«Il Senato della Repubblica aderisce al Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. Le bandiere sono esposte a mezz’asta per tutta la giornata di martedì 10 febbraio. La facciata di Palazzo Madama è stata illuminata con i colori della Bandiera dal tramonto del 9 febbraio all’alba di oggi e, nuovamente, sarà illuminata dal tramonto alla mezzanotte di martedì 10 febbraio».
(Getty Images)
- Negli accordi per la tregua, Gerusalemme ha liberato 230 reduci di Hamas, finiti in Egitto, Turchia e Qatar. A preoccupare i nostri investigatori è la galassia pro Pal di estrema sinistra, che potrebbe dar loro asilo.
- L’esperto Vincenzo Priolo: «Arrivano dai Balcani o dalla città greca di Patrasso, seguendo le rotte dell’immigrazione».
- Dopo il 7 ottobre in Israele è stata creata una task force per eliminare tutti i responsabili delle stragi. Come dopo il massacro di Monaco ’72.
Lo speciale contiene tre articoli.
Secondo un rapporto di Yoni Ben Menachem, analista diplomatico ed esperto di affari arabi per il Jerusalem center for security and foreign affairs (Jcfa), il Mossad israeliano si prepara a fronteggiare una delle sfide più impegnative del prossimo periodo: tenere sotto controllo e contrastare le attività di almeno 230 terroristi altamente pericolosi espulsi all’estero nell’ambito dell’intesa per il rilascio degli ostaggi e la tregua nella Striscia di Gaza. Questi militanti, inizialmente trasferiti in Egitto, Qatar e Turchia, potrebbero successivamente spostarsi in altre nazioni, tra cui l’Italia, aumentando il rischio di attacchi terroristici su scala internazionale.
A proposito del nostro Paese, a preoccupare gli inquirenti è la saldatura esistente tra i gruppi di estrema sinistra, i collettivi studenteschi e tutta la galassia pro Pal che è a disposizione dei jihadisti palestinesi. Secondo fonti investigative di alto livello consultate dalla Verità in città come Milano, Roma, Napoli, Torino, L’Aquila, Genova e Bari, solo per citarne alcune, gli uomini di Hamas possono contare su solidi rapporti. Altro aspetto interessante è quello relativo alle conversioni all’islam di alcuni esponenti dell’estrema sinistra violenta italiana, che oggi più che mai rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale visti i contatti con Hamas e gli Hezbollah. Timori anche in Germania, dove all’interno della massiccia diaspora libanese non mancano certo i fanatici e i criminali pronti a mettersi al servizio degli uomini di Hamas. Lo stesso vale per la comunità turca e quella araba arrivata in Germania nel corso di decenni di immigrazione incontrollata (e non), alla quale si è aggiunto l’esodo di rifugiati (1,5 milioni di persone) arrivati dopo la guerra civile siriana. Senza dimenticare la diaspora afghana che mille problemi sta creando alla sicurezza di Berlino, vedi i continui attentati messi in atto da lupi solitari provenienti dall’Afghanistan. Analoghi timori in Francia, Svezia, Olanda, Belgio, Norvegia e Danimarca, solo per citarne alcuni, dove agiscono anche gruppi criminali come la «Mocro Mafia» la mafia maghrebina-olandese che ha grande potenza di fuoco e capacità operative che possono tornare comode agli uomini di Hamas e Hezbollah, anche solo per la fornitura di armi e esplosivi da usare contro le sedi diplomatiche israeliane, sinagoghe e cittadini di religione ebraica.
Come detto, le autorità israeliane temono che molti di questi individui rilasciati in questi giorni possano tornare a organizzare operazioni contro Israele, tra cui attacchi a istituzioni ebraiche, rapimenti, traffico d’armi con l’Iran e la creazione di nuove reti terroristiche all’estero. Le statistiche fornite dall’Agenzia per la sicurezza israeliana delineano un quadro preoccupante: il 50% dei terroristi liberati all’estero nell’ambito dell’accordo per la scarcerazione del soldato Gilad Shalit nel 2011 ha ripreso attività terroristiche. Il dato è ancora più elevato per quelli rimasti in Cisgiordania, dove si registra un 80% di recidiva nelle operazioni ostili contro Israele. Secondo fonti dell’intelligence citate da Yoni Ben Menachem, la liberazione di questi militanti sta rafforzando l’infrastruttura operativa di Hamas, con un impatto diretto sulla leadership del gruppo all’estero.
Un esempio significativo è il cosiddetto «quartier generale della Cisgiordania» situato a Istanbul, che opera sotto la protezione del Millî Istihbarat Teşkilâti (l’Organizzazione di informazione nazionale, cioè l’intelligence turca) con il sostegno del presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha consentito ad Hamas di usare il sistema bancario turco esattamente come fatto con l’Isis, che ha depositato nelle banche turche quello che resta del suo tesoro. Questa struttura coordina attacchi in Israele e nei territori palestinesi, con collegamenti diretti al massacro del 7 ottobre 2023. La guida di questa cellula è passata a Zaher al-Jabarin, figura di spicco dell’ala militare di Hamas, subentrato a Saleh al-Arouri dopo il suo assassinio a Beirut. A sua volta ex detenuto rilasciato con «l’accordo Shalit» del 2011, oggi al-Jabarin svolge un ruolo chiave nelle operazioni terroristiche contro lo Stato ebraico. Al-Jabarin è anche il principale intermediario tra Hamas e le Guardie rivoluzionarie iraniane, responsabile del coordinamento delle strategie per gli attacchi contro Israele dalla Cisgiordania. Inoltre, nel suo ruolo di direttore finanziario di Hamas, gestisce centinaia di milioni di dollari, finanziando operazioni terroristiche, tra cui l’attacco del 7 ottobre 2023. Il 4 gennaio 2024, il Wall Street Journal ha riferito che Al-Jabarin gestisce un ufficio a Istanbul e detiene partecipazioni in diverse società, tra cui quelle quotate alla Borsa turca. Inoltre Al-Jabarin è anche un esperto nella fabbricazione di ordigni esplosivi e cinture esplosive e ha svolto un ruolo chiave nell’assegnare a Yahya Ayyash il compito di orchestrare una serie di attentati suicidi, con l’obiettivo di sabotare gli Accordi di Oslo. Il monitoraggio delle attività terroristiche in Turchia rappresenta una delle questioni più delicate per il Mossad, che deve confrontarsi con un apparato di sicurezza turco altamente strutturato. Le azioni preventive in territorio turco risultano particolarmente difficili, rendendo più complesso per Israele neutralizzare i terroristi se non al di fuori delle zone protette. La deportazione su vasta scala comporta inoltre un’enorme pressione sui servizi segreti israeliani, che saranno costretti a intensificare la sorveglianza globale e a rafforzare la cooperazione con le agenzie di intelligence straniere per intercettare eventuali minacce terroristiche.
«Al Nord possono avere rifugio e assistenza»
Vincenzo Priolo è laureato in scienze politiche e relazioni internazionali e si è specializzato in materia di sicurezza e difesa.
L’intelligence israeliana ha lanciato l’allarme in merito ai detenuti palestinesi rilasciati. Questi jihadisti attraverso la Turchia possono arrivare in Europa e quindi in Italia. Ci dobbiamo preoccupare?
«Conoscendo le dinamiche del terrorismo di matrice islamista, sento di dover affermare che l’alert attivato dagli apparati di intelligence israeliano funge da base, nonché spunto centrale di riflessioni per coloro i quali si occupano, anche nel nostro Paese, a vario titolo di “sicurezza interna”. L’intelligence israeliana, così come tutti gli altri apparati europei, raccoglie e analizza dati continuamente, lo faceva prima e lo continua a fare a maggior ragione oggi. Questo perché c’è una seria necessità di monitorare la particolare situazione venutasi a creare, che è in continua metamorfosi. Quando si affronta un tema così complesso come il terrorismo si devono necessariamente attuare e pianificare attività volte alla prevenzione delle minacce tese a creare un sistema di difesa che oltrepassi le apparenze e che guardi le cose nel dettaglio, senza farsi condizionare da altri attori come i media o dalla politica estera di altri Paesi vicini».
Quali sono le rotte che possono seguire?
«Sono emersi in questi anni specifici indicatori che fanno ritenere l’area geografica dei Balcani come particolarmente esposta alla sfera d’azione terroristico-estremista di matrice jihadista che, soprattutto in seguito all’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente, potrebbe rinnovare le proprie capacità operative anche in chiave antioccidentale. Non dico nulla di nuovo nell’affermare che le attività di contrasto poste in essere hanno consentito in passato alle nostre forze di polizia e ai servizi d’informazione di bloccare o monitorare soggetti legati ad ambienti del terrorismo estremistico di matrice religiosa provenienti dall’area balcanica e che quindi sono transitati anche dalla Turchia. È vero, l’immigrazione irregolare e il terrorismo, se mescolati, sollevano vari dilemmi, dando linfa alla percezione che lo spostamento delle persone sia una minaccia alla sicurezza nazionale e alle paure che i terroristi legati alle varie organizzazioni come Islamic state o Hamas sfruttino i flussi migratori per nascondersi».
Turchia e Grecia sono rotte centrali in questo traffico?
«Le rotte che possono seguire sono, per citarne una, dal Nord della Siria passando per il confine turco, proseguendo verso Ovest fino alla penisola di Bodrum, sulla costa della regione turca dell’Egeo. Qui avviene su gommoni ricolmi di migranti che partendo da Bodrum verso l’Europa, approdano sull’isola di Leros, come prima tappa, per poi proseguire verso Atene. Da Atene sono due le alternative: alcuni risalgono i Balcani prendendo la strada dei migranti, passando per Macedonia, Serbia e Croazia. Altri possono addirittura proseguire per Patrasso da dove si imbarcherebbero direttamente per Bari. Una volta approdati in Puglia, potrebbero spostarsi nel Nord Italia dove possono ricevere protezione, assistenza ed eventualmente cercare di arrivare in altri Paesi come Belgio, Francia o Germania. Una regia già vista e rivista che i nostri apparati di sicurezza conoscono perfettamente».
Scovarli e ucciderli: il piano in tre mosse degli 007 israeliani
«Sono morti che camminano». Così Jonathan Conricus, portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), ha definito i leader di Hamas, sottolineando la ferrea determinazione di Israele espressa più volte dal premier Benjamin Netanyahu di individuare, catturare e uccidere tutti i capi del gruppo jihadista palestinese finanziato dall’Iran e dal Qatar. Tra i primi obiettivi dell’operazione israeliana, oltre ai capi di Hamas nella Striscia di Gaza e all’estero, figurano anche i vertici dell’unità d’élite di Hamas, «Nukhba Forces», come il capo dell’unità Billal al-Kedra ucciso in un blitz a Khan Younis il 15 ottobre 2023. L’unità d’élite Nukhba è composta da agenti selezionati dai vertici di Hamas. Specializzata in operazioni militari ad alto rischio, la formazione si occupa di imboscate, raid mirati e infiltrazioni nei tunnel che conducono in Israele. Tra le sue attività rientrano anche attacchi con missili anticarro, razzi e fucili di precisione. Oltre alle azioni sul campo, il commando ha il compito di garantire la sicurezza dei massimi dirigenti dell’organizzazione.
Le Forze di sicurezza israeliane (Isa) e l’Idf, durante gli oltre 470 giorni di guerra, hanno condotto operazioni che hanno portato all’eliminazione di decine di membri di Hamas e della Jihad Islamica. Subito dopo il massacro del 7 ottobre 2023, che ha visto circa 3.000 terroristi attaccare e uccidere civili e soldati israeliani, la leadership dell’Isa ha deciso di formare una task force dedicata, «Hamal Nili». Il nome deriva dall’acronimo ebraico del versetto «L’eternità di Israele non mentirà» (Samuele I, 15:29), che simboleggia la resilienza e l’incrollabile determinazione del popolo israeliano a vincere i propri nemici. L’iniziativa è nata dagli operatori sul campo dell’Isa e ha ricevuto l’approvazione del suo capo, Ronen Bar.
Le attuali operazioni di Israele ricordano la reazione seguita al massacro di Monaco del 1972. Dopo l’uccisione degli atleti israeliani da parte dell’organizzazione Settembre Nero, il Mossad avviò l’operazione «Ira di Dio», mirata a colpire i responsabili dell’attacco. L’operazione, approvata dall’allora pemier Golda Meir, si protrasse per quasi 20 anni, mirando all’eliminazione di figure di spicco del terrorismo palestinese. Tra i bersagli vi furono Ali Hassan Salameh, fondatore di Settembre Nero, Mahmoud Hamshari, Hussein Al-Shir - considerato il tramite tra Settembre Nero e il Kgb - oltre ad Abu Youssef, Kamel Adwan e Kamal Nasser. L’azione colpì anche personalità non direttamente coinvolte negli attentati ma contigue all’organizzazione, come l’intellettuale Wael Zwaiter, il primo a essere ammazzato a Roma da due agenti del Mossad.
Come ha scritto Yoni Ben Menachem, analista senior del Medio Oriente per il Jerusalem center, Hamal Nili opera in diverse fasi. Prima di tutto c’è la mappatura, ovvero l’identificazione dei terroristi che hanno partecipato al massacro usando fonti di intelligence; segue la loro localizzazione, quindi l’individuazione della loro posizione attraverso intercettazioni telematiche e telefoniche e altre attività tecniche. Una volta individuato l’obbiettivo, si procede alla sua eliminazione con operazioni mirate. Un alto funzionario dell’Isa ha sottolineato che questa missione serve a «chiudere un cerchio», sottolineando l’impegno dell’organizzazione a fare giustizia per le famiglie assassinate e per lo Stato di Israele. Secondo il funzionario, la task force rimarrà attiva fino a quando tutti i responsabili non saranno neutralizzati. Tra i molti terroristi eliminati finora ci sono Jihad Kahloot che ha comandato gli attacchi e i rapimenti nei pressi del kibbutz Mefalsim, Ahmed Wadia che ha guidato un raid con il parapendio e un massacro a Netiv HaAsara. E poi Muhammad Abu Atiwi, che ha comandato il massacro presso la camera di sicurezza sulla Route 232 a Reim e Majdi Akilan, un comandante coinvolto nel massacro del kibbutz Nahal Oz. Le eliminazioni hanno coinvolto membri dell’unità Nukhba, responsabili di ruoli chiave negli attacchi, oltre a individui coinvolti nel massacro del festival musicale Nova. A loro va aggiunto il terrorista di Hamas Muhammad Abu Aseed, filmato mentre rapiva la soldatessa israeliana Naama Levy, che è stato eliminato in un attacco di drone israeliano circa 4 mesi fa. La notizia dell’eliminazione di Abu Aseed non poteva essere pubblicata fino al ritorno di tutti e sette i soldati rapiti dal gruppo terroristico durante l’assalto del 7 ottobre.
Il numero preciso dei terroristi neutralizzati rimane incerto, a causa del carattere continuo delle operazioni e dei possibili tentativi di Hamas di occultare le eliminazioni dei propri membri. L’azione sistematica dell’Isa riflette la ferma determinazione di Israele nel rendere giustizia alle vittime e nel proteggere i suoi cittadini dalle future minacce, che fino a quando Hamas non sarà completamente annientato graveranno sullo Stato ebraico.
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(Ansa)
Surreale «appello alle istituzioni» in occasione della giornata dedicata alle vittime delle foibe e dell’esodo: per l’ente fuori dal tempo anche in questa occasione bisognerebbe parlare solo dei crimini di Mussolini. Come se ciò giustificasse la violenza anti italiana.
Proprio non ce la fanno ad accettare una lettura della storia diversa dalla loro. Anche se questa lettura non solo corrisponde a realtà ma rende finalmente la giusta dignità alle vittime dimenticate di una pulizia etnica. Come ormai ogni anno, l’Anpi contesta la giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo istriano dalmata, e questa volta - complice la presenza di un governo di destra - alza il tiro più del solito, lanciando «un appello alle autorità istituzionali e politiche affinché, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione, sia ristabilita la verità storica e sia pienamente attuata la legge 92 del 20 marzo 2004, nota come legge sul giorno del Ricordo». Al netto del burocratese significa, molto più biecamente, che l’Anpi pretende di sminuire la portata del massacro attuato dai titini, proseguendo in una annosa opera di giustificazione dei carnefici che ha assunto ormai tratti patologici.
I partigiani italiani ce l’hanno con le celebrazioni del giorno del Ricordo. «Attraverso l’istituzione nel calendario civile di tale giorno, la legge avrebbe dovuto compiere un doveroso atto di giustizia nei confronti degli innocenti, vittime della barbarie dell’infoibamento e della tragedia dell’esodo, ed assieme un doveroso riconoscimento di responsabilità nei confronti di tante altre vittime della più complessa vicenda del confine orientale. Non è avvenuto», scrivono. «A 21 anni di distanza appare con chiarezza che, in occasione della quasi totalità delle celebrazioni e delle circostanze relative al contenuto della legge, ci si è riferiti unicamente ed esclusivamente alle due grandi tragedie delle foibe e dell’esodo con una ricostruzione ufficiale che spesso ha teso a delegittimare o addirittura a demonizzare qualsiasi contestualizzazione di tali tragedie, negando così lo spirito e la lettera della legge che esplicitamente richiama la memoria “della più complessa vicenda del confine orientale”. In base ad una presunta verità politica dichiarata come assoluta e incontestabile si è arrivati al punto di mettere all’indice associazioni, istituti di ricerca, singoli storici e ricercatori specificamente in merito alla tragedia delle foibe, con accuse di negazionismo o di riduzionismo con l’evidente scopo di soffocare la libera ricerca e il libero dibattito e così di impedire una oggettiva ricostruzione dei drammatici eventi di quegli anni».
Insomma, il giorno del Ricordo si basterebbe su una falsificazione della storia. «In particolare», prosegue l’Anpi, «si sono rimosse dal dibattito pubblico due circostanze storiche che hanno segnato in modo determinante la vicenda dell’attuale confine italo-sloveno. La prima è il cosiddetto fascismo di confine che, nel 1919 e negli anni successivi, insanguinò quelle terre con distruzioni, violenze ed omicidi nei confronti in particolare delle minoranze slave (sloveni e croati) oltre che degli oppositori politici del fascismo nascente. La seconda è l’invasione italiana di territori della ex Jugoslavia iniziata nell’aprile 1941, assieme all’invasione tedesca e ungherese. Gli occupanti italiani, agli ordini di comandi militari successivamente accusati di crimini di guerra, si resero responsabili per anni in tante circostanze di stragi efferate, internamenti mortali di civili in lager ed inenarrabili atrocità nei confronti delle popolazioni locali. Riconoscere tali eventi ed approfondirne le dinamiche non significa affatto sminuire il dramma delle foibe o offendere la memoria delle vittime, né tanto meno ignorare il calvario dell’esodo, ma vuol dire contestualizzare tali eventi nella più generale tragedia originata dall’invasione italiana e conseguentemente individuare anche le gravissime responsabilità, oggi oscurate, della guerra fascista e dei suoi responsabili che sono rimasti impuniti. Negazionista e riduzionista è esattamente chi rimuove tutto ciò e costruisce una narrazione faziosa, in palese contrasto con la tragica dinamica dei fatti del tempo e con la stessa legge sul Ricordo, con l’evidente obiettivo di riscrivere la storia ignorando, sminuendo o nascondendo i crimini del fascismo».
Tutto chiaro? Il messaggio è sempre il medesimo: la colpa è dei fascisti, la cui presenza nei territori jugoslavi ha chiaramente suscitato l’insofferenza e l’odio delle popolazioni locali nei riguardi degli italiani. Ciò significa, nei fatti, stabilire che ci furono delle ragioni storiche, anche comprensibili, per l’infoibamento, la persecuzione e l’allontanamento forzato degli italiani di Istria e Dalmazia. Se questa non è giustificazione vorremmo sapere che cosa la sia. Certo, l’Anpi può portare avanti le battaglie che ritiene giuste, e certo non siamo sostenitori della censura per chi sostiene posizioni anche aberranti. Ricordiamo tuttavia che l’associazione dei partigiani percepisce ancora 92.450 euro di denari pubblici dallo Stato per portare avanti la sua opera di divulgazione storica. Soldi ai quali supponiamo vadano sommati i contributi ricevuti dagli enti locali. Tutto ciò consiglierebbe, per lo meno, un minimo di rispetto. E invece no. Invece l’Anpi non solo insiste con questi patetici appelli e comunicati, ma porta avanti con perizia la sua opera di disinformazione. Infatti annuncia che «realizzerà iniziative di buona e piena memoria in tanti territori» e contestualmente «fa appello affinché quest’anno quanto meno si avvii da parte delle istituzioni e delle forze politiche un’operazione di verità e di giustizia, nel pieno rispetto delle vittime delle foibe e dei protagonisti dell’esodo ed anche di tutte le altre vittime, italiane e slave di quei terribili anni, e nello spirito di un riconoscimento, seppur tardivo, delle responsabilità dal fascismo italiano. Lo si deve», sentenzia, «al popolo italiano, al popolo sloveno, al popolo croato». Già: lo si deve a coloro che ancora negano in larghissima parte la pulizia etnica, come no.
Come ragionino i presunti eredi dei partigiani, purtroppo, lo sappiamo bene. E sappiamo pure che ogni tentativo di ricondurli a un approccio più dignitoso sia inutile. Infastidisce persino di più che costoro siano ancora fortemente sostenuti dalla sinistra, che li usa come strumenti per accusare questo o quell’altro di fascismo, salvo poi fingere di prenderne le distanze quando l’Anpi esonda su Russia e Israele. Vedremo se qualcuno fra i progressisti sarà in grado di distanziarsi dal negazionismo sulle foibe. Per una parte politica che si indigna per le (presunte) deportazioni di immigrati, ricordare le deportazioni vere di tanti italiani dovrebbe essere il minimo.
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Papa Francesco durante l'Angelus (Ansa)
Il Pontefice prega per la minoranza armena e le Nazioni Unite inviano gli ispettori in Nagorno-Karabakh. Piccolo dettaglio: intanto sono dovute fuggire 100.000 anime.
Eccoli che arrivano, a disastro avvenuto. I mezzi bianchi delle Nazioni Unite sono entrati nel Nagorno Karabakh, la striscia di terra formalmente ricompresa nel territorio dell’Azerbaigian che la popolazione di etnia armena chiama Artsakh. Qualche anno fa Karekin II, Catholicos della Chiesa apostolica armena, la definì con l’emozione che essa merita: «La sacra culla della nostra terra natia, la ricchezza del nostro popolo cristiano con la sua storia e i suoi monumenti sacri». È in quel lembo di mondo antico, decorato di monasteri silenziosi, che è giunta la missione Onu, annunciata nei giorni scorsi dal portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, e confermata dal ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov.
Ieri, dopo l’Angelus, anche papa Francesco ha fatto riferimento a quanto sta accadendo in Artsakh. «Seguo in questi giorni la drammatica situazione degli sfollati del Nagorno-Karabakh», ha detto il pontefice. «Rinnovo il mio appello al dialogo tra l’Azerbaigian e l’Armenia, auspicando che i colloqui tra le parti, con il sostegno della comunità internazionale, favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria. Assicuro la mia preghiera per le vittime dell’esplosione di un deposito di carburante avvenuta nei pressi della città di Stepanakert».
Ora, non v’è dubbio che l’intervento Onu e le parole di Francesco siano importanti per il popolo cristiano che soffre da tempo immemore e che sta sopportando in queste ore l’ennesima prova. Ma la sensazione è che questi appelli siano piuttosto lamenti funebri. Il fatto è che la Repubblica dell’Artsakh, autoproclamatasi indipendente nel 1992 e da allora pacifico avamposto armeno in terra azera, in pochi giorni è stata semplicemente annientata.
Il presidente, Samvel Sahramanyan, ha annunciato pochi giorni fa di aver firmato un decreto che sancisce ufficialmente la dissoluzione dello stato autonomo a partire dal primo gennaio del 2024, dunque la fine dell’Artsakh è già scritta nei documenti ufficiali. Nel frattempo, circa 100.000 persone sono passate dal Nagorno Karabakh all’Armenia. Sono profughi in fuga dal genocidio, dalla guerra e dalle persecuzioni. Se contiamo che l’intera popolazione dell’Artsakh era composta da circa 120-140.000 persone, capite bene che quello staterello nei fatti non esiste più. Ne verranno sciolte le istituzioni, ne è stata deportata la quasi totalità della popolazione. Ecco come si uccide una nazione: se non è pulizia etnica questa, che cosa lo è?
Certo, nelle ultime settimane sono stati scritti numerosi articoli e realizzati molti servizi televisivi. Adesso arrivano le Nazioni Unite (che però, come l’Ue, non hanno mai riconosciuto l’Artsakh), e ci sono perfino le parole del Papa. Tutto bellissimo e commovente. Ma intanto gli azeri sono entrati armi in pugno nella Terra di Dio e l’hanno svuotata. L’Occidente cristiano non ha versato nemmeno una lacrima, nonostante gli appelli di pochi religiosi e le grida di aiuto che per nove mesi sono giunte dal Nagorno, dopo che gli azeri hanno sbarrato la via di ingresso per rifornimenti e aiuti, lasciando la popolazione armena alla fame. L’Ue non ha emesso un fiato. Gli Usa custodi della libertà guardano soltanto a nord. Gli altri Stati si barcamenano fra complicità e imbarazzato silenzio. L’Azerbaigian, nelle ultime ore, si è permesso di minacciare addirittura un nuovo intervento armato, usando di nuovo come scusa fantomatiche operazioni anti terrorismo.
Oh sì, benvenute le preghiere e benvenuto il monitoraggio umanitario. Tuttavia il vento spazza una terra desolata, e le lacrime armene cadono su una terra che loro non possono più chiamare casa.
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Una donna armena con i due figli durante la fuga dal Nagorno Karabakh
- Il presidente della Repubblica separatista ha firmato il decreto che ne sancisce la dissoluzione dal 2024. Quasi 80.000 gli armeni in fuga. Neanche la Chiesa si schiera coi cristiani perseguitati dall’Azerbaijan.
- Il Pd, che ha strumentalizzato il caso Alan Kurdi e polemizzato sullo spot Esselunga, perde la voce davanti all’attacco di Baku.
Lo speciale contiene due articoli.
Le vittime della pulizia etnico religiosa che sta avvenendo in queste ore nel Nagorno Karabakh sono già 76.000. Probabilmente quando questo articolo andrà in stampa saranno oltre le 80.000 unità. Nel silenzio della comunità internazionale stiamo accettando che una Repubblica che ospita i cristiani armeni già dal primo secolo dopo Cristo venga spazzata via e cancellata sotto le bombe del governo azero di Ilham Aliyev e dagli incroci geopolitici che hanno imposto al governo di Yerevan l’allontanamento dalla Russia senza poter trovare nel frattempo l’ombrello di qualche Paese occidentale. O almeno un Paese occidentale, visto che gli altri (incluso il nostro) hanno troppi incroci economici ed energetici con l’Azerbaijan.
Il 19 settembre le forze armate di Baku hanno effettuato quella che è stata definita una operazione speciale anti terrorismo, culminata con l’arresto-sceneggiata dell’ex premier dell’enclave Ruben Vardanyan. Lo schema era semplice. Fare irruzione nella Repubblica separatista, azzerare quella minima resistenza militare e aprire la strada ai reparti di polizia che a loro volta hanno acceso e alimentato l’esodo che riempie le strade verso la capitale dell’Armenia. La Commissione europea ha pensato bene di donare 5 milioni di euro diffondendo la notizia con un tweet ai limiti dell’offensivo. I rifugiati armeni sono stati definiti come coloro i quali hanno deciso di lasciare le loro case. Nessun riferimento alle bombe azere. E pure il documento sottostante, diffuso tramite link, si è limitato a un generico conflitto. Invece qui a soccombere è un pezzo di cristianesimo sotto gli scarponi di uno Stato che fa dell’islam un proprio simbolo. In queste ore nel Nagorno spariscono secoli di storia e tradizioni. Nemmeno dalla Chiesa non si alzano grida di allarme. Il cardinal Zuppi non è stato avvistato in Armenia né a Baku. Non ci sono mosse serie di sostegno. Eppure è chiaro che non si tratta nemmeno più del diritto di autodeterminazione per cui gli ucraini sono sostenuti con bandierine e aiuti economici e militari. Si tratta della sopravvivenza di un popolo e del disfacimento di una regione intera. Perché, anche se da gennaio l’area sarà inglobata nel territorio azero, il vuoto di quella popolazione e le piaghe dovute alla fuga improvvisa resteranno. Saranno vive e muteranno il terreno come una faglia tettonica. Riprendendo una conversazione con l’ex ambasciatore Bruno Scapini, ci viene da concordare in toto con le sue osservazioni. La «soluzione azera», cui tutti i Paesi occidentali hanno aderito, non tiene in alcun conto della realtà storico culturale del popolo armeno. Anzi, la esclude senza eccezione, al punto da indurre a credere che la posizione delle genti del Nagorno sia stata migliore al tempo dell’Urss quale semplice «oblast sovietico», ma con autonomia. La reintegrazione del Karabakh nei confini dell’Azerbaijan senza che venissero considerate nella gestione del conflitto le legittime aspirazioni delle sue genti di vivere su una terra di insediamento storico millenario, difficilmente potrà restituire al Caucaso ordine e stabilità.
Il riassetto territoriale è avvenuto, infatti, ma non quello degli animi. Il vuoto profondo che contraddistingue i rapporti tra i due popoli, non solo in termini religiosi, ma anche culturali e sociali, non potrà mai essere colmato da una soluzione capace di scavare ancor più i solchi delle divergenze. Tradotto: seguiranno altre persecuzioni. Il passo successivo sarà probabilmente un nuovo attacco all’Armenia. Magari al fine di conquistare la striscia di terra del Syunik per realizzare l’idea di unire il popolo azero ai fratelli turchi tramite l’enclave del Nakhijevan. Il nome di questa terra magari dice poco, ma basti pensare che si riferisce direttamente alla discendenza dell’Arca di Noè. In ballo ci sono le radici legate al Dna di quel popolo, ma anche l’assetto geopolitico dell’area. Dopo l’Ucraina qui ci sarà un altro fronte caldo. Purtroppo di fronte a tali drammi consideriamo solo le distanze chilometriche che ci separano senza pensare che l’onda lunga dei fatti arriva a colpire pure noi, che stiamo comodi nelle nostre case.
Ma la sinistra stavolta si dimentica di difendere i diritti dei bambini
I bambini che vedete nelle immagini pubblicate in questa pagina non esistono. Non esistono i loro genitori, profughi di serie B, e non esistono loro. Sono armeni e cristiani che vivono, anzi, vivevano, nell’enclave del Nagorno Karabakh, sottoposta da 20 giorni a una dura operazione militare dell’Azerbaijan. Che è uno Stato formalmente laico, ma a maggioranza sciita ed è sostenuto dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Se fossero ucraini, certo, il discorso sarebbe diverso. Invece questi bambini stanno nel posto sbagliato al momento sbagliato e le loro foto, sui giornali di casa nostra, non hanno cittadinanza. E non le vede neppure la sinistra italiana, distratta dalla polemica sul presunto utilizzo a sproposito di quella bambina del famoso spot di Esselunga.
Due numeri solo per inquadrare la gravità della crisi, innescata da quella che il governo di Baku ha definito una semplice «operazione antiterrorismo». L’Armenia ha reso noto ieri di aver accolto 65.036 rifugiati dal Nagorno Karabakh, dove fino a qualche settimana fa vivevano in 120.000. I morti sono oltre 200, tantissimi i feriti e non si contano le case incendiate dai soldati azeri. Ci sono stati anche bombardamenti notturni. Le foto sono state scattate nella capitale Stepanakert la scorsa settimana e documentano la distruzione di alcuni palazzi, i letti con i bambini feriti piazzati nei corridoi di un ospedale, l’arrivo continuo di barelle scaricate dalle ambulanze e la corsa di medici e infermieri a organizzare le cure d’urgenza. In uno scatto, si vede un adolescente prono su una lettiga con la canottiera tirata su e una ferita appena medicata in mezzo alla schiena. In un’altra immagine, ecco un bambino di circa 8 anni, anche lui su un letto di ospedale, con un grande cerotto bianco che corre dalla tempia alla fronte e uno sguardo di una tristezza infinita. Su un altro lettino c’è una bambina con il piede mezzo fasciato, una copertina verde a fiori e lo sguardo dritto sull’obiettivo, ma semichiuso. Sembra buttata sul letto come certi peluche con le gambe e le braccia troppo lunghe.
Certo, dal punto di vista mediatico questi bambini armeni non «valgono» quanto il famoso bimbo siriano morto su una spiaggia turca nel settembre 2015. L’immagine di Alan Kurdi, 3 anni soltanto, è stata usata dai media di tutto il mondo per «smuovere le coscienze» e, in Italia, per animare il dibattito sull’immigrazione clandestina. Il problema, vedendo l’uso che fa la sinistra dei bambini, è di decidere una volta per tutte come tutelarli.
Se passiamo a scenari meno drammatici, proprio in questi giorni si discute dello spot di Esselunga che vede una bambina come protagonista. Giorgia Meloni lo ha definito «molto bello e toccante». Ma un padre nobile del Pd come Pier Luigi Bersani ha ribattuto: «Mi sembra davvero sbagliato, in questo e in altri casi, mettere in mezzo la sofferenza dei bambini su temi delicati per scopi commerciali». Chissà se avrebbe detto lo stesso in caso di spot con famiglia fluida.
I bambini, si sa, per fortuna fanno ancora simpatia e così capita che ogni volta che c’è in giro un presidente della Repubblica, le maestre li portino in piazza ad applaudire con tanto di bandierine tricolore. Per esempio, è successo lo scorso mese di ottobre ad Alba, nelle Langhe, per acclamare Sergio Mattarella, accolto dai pupi che urlavano «Presidente, presidente!». Nessuno ha detto nulla, ci mancherebbe. Però lo scorso 28 marzo, alla festa dell’Aeronautica militare, quando i bambini di alcune scuole hanno fatto la stessa cosa con la Meloni, da sinistra hanno parlato di strumentalizzazione degli infanti e scene da Ventennio. E non si contano gli episodi del genere con al centro Matteo Salvini. Ne ricordiamo uno del febbraio 2020: un manifesto del Pd laziale con un bambino migrante aggrappato a una rete metallica e lo sguardo spento. Lo slogan era: «Anche lui vuole ballare al Papeete».
Chissà, forse il problema dei piccoli feriti armeni è che sono cristiani e poveri. E che in questa fase molti governi sono in affari con l’Azerbaigian per il suo gas e per il suo petrolio. Però, anche nell’uso politico delle immagini dei bambini, ci vorrebbe un minimo di coerenza.
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