(Ansa)
Il ministro dell'Interno e' intervenuto, insieme al capo della Polizia Vittorio Pisani, alla presentazione dell'edizione 2026 del calendario della Polizia di Stato alle Terme di Diocleziano a Roma.
Il ministro dell'Interno e' intervenuto, insieme al capo della Polizia Vittorio Pisani, alla presentazione dell'edizione 2026 del calendario della Polizia di Stato alle Terme di Diocleziano a Roma.
«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Il giurista Carl Schmitt lo scrisse nel 1922, ma lo si può affermare anche dei funerali di Charlie Kirk. E con la stessa pertinenza di un secolo fa: esiste un legame sostanziale, non banalmente opportunistico, tra la politica e la religione. Chi aggrotta la fronte dinanzi alle esequie spettacolarizzate, chi ne contesta la strumentalizzazione da parte di Donald Trump, chi si scandalizza per gli accostamenti - quello evocato da Robert Kennedy jr era davvero ardito - tra l’attivista ucciso e Gesù pare non comprendere che domenica, in Arizona, si è manifestata l’elegia americana in purezza. Non sono queste le radici degli Stati Uniti? Sulla Mayflower, nel 1620, i padri pellegrini salpati alla volta della Virginia non erano altro che un gruppo di puritani perseguitati in Inghilterra. Il fervore spirituale era il combustibile culturale delle Tredici colonie delle origini: la libertà americana era innanzitutto libertà di culto. Poi, le virtù di fede diventarono il nucleo delle virtù civiche. E la libertà religiosa nutrì la libertà repubblicana, predicata dai costituenti.
La vedova Kirk, perdonando in lacrime l’assassino del marito «perché è quello che ha fatto Cristo e quello che avrebbe fatto Charlie», ha compiuto al tempo stesso un gesto religioso e un atto politico. Il rifiuto di reagire all’odio con l’odio è l’alternativa radicale, ispirata dalla fede di quella donna, alla violenza connaturata alle ideologie della sinistra, che Boni Castellane e Adriano Scianca hanno illustrato su queste pagine. E infatti, Erika subito si è rallegrata poiché, dopo l’omicidio, «non abbiamo visto rivolte». A differenza di quanto è accaduto in seguito all’uccisione di George Floyd. Oppure a Los Angeles, dove i narcos travisati mettevano a ferro e fuoco la città in nome dei diritti dei migranti.
Ai nostri occhi di europei annegati nel nichilismo, tutto ciò ormai appare bizzarro. Il cinismo giustificato dalla nostra storia e gli strascichi del marxismo ci hanno abituato a considerare la religione un oppioide sociale: instrumentum regni, al massimo adatta a placare le rivendicazioni degli ultimi. Allo stesso scopo, qualsiasi altra arma di distrazione può essere utilmente schierata: quando ci si disinteressa a Dio e ci si concentra sull’io, sono più efficaci le promesse edonistiche. Non a caso, François-René de Chateaubriand notava che «siamo molto vicini a credere a tutto quando non crediamo in nulla». Teologia politica: in quel che noi pensiamo essere laico, agisce la stessa potenza simbolica della religione. Ma per una parte consistente degli americani, la religione è politica; non potere.
A tal proposito, è necessario rimarcare che l’afflato mistico che si respirava a Phoenix era per lo più un’espressione dell’evangelismo. Non esistono solo evangelici conservatori, ovviamente. Questi ultimi, però, sono i più attivi e i più attrattivi. Si sono dimostrati capaci di vivere con una coerenza stupefacente la loro fede. Mikey McCoy, già capo dello staff di Kirk, figlio del reverendo Rob che ha aperto la cerimonia, applauditissimo dal pubblico per una citazione di Soren Kierkegaard (teologo luterano!), ha rinunciato al college per seguire Charlie. E, a 23 anni, è già sposato da un anno. In un Paese in cui l’età media dei matrimoni è 30 anni (da noi è 36). Per queste persone, la religione non è un retaggio; è un fuoco ardente. Non è routine o abitudine; è pane quotidiano.
I cattolici potrebbero prendere nota. Forse per paura di ritrovarsi soli contro il mondo, forse per stanchezza, forse per i limiti di un clero che, troppo a lungo, ha guardato alle «periferie» dimenticandosi del centro, si è preoccupato degli emarginati trascurando i normali, i cattolici non sono stati altrettanto disposti a dare testimonianza di fede con le opere. Si sono rassegnati alla loro irrilevanza politica, quando non l’hanno esplicitamente teorizzata. L’ultima occasione in cui sono riusciti a mobilitare le folle è stata, ormai qualche anno fa, la difesa della famiglia tradizionale. Una battaglia persa in Parlamento e nei tribunali, sì, ma nella quale, sul piano culturale, sono ancora vivissimi e competitivi. Per gli evangelici americani conservatori, il passaggio dalla fede alla morale alla politica è naturale e immediato. Saggio o meno che sia, per loro non esiste la logica del compromesso da credenti ma non praticanti. Prendono la loro missione così sul serio da sentirsene a volte spaventati: Erika Kirk, raccontando di quando il marito defunto chiese a Dio di «usarlo», ha riferito di averlo addirittura rimproverato, perché - l’aveva ammonito - «Dio ti prenderà in parola». Bizzarrie? Fanatismo? Fatto sta che l’evangelismo raccoglie proseliti e sottrae fedeli a Roma un po’ ovunque nel mondo, dalla Nigeria al Brasile.
Viaggiando nelle terre descritte dal bestseller di JD Vance, si scoprirebbe che l’esistenza dei «bifolchi» e dei «montanari» (gli hillbilly del titolo del libro) si dipana ancora tra parrocchie allestite in tendoni all’aperto, servizi domenicali con i «rinati» che si immergono interi in piscine per il battesimo, improbabili chiese di improbabili sette dalle improbabili interpretazioni della Bibbia. Uno spettacolo grottesco e folkloristico? Può essere. In ogni caso, è una caratteristica importante di quella parte di America cui il trumpismo ha dato voce. Le immagini di chi, in Arizona, pregava con le braccia rivolte al cielo, messe accanto alle foto di antifascisti assortiti che fanno la guerra agli italiani per fermare la guerra a Gaza, mostrano in maniera chiara un’importante differenza: quella tra gente perbene e gente per male.
L’omicidio di Charlie Kirk pone un interrogativo sul futuro del conservatorismo americano. Chi sarà il suo erede? Uno tra i primi a farsi avanti è stato il commentatore Ben Shapiro, che ha dichiarato: «Raccoglieremo quel microfono macchiato di sangue dove Charlie lo ha lasciato». Più in generale, la galassia Maga è costellata di numerosi influencer millennial o della Generazione Z. Troviamo, per esempio, la commentatrice Brett Cooper: classe 2001, ha condotto, dal 2022 al 2024, un programma su YouTube prodotto dalla testata conservatrice Daily Wire, mentre a giugno ha firmato un contratto con Fox News. Un personaggio molto noto è poi quello della trentaduenne Laura Loomer: attivista assai presente sui social, mette spesso sotto pressione l’amministrazione Trump quando vengono nominate figure da lei non considerate abbastanza in linea con il messaggio Maga. Un altro nome, spesso accompagnato da polemiche e controversie, è quello di Candace Owens, che, trentaseienne, è più volte addirittura arrivata a criticare lo stesso Donald Trump da destra.
Insomma, la galassia degli influencer e dei commentatori Maga è abbastanza nutrita. Potrebbero essere fatti molti altri nomi. Eppure attenzione. È difficile trovare tra costoro un vero e proprio erede di Kirk. Sì, perché quest’ultimo non era semplicemente un attivista o un commentatore. Certo, una parte essenziale della sua attività si basava su programmi radiofonici e su dibattiti pubblici. Tuttavia, Kirk era anche un formidabile organizzatore che, dopo aver co-fondato Turning Point Usa nel 2012, è riuscito a rendere la sua creatura una delle principali entità in seno al mondo conservatore statunitense. Non a caso, Kirk si è rivelato decisivo per far sì che Trump, l’anno scorso, riuscisse a guadagnare terreno nel voto dei giovani: un voto che, ricordiamolo, era stato fino ad allora saldamente in mano al Partito democratico. In tal senso, non è difficile capire come, per il Partito repubblicano, il futuro di Turning Point risulti un tema di assoluta importanza. E gli imponenti funerali di Kirk, celebrati domenica in Arizona, non hanno affatto tralasciato questo aspetto.
Uno dei momenti più significativi è stato quando il giovane Mike McCoy, ex capo dello staff dello stesso Kirk, ha citato il filosofo Søren Kierkegaard. «L’assassino di Charlie pensava di potergli rubare e mettere a tacere la voce piantandogli una pallottola nel collo. Per usare le parole di Søren Kierkegaard, “Il tiranno muore. Il suo dominio è finito. Il martire muore. Il suo dominio è appena iniziato”». McCoy, che potrebbe essere una figura in ascesa nel mondo conservatore giovanile, ha evidenziato un punto interessante. Da alcuni anni, Turning Point aveva man mano iniziato a occuparsi di tematiche relative alla fede e al ruolo della religione cristiana nella società politica statunitense. Era infatti il 2021, quando Kirk fondò Turning Point Usa Faith, assieme al padre dello stesso McCoy, Rob: il pastore che, domenica, ha aperto il servizio funebre.
Non a caso, di giovani e fede ha parlato anche la vedova di Kirk, Erika, che ha assunto la guida dell’organizzazione. «Il mondo ha bisogno di Turning Point Usa. Ha bisogno di un gruppo che allontani i giovani dal sentiero della miseria e del peccato», ha affermato: «Tutto ciò che Turning Point Usa ha costruito grazie alla visione e al duro lavoro di Charlie, lo renderemo dieci volte più grande grazie al potere della sua memoria. I capitoli cresceranno. Ne verranno creati migliaia di nuovi». «Il Primo emendamento della nostra Costituzione è l’emendamento più umano. Siamo esseri naturalmente parlanti, naturalmente credenti, e il Primo emendamento protegge il nostro diritto a fare entrambe le cose», ha aggiunto. Erika Kirk ha, insomma, riassunto i capisaldi filosofici dell’organizzazione, annunciandone le prospettive future. È quindi possibile che lei stessa acquisirà un peso politico sempre maggiore nel Partito repubblicano. Del resto, appena pochi giorni fa, The Hill ha riferito che molti giovani della Generazione Z stanno continuando a spostarsi verso il Gop.
L’aspetto di Turning Point più interessante è forse proprio quello di questa saldatura tra giovani e fede. Un modo nuovo di inserire la religione nel dibattito pubblico: un modo lontano dalla vecchia (e talvolta un po’ troppo barricadiera) religious right, che ha caratterizzato parte del conservatorismo americano tra il 1980 e il 2020. Lo stesso fatto che Erika abbia perdonato l’assassino di Kirk ha avuto un significato simbolico rilevante. Del resto, l’uccisione di suo marito non è stata seguita da proteste violente o da saccheggi, ma da veglie di preghiera e da un funerale partecipatissimo. È su queste basi che sta nascendo il nuovo conservatorismo americano. E, forse, anche dell’Occidente. L’assassinio di Kirk non è stato un fenomeno circoscritto agli Stati Uniti. Quell’uomo è stato ucciso mentre impugnava un microfono, esercitando il diritto alla libertà di espressione. Il simbolismo di questa tragedia è potentissimo e universale. E chi si ostina a negarlo, lo fa annaspando nella sua stessa ipocrisia ideologica.
Grande scandalo hanno suscitato le frasi pronunciate da Donald Trump durante i funerali di Charlie Kirk. Alcuni critici hanno puntato il dito contro il fatto che il presidente americano ha dichiarato di «odiare i propri avversari». In realtà, come spesso accade, le sue parole sono state indebitamente estrapolate.
Riferendosi al fatto che la vedova di Kirk, Erika, aveva perdonato l’assassino del marito, Trump ha affermato: «Charlie Kirk non odiava i suoi avversari. Voleva il meglio per loro. È qui che non ero d’accordo con Charlie. Odio il mio avversario e non voglio il meglio per lui». «Mi dispiace. Mi dispiace, Erika. Ma ora Erika può parlare con me e con tutto il gruppo e forse riusciranno a convincermi che non è giusto. Ma non sopporto il mio avversario. Charlie è arrabbiato. Guardate. È arrabbiato con me perché lui non era interessato a demonizzare nessuno», ha aggiunto subito dopo.
Insomma, Trump ha, sì, detto di odiare i suoi avversari, ma ha anche affermato che la vedova di Kirk può convincerlo a smettere di farlo. Ha inoltre definito lo stesso Kirk «arrabbiato» per il suo comportamento su questo fronte. E comunque chi si scandalizza tanto per le parole del presidente forse dimentica alcune affermazioni di Joe Biden. Quest’ultimo, nel 2022, tacciò l’ideologia Maga di «semi-fascismo», mentre nel 2024 bollò gli elettori di Trump come «spazzatura». Sempre quell’anno, a inizio luglio, disse che l’allora candidato repubblicano andava «messo nel mirino». E nel mirino Trump ci finì davvero, visto che, pochi giorni dopo, subì l’attentato di Butler.
E proprio l’attentato di Butler è collegato, per così dire, con un filo rosso all’omicidio di Kirk. E questo non solo perché due killer hanno preso di mira delle persone mentre stavano esercitando il loro diritto alla libertà di espressione. Ma anche perché si tratta di due eventi simbolicamente fondativi. Da una parte abbiamo Trump che, pur ferito, si rialza subito e, sfidando la possibilità di una seconda pallottola, agita il pugno in aria gridando: «Fight! Fight! Fight!». Dall’altra troviamo Kirk, che viene colpito con un proiettile al collo mentre sta tenendo un dibattito pubblico. Questi due eventi, nella loro drammaticità, hanno conferito nuova consapevolezza al mondo conservatore.
Un mondo conservatore che ha innanzitutto esperito un crescente pericolo addirittura fisico attorno a sé. Un mondo conservatore che ha però al contempo trovato due modelli di leadership e ha altresì iniziato a comprendere la propria forza e le proprie potenzialità. È quindi in questo contesto che si sta intensificando la battaglia per l’egemonia politico-culturale negli Stati Uniti. È infatti forse la prima volta dai tempi della presidenza di Ronald Reagan che il progressismo d’Oltreatlantico comincia a mostrare segni di declino egemonico: un declino certificato dal fatto che molti giornalisti e commentatori di quell’area si ostinino ad affermare falsamente che il killer di Kirk sarebbe un esponente del mondo Maga (una circostanza, questa, che è già stata smentita dalla famiglia). Per non parlare di chi paragona l’assassinio del fondatore di Turning Point all’incendio del Reichstag: echi neppur troppo lontani di quanti, l’anno scorso, sostenevano che Trump avesse organizzato l’attentato di Butler a fini elettorali.
La lotta per l’egemonia è ormai arrivata a un punto di svolta. E Turning Point spaventa le galassie progressiste proprio perché ampi settori dell’universo giovanile si stanno spostando verso il Partito repubblicano. «È stato Charlie il primo a iniziare a organizzare i giovani conservatori neri, assetati di sostegno e leadership. È stato Charlie a difendere i cristiani e gli ebrei perseguitati nei campus universitari. È stato Charlie a contribuire a portare la censura online, la libertà di parola e la Cancel Culture al centro del nostro dibattito politico», ha dichiarato Trump, durante i funerali di un Kirk che, con la sua attività, rappresentava un pericolo per la sempre più traballante egemonia politico-culturale del mondo progressista.
«Serve un forte e coraggioso “no” alla guerra e un “sì” alla pace e alla fraternità». È un appello molto chiaro, quello che ieri papa Leone XIV ha scandito nelle prime battute del suo discorso durante l’udienza per il World meeting on human fraternity, organizzato dalla Basilica di San Pietro, dalla fondazione Fratelli tutti, dall’associazione Be Human e dalla fondazione Saint Peter for Humanity. Non senza un «ringraziamento speciale agli illustri Premi Nobel presenti» - tra cui l’irachena Nadia Murad, l’americana Jody Williams, la liberiana Leymah Gbowee, la yemenita Tawakkol Karman, il russo Dimitri Muratov, l’ucraina Oleksandra V’jačeslavivna Matvijčuk, la filippina Maria Ressa e il congolese Denis Mukwege -, il pontefice ha esordito, nel suo intervento, a partire dal racconto biblico.
Prevost ha segnalato che nonostante «il primo rapporto fraterno, quella tra Caino e Abele, fu subito drammaticamente conflittuale», comunque «quel primo omicidio non deve indurre a concludere che è sempre andata così». Per quanto antica, per quanto diffusa, la violenza di Caino non si può tollerare come «normale». «Al contrario», ha proseguito il pontefice statunitense - che fin dal suo primo affaccio su piazza San Pietro, dopo l’elezione, ha fatto della pace un richiamo costante -, «la norma risuona nella domanda divina rivolta al colpevole: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). È in questa domanda la nostra vocazione, la regola, il canone della giustizia. Dio non si vendica di Abele con Caino, ma gli pone una domanda che accompagna tutto il cammino della storia».
Discostandosi di parecchio da quei venti di guerra che nella politica europea, ormai, vengono guardati non solo senza preoccupazione, ma perfino con un po’ di entusiasmo, papa Leone XVI - che nel suo discorso ha citato un paio di volte il predecessore Francesco - ha poi provato a delineare degli antidoti a quella cultura del conflitto che oggi sembra prevalere. Più precisamente, il Santo Padre ha evidenziato come oggi occorra «individuare percorsi, locali e internazionali, che sviluppino nuove forme di carità sociale, di alleanze tra saperi e di solidarietà tra le generazioni»; tutto ciò senza soluzioni elitarie, per pochi - anche qui è difficile non pensare ad un’Ue che pare allergica alle consultazioni democratiche - bensì con «percorsi popolari, che includano anche i poveri, non come destinatari di aiuto ma come soggetti di discernimento e di parola».
Per avviare con successo questi «percorsi», favorendo quella che ha chiamato «una estesa alleanza dell’umano», il papa ha infine chiesto ai presenti all’udienza - nella consapevolezza, anche questa ribadita sin dal suo primo affaccio su San Pietro, che la vera pace è solo quella di Cristo - di rifarsi alle «parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”».
Questo però non è stato il solo discorso rilevante scandito nelle ultime ore dal pontefice. Infatti già giovedì, parlando ai nuovi vescovi nell’Aula del Sinodo - in un discorso a porte chiuse del quale solo ieri la sala stampa ha diffuso alcuni stralci -, papa Prevost ha formulato, tra gli altri, un significativo richiamo al tema degli abusi. E lo ha fatto sottolineando come le condotte inappropriate da parte del clero non possano essere messe «in un cassetto», meritando al contrario d’esser affrontate, e «con senso di misericordia e vera giustizia, verso le vittime e verso gli accusati». Parole equilibrate, avverse non solo ad ogni ipotesi di insabbiamento, ma anche a tendenze giustizialiste. Giova a questo proposito ricordare come, prima di diventare papa, anche il cardinale americano era stato raggiunto da false accuse - smentite sia giornalisti investigativi occupatisi del caso, sia dalle stesse vittime - di cattiva gestione di casi abusi sessuali.
Qualcuno ha accostato le considerazioni di Leone XIV su questo tema al caso che in questi giorni vede nell’occhio del ciclone il vescovo di Bolzano, monsignor Ivo Muser, molto contestato - è stata fatta anche una petizione con oltre 15.000 sottoscrizioni per chiederne le dimissioni - perché aveva nominato (reputandolo innocente) un sacerdote prescritto per violenza sessuale su minore a collaboratore pastorale in Alta Pusteria. Onestamente, appare però un po’ forzato l’accostamento tra questo caso e le parole del pontefice. Che, per il suo ruolo, è in genere portato a riflessioni più generali e che, sempre parlando ai vescovi di nuova nomina, ha anche rivolto loro una richiesta di moderazione e prudenza nell’uso dei social, parlando della necessità di essere prudenti nell’uso dei social network, ambiti nei quali si corre il rischio che chiunque «si senta autorizzato a dire quello che vuole, anche cose false». Ieri Prevost, parlando di immigrazione, ha anche annunciato la sua visita a Lampedusa in un videomessaggio per la presentazione della candidatura del progetto «Gesti dell'accoglienza» alla lista del Patrimonio culturale immateriale dell'Unesco.
Chi sa da quanto tempo sognava di pronunciare quelle parole, Giorgia Meloni: ha scelto l’aula del Senato per togliersi lo sfizio. «Si vis pacem para bellum» - il motto dell’antica Roma che vuol dire «se vuoi la pace prepara la guerra», nel senso «se il tuo nemico sa che sei forte, non ti attaccherà» - è risuonato solenne, ieri, nella austera aula di Palazzo Madama, scandito dalla Meloni in occasione della replica dopo il dibattito sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo.
«Sulla Difesa», ha detto la Meloni, «io la penso come i romani: si vis pacem para bellum. Quando ti doti di una Difesa non lo fai per attaccare, la pace è deterrenza, se si hanno dei sistemi di sicurezza e difesa solidi si possono più facilmente evitare dei conflitti». Un pizzico di Margaret Thatcher pure ci stava bene: «È quello che dicevo ieri (l’altro ieri, ndr)», ha sottolineato la Meloni, «citando Margaret Thatcher, i nostri valori non si difendono da soli perché sono buoni e per cause giuste ma si difendono se abbiamo una Difesa adeguata». Con la citazione latina la Meloni si è assicurata i titoli sui siti e i tg di ieri e sui giornali di oggi, e tuttavia ha dovuto incassare la replica, prevedibile, della segretaria dem Elly Schlein, che ha sottolineato come «rispetto a 2.000 anni fa il mondo ha fatto dei passi in avanti nella risoluzione delle controversie. Preparare la guerra, come pensa lei», ha scritto la Schlein in una nota, «è il contrario di quello che serve e vuole l’Italia. Alla presidente del Consiglio dico, se vogliamo la pace, prepariamo la pace». Qualche schermaglia a distanza anche con Giuseppe Conte: «Ha detto che lui non ha firmato l’impegno per il 2% delle spese di Difesa», ha attaccato la Meloni, «dico che una firma è una firma, quella firma è stata messa, io sono d’accordo con quell’impegno che aveva assunto. Poi se Conte ha firmato impegni senza rispettarli dico che non è il mio modo di fare». La citazione in latino della Meloni è stata capovolta pure da Giuseppi: «Qui e ora, ci impegniamo a unire le voci di tutti coloro che, al di là delle lingue, gridano per la stessa causa: se vuoi la pace, prepara la pace, sempre e ovunque», si legge nel documento sottoscritto a l’Aja dal presidente del M5s, e dai rappresentanti di 15 partiti e movimenti provenienti da 11 Paesi europei. Come ben si comprende, al di là di proclami e enunciazioni di principio, la «ciccia» del dibattito è l’aumento delle spese militari al 5% del Pil, richiesto dalla Nato e in particolare da Donald Trump. «Io penso», ha detto la Meloni al Senato, «che l’impegno che i 32 membri della Nato si apprestano ad assumere sia carico di responsabilità, alla luce di un contesto molto incerto. E proprio perché questa esigenza deve inserirsi in maniera sostenibile, nelle ultime settimane ci siamo impegnati a rendere il percorso sostenibile, flessibile e credibile. E ritengo che abbiamo raggiunto l’obiettivo». Obiettivo che, ha sottolineato la Meloni, «deve essere raggiunto in 10 anni, non impone alle nazioni percorsi obbligati, prevede una revisione nel 2029. Poi il tema è su cosa investiamo, anche gli scenari della Difesa stanno cambiando. In Ucraina i maggiori risultati per Kiev sono stati raggiunti con droni che costano 20.000 euro, i dati rischiano di essere più pericolosi dei proiettili, bisogna fare una riflessione seria sulla Difesa del futuro prima di fare investimenti basati su un’idea passata di Difesa». Nel piano della Nato, ha aggiunto la premier, «non si parla solo di spese militari, si parla anche di spese per la sicurezza che sono più ampie: difesa dei confini, lotta ai trafficanti, resilienza, infrastrutture critiche, sviluppo tecnologico, cybersecurity. La Nato deve cogliere un mondo che sta cambiando e particolarmente ci interessa il fianco Sud, per questo devono essere i Paesi a dire che cosa è sicurezza. Io sono preoccupata da quel che accade nel Mediterraneo e in Libia dove la Russia sta spostando la sua proiezione navale».
Per la Lega, l’alleato più riottoso ad aumentare le spese per gli armamenti, è stato il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo a rilasciare un commento (lo diciamo in senso positivo) in perfetto stile democristiano: «Se si tratta di fare degli investimenti in sicurezza», ha detto Romeo, «proprio guardando al fronte Sud dell’alleanza della Nato, quindi il Mediterraneo allargato, per la Difesa e la realizzazione di infrastrutture strategiche, per la protezione di gasdotti e oleodotti, la difesa dei confini nazionali, la lotta all’immigrazione clandestina, la Lega l’ha detto da sempre e siamo d’accordo. Poi è chiaro che il target, che deve essere individuato e so che ci sono delle discussioni ancora in corso, deve essere ovviamente un target sostenibile, magari cercando anche di ottimizzare le risorse perché si può arrivare a spendere meno per spendendo meglio. Bisogna tenere conto della nostra situazione del debito», ha sottolineato Romeo, «e non devono essere sacrificati settori chiave come sanità, scuola, welfare e lavoro, questo è indiscutibile».
La Nato corre alle armi. Così, brutalmente, si possono condensare le intenzioni che aleggiano intorno al summit di due giorni, tra oggi e ieri, a L’Aia, nei Paesi Bassi, tra i 32 rappresentanti dei Paesi membri. Apparentemente, Donald Trump è sembrato arrivare con le migliori intenzioni. «Sto andando alla Nato, dove, nella peggiore delle ipotesi, sarà un periodo molto più tranquillo di quello che ho appena vissuto con Israele e Iran. Non vedo l’ora di rivedere tutti i miei bravissimi amici europei. Spero che si realizzino grandi cose», ha scritto sul suo social Truth. Un bel cambio di tono, rispetto a quando chiamava gli europpei «parassiti». Trump, a bordo dell’Air Force One, ha detto che fornirà alla Nato una «definizione esatta» dell’articolo 5, visto che ora ce «ne sono diverse».
In questo contesto si colloca anche il compromesso sostenuto da Mark Rutte, il segretario generale della Nato: raggiungere il 5% sommando un 3,5% di vero budget per la Difesa e un 1,5% per la sicurezza nazionale.
Rutte è in prima linea nel riarmo europeo. Ieri ha accolto al summit Volodymyr Zelensky e ha sottolineato anche come la minaccia russa si estenda sul fronte meridionale, ma non solo. «La Russia è la minaccia diretta e di lungo termine principale della Nato ma non è l’unica. Il fianco Sud è cruciale per noi, perché Mosca e Pechino stanno rapidamente guadagnando influenza, principalmente nel Sahel ma non solo e non dobbiamo essere ingenui».
Le parole di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, si collocano sulla stessa linea d’onda e auspicano perfino una rivoluzione antropologica. «Sappiamo che la Russia sarà in grado di testare i nostri impegni di difesa reciproca entro i prossimi cinque anni. Entro il 2030, l’Europa deve avere tutto ciò che serve per una deterrenza credibile. Questo è ciò che chiamiamo «Prontezza 2030». Ma questo richiede una nuova mentalità per tutti noi», ha dichiarato Von der Leyen. «Dobbiamo essere pronti a lasciare la nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di fare le cose, unendo tecnologia e difesa, civili e militari, in Europa e altrove. Insieme, possiamo scoraggiare chiunque cerchi di farci del male. Per una Nato più forte e un’Europa più forte e sicura».
La corsa alla guerra appassiona (quasi) tutti, con tanto che i tedeschi sono perfino pronti a rinunciare all’austerità, cioè a valori difesi a spada tratta per anni. «Sono convinto che sia questo il momento di investire in modo deciso sulla difesa. Non c’è nulla di più caro dello stallo degli ultimi anni. E il pareggio di bilancio non è un valore in sé», ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco Lars Kingbeil dell’Spd, presentando a Berlino la bozza del bilancio del 2025 e del 2026. Così la Germania raggiungerà il 3,5% del Pil nelle spese per il capitolo dedicato alla difesa e alla sicurezza già nel 2029, con sei anni di anticipo rispetto a quanto concordato nell’ambito della Nato.
Anche Keir Starmer, il primo ministro britannico, ha confermato il proprio impegno a raggiungere il fatidico 5% entro il 2035, assicurando che «questo non comporterà aumenti di tasse per i lavoratori». Nel frattempo, però, in patria la protesta monta perfino nella stessa maggioranza di governo per una riforma del welfare in cantiere che prevede tagli significativi alla spesa sociale (tra l’altro per i disabili).
Le perplessità intorno al summit montano anche dall’altra parte del globo. Infatti, non è passata inosservata l’assenza al summit di Shigeru Ishiba, primo ministro giapponese. Alcune fonti parlano di un certo malumore giapponese e lo riconducono sempre alle pressioni per l’aumento delle spese militari, oppure all’attacco americano in Iran, fornitore cruciale di petrolio. Di sicuro non è passata inosservata neanche l’assenza al summit dei leader della Corea del Sud e dell’Australia, un duro colpo per una Nato che prova a preparare una risposta ai conflitti su scala mondiale.

