Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Ansa
In Italia la bevanda è stata introdotta «per ragioni ideologiche» da Piccardo, attivista islamico ed editore di libri su Hamas. La coop Alleanza la vende, boicottando i prodotti israeliani. Gli ebrei: «Fini antisemiti».
Sotto l’etichetta rossa e verde della «Gaza Cola», si muove un mondo di simboli, relazioni e interessi che vedono al centro la comunità islamica italiana. La bibita, diventata virale tra gli scaffali della Coop, sta scatenando dibattiti, proteste e inchieste. Dietro il prodotto, in apparenza innocuo, si staglia Davide Piccardo, attivista islamico, imprenditore, mediatore culturale e, come si autodefinisce, stratega politico.
Nato nel 1981 e cresciuto in un contesto familiare interreligioso, Piccardo si è affermato come uno dei volti più noti dell’associazionismo islamico italiano. È stato a lungo impegnato nella promozione del dialogo interreligioso e nella battaglia per il riconoscimento dei diritti delle comunità musulmane in Italia. Negli ultimi anni è stato tra i principali promotori della costruzione della grande moschea di via Padova a Milano, progetto poi arenatosi.
Era uscito dai riflettori, per tornare sulla scena dopo la mattanza compiuta da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023. Partecipa spesso a manifestazioni a favore della Palestina e, alla fine del 2024, è diventato l’unico amministratore di Iperuranio trading & consulting srls, società costituita il 2 novembre 2024 con sede legale a Milano. La società, con oggetto sociale ampio, ha una struttura semplice ma è al centro di un’operazione complessa: importare e distribuire in Italia la Gaza Cola, bevanda con etichetta in arabo, prodotta in Polonia, sponsorizzata da un consorzio internazionale pro Pal e vicino ai Fratelli Musulmani. Intervistato nel merito dalla Verità, Piccardo ha riferito: «La Gaza Cola non è un nostro progetto: la mia società la commercia e basta. È chiaro, abbiamo aderito a questa iniziativa economica soprattutto per ragioni ideologiche. Io ho le mie idee e non sono un segreto».
Parallelamente, Piccardo è coinvolto anche nel mondo editoriale. È titolare della casa editrice Della Luce, che ha pubblicato numerosi testi su Gaza e il conflitto mediorientale, inclusi alcuni volumi sull’ex leader di Hamas, il macellaio Yahya Sinwar. Dettaglio, quest’ultimo, che ha suscitato più di qualche interrogativo sul suo posizionamento ideologico e sulle finalità culturali del suo attivismo.
In parallelo all’attività italiana, la società più importante dietro la Gaza Cola è registrata nel Regno Unito. È stata costituita nell’aprile 2024 come società a responsabilità limitata, interamente posseduta da Osamah Kashou (pubblicamente noto come Osama Qashoo). Gaza Cola Ltd ha una struttura burocratica semplificata: un’unica azione ordinaria e un solo amministratore.
La società britannica funge da hub strategico per il branding, le relazioni internazionali e la gestione della rete di distributori nei Paesi europei ed extra europei. Gaza Cola Ltd opera con un sistema di partnership decentralizzate che coinvolgono entità in Kuwait, Polonia, Francia e Turchia, e raccoglie fondi attraverso una campagna permanente che lega la vendita della bibita al finanziamento di progetti umanitari a Gaza. Le autorità fiscali britanniche non hanno finora rilevato irregolarità nei flussi finanziari.
Essa è diventata un simbolo. In un periodo segnato dall’inasprimento del conflitto israelo-palestinese e dalle proteste globali per la guerra a Gaza, ogni dettaglio della lattina (dal nome, ai colori, al font) è pensato per evocare una narrativa di resistenza e solidarietà. In questo contesto, Piccardo è diventato così il punto di riferimento di una rete commerciale e comunicativa transnazionale.
Iperuranio trading & consulting srls non produce la bibita, ma gestisce i flussi tra il produttore polacco e la grande distribuzione italiana. Coop Alleanza 3.0 ha accolto Gaza Cola nei propri scaffali in alcune regioni del Centronord, dopo aver interrotto l’acquisto di prodotti israeliani, di fatto boicottandoli. Ma c’è dell’altro e adesso gli occhi sono puntati su Coop anche per un altro motivo. L’azienda è stata condannata dalla magistratura di Venezia per aver licenziato ingiustamente un dipendente sospettato di aver usufruito impropriamente dei benefici legati alla Legge 104. Il dipendente ha dato prova che tutti i permessi presi erano legittimi e servivano per accudire la madre malata ed è stato quindi reintegrato. Ora, i fatti legati a Coop Alleanza 3.0 sono venuti alla luce entrambi a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Non è che per caso una notizia (quella sulla condanna per l’ingiusto licenziamento del dipendete) è stata data in mano alla stampa per dirottare l’attenzione lontano dall’altra vicenda (quella sul boicottaggio dei prodotti israeliani)?
Intanto, i margini di profitto lordi della Gaza Cola superano il 300%. Il prezzo di produzione di una lattina è di circa 0,12 euro; al consumatore, viene venduta tra 0,90 e 1,30 euro. A oggi, non risultano anomalie formali nei bilanci: la società britannica appare in regola con la normativa fiscale e non è oggetto di indagini della Finanza né di altri organi europei. Eppure, la struttura leggera dell’operazione e l’elevato contenuto ideologico del prodotto suscitano perplessità. Per molti sostenitori del boicottaggio a Israele, l’azione commerciale di Gaza Cola è legittima e non violenta. Per altri non è che una forma mascherata di pressione economica su basi etniche.
Esponenti delle comunità ebraiche italiane hanno parlato di uso strumentale del commercio per fini antisemiti. Il governo italiano, almeno finora, ha scelto una linea attendista.
Nessuna misura è stata presa per limitare la vendita della bibita, ma si monitora da vicino il caso, anche alla luce dell’aumento degli episodi contro gli ebrei. Sono stati oltre 600 nel 2024, con un picco proprio nei mesi successivi al lancio della Gaza Cola.
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Anna Maria Cisint (Imagoeconomica)
Stando a un report francese è uno snodo di islamisti. Anna Maria Cisint: «Occorre vigilare».
Dietro la facciata rassicurante di un istituto culturale nel centro di Verona si muoverebbe in silenzio quello che per l’intelligence francese è molto più di un semplice centro studi: un potenziale epicentro della nuova egemonia islamista in Europa. Si chiama Bayan e viene descritto come «una struttura formativa che riceve finanziamenti dal Kuwait» attraverso «l’International islamic charity organisation (una Ong che opera a livello globale, ndr)». Stando a un rapporto appena desecretato dall’Eliseo, del quale La Verità è in possesso, ci sarebbe il rischio che diventi «il principale centro di formazione per gli imam in Europa», con tanto di «diploma da insegnante professionista a beneficio delle scuole e dei centri islamici europei». E, secondo il report, sarebbe parte di un disegno più ampio riconducibile ai Fratelli musulmani, movimento fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna e bandito in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi islamici. Una cinghia di trasmissione ideologica per plasmare i nuovi leader dell’islam politico. Nel documento, firmato dai servizi segreti francesi, c’è una parola che ricorre: «Infiltrazione». Silenziosa, dissimulata, metodica. Il presidente Emmanuel Macron ha preso sul serio l’allarme. Ha convocato un Consiglio di difesa e invocato «una risposta forte». «È ciò che denuncio da tempo e che ho potuto constatare personalmente durante la mia esperienza amministrativa a Monfalcone e in tante, troppe altre città italiane», afferma l’eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint: «Moschee e scuole coraniche che operano nell’ombra, prive di controlli e regolamentazione, spesso risacche di illegalità e predicazione dell’odio verso l’Occidente». Lo scopo, secondo Cisint, «è quello di ripulire l’immagine dell’islam più radicale, mentre lentamente si insinua nelle nostre istituzioni e nella nostra società». Per Cisint i segnali c’erano tutti. E ricorda la presenza della «cosiddetta Lista islamica a Monfalcone». La valutazione dell’eurodeputata è questa: «La strategia delle comunità radicalizzate è quella di presentarsi come moderate e moderne, per poi, quando i mumeri lo permetteranno, imporsi con la Sharia e la sovversione dello Stato». La soluzione, per Cisint, va cercata nel contrasto legislativo: «Serve un’azione per normare e contenere in Italia e in Europa l’approccio fondamentalista, primo passo la stipula dell’intesa prevista dall’articolo della Costituzione fra Stato e confessionale religiosa, poi urge precedere con una capillare mappatura e controllo delle moschee presenti sul nostro territorio».
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Abdallah e Rania di Giordania (Getty images)
Il ministro degli Interni ha definito l’associazione illegale e ne ha vietato le attività nell’intero Paese. Ordinato anche il sequestro di tutti i beni del gruppo. In Palestina Abu Mazen esorta Hamas a consegnare a Israele gli ultimi ostaggi detenuti a Gaza.
Ieri mattina il ministro degli Interni del Regno di Giordania Mazen al-Faraya ha annunciato l’immediata applicazione di misure legali contro la già disciolta Fratellanza Musulmana, etichettandola come associazione illegale e vietandone le attività in tutto il Paese. In una conferenza stampa, Faraya ha dichiarato: «Qualsiasi attività condotta sotto il nome della Fratellanza viola la legge e sarà perseguita legalmente». Ha inoltre confermato di aver ordinato di sequestrare tutti i beni mobili e immobili del gruppo, in conformità con le sentenze giudiziarie. Faraya ha sottolineato che l’affiliazione al gruppo o la promozione delle sue idee in qualsiasi forma è severamente vietata e soggetta a conseguenze legali. Ha inoltre annunciato la chiusura di tutti gli uffici e i locali utilizzati dalla Fratellanza Musulmana anche se condivisi con altre entità, sottolineando che qualsiasi utilizzo del genere costituirebbe una violazione della legge. Il ministro ha anche diffidato «i gruppi politici, i mezzi di informazione, le organizzazioni della società civile, gli utenti dei social media e altre entità dal partecipare o pubblicare contenuti relativi al gruppo sciolto o a una qualsiasi delle sue sedi o organismi affiliati, pena la pena di legge». Faraya ha inoltre affermato che saranno intraprese azioni legali contro qualsiasi individuo o entità che risulti coinvolto in attività criminali legate al gruppo, sulla base dei risultati delle indagini giudiziarie in corso. Ha rivelato che la stessa notte in cui la settimana scorsa sono iniziate le operazioni i membri della Fratellanza hanno tentato di distruggere alcuni documenti dai loro uffici nel tentativo di nascondere le loro attività e affiliazioni sospette. Il ministro degli Interni giordano ha poi spiegato che, in seguito alle rivelazioni della scorsa settimana sulle minacce alla sicurezza nazionale, le autorità hanno scoperto un magazzino dove si fabbricavano e si collaudavano esplosivi.
I segnali che la confraternita sarebbe stata bandita definitivamente c’erano già da tempo, ma la conferma è arrivata martedì scorso con l’arresto di 16 persone legate alla Fratellanza Musulmana, accusate di aver pianificato attacchi contro obiettivi all’interno del regno utilizzando razzi e droni. Secondo le autorità, almeno un razzo era già pronto per il lancio, nell’ambito di un’operazione sotto il monitoraggio dei servizi di sicurezza fin dal 2021. A capo della cellula c’è un uomo residente in Libano che avrebbe anche addestrato alcuni membri del gruppo. Le indagini confermano che formazione e finanziamenti agli arrestati sono avvenuti proprio in territorio libanese. Hamas e la Fratellanza Musulmana sono stati più volte indicati come fomentatori di proteste antigovernative in Giordania, soprattutto nel contesto della guerra a Gaza scoppiata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Il Regno hashemita, storico alleato degli Stati Uniti, ospita una vasta comunità palestinese. Secondo alcuni analisti, tale presenza potrebbe aumentare sensibilmente qualora si concretizzasse il piano promosso da Donald Trump, che prevede il trasferimento temporaneo dei palestinesi della Striscia di Gaza verso la Giordania e l’Egitto durante la fase di ricostruzione ma dopo quanto accadutop ieri l’ipotesi è piu’ remota che mai.
Tra i nomi di rilievo finiti in manette già la scorsa settimana figura anche Khaled Walid al-Juhani, capogruppo del Fronte d’azione islamico alla Camera dei Rappresentanti. In passato, al-Juhani era stato fermato per aver preso parte a proteste contro l’offensiva israeliana su Gaza e, successivamente, per reati informatici. Anche il fratello Hamza era stato arrestato in concomitanza con le elezioni parlamentari. Il Fronte d’azione islamico, fondato nel 1992 come braccio politico della Fratellanza Musulmana, è oggi la principale forza di opposizione in Giordania.
E proprio ieri i Fratelli musulmani hanno espresso «le loro condoglianze e simpatia per la morte di papa Francesco», che secondo l’organizzazione «aveva posizioni di rilievo per sostenere la pace e la convivenza tra le religioni».
Qualcosa contro i Fratelli musulmani si muove anche nella Siria di Mohammed al-Jolani/al-Sharaa dove sono stati arrestati due alti esponenti della Jihad Islamica palestinese, la seconda formazione armata più rilevante nella Striscia di Gaza, coinvolta negli attacchi contro Israele del 7 ottobre 2023. Si tratta di Khaled Khaled, responsabile dell’organizzazione in territorio siriano, e Yasser al-Zafari, un altro membro di spicco del gruppo. Da segnalare sempre nella giornata di ieri l’affondo durissimo del presidente palestinese Abu Mazen che ha esortato Hamas a consegnare gli ostaggi di Gaza definendolo il principale fattore che alimenta gli attacchi israeliani sul territorio. «Consegnateci ciò che avete e tirateci fuori da questa situazione. Ogni giorno ci sono centinaia di morti. Perché? Figli di cani non date a Israele una scusa per continuare». Oramai i principali sostenitori di Hamas e dei Fratelli Musulmani sembrano essere rimasti solo i gruppi filopalestinesi, che da oltre un anno avvelenano le piazze e i social network con la loro narrativa.
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Il presidente tunisino, Kais Saied (Ansa)
Nel Paese nordafricano esiste un partito, Ennahda, diretta espressione dell'organizzazione terroristica e protagonista della vita politica tunisina degli ultimi anni. Il presidente Kais Saied, dal 25 luglio 2021, ha dichiarato guerra alla Fratellanza Musulmana promettendo di sradicare la corruzione che il gruppo islamista ha portato all’interno del governo.
I Fratelli Musulmani sono una delle più importanti organizzazioni islamiste al mondo e sono considerati un gruppo terroristico in Egitto, Bahrain, Arabia Saudita, Siria, Russia ed Emirati Arabi.
Al Cairo sono stati al governo nel convulso periodo posteriore alla cosiddetta Primavera Araba, ma nel 2014 sono stati sciolti e dichiarati fuori legge. In Tunisia invece esiste ancora un partito che è una diretta emanazione della Fratellanza Musulmana e negli ultimi anni è stato protagonista della vita politica tunisina. Ennahda, Movimento della Rinascita, ha cavalcato la Rivoluzione dei Gelsomini quando il leader del partito Rashid Gannouchi è tornato in Tunisia dopo vent’anni di esilio, ottenendo il 37% dei voti alle elezioni del 2011. Dopo anni di incertezza e di governi deboli, nel 2019 la politica tunisina, con l’assenso degli islamisti di Ennahda, ha decido di puntare sull’attuale presidente Kais Saied che però dal 2021 ha cominciato a combattere le derive fondamentaliste che il rappresentante dei Fratelli Musulmani voleva imporre. Nell’aprile del 2023 Rashid Gannouchi è stato arrestato per incitamento alla violenza e complotto contro la sicurezza dello Stato ed è poi stato condannato nel gennaio del 2024 a tre anni di carcere. Contemporaneamente sono state chiuse tutte le sedi di Ennahda e il partito islamista è stato anche multato per quasi un milione e 200.000 euro per finanziamenti illeciti ricevuti dall’estero.
Oggi la politica tunisina ha scelto di lavorare con l’Europa e combatte tutti gli estremismi come racconta Saoussen Mabrouk, vice-presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, il parlamento di Tunisi. «Il nostro Paese per un decennio è stato ostaggio dei Fratelli Musulmani che ci hanno fatto sprofondare in una palude di corruzione, terrorismo e fallimento economico. L’anno scorso Ennahda ha cercato di cambiare il suo nome per ingannare ancora una volta il popolo tunisino, ma ora tutti sanno quanto male hanno fatto. Sono stati mandanti di omicidi politici come quello di Chokri Belaid e hanno compromesso la sicurezza dello Stato come dice la condanna a 10 anni all'ex ministro della Giustizia Noureddine Bhiri, militante di Ennahda. Il presidente Saied vuole eliminare questa organizzazione terroristica e prosciugare i suoi finanziamenti che provengono da entità straniere che vogliono destabilizzare la Tunisia. Dal 25 luglio 2021 Saied ha dichiarato guerra alla Fratellanza Musulmana promettendo di sradicare la corruzione che il gruppo islamista ha portato all’interno del governo tunisino. Hanno colonizzato i centri di potere in maniera ancora più profonda e pericolosa di come fecero i colonialisti francesi».
Secondo l’analista tunisino Mounir Omairi anche la crisi economica che attanaglia il Paese maghrebino è dovuta alla gestione di Ennahda che non ha saputo intercettare i prestiti internazionali e ha strangolato l’economia nazionale con programmi che ridistribuzione soltanto a fini elettorali. Anouar Marzouki è un altro elemento di spicco del parlamento e lancia un allarme. «In Tunisia ci sono moltissimi siriani che qui hanno trovato asilo sotto il regime di Assad con cui avevamo rotto i rapporti dal 2015. Saied ha riallacciato i rapporti nel 2023, ma oggi ci sono molti islamisti siriani che hanno scelto la Tunisia come loro sede e sono un pericolo con il nuovo governo di Ahmad al-Sharaa a Damasco. Anche molti egiziani dopo il 2014 sono arrivati nel nostro paese e dobbiamo sapere bene chi c’è sul nostro territorio e quanto siano profondi i rapporti creati dalla Fratellanza Musulmana. Vogliamo che tutti quelli che sono vicini a questi terroristi lascino subito la nostra nazione che sta ripartendo dopo essere stata prigioniera di questi criminali che hanno danneggiato la nostra credibilità all’estero. In Tunisia deve restare soltanto chi vuole il nostro bene e non chi vuole creare un califfato che resta l’obiettivo di Ennahda anche se il terrorista Rashid Gannouchi continua a negarlo».
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