2025-07-22
Dimmi La Verità | Giuseppe Santomartino: «Gli Huthi stanno tenendo in scacco l'Occidente»
Ecco #DimmiLaVerità del 22 luglio 2025. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega come gli Huthi dello Yemen stanno tenendo in scacco l'Occidente.
Ecco #DimmiLaVerità del 22 luglio 2025. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega come gli Huthi dello Yemen stanno tenendo in scacco l'Occidente.
«Dopo la morte di Marisa ho perso la strada». Nove parole per la più profonda e definitiva delle sentenze, quella della solitudine. Questo c’era scritto nel biglietto d’addio trovato alle 9.30 di mattina accanto al letto in cui giaceva il corpo senza vita del generale Claudio Graziano, presidente di Fincantieri. Poiché l’alto ufficiale non scendeva né rispondeva al telefono, un carabiniere della scorta è salito nell’appartamento romano al rione Celio, ha aperto la porta con la seconda chiave e ha scoperto la tragedia. Secondo la ricostruzione del magistrato, il generale era disteso sul letto e si sarebbe sparato un colpo di pistola durante la notte. Nato a Torino nel novembre 1953, Graziano viveva solo da un anno, dopo la morte della moglie Maria Luisa Lanucara per un tumore contro il quale aveva combattuto con tutte le sue forze. Chi conosceva bene la coppia, che non aveva figli, sostiene che la scomparsa di Marisa avesse davvero cambiato l’approccio all’esistenza di uno degli ufficiali italiani più stimati e decorati del mondo occidentale; dietro il proverbiale buonumore era sempre più malinconico, quasi che il senso stesso della vita gli stesse scivolando via fra le dita. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo: i magistrati hanno rubricato come atto dovuto il procedimento per istigazione al suicidio, operazione necessaria per poter svolgere gli accertamenti di rito.
Uomo delle istituzioni, il generale Graziano era garanzia di equilibrio e solidità per tutti coloro che l’hanno conosciuto. E anche per i mercati, poiché dopo la sua scomparsa il titolo Fincantieri ha perso il 3%. La sua è stata una carriera di prim’ordine: capo di Stato maggiore della Difesa dal 2015 al 2018, presidente del Comitato militare dell’Unione europea (2018-2022). Con un passato da protagonista, cominciato all’Accademia militare di Modena ad inizio anni Settanta per poi continuare alla scuola di applicazione di Torino, dove ha conseguito la laurea in scienze strategiche militari. Negli anni ne ha aggiunte altre due: in scienze diplomatiche a Trieste e in scienze sociali all’Accademia agostiniana di Roma. Alpino purosangue, innamorato delle Penne nere fin da ragazzo grazie alle letture di formazione, maestro di sci, ha guidato brigate con nomi da far tremare i polsi: la Taurinense e la Tridentina, la crema dell’esercito italiano.
Raffinato e brillante, con dentro di sé la bussola della fermezza e della saggezza, nel 2001 Graziano è stato addetto militare dell’ambasciata italiana a Washington. Da generale di divisione ha partecipato a campagne internazionali in Mozambico, in Iraq e in Afghanistan, ha avuto un ruolo preminente nell’operazione Antica Babilonia. Per tre anni (dal 2007 al 2010) è stato comandante della missione Unifil in Libano, una forza multinazionale di 13.000 uomini (2.000 italiani) con responsabilità anche della componente civile. Promosso generale di corpo d’armata, nel 2010 è diventato capo di gabinetto dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Ha innovato l’esercito, lo ha trasformato in una formidabile macchina per garantire la pace. Tifosissimo del Torino, in ogni parte del mondo non mancava di informarsi sulle partite e ironizzare sul suo cuore granata, sempre in ansia per le sorti della squadra. Come capo di Stato maggiore, lo scorso anno era stato rinviato a giudizio con altri quattro colleghi per le morti da inquinamento (neoplasie) nell’area attorno alla base militare di Capo Teulada, storico poligono di tiro. Nonostante il pm avesse chiesto il proscioglimento ritenendo «di non avere elementi per poter reggere l’accusa in giudizio», il gup ha mandato tutti a processo.
La scomparsa del generale Graziano ha colto di sorpresa le istituzioni, a cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Esprimo profondo dolore per la notizia dell’improvvisa scomparsa. Ne ricordo la figura di generoso e leale uomo delle istituzioni, capace di mettere sempre al servizio della Repubblica la sua competenza e la sua professionalità, doti dimostrate negli importanti ruoli di vertice, nazionali e internazionali, ricoperti nel corso della sua lunga carriera». Anche il premier Giorgia Meloni ha voluto far sentire la propria vicinanza: «Sono sconvolta dalla notizia. Ci lascia un integerrimo servitore dello Stato che in tutta la sua vita ha reso onore alla nazione, alle forze armate e alle istituzioni».
Innumerevoli messaggi di cordoglio sono arrivati al ministero della Difesa, che al termine dell’inchiesta organizzerà i funerali con l’Esercito. Antonio Tajani: «Era un amico ed è stato uno straordinario ufficiale che ha reso onore all’Italia anche nei suoi ruoli europei». Guido Crosetto: «La scomparsa del generale Graziano, lascia un profondo senso di tristezza e rappresenta una grave perdita per l’Italia». Paolo Gentiloni: «Sono sconvolto dalla morte. Era un servitore dello Stato, un piemontese europeista, un amico». Fincantieri in una nota sottolinea «il grande incolmabile vuoto», e l’ad Pierroberto Folgiero aggiunge: «Oggi è morto non solo un grande condottiero, ma anche un grande manager e un grande amico. Oltre che la figura istituzionale, mancherà moltissimo la persona privata, la sua visione rigorosa del Paese e della vita, dell’importanza del coraggio e dell’amicizia come i veri valori che servono per vincere le battaglie».
Intervista al generale punito dall’esercito per il suo libro e accusato di istigazione all’odio: «Farò ricorso, non hanno capito ciò che ho scritto. Manca pochissimo a sciogliere la riserva sulla candidatura con la Lega».
L’incursore Roberto Vannacci questa volta si trova sotto a un bombardamento diverso da quelli a cui probabilmente si era abituato durante la lunga carriera nell’esercito. Ogni giorno che passa giunge notizia di un nuovo procedimento contro di lui. Prima sono arrivate tre indagini riguardanti il suo periodo di servizio in Russia, per reati come truffa e peculato. Poi un’altra inchiesta per istigazione all’odio razziale partita dall’esposto di due associazioni tra cui un sindacato di militari, a cui si è aggiunta la denuncia della pallavolista Paola Egonu per diffamazione aggravata. Il pm del tribunale di Lucca ha chiesto l’archiviazione sostenendo che le frasi del generale non erano «una specifica invettiva» rivolta alla sportiva, ma la Egonu si è opposta e a marzo ci sarà udienza davanti al gip.
L’ultima tegola ieri: il ministero della Difesa ha deciso di sospendere Vannacci per undici mesi. È il risultato dell’inchiesta partita mesi fa sul libro Il mondo al contrario. Secondo il ministero, Vannacci avrebbe mostrato «carenza del senso di responsabilità», leso il «principio di neutralità/terzietà della forza armata» e compromesso «il prestigio e la reputazione» dell’esercito, motivo per cui non verrà impiegato e si vedrà dimezzato lo stipendio. Giorgio Carta, legale dell’ufficiale, ha annunciato «immediato ricorso al Tar Lazio», con richiesta di sospensiva del provvedimento. Intanto, come ormai consuetudine, Vannacci incassa il sostegno di Matteo Salvini: «Un’inchiesta al giorno, siamo al ridicolo, quanta paura fa il Generale? Viva la libertà di pensiero e di parola, viva le Forze Armate e le Forze dell’Ordine, viva uomini e donne che ogni giorno difendono l’onore, la libertà e la sicurezza degli Italiani», ha scritto il leader leghista su X.
Al solito, il generale non si scompone. Parlando con La Verità si mostra rilassato e consapevole. «Sulla questione specifica della sospensione non ho nulla da aggiungere rispetto a quello che ha detto il mio legale», ci dice. «Continuerò a fare divulgazione del mio libro, perché è un’attività che ho iniziato da tempo e che proseguo come libero cittadino, e poi presenterò, appena uscirà, anche il secondo libro che ripercorre la mia vita e che si intreccia con le stesse tematiche espresse nel Mondo al contrario».
Nel nuovo libro mi risulta che lei fornisca spiegazioni sulle frasi che l’hanno fatta finire sotto indagine.
«Potremmo dire che il nuovo libro diciamo fornisce la mia versione dei fatti su quanto scritto nel Mondo al contrario. Tutte le frasi che adesso sono sotto la lente d’ingrandimento di molte persone hanno un perché, possono essere spiegate».
C’è bisogno di rispiegarle?
«Credo che in maniera abbastanza semplice le si potesse capire già leggendo il primo libro, ma per chi non le ha capite torno a spiegarle, specificando che cosa intendessi quando le ho scritte, e da che cosa nascano. In questo nuovo volume cerco anche di far capire quali siano le esperienze della mia vita che mi hanno portato a pensare in un certo modo e ad avere le idee che esprimo nel Mondo al contrario. In ogni caso credo che nel mio primo libro si capisca molto bene che non vi è razzismo, che non vi è omofobia, che non vi è putinismo o altre cose di questo tipo. A me sembrava già tutto chiaro da subito, ma evidentemente invece c’è bisogno ribadire il concetto».
Ormai le cause che la coinvolgono sono parecchie. Ci sono le inchieste sul periodo in Russia, poi quella per istigazione all’odio razziale e perfino quella intentata da Paola Egonu.
«Della questione di servizio non parlo, anche perché - a parte gli articoli usciti - devo ancora avere delle evidenze formali. Per quanto riguarda le cause riferite all’istigazione all’odio o al razzismo, sono state presentate da alcune associazioni e appunto da Paola Egonu, che evidentemente si è sentita offesa dalla frase che ho scritto circa la sua italianità. Io poi ho ribadito in tantissimi altri contesti che non voleva essere assolutamente una frase offensiva, parlavo semplicemente di una caratteristica che secondo me è una ricchezza, un valore aggiunto. Il quarto capitolo del mio libro, quello dedicato alle società multiculturali, è un’ode alle differenze. Le differenze sono ricchezza, sono il motore dell’universo. Pensiamo al primo principio della dinamica, che dice che ogni corpo sta fermo fino a che una forza non ne va a modificarne lo stato: quella forza è la differenza, se non ci fossero le differenze nella fisica tutto sarebbe immobile, tutto sarebbe statico. E la società è la stessa cosa: se non ci fossero le differenze sociali non ci sarebbero state le rivoluzioni, non ci sarebbe stato il progresso, non ci sarebbe stato il benessere, non ci sarebbe stata la ricerca continua di condizioni migliori. Se tutto ciò fosse annullato, saremmo in uno stato di apatia globale, di stasi cosmica».
Le imputano di voler discriminare, tuttavia.
«Ma io quando parlo di differenze parlo di oggettive caratteristiche che distinguono due oggetti, due persone e che di per sé non definiscono nulla di migliore o peggiore. La discriminazione è tutta un’altra cosa. Mentre la differenza fa riferimento a due caratteristiche, la discriminazione si gioca sul piano della dignità e dei diritti, e nel mio libro non c’è una parola, dicesi una, che vada a toccare i diritti o la dignità delle persone. Anzi in tutto il libro io sempre dico che rispetto le altre culture, rispetto le altre idee, rispetto le altre opinioni. Magari non condividendole, certamente, ma il rispetto c’è sempre. Non c’è mai una espressione discriminatoria che riguardi le persone, per via della loro etnia o cultura, o per gli orientamenti sessuali. Non parlo mai di dignità inferiore o diritti inferiori».
Intanto però la accusano di istigazione all’odio razziale.
«Resto allibito infatti. Incitare all’odio vuol dire spingere deliberatamente una persona a commettere atti criminosi derivanti dall’odio razziale. Io non ho mai scritto una cosa del genere, e non l’ho mai nemmeno pensata. Non ho mai proferito un’espressione che fosse razzista. Razzista è chi crede che una razza o un’etnia siano superiori da un punto di vista biologico alle altre. E nel mio libro non c’è nulla di tutto ciò, non ho mai sostenuto una cosa del genere. Secondo me c’è stato un grosso travisamento di quello che io ho detto: si è scambiato il mio elogio delle differenze - nel quale credo fermamente proprio perché mi ci sono confrontato per tutta la vita - con la discriminazione, che è totalmente diversa».
Con Paola Egonu vi siete mai sentiti? La sentirebbe per spiegarsi?
«No, non ci siamo mai sentiti, ma non nego che a me piacerebbe molto avere la possibilità di scambiare opinioni. L’ho detto mille volte durante le presentazioni del libro e in tantissime interviste: non ho scritto e non penso che Paola Egonu abbia meno diritto di essere italiana in virtù delle sue caratteristiche somatiche. Non ho mai asserito una cosa del genere. Ho semplicemente detto che Paola Egonu ha delle caratteristiche somatiche specifiche che non la inquadrano nell’italianità, ma questo non va a toccare minimamente i suoi diritti. Lei è cittadina italiana, io sono orgoglioso che lei sia cittadina italiana e io tifo per lei quando vince a pallavolo, e ritengo che sia una ricchezza per il nostro Paese. Di nuovo c’è stata un’interpretazione totalmente errata delle mie parole, anche strumentale».
Matteo Salvini si sta molto esponendo a suo favore, e ovviamente ciò fa pensare alla sua candidatura.
«Ringrazio il ministro Salvini, sia per quello che ha detto ieri sia per quello che ha detto in precedenza. Quanto alle elezioni, non ho sciolto le riserve. Lo farò quando sarà necessario e opportuno, ormai manca pochissimo al termine per le candidature. Intanto io continuo a essere un militare, e un militare non fa propaganda politica. Annunciare una mia partecipazione alle elezioni in questo momento significherebbe moderare ancora di più quello che dico presentando il mio libro, per evitare strumentalizzazioni. Non voglio che qualcuno possa scambiare la mia attività culturale e divulgativa come un’attività politica in vista delle elezioni».
Dicono che nel suo nuovo libro, Il coraggio vince (in uscita per Piemme), lei si mostri più buono.
«Ma no… Il vecchio libro non era mica cattivo. L’ho detto spesso: non sono uno scrittore, non sono un intellettuale, ho scritto di getto quello che mi passava per la mente. Però se dovessi categorizzare Il mondo al contrario lo metterei nel comparto della saggistica. Il nuovo libro è una sorta di romanzo, più o meno autobiografico, nel quale racconto la mia vita. A questo racconto intreccio le tematiche del primo libro proprio per far capire come siano nate certe idee, per far capire come la penso io. Questo nuovo libro ha però una bella differenza rispetto al primo: è stato sottoposto alla correzione di bozze e all’editing, quindi sicuramente ci saranno meno refusi, forse qualche espressione sarà più corretta dal punto di vista sintattico e grammaticale. Per il resto rappresenta pienamente le mie idee, racconta quello che ho vissuto e forse riuscirà a spiegare meglio qualcosa che non si è capito».
Il sabato e la domenica, Angelo Frigerio, classe 1956, grado ecclesiastico monsignore, grado militare generale di corpo d’armata, celebra l’eucaristia nelle parrocchie del suo paese natale, Seregno, in Brianza. Dal lunedì al venerdì invece, a Milano, fa il cappellano militare del 1° Reggimento trasmissioni Nato, presso la caserma Santa Barbara, 1.000 soldati italiani in organico, una delle due unità del Corpo di reazione rapida, con quartier generale a Solbiate Olona (Varese), alle direttive del comando supremo, per l’Europa, dell’alleanza atlantica, situato in Belgio.
Don Angelo, «tutti mi hanno sempre chiamato così», ha vissuto una dura adolescenza. Nel 1970, a 14 anni, perse, in un incidente sull’Autostrada del sole, il padre, 49, camionista, e il fratello, 17, spirato alla vigilia di Natale dopo 23 giorni di coma. Restò solo con la madre. Faceva la prima Itis, alle serali e, di giorno, l’elettricista. Il trauma familiare l’allontanò dalla messa, ma non dall’oratorio, «perché c’era un prete giovane, aggiustavo gratis le luci del campo di calcio». Diventato perito elettrotecnico, nel 1976, frequentò un corso, «tenuto da Giuseppe Lazzati», all’eremo San Salvatore di Erba. «A Milano si dice chi tuca taca, rimasi coinvolto. Avevo una fidanzata, una bellissima ragazza oggi sposata e mamma di tre figli e le dissi: “È bene che ti trovi uno che pensi solo a te…”».
Poi gli studi in seminario. L’11 giugno 1983, Carlo Maria Martini, l’ordinò sacerdote. L’arcivescovo di Milano l’avrebbe voluto «parroco a Sant’Ilario» e non, come don Angelo auspicava, missionario in Africa. Una sera di giugno squillò il telefono. Era l’ordinario militare, don Giovanni Marra. «Dal 1° settembre devi presentarti alla scuola allievi ufficiali di complemento artiglieria a Bracciano, sai dov’è?». «Partii nel ’94 con la mia Fiat Uno per Bracciano, 3.000 persone sotto i 25 anni, ufficiali e soldati semplici, scoprii che c’erano 120 allievi della scuola elementare, analfabeti…». Iniziò così il suo apostolato nell’esercito, raggiungendo i livelli più elevati. È stato anche cappellano del carcere militare di Forte Boccea, a Roma, chiuso nel 2003, «Erich Priebke e Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca, erano miei parrocchiani, Savi faceva la comunione, Priebke no, ma si confessava con un frate olandese». L’impianto della nuova legge, n. 70 del 2021, sui cappellani militari, l’ha congegnato lui.
Che atmosfera si respira tra i soldati del 1° reggimento Nato?
«Devo essere sincero. I militari italiani hanno una coscienza molto chiara su ciò che sta avvenendo in Ucraina, cioè che difficilmente la Nato può essere coinvolta in un conflitto come questo perché, se così fosse, sarebbe un disastro».
La terza guerra mondiale?
«Tutti usano quella parola lì, non so se la terza o l’ultima, ma un intervento diretto Nato vorrebbe dire una provocazione che la Russia non riuscirebbe a sostenere se non con le armi nucleari. Dio ce ne scampi».
Si arriverà a un negoziato di pace?
«Il grande errore di Putin è stato l’invasione. Quello dell’Europa dimostrare che non c’era alcuna intenzione di mettere in difficoltà la Russia. Una radicale distinzione, all’inizio, tra Ue e Nato, avrebbe giovato. Forse Putin poteva segnalare il disagio nel Donbass all’Onu, dove ha un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza».
Quali responsabilità ha Biden?
«Mi chiedo se gli americani hanno davvero voglia che nasca una forza armata europea. E se nasce, diventa un doppione della Nato? Credo l’Europa debba chiarire se è indipendente o no dagli Stati Uniti. Quando diventerà maggiorenne anche sul piano militare? Siamo ancora alla scuola materna. E qual è la funzione dell’Onu? Il suo potere d’intervento equivale a poco».
È andato in missioni italiane all’estero?
«Le ho fatte tutte. Bosnia, Kossovo, Afghanistan, Iraq, Libano, Gibuti, Turchia, Somalia. Ora le missioni sono più complicate, oltre che costose e dovrebbero essere tutte sotto l’egida dell’Onu. Questa guerra dell’Ucraina invasa dalla Russia ha messo in pericolo l’equilibrio del vecchio sistema e la Nato sta rivedendo la sua organizzazione».
Qual è compito di un cappellano militare?
«Quello di ogni sacerdote in qualsiasi altro ambito di ministero. Un soldato, per parlare con lui, in Italia e all’estero, non deve seguire la scala gerarchica. Si può confessare anche col generale di corpo d’armata, e a questi nessuno può chiedere: “Cosa ti ha detto il soldato?”. La sera prima della strage di Nassirya (Iraq, 12 novembre 2003, ndr), un militare poi ucciso parlò col cappellano militare di cose personali. Dopo l’attentato ne ha parlato confidenzialmente coi genitori, non con il comandante».
I cappellani militari sono operatori di pace?
«Riteniamo lo siano due volte. Primo, perché, anche in tempo di guerra, sono disarmati. Secondo, perché non motivano le missioni, ma ascoltano e benedicono le persone».
Lei ha mai preso in mano un’arma?
«Mai. E così tutti i cappellani».
Quanti siete in Italia?
«162, di cui un vicario generale militare, che è sacerdote, e un ordinario militare, arcivescovo».
Si sta parlando di reintrodurre la leva obbligatoria.
«Mi sembra una cosa tardiva. Quando ero segretario generale della Curia e si abolì la leva, suggerivo 6 mesi di servizio obbligatorio, con possibilità di scelta tra forze armate e ambiti civili. Mi chiamavano antimilitaristi delle comunità terapeutiche dicendomi: “Perdiamo 27.000 operatori, pagati pur poco dallo Stato, per noi gratis”. La visita militare era uno screening rapido su tutti i giovani italiani. Ma i distretti militari non ci sono più… E non abbiamo i medici…».
L’ha visto il film Full Metal Jacket di Kubrik?
«L’ho visto sì. Una grande americanata. Grazie a Dio abbiamo un approccio un po’ diverso in ambito formativo militare. A volte c’è qualche testa calda che scimmiotta questi sottufficiali americani, ma c’è più rispetto».
Come si dice flop in «sindacalese»? Chiunque abbia un minimo di dimestichezza e confidenza con la storia sindacale sa che l’arma di uno sciopero generale dovrebbe essere maneggiata e gestita come una sorta di extrema ratio, come una risposta durissima e finale, rara e dunque solenne, climax di una mobilitazione larga e sentita.
Insomma, una mossa conclusiva, una specie di «ultima parola» oltre la quale gli organizzatori devono necessariamente cogliere un qualche successo tangibile, un risultato chiaro e prima di tutto comprensibile da parte di una porzione grande di opinione pubblica. Altrimenti, a essere messa in gioco è proprio la credibilità dei leader sindacali.
pistola scarica
E invece sembra proprio quest’ultima la situazione delle due sigle che hanno convocato l’agitazione di ieri. Infatti, dopo aver sparato con una pistola rivelatasi scarica, Cgil e Uil sono alle prese con almeno quattro clamorosi boomerang. Primo, in termini politici: nessuno sembra averli ascoltati né nel governo né tra le forze parlamentari. Anche rispetto alla manovra in corso di discussione, non si vede nemmeno lontanamente come la (peraltro sfocatissima) piattaforma della manifestazione di ieri inciderà sulla versione finale della legge di bilancio. È davvero paradossale che una mobilitazione annunciata con tanta enfasi non produca nessun risultato effettivo.
Secondo, in termini di contenuti: anche un fervido sostenitore dei due sindacati convocatori faticherebbe a isolare due-tre richieste precise, alcuni obiettivi chiari e comunicabili all’opinione pubblica. Al contrario, siamo di fronte a un’iniziativa generica, vaga, perfino discutibile in termini teorici: una fumosa contestazione della politica generale di governo e Parlamento, dal fisco alla scuola, dalle pensioni alle delocalizzazioni, dalla «precarietà» alla sanità. Alla fine della fiera, un generico comizio senza punti di caduta o declinazioni concrete.
Terzo, in termini di unità sindacale: la dissociazione della Cisl è pesantissima, e apre una faglia nella trimurti costituita dai tre sindacati tradizionalmente più forti. Già la triplice sindacale era accusata da anni di occuparsi solo dei garantiti, e quindi di aver dimenticato i disoccupati, i sottoccupati, gli «outsider» rispetto al perimetro delle tutele esistenti. La notizia di ieri è che, perfino nel recinto più ristretto in cui i tre sindacati si erano rinchiusi, si è prodotta una separazione assai significativa.
Quarto, in termini di impatto concreto: l’iniziativa di ieri non è stata praticamente percepita nelle maggiori città, non ha nemmeno sortito l’effetto di «bloccare» alcunché. E questo rischierà di rivelarsi l’autogol più doloroso quando gli stessi organizzatori svolgeranno un’analisi critica della loro iniziativa: già era vaga e poco comprensibile, ma se poi non è risultata nemmeno concretamente «percepibile» dall’opinione pubblica in termini di concreto stop di milioni di lavoratori, il flop - a bocce ferme -diventerà conclamato.
Quanto alla cronaca, l’agitazione prevedeva otto ore di astensione e cinque manifestazioni principali: a Milano, Roma, Palermo, Cagliari, Bari. A piazza del Popolo, nella Capitale, c’erano i due leader Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri.
La Lega
Ecco Landini: «Sta aumentando la distanza tra il Palazzo della politica e il Paese. Noi invece diamo voce al disagio sociale. Abbiamo bisogno di prendere la parola e farebbe bene chi è in Parlamento ad ascoltarci». E ancora, buttando la palla avanti: «Oggi è l’avvio di una mobilitazione perché pensiamo che il Paese vada cambiato, con una riforma fiscale e delle pensioni degna di questo nome e cancellando la precarietà. È l’inizio di una battaglia». Conclusione promettendo altre mobilitazioni, cosa di per sé paradossale dopo la più forte iniziativa immaginabile già messa in campo: «Se non si fanno le cose che stiamo chiedendo, noi scioperiamo e torniamo in piazza perché non dobbiamo rispondere ad alcun governo. Per noi questa non è la fine di un ciclo di manifestazioni, ma è l’inizio». Toni analoghi da Bombardieri: «Oggi ci sono cinque piazze piene. È strano dire che non rappresentiamo il Paese reale, chi è rimasto indietro. Chiediamo al governo di fare scelte diverse. Il Paese ha bisogno di risposte, che finora non sono sufficienti».
Lapidario e durissimo il commento di Matteo Salvini: «Siamo davanti a uno sciopero farsa contro l’Italia e i lavoratori, la Cgil ci aiuti a ricostruire il Paese anziché bloccarlo».

