
La più antica banca italiana è a Siena e si chiama Monte dei Paschi. Fino a qualche tempo fa tutti la conoscevano come Monte dei Fiaschi. Era praticamente fallita. Poi è intervenuto lo Stato, cioè noi contribuenti. Prima un paio di miliardi. Poi altri. Poi altri ancora. Gli italiani hanno sborsato di tasca loro, per salvarla, almeno 7 miliardi di euro (vogliamo essere prudenti).
Ma come si è finiti nell’abisso? Com’è stato possibile quel disastro? Il manager che incontro in un caldo pomeriggio di luglio conosce dal di dentro la storia della banca di Siena. Una banca nata nel 1472, vent’anni prima della scoperta dell’America. [...] Quando chiedo al manager come sia stato possibile distruggere questo patrimonio in pochi anni, lui sorride. Poi, dopo un attimo di silenzio, mi mostra la cattedrale della città. «La vedi quella?». La vedo. Ma che c’entra? «C’entra». Perché? «Guarda bene: vedi che è incompiuta?». Certo. «E sai perché?». No. «Perché nel Medioevo i senesi volevano costruire la chiesa più grande della cristianità». E non ci sono riusciti. «Cominciarono i lavori, ma poi arrivarono i guai. La peste, la guerra...». Così l’opera è rimasta a metà. «In realtà oggi è un quarto di quello che doveva essere. I senesi sono stati traditi dalla loro ambizione». L’ambizione, sempre quella. «La stessa che li ha traditi con la banca».
[...] Tutto comincia il 3 novembre 2007, in una riunione riservata a Siena, Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps. L’allora presidente del Monte dei Paschi, Giuseppe Mussari, annuncia a tre stretti collaboratori un’operazione colossale: «Prendiamo Antonveneta». Ma Antonveneta è un gigante, si stupiscono loro. «Se la prendiamo diventiamo la terza banca italiana». Ma quanto ci costa? «Il prezzo è a Nord di 6 miliardi», risponde testualmente Mussari. A Nord di 6 miliardi che vuol dire? «Più di 6 miliardi». Più di 6 miliardi? «Sì». E dove li troviamo tutti quei soldi?
In effetti: dove si trovano tutti quei soldi? La domanda rimane senza risposta. Non solo. Il prezzo «a Nord di sei miliardi», in realtà, si rivela molto più a Nord. Troppo a Nord. Arriva infatti a 10 miliardi (9 miliardi più il successivo acquisto di Interbanca da parte di Mps). Che sono tanti. Anzi, un’esagerazione. Soprattutto sono un’esagerazione per comprare una banca che solo poche settimane prima, il 30 luglio 2007, era stata valutata 6,64 miliardi. A rilevarla allora gli spagnoli del Santander che dopo due mesi l’hanno rivenduta al Monte dei Paschi per 10 miliardi. Buon affare per loro, un po’ meno per il Monte: com’è possibile pagare 10 miliardi a novembre ciò che a luglio ne valeva meno di 7? E com’è possibile che nessuno dica nulla? Che nessuno si opponga? Che nessuno protesti? Eppure è quello che succede. Effetto grandeur. L’operazione viene accolta da rulli di tamburo e grida di giubilo. Tutta la città è travolta da un’ondata di euforia. [...]
La notizia del colpo grosso senese trapela la sera del 7 novembre 2007 al Palasport, dove la squadra di pallacanestro sta giocando una partita di Eurolega, appuntamento immancabile per la città. [...] Il giorno dopo, 8 novembre, il Consiglio di amministrazione vara formalmente l’operazione e la notizia diventa ufficiale. È l’inizio del disastro. Eppure sembra l’inizio di una marcia trionfale: le autorità locali festeggiano, le assemblee approvano con votazioni bulgare. E il Capodanno 2008 viene celebrato in piazza del Campo con un superconcerto di cantanti famosi come l’ex Pfm Mauro Pagani, idolo del sindaco di Siena. Concerto gratis, ovviamente, grazie al contributo della Fondazione Monte dei Paschi.
applausi convinti
A discolpa dei senesi, però, va detto che ad applaudire, in quei giorni sciagurati, non ci sono soltanto loro con la loro vanità. Tutt’altro. L’operazione Mps-Antonveneta viene sottoscritta dalle meglio società di consulenza presenti sul mercato: ci mettono lo zampino Merrill Lynch, J.P. Morgan, Credit Suisse, Banca Leonardo e Mediobanca. Per Merrill Lynch c’è Andrea Orcel, ora a Unicredit. Per Mediobanca c’è Alberto Nagel. Sono, questi ultimi, due dei protagonisti del risiko bancario di oggi. Due dei manager supervalutati e superpagati, re di denari e del mercato. Ebbene: anche loro danno il via libera. Così come dà il via libera la Banca d’Italia, alla cui guida c’è niente meno che Mario Draghi. E così come dà il via libera il ministero del Tesoro, nonostante il parere contrario dei tecnici: lo fa con un «atto politico» da parte dell’allora direttore generale Vittorio Grilli (personaggio interessante, che poi ritroveremo in questa storia). Possibile che fra tutti questi fenomeni, più o meno draghi dell’economia, nessuno si accorga che in quell’operazione c’è qualcosa che non va? Che comprare per 10 miliardi ciò che è appena stato valutato 6 miliardi (e che probabilmente ne vale poco più di 2) non è una buona idea?
Invece nulla. Solo applausi ed euforia. E ovviamente pure i giornali, sempre pronti a cantare nel coro dei potenti, danno fiato alle trombe. Festeggiano l’operazione senza se e senza ma. Anche se qualche dubbio dovrebbe emergere. Anche se il giorno dell’annuncio il titolo di Mps perde il 10 per cento in Borsa. Niente da fare: nessuno coglie i segnali negativi. I titoli grondano solo entusiasmo. Monte Paschi si fa colosso e non cede poteri (La Repubblica, 9 novembre 2007). Mps blitz su Antonveneta. Via alla terza banca italiana (Corriere della Sera, 9 novembre 2007). Il capolavoro del Monte Paschi (Giuseppe Turani, La Repubblica, 11 novembre 2007). Il miracolo Monte Paschi: «Una piccola città regina d’Europa» (La Repubblica, 17 novembre 2007). Nel marzo 2008 il presidente della banca, Giuseppe Mussari, viene addirittura nominato banchiere dell’anno: il premio gli viene conferito proprio per quell’operazione che nel giro di pochi mesi porterà la banca al disastro.
Catanzarese trapiantato a Siena, ex Fgci diventato notabile, matrimonio altolocato e villa chic, più elegante che competente, impeccabile nei suoi abiti tasmania ma non sempre a proprio agio fra i numeri, proprietario di un cavallo (Già del Menhir) capace di vincere il Palio, Mussari si andrà così a schiantare circondato da yes-men e avvolto da una nuvola di tracotanza. Racconta Marco Parlangeli nel suo libro che tempo dopo, incontrandolo in un tribunale, gli chiese perché si era buttato in quella folle avventura. E lui rispose: «Perché così almeno abbiamo una storia da raccontare». Peccato solo che sia la storia di una catastrofe. E peccato soprattutto che quella catastrofe, poi, l’abbiamo pagata noi italiani.
Non si capisce nulla di questa storia, però, se non si racconta che cos’era il Babbo Monte, o se preferite: mucchina, prima del patatrac. Che cosa significava per Siena. In effetti: Babbo Monte era il bancomat della città. Un distributore di soldi e di benessere. Uno sportello automatico sempre aperto. Ovviamente a disposizione della politica. La banca, infatti, dipendeva dalla Fondazione e la Fondazione dipendeva dagli enti locali, che ne nominavano i vertici (dei 16 amministratori otto erano scelti dal Comune, cinque dalla Provincia, uno a testa da Regione, università e diocesi). E gli enti locali a loro volta dipendevano dalla politica, che a Siena nel dopoguerra ha avuto un solo colore, quello rosso del Partito comunista, poi Pds, Ds e Pd. Per questo si è sempre parlato di «banca della sinistra».
il legami con il pd
Ai tempi dell’operazione Antonveneta, per dire, l’eminenza grigia, l’uomo forte, il gran burattinaio delle vicende bancarie era tal Franco Ceccuzzi, professione dirigente di partito, parlamentare Pd dal 2006 al 2011, primo firmatario di 20 proposte di legge (nessuna diventata legge) fra le quali «tutela del Palio di Siena», «salvaguardia di Siena», «concessione contributi all’Università di Siena» ed «esenzione di Siena dalle imposte». Diventato sindaco nel 2011, stava per ricandidarsi nel 2013 quando ha ricevuto un avviso di garanzia ed è stato costretto a ritirarsi. Verrà assolto dopo 12 anni e dirà: «Il Pd mi ha fatto sparire». Strano, no? L’hanno fatto sparire mentre veniva giù tutto il castello rosso della banca. Chissà perché.
Comunque il castello rosso, bisogna dirlo, per anni è stato un meccanismo a suo modo perfetto. Un motore a quattro tempi che funzionava così: 1) la politica al comando (cioè la sinistra) sceglieva chi comandava in Fondazione; 2) chi comandava in Fondazione sceglieva chi comandava in banca; 3) chi comandava in banca girava i soldi guadagnati a chi comandava in Fondazione; 4) chi comandava in Fondazione distribuiva i soldi sul territorio, consentendo così alla politica (di sinistra) di restare al comando. Un circolo vizioso, insomma. Oppure virtuoso, dipende dai punti di vista.
la legge della gallina
In quel periodo, in effetti, Siena brillava di luce sfolgorante, mietendo successi in ogni campo: la squadra di basket vinceva scudetti su scudetti, la squadra di calcio era in Serie A, c’era un aeroporto funzionante, mostre, teatri, concerti, attività culturali a non finire. E dietro tutto, ovviamente, i soldi di Babbo Monte. Non c’era iniziativa che non fosse finanziata dalla banca. Nel 2007 la Fondazione era arrivata a distribuire 239 milioni di euro, in pratica più di mille euro per ogni abitante della provincia, neonati compresi. Oltre 3.000 euro a famiglia. È stato calcolato che con i suoi soldi la banca influenzava il 34 per cento del reddito della provincia e il 50 per cento del reddito del comune. Senza contare i 30.000 dipendenti dietro lo sportello. A Siena si diceva: «Qui ogni famiglia ha almeno una persona che lavora, ha lavorato o lavorerà per la banca».
Ma per tenere in piedi quel castello rosso, per tenere oliato quel motore perfetto, c’era una condizione da rispettare. Un elemento fondamentale. Quello che a Siena chiamavano «il tabù del 51 per cento». Cioè: per comandare la banca, e dunque la distribuzione dei soldi sul territorio, la Fondazione doveva continuare a possedere il 51 per cento delle azioni. E per questo anche quando la legge Ciampi (1998) impose alle fondazioni di scendere al di sotto del 51 per cento, a Siena lo fecero solo formalmente, sulla carta. Ed è per questo che, mentre le altre banche si fondevano, il Monte dei Paschi rimase lì, nella sua splendida solitudine senese, evitando ogni proposta di matrimonio che arrivava da fuori. La Fondazione doveva mantenere il 51 per cento delle azioni. Doveva comandare. Perché la politica non poteva fare a meno della sua gallina dalle uova d’oro.






