L’attacco con drone iraniano lanciato dal Libano contro la villa estiva del premier israeliano Benjamin Netanyahu, a Cesarea, ha alzato il livello dello scontro. Dimostra che, con il coordinamento dei sudditi sciiti di Hezbollah e le piattaforme in Siria, Teheran riesce a testare il punto debole del triplice sistema di sorveglianza dei cieli israeliano. Dimostra che l’Iran riesce a sviluppare un modello di guerra tramite droni capaci di raggiungere obiettivi simbolici dal punto di vista psicologico e politico. Sebbene non siano stati segnalati feriti e Netanyahu e sua moglie non fossero presenti, l’attacco segna una significativa escalation del conflitto. La rapida sequenza di eventi che ne è seguita segnala la fragilità della situazione ma anche la capacità di Israele di rispondere con rapidità.
L’attacco è iniziato ieri mattina con tre droni. Alle 8.19, ora locale, l’Idf ha annunciato che i droni sono penetrati nello spazio aereo israeliano: due vengono intercettati a mezz’aria dal sistema Iron dome. Il terzo è stato in grado di sfuggire all’intercettazione e ha colpito l’edificio di Cesarea. I droni che sarebbero di origine iraniana (Shahed-136 e Ababil-2 ) vengono di solito utilizzati per ricognizioni e attacchi in stile kamikaze e ieri si sono mossi secondo un preciso schema, così ben coordinato da rendere certo il coinvolgimento sul campo della celebre Guardia della rivoluzione di Teheran. Infatti, nel corso della mattinata sono stati lanciati 55 razzi sempre dal Sud del Libano. Colpite Shmona, Haifa e altre città.
La cosa impressionante sta nelle mosse iraniane che hanno portato al blitz di ieri mattina. Nelle ultime settimane, dopo l’attacco con missili ipersonici, numerosi sciami di droni si sono abbattuti sopra il cielo d’Israele. Ogni attacco ha permesso, tramite l’uso dell’Intelligenza artificiale, il miglioramento delle prestazioni e l’ingaggio di velivoli a guida remota capaci di sorvolare per ore l’area obiettivo e attendere il momento di ricaricamento dei sistemi di difesa israeliana. Non solo, alcuni mezzi raggiungono la velocità di 700 chilometri all’ora. È chiaro che arrivando dal Libano e volando a bassa quota sono sempre più insidiosi. Esattamente ciò che è accaduto ieri. Due hanno distratto i sistemi e il terzo si è imbucato.
Non è nemmeno facile per l’intelligence di Tel Aviv colpire le fabbriche. Sono sia in Iran che sparse in Siria e ben protette. Detto questo, l’escalation successiva al tentato assassinio è stata rapida e multiforme, con attacchi aerei, fuoco di artiglieria e sforzi diplomatici con i Paesi sunniti. Nella mezz’ora successiva all’attacco, l’aeronautica militare israeliana ha lanciato attacchi di precisione su posizioni note di Hezbollah nel Libano meridionale, prendendo di mira siti di lancio, infrastrutture chiave, tra cui depositi di munizioni e centri di comunicazione. L’attacco ha colpito anche un veicolo in movimento, uccidendo due miliziani. Questa insolita scelta di bersaglio mira a inviare un messaggio chiaro a Hezbollah: le operazioni non sono tollerate da nessuna parte in Libano, indipendentemente dalla comunità di appartenenza o dalla posizione. Nell’ora successiva è partito anche il blocco navale e il fuoco d’artiglieria. A indicare che di fronte alla complessità delle mosse iraniane lo Tsahal (l’esercito israeliano) sa come muoversi.
Non possiamo però non cogliere come il messaggio di ieri mattina (possiamo uccidere il premier) vada oltre le questioni tattiche e si infili nel cuneo delle questioni strategiche. Teheran continua a usare i cosiddetti proxy (alleati regionali) ma in modo sempre meno velato e riconducibile all’ingaggio diretto. L’unico Paese a maggioranza musulmana che ha reagito è stata la Turchia. A stretto giro di posta, il ministro degli esteri turco, Hakan Fidan, ha spiegato che le mosse di Israele (uccisione di Sinwar e dei vertici di Hezbollah) spingono Teheran a reagire legittimamente. Fidan è stato per oltre un decennio leader indiscusso del Mit, il servizio di intelligence, e ha tenuto i rapporti con il generale Qasem Suleimani ucciso da armi americane. Insomma, simbolo del doppio gioco della Turchia metà pro Iran e metà nella Nato. Ma ciò che rimane dopo che la polvere dell’attacco si è depositata al suolo è l’innesco della reazione di Gerusalemme. «Nulla ci scoraggerà, combatteremo fino alla vittoria», è stata la risposta a caldo del leader israeliano, che poi ha avvertito: «Gli alleati dell’Iran hanno tentato di uccidermi, hanno commesso un grave errore».
Da tempo il governo di Bibi sta sondando il terreno dei Paesi sunniti, soprattutto l’Arabia Saudita, e quello della Casa Bianca per comprendere il livello di risposta. Da un lato l’idea di bombardare l’Iran è sul tavolo. Il timore è però di essere imprecisi e non sufficientemente efficaci. Il rischio sarebbe una reazione massiccia di Teheran con missili ipersonici che potrebbe concretamente, visto che il livello di rottura dell’Iron dome è stato testato, infliggere anche migliaia di morti agli israeliani. Ed è chiaro che a quel punto partirebbe un attacco termo-nucleare a perimetro ridotto. Ma pur sempre nucleare. Al contrario Gerusalemme vorrebbe trovare il momento giusto per azzerare le capacità nucleari iraniane e rendere Teheran incapace di rispondere, senza però fare troppe vittime civili. I sistemi di attacco del regime sono ben sviluppati, ma quelli di difesa sono quasi inesistenti. Al contrario, siti e piattaforme sono posizionati a ridosso di zone abitate con il chiaro intento di usare le persone come scudi. L’obiettivo di Gerusalemme sarebbe fermare il regime. Evitare che si rafforzi e prosegua nella corsa nucleare. Forse andrebbe bene a Netanyahu anche un cambio di regime. È complicato e tutto si gioca sul filo del rasoio. Lasciare tutto sulle spalle di Israele è una falsa soluzione per l’Occidente. Se volessimo stemperare la guerra dovremmo affrontare il tema di petto, chiarire il ruolo della Turchia e capire che la guerra in Ucraina continua ad avvicinare la Russia all’Iran. L’Europa però non sa e non decide nulla.







