebbe ucciso senza motivo un uomo che «stava solo lavorando». C’è pure l’indirizzo, quindi non manca nulla: se i tribunali borghesi assolveranno il mostro, che trionfi la giustizia proletaria (e sinti).






