content.jwplatform.com
- Alla vigilia delle elezioni in Cile, la sinistra radicale del presidente Gabriel Boric è in crisi. Osteggiato da Trump, il governo di Santiago ha fatto impennare il debito pubblico negli ultimi anni dopo essere stato per anni la guida del capitalismo sudamericano. E Pechino ha forti mire sulle terre rare che abbondano nel Paese.
- La saga della famiglia Alessandri. Il capostipite Pietro emigrò dalla Toscana dopo i moti del 1820-21, fondando una dinastia che diede al Cile due presidenti e dominò per decenni la politica nazionale.
Lo speciale contiene due articoli.
La presidenza di Gabriel Boric verrà ricordata in Cile come una delle più deludenti della storia repubblica. Il governo di questo giovane presidente, salito al potere nel 2022, ha spostato il paese sudamericano fortemente a sinistra seguendo i dettami di Apruebo Dignidad (AD), la coalizione che lo ha portato al palazzo della Moneda. Questa coalizione politica è formata principalmente dal Partito Comunista e da Convergencia Social, un movimento progressista ecologista e libertario. Il 19 novembre il Cile però tornerà ad elezioni e la vittoria sembra contesa fra due esponenti di destra. Il fronte progressista ha deciso addirittura di candidare Jeannette Jara, militante del Partito Comunista che ha trionfato alle primarie con il 60% dei voti, superando l’ex ministra dell’Interno Carolina Tohá, socialdemocratica più moderata che era inizialmente ritenuta la favorita, e Gonzalo Winter, il candidato del partito di Boric. Una svolta ancora più a sinistra che radicalizza il paese schiacciandolo verso una politica estera limitata e punitiva. È la prima volta che i comunisti riescono ad ottenere la candidatura e vista la loro posizione questo non appare così strano. ll Partito Comunista del Cile si definisce di ideologia marxista-leninista, continua a sostenere la lotta di classe e a mantenere rapporti con il Partito Comunista della Corea del Nord, un autentico paria internazionale. Jeannette Jara ha provato ad ammorbidire la posizione del suo partito prendendo molte posizioni personali differenti e arrivando a dichiarare Nicolas Maduro un dittatore, ma è sembrato soltanto un tentativo per non spaventare i moderati dell’ala progressista. La sinistra paga anche l’enorme delusione dell’inconcludente governo Boric che non ha rispettato praticamente nessuna delle tante promesse elettorali. Santiago aveva rafforzato i rapporti con il Brasile di Lula per una scelta politica del suo presidente, raffreddando fortemente le relazioni con l’Argentina di Milei. Il Cile aveva anche iniziato un forte avvicinamento ai Brics e Boric aveva anche entusiasticamente partecipato al vertice Cina-Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), sposando anche il progetto della Via della Seta. Le relazioni con Pechino ed il Brasile erano state quelle più forti durante la presidente attuale, ma era stato soprattutto il netto allontanamento dagli Stati Uniti a caratterizzare la politica estera di Boric. Lo scontro fra il presidente cileno e Donald Trump è stato continuo e Boric ne ha fatto un caposaldo della sua proiezione internazionale. Ma la linea voluta dal presidente cileno in pochi anni ha messo in crisi la più florida economia del continente sudamericano. Il Cile è stato a lungo considerato il paese modello del capitalismo in salsa sudamericana con un crescita costante ed una disoccupazione in continua decrescita. Basti pensare che nell’Indice di Sviluppo Umano del 2022, il Cile si era classificato al primo posto tra tutti i paesi dell’America Latina, mentre nell’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation sempre del 2022, Santiago occupava il ventesimo posto a livello globale, davanti agli Stati Uniti e al Regno Unito. Nonostante i dati economici positivi nel 2019 c’erano state imponenti manifestazioni di piazza che avevano portato alla vittoria Gabriel Boric che aveva promesso la fine del neoliberismo. La retorica contro il capitalismo e le classi più abbienti da parte dei partiti di sinistra avevano fatto trionfare questo outsider che aveva promesso una specie di rivoluzione. Durante il suo governo il debito pubblico è passato dal 28% del PIL nel 2020 al 45,3% nel 2024, mentre la spesa pubblica è aumentata del 65% per una serie di opere, molte della quali lontane dalla loro reale realizzazione. Ma la vera forza economica restano le enormi riserve minerarie di litio, il cosiddetto “oro bianco”. Il Cile è infatti inserito nel cosiddetto «Triangolo del litio», un’area di circa 400.000 chilometri quadrati, divisa fra Argentina e Bolivia e che contiene oltre il 60% delle riserve globali di litio, con il Cile che ne ha circa il 70% del totale. Santiago è anche il principale produttore ed esportatore mondiale di rame, soprattutto in Asia ed Europa. Litio e rame sono due minerali che avranno un utilizzo crescente da qui al 2040, decuplicando il loro utilizzo nell’industria. La Cina è particolarmente interessata a queste risorse minerarie, soprattutto al litio, determinante per la transizione energetica ed ha già firmato una serie di accordi governativi che adesso potrebbero essere totalmente rimessi in discussione dal nuovo presidente.
Gli Alessandri: storia di una famiglia italiana alla conquista della politica cilena
Napoleone Bonaparte era ancora vivo e l’Italia solamente un’espressione geografica, per dirla con Metternich, quando nel 1821 il giovane Pietro Alessandri Tarzi lasciò la penisola per il Sudamerica. Pisano, era nato in una famiglia agiata di Garbi, un piccolo centro alle porte della città, il 10 maggio del 1793, nell’anno dell’esplosione del giacobinismo nella Francia rivoluzionaria. Il vento si era propagato anche negli Stati italiani e Alessandri prese parte ai moti nel Granducato all’età di 27 anni. Dopo il fallimento della sollevazione, seguì il destino di molti altri esuli italiani e lasciò il litorale pisano per l’Argentina grazie all’aiuto di José Rondizzoni Canepa, ex ufficiale napoleonico parmense emigrato in Cile. Giovane e amante dell’arte, sbarcò inizialmente il lunario a Buenos Aires cercando di vendere le opere da lui realizzate. Fu la fortuna a fargli incontrare Bernardo O’Higgins, Comandante supremo dell’esercito del Cile e Dictador Supremo dal 1821 al 1823. Quest’ultimo lo portò con sé a Valparaiso, dove tentò di valorizzarne le doti artistiche e accademiche. Il tentativo fallì dopo l’esilio di O’Higgins e Alessandri tornerà in Argentina per i successivi tre anni. Nel 1826 fece ritorno a Valparaiso, questa volta determinato a trovare il successo, che arriverà stavolta non grazie alle opere d’arte ma al commercio marittimo, un settore dove gli emigranti italiane delle due ex Repubbliche marinare (Genova e Pisa) si erano distinti in Sudamerica. Grazie all’attività di 4 brigantini e al fiuto imprenditoriale (il commercio di perle dalla Polinesia all’Europa e di altre merci preziose) in pochi anni il pisano arrivato dall’Argentina divenne uno degli imprenditori più importanti del Cile (o Chili, come veniva allora chiamato), allargando la propria influenza anche alla cultura (la sua principale passione) con la costruzione del Teatro Vittoria nel 1844 andato poi perduto nel terribile terremoto che colpì il Cile nel 1906. Non si fermò al solo commercio marittimo, che in quegli anni aveva allargato ai tessuti pregiati importati dalla Francia: Pietro Alessandri (ormai Don Pedro per i cileni) si buttò anche nell’estrazione dei metalli preziosi e nel trasporto verso la California degli avventurieri della corsa all’oro. Ormai pienamente inserito nelle élites politiche cilene, Don Pedro fu naturalizzato cileno nel 1846 è riceverà nel 1851 la carica di Console Generale del Regno di Sardegna per volere diretto di Vittorio Emanuele II.
Pietro Alessandri non vedrà mai il sovrano che lo aveva insignito di una carica di grande prestigio diventare Re d’Italia. Il 13 marzo 1857 moriva a Valparaiso all’età di 64 anni, pianto dalla ormai nutrita comunità italiana.
Pietro Alessandri ebbe dalla moglie tre figli. Uno di loro, Pedro Jr, proseguì l’attività commerciale del padre in campo marittimo con la fondazione della Compania Naviera Italiana. Nel 1868 ebbe un figlio dalla moglie Susana Palma, Arturo Fortunato Alessandri. Avviato agli studi di giurisprudenza, il giovane italo cileno fu presto avviato alla carriera politica nel partito liberale. Deputato dal 1897, Arturo fu anche giornalista. Nel 1915 fece notizia la sua vittoria combattuta alle elezioni provinciali di Tarapacà, che aprirono all’emergente italo-cileno le porte della candidatura alla presidenza del Cile. Nel 1920 Alessandri Palma vinse di misura le elezioni contro il rappresentante del vecchio potere oligarchico della Coaliciòn Luis Barros Borgono. Durante il suo primo mandato, Arturo Fortunato cercò di applicare il suo programma di riforme, spesso osteggiato se non paralizzato dall’atteggiamento ostile delle élites parlamentari, che difendevano lo status quo contro l’avanzata delle istanze della nuova borghesia delle imprese di cui l’italo-cileno era rappresentante. La sua azione di contrasto al sistema parlamentare fu all’origine del colpo di stato che lo estromise momentaneamente dalla carica. Nel mese di agosto del 1924 una sollevazione militare portò al potere per un breve periodo il generale José Altamirano. Costretto all’esilio, Alessandri passò alcuni mesi in Italia dove incontrò a Roma Benito Mussolini. La giunta cadde poco dopo per l’intervento di un altro alto ufficiale, Carlos Ibanez del Campo, già ministro della Difesa, che richiamò Alessandri alla guida del Cile nel marzo 1925. Durante la breve fase di ritorno alla presidenza, Alessandri riuscì a far diventare il Cile una repubblica presidenziale e a fondare la banca nazionale, Il Banco Central. Tuttavia Del Campo reagì alla volontà di Alessandri di allontanare tutti i ministri che avevano avuto ruolo nel golpe e la crescente tensione portò alle dimissioni del presidente italo-cileno nel 1926. Dopo una breve parentesi caratterizzata da un tentativo di creare una repubblica di orientamento socialista, Del Campo trionfò alle presidenziali del 1927 instaurando di fatto una dittatura che avrà breve vita a causa del crollo del 1929 che colpì con particolare durezza il Cile a causa della crisi finanziaria dovuta al ritiro dei capitali statunitensi. Nel 1932 Alessandri fu eletto per la seconda volta e cercò di lanciare un proprio new deal sul modello di Roosevelt, con lo sfruttamento delle materie prime, la riduzione del debito e le opere pubbliche. Politicamente dovette affrontare la crescita turbolenta dei movimenti di estrema destra, ispirati al partito nazionalsocialista di Hitler. Il suo mandato terminò regolarmente nel 1938 ma con una coda di violenza nota come il massacro del palazzo del Segundo Obrero, dove 59 membri del Movimiento Nacional Socialista furono uccisi dall’intervento dei Carabineros. Dal 1946 è stato presidente del Senato cileno.
Arturo Fortunato Alessandri Palma aveva avuto da Rosa Rodriguez Velasco (nipote di quell’O’Higgins che aiutò il capostipite degli Alessandri ad emigrare in Cile) il figlio Jorge Alessandri Rodriguez, nato nel 1896. Approdò alla politica relativamente tardi occupandosi, dopo la laurea in ingegneria, di industria e finanza. Nel 1945 la prima candidatura come indipendente e in seguito la nomina a ministro delle Finanze durante la seconda presidenza di Carlos Ibanez del Campo tra il 1956 e il 1958. Liberal-conservatore, corse per la presidenza alle elezioni del 1958 vincendo di misura contro il candidato socialista Salvador Allende. Sulle orme del padre, Jorge Alessandri inaugurò una politica di rigore, cercando di stabilizzare la fragile economia nazionale e di industrializzare il paese con l’aiuto di capitali privati. Personaggio riluttante alla popolarità, rimase in carica fino al termine del mandato nel 1964 lasciando il timone al cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva. Riprovò la candidatura nel 1970, ma fu sconfitto dal suo storico avversario Salvador Allende per poco più di 3.000 voti. Dopo il golpe del 1973, Jorge Alessandri si ritirò dalla vita politica e morì nel 1986 all’età di 90 anni.
La famiglia Alessandri è stata al centro della politica cilena anche nei decenni successivi. Dopo l’ultima presidenza di Jorge Alessandri, la presenza dei suoi membri è stata costante. Il nipote di Jorge, Arturo Alessandri Besa, fu candidato alle presidenziali del 1993 e sconfitto da Eduardo Frei Ruiz-Tagle (figlio del presidente Frei che sconfisse lo zio Jorge nel 1964). Silvia Alessandri (nipote di Arturo Fortunato) fu deputata tra il 1969 e il 1973. Gustavo Alessandri Valdés fu sindaco di Santiago durante la dittatura di Pinochet e infine deputato fino alla morte nel 2002 per il partito Renovaciòn Nacional. Dello stesso partito è membro il figlio di Gustavo, Felipe Alessandri (classe 1975). Come il padre è stato eletto sindaco di Santiago nelle file dello stesso partito, rimanendo in carica dal 2016 al 2021.
Continua a leggereRiduci
- Kingston potrebbe diventare indipendente da Londra nel 2025, dopo le forti tensioni tra i due Paesi su immigrazione e riparazioni per il regime di schiavitù del passato coloniale. Il calo del debito pubblico è reale, ma dipende da forti tagli alle risorse dello Stato. Che fatica sempre più a contrastare la dilagante criminalità.
- La cultura giamaicana del rastafarianesimo si intreccia con la storia coloniale italiana nella figura controversa di Marcus Garvey, tra i massimi ispiratori del culto di Hailé Selassié e dell'etiopismo. Ma prima del 1935 si dichiarò ammiratore di Mussolini e del fascismo.
Lo speciale contiene due articoli.
La Giamaica, stato insulare caraibico famoso per la musica e le spiagge, sembra deciso a tagliare definitivamente il labile cordone ombelicale che ancora lo tiene legato alla Gran Bretagna. Re Carlo III infatti è ancora formalmente capo dello stato e nomina un Governatore Generale che amministra l’isola. Entro il 2025 la Giamaica potrebbe diventare definitivamente una repubblica, passando sia dal parlamento che da un referendum popolare, il consenso politico a questa svolta epocale è pressoché unanime fra maggioranza ed opposizione, ma dietro questa mossa ci sono precise ragioni politiche. I rapporti fra la Giamaica ed il Regno Unito sono ai minimi storici per due ragioni: la prima è la ferrea restrizione dei visti d’ingresso, sia per turismo, sia per lavoro, dei giamaicani in Gran Bretagna, la seconda, molto più pregnante, riguarda le cosiddette riparazioni per il periodo della schiavitù, questione che peraltro è stata al centro di un recente incontro dei capi di stato dei Caraibi, nel quale è stata ribadita la necessità di affrontare una volta per tutte il tema, chiedendo un vertice con le nazioni europee. Questa richiesta, oltre alle scuse ufficiali che la Gran Bretagna ha sempre rifiutato di fare, prevede anche la cancellazione del debito e una riduzione importante dei rapporti commerciali privilegiati. La situazione economica dell’isola caraibica resta comunque molto complessa segnata da una scarsa crescita economica e un alto tasso di criminalità. L’economia giamaicana dipende soprattutto dalle esportazioni di bauxite e dal turismo, ed è minacciata dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, il paese è riuscito a dimezzare il rapporto tra il Pil e il debito pubblico, passando dal 147 per cento del 2012 al 73 per cento di oggi. L’abbattimento del debito non è dovuto alla crescita economica, stabile intorno all’1%, ma a forti tagli delle spese ed un sostanzioso aumento della tassazione. Questa politica di austerità ha avuto un ampio consenso politico, ma le conseguenze di questo piano si sono fatte sentire. Tutto il settore pubblico dalla magistratura alla polizia hanno scarsi finanziamenti per combattere la criminalità dilagante, così come la scuola e la sanità che hanno chiuso diversi centri. Anche i fondi di emergenza per i disastri naturali che spesso colpiscono l’isola sono stati sensibilmente ridotti e la Banca Mondiale ha sottolineato che queste politiche d’austerità e la mancanza d’investimenti pubblici hanno frenato la crescita del paese. Nonostante una situazione piuttosto complicata qualche risultato nella lotta al crimine si vede e la polizia ha diramato dei dati incoraggianti. Gli omicidi sono calati del 16%, numeri sempre alti con 784 vittime ogni anno, più di due omicidi al giorno. Le rapine sono scese del 15%, mentre gli stupri del 32%, ma la corruzione resta un fattore determinante. Una situazione comunque lontana dagli anni ’70 quando Bob Marley riuscì a riunire sul palco di un suo concerto a Kingston i due leader politici dell’epoca Michael Manley, del People’s National Party, e il suo avversario, Edward Seaga, del Jamaican Labour Party che avevano scatenato un conflitto paramilitare urbano. Nonostante i problemi la Giamaica resta fortemente attenzionata da Washington che in primavera ha inviato il Segretario di Stato Marco Rubio in visita ufficiale che ha incontrato il Primo ministro Andrew Holness. Il responsabile della politica estera di Trump ha sottolineato l’importanza degli storici rapporti fra Stati Uniti e Giamaica e di quanto la comunità giamaicana sia parte integrante della società americana ormai da decenni. Nel bilaterale Marco Rubio ha poi affrontato la questione dei dazi, sottolineando come potrebbero essere una grande occasione per l’economia caraibica che ha nell’export verso gli Usa una parte preponderante della sua bilancia commerciale. In questo tour ai Caraibi che oltre alla Giamaica, prevedeva le Barbados, Trinidad e Tobago, St. Vincent e Grenadine e Haiti, Rubio non è però riuscito ad annullare l’accordo fra le isola e Cuba per una partnership sanitaria. Questi paesi hanno difeso il programma concordato con l’Avana, che dal Covid in poi, si è rivelato insostituibile nel sostenere servizi sanitari scadenti, o addirittura inesistenti come ad Haiti. Anche la questione del petrolio del Venezuela non è stata affrontata e per la Giamaica è stato un sollievo visto che il 70% della sua fornitura arriva proprio da Caracas. Gli Stati Uniti vogliono rafforzare la loro presa sul Caribe blandendo e minacciando i governi locali che negli ultimi anni hanno rafforzato la cooperazione, ma che restano molto legati agli Usa.
Marcus Garvey, il Ras Tafari e l'Italia. Il profeta del panafricanismo che ammirò Mussolini
La sera del 27 giugno 1980 lo spirito della Giamaica, grazie a Bob Marley, mise piede in Italia riempiendo lo stadio milanese di San Siro di una marea di giovani ansiosi di sentire dal vivo per la prima volta i suoi più grandi successi. La «leggenda del reggae», nativo di Kingston, apparve sul palco proprio nel momento in cui il Dc-9 dell’Itavia si inabissava nelle acque di Ustica, cambiando per sempre la storia italiana. Marley iniziò l’esibizione con una preghiera, sulle note di un vecchio motivo chiamato «Stalag Riddim’», che i suoi fans conoscevano come «Marley chant». Le parole richiamavano direttamente un passato in cui l’Italia coloniale fu protagonista: «Greetings..and good evening..In the name of His Majesty Emperor Hailé Selassié…Jah! Ras Tafari!» urlò nel microfono Marley salutando la folla («Saluti e buona serata...Nel nome di Sua Maestà l’Imperatore Hailé Selassié! Dio! Il Ras Tafari!»).
Per cercare il legame tra la religione rasta, nata e cresciuta in Giamaica, e l’Italia dell’impresa coloniale in Etiopia, che dal 1930 era governata dal Negus neghesti (il Re dei re) Hailé Selassiè I, bisogna ritornare in Giamaica all’inizio del XX secolo e analizzare la controversa figura di Marcus Garvey, uno dei massimi ispiratori del rastafarianesimo, un leader ben lontano dai ritmi, dai riti e dal fascino del reggae che avrebbe riempito gli stadi mezzo secolo dopo. Sindacalista, politico, mistico, Marcus Garvey era nato a Kingston nel 1887 da una famiglia di umili origini. Cresciuto nel mondo del sindacalismo nero, ebbe occasione di viaggiare in Sudamerica ed Europa. Nel 1914 diede vita all’Unia (Associazione per il progresso universale della popolazione nera), realizzazione politica delle sue teorie sulla riunificazione della diaspora africana. Alla base dell’Unia vi era un’idea fortemente nazionalista, che costituiva la spina dorsale del panafricanismo. Il sindacalista e giornalista giamaicano infatti, lungi dal rifutare l’espressione dispregiativa «negro», la utilizzò piuttosto come l’elemento fondante di una razza universale, che avrebbe dovuto con orgoglio portare il nome e raggiungere l’indipendenza politica ed economica dal mondo coloniale costruito nei secoli dai bianchi. Per raggiungere lo scopo, Garvey sviluppò una serie di attività imprenditoriali dal 1916, quando si trasferì negli Stati Uniti. Qui diede vita ad una compagnia di navigazione, la «Black Star Line» (chiara risposta alla White Star, già proprietaria del Titanic) per incrementare e facilitare gli spostamenti tra Africa e America della popolazione nera. Nello stesso periodo promuoveva, con il consistente capitale di un milione di dollari, la Negro Factories Corporation, una holding di aziende dirette unicamente da personale di colore, che negli stessi anni costituirono i primi nuclei del nazionalismo delle popolazioni afroamericane inizialmente concentrate nel quartiere newyorchese di Harlem. Nel 1930 Garvey lesse l’incoronazione del principe Tafari Maconnèn come un segno divino, e con le proprie capacità oratorie contribuì di fatto alla diffusione del rastafarianesimo. Il leader giamaicano dell’Unia si ispirò alle Sacre Scritture, in particolare nei passaggi che indicano la linea diretta di Re Salomone e della Regina di Saba nella dinastia dei discendenti di Menelik. Dall’Etiopismo e dal Kebra Nagast, libro sacro al cristianesimo ortodosso degli Abissini, Garvey attinse la profezia del ritorno del Messia sulla Terra, identificato con il Re dei Re Hailé Selassié. L’Africa sarebbe stato il luogo della rinascita dal peccato di «Babilonia» (il mondo occidentale) e avrebbe fatto da culla ad un nuovo popolo costituito da tutti gli africani uniti in una sola Nazione, sotto un’unica religione. Quando il Negus fu incoronato, l’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe italiane era ancora relativamente lontana. Ancora pochi anni prima dello scoppio della guerra contro il Negus, Marcus Garvey non nascose la propria ammirazione per la figura del Duce. Affascinato dalla storia del primo periodo del ventennio fascista, raccontò le sue impressioni sull’Italia di Mussolini all’amico giornalista (e come lui sostenitore del panafricanismo) Joel Rogers, che lo intervistò nella sua residenza londinese di Beaumont Crescent, al quale dichiarò testualmente che «Noi Garveyani siamo stati i primi fascisti. Quando Benito Mussolini era ancora semi sconosciuto, avevamo inquadrato (con l’Unia ndr) oltre centomila uomini e fondato le organizzazioni giovanili. Mussolini ha copiato il nostro fascismo!». Il carattere nazionale e popolare dell’Italia mussoliniana fu l’aspetto che maggiormente colpì Garvey, che vide una sorta di parallelismo con le sue teorie in una nazione giovane, che aveva saputo unirsi dopo secoli di dominazioni straniere, sotto una guida che era riuscita a mantenere un carattere «proletario» pur potendo ormai competere con le maggiori potenze occidentali. Poi, nel 1935, l’attacco italiano cambiò naturalmente la sua prospettiva sull’Italia fascista. Tuttavia, nonostante la mitizzazione dell’Etiopia come centro spirituale della nuova Africa, colui che è ancora considerato tra i massimi ispiratori del rastafarianesimo e del «Black Power» che emerse in America alla fine degli anni ‘60, fu tutt’altro che tenero con la figura di Hailé Selassié. L’andamento della guerra, che portò le truppe italiane a Addis Abeba e all’esilio londinese del «Negus Neghesti», portò il leader dell’Unia a criticare pesantemente l’operato dell’imperatore-messia. Selassiè si era mostrato debole e soprattutto «corrotto» dai consiglieri britannici, bianchi e fautori del colonialismo, che lo avevano portato alla fuga e al rifugio sotto la propria protezione. Neppure i neri furono risparmiati nella rabbia per la sconfitta, accusati di essere stati dei guerrieri indisciplinati ed inadeguati, i quali non avrebbero fatto tesoro delle teorie del nazionalismo panafricano contenute nelle sue teorie, a lungo esposte per mezzo della voce dell’Unia. Un finale amaro per Garvey che, a causa di queste ultime dichiarazioni contro il «Re dei Re», si alienò buona parte dei suoi seguaci nel mondo del panafricanismo, terminando la propria carriera di predicatore e leader dell’emancipazione dei neri del mondo praticamente isolato. La sua eredità, privata degli aspetti più esasperatamente separatisti e nazionalisti, fu raccolta in Giamaica anni dopo la fine della seconda guerra mondiale dal movimento religioso dei Rastafariani, dai quali nacque anche la cultura reggae. Per una coincidenza quasi cabalistica, Marcus Garvey morì il 10 giugno 1940, il giorno dell’ingresso dell’Italia in guerra.
Continua a leggereRiduci
Carlo Cottarelli (Ansa)
Cresce la fiducia degli investitori esteri sul debito pubblico italiano. Lo certifica l’aggiornamento mensile di Banca d’Italia pubblicato il 16 giugno sull’andamento del debito pubblico italiano stesso.
La fiducia nel debito pubblico di un Paese - ben oltre il giudizio delle agenzie di rating - è un indicatore sulla fiducia complessiva che il mercato ha nei confronti di quel Paese. Il mercato, da questo punto di vista, è implacabile: non fa sconti e non perdona. Fa quello che ritiene più conveniente e, soprattutto, più credibile: questo vale, in modo imprescindibile, per i titoli del debito pubblico dei diversi Paesi. Non è un caso che sulle monete romane ci fosse scritto creditum, che indicava il fatto che in quelle monete le persone potevano credere perché quelle monete indicavano un valore reale e non una finzione o, peggio ancora, un imbroglio. Questo vale oggi come allora e per l’Italia questo segnale è particolarmente importante e significativo.
Una nota dell’Osservatorio Cpi (Osservatorio dei conti pubblici italiani), fondato da Carlo Cottarelli presso l’Università Cattolica di Milano, firmata da Alessio Capacci, sulla base di quanto contenuto nel Bollettino di Bankitalia, ci dà altre informazioni altrettanto interessanti.
Il debito pubblico italiano raggruppa i suoi detentori secondo la divisione seguente: Banca d’Italia e Banca centrale europea; banche commerciali e altre istituzioni finanziarie e monetarie residenti; altre istituzioni finanziarie residenti come assicurazioni, fondi pensioni e fondi comuni; famiglie e società non finanziarie e altri residenti; non residenti esclusa la Bce.
Sta calando la quota di debito in mano a Banca d’Italia e a Banca centrale europea che nell’ottobre del 2022 era salita al 29% per arrivare oggi al 22,7%, anche se ancora lontana di 4 punti da quella prima del Covid nel 2019, cioè del 18,7%. Questo è un buon segnale perché significa che è stata riassorbita parte della massa monetaria emessa per venire incontro alla crisi della pandemia e, tra l’altro, diminuendo i rischi inflattivi.
È scesa anche la quota detenuta da banche e altre istituzioni finanziarie, passata dal 24,3% del 2022 al 20,4 % del marzo 2025. Aumenta la quota detenuta da famiglie e società non finanziarie che passa dal 10% circa del 2022 al 14,3% di marzo 2025. Come annota il citato Capacci: «Questo aumento riflette la politica del governo di promuovere la detenzione diretta di titoli di Stato da parte dei risparmiatori italiani, anche tramite titoli con nuove caratteristiche, al fine di aumentare la stabilità della base degli investitori (supponendo che gli operatori finanziari possano, in momenti di tensione finanziaria, “fuggire” troppo rapidamente dal mercato dei titoli di Stato italiani), a fronte di questo vantaggio sta la maggiore remunerazione che le famiglie italiane sembrano aver richiesto per aumentare la loro detenzione di debito pubblico». Questo spiega anche la diminuzione del debito in mano a intermediari finanziari, cioè, famiglie e società non finanziarie accedono direttamente all’acquisto senza alcuna intermediazione e questo è un segnale altrettanto positivo perché significa che si fidano di quel debito anche senza l’intermediazione di qualcuno che glielo consiglia. Accedono direttamente perché si fidano. Ed eccoci al dato che dicevamo all’inizio e cioè il ritorno di fiducia degli investitori esteri sul debito pubblico italiano. Esso aumenta notevolmente: dal 24% circa del 2022 è salito al 30% del marzo 2025, vicino al dato del dicembre 2019, prima dello scoppio della pandemia. Questo, se non bastassero gli altri segnali, è quello che ci dice che gli investitori esteri hanno, nei confronti del debito italiano, una fiducia importante. Se quello che dicevano sul mercato - cioè che non regala niente - vale per i residenti, a maggior ragione, e per evidenti motivi, misura la fiducia degli investitori esteri sulla tenuta del sistema Italia.
Il mercato per fortuna è daltonico, non guarda al colore di chi governa, ma alla sostanza di ciò che nel Paese avviene e alla solidità complessiva del Paese stesso. Del resto, è noto che le ultime aste dei titoli del debito pubblico hanno sempre visto la domanda (cioè la richiesta del debito da parte degli investitori) maggiore dell’offerta (cioè della quantità di debito pubblico che veniva messa all’asta per essere acquistata). Al di là del dibattito politico sul ruolo, sulla forza e sulla credibilità del sistema politico italiano attuale, i numeri - in particolare questi numeri - non lasciano spazio ai dubbi. Accanto alla crescita di credibilità del debito italiano da parte dei non residenti (la richiesta estera) cresce quella delle famiglie e delle imprese non finanziarie che, come è noto ma mai sufficientemente troppo ripetuto, sono i due assi portanti dell’economia. Se vanno bene e hanno fiducia le famiglie e le imprese l’economia ha qualche possibilità di svilupparsi, altrimenti questa possibilità non c’è. Questo è vero per i consumi e per gli investimenti e questo è vero per l’acquisto dei titoli del debito pubblico.
Continua a leggereRiduci
Carlo Cottarelli (Ansa)
Cresce la fiducia degli investitori esteri sul debito pubblico italiano. Lo certifica l’aggiornamento mensile di Banca d’Italia pubblicato il 16 giugno sull’andamento del debito pubblico italiano stesso.
La fiducia nel debito pubblico di un Paese - ben oltre il giudizio delle agenzie di rating - è un indicatore sulla fiducia complessiva che il mercato ha nei confronti di quel Paese. Il mercato, da questo punto di vista, è implacabile: non fa sconti e non perdona. Fa quello che ritiene più conveniente e, soprattutto, più credibile: questo vale, in modo imprescindibile, per i titoli del debito pubblico dei diversi Paesi. Non è un caso che sulle monete romane ci fosse scritto creditum, che indicava il fatto che in quelle monete le persone potevano credere perché quelle monete indicavano un valore reale e non una finzione o, peggio ancora, un imbroglio. Questo vale oggi come allora e per l’Italia questo segnale è particolarmente importante e significativo.
Una nota dell’Osservatorio Cpi (Osservatorio dei conti pubblici italiani), fondato da Carlo Cottarelli presso l’Università Cattolica di Milano, firmata da Alessio Capacci, sulla base di quanto contenuto nel Bollettino di Bankitalia, ci dà altre informazioni altrettanto interessanti.
Il debito pubblico italiano raggruppa i suoi detentori secondo la divisione seguente: Banca d’Italia e Banca centrale europea; banche commerciali e altre istituzioni finanziarie e monetarie residenti; altre istituzioni finanziarie residenti come assicurazioni, fondi pensioni e fondi comuni; famiglie e società non finanziarie e altri residenti; non residenti esclusa la Bce.
Sta calando la quota di debito in mano a Banca d’Italia e a Banca centrale europea che nell’ottobre del 2022 era salita al 29% per arrivare oggi al 22,7%, anche se ancora lontana di 4 punti da quella prima del Covid nel 2019, cioè del 18,7%. Questo è un buon segnale perché significa che è stata riassorbita parte della massa monetaria emessa per venire incontro alla crisi della pandemia e, tra l’altro, diminuendo i rischi inflattivi.
È scesa anche la quota detenuta da banche e altre istituzioni finanziarie, passata dal 24,3% del 2022 al 20,4 % del marzo 2025. Aumenta la quota detenuta da famiglie e società non finanziarie che passa dal 10% circa del 2022 al 14,3% di marzo 2025. Come annota il citato Capacci: «Questo aumento riflette la politica del governo di promuovere la detenzione diretta di titoli di Stato da parte dei risparmiatori italiani, anche tramite titoli con nuove caratteristiche, al fine di aumentare la stabilità della base degli investitori (supponendo che gli operatori finanziari possano, in momenti di tensione finanziaria, “fuggire” troppo rapidamente dal mercato dei titoli di Stato italiani), a fronte di questo vantaggio sta la maggiore remunerazione che le famiglie italiane sembrano aver richiesto per aumentare la loro detenzione di debito pubblico». Questo spiega anche la diminuzione del debito in mano a intermediari finanziari, cioè, famiglie e società non finanziarie accedono direttamente all’acquisto senza alcuna intermediazione e questo è un segnale altrettanto positivo perché significa che si fidano di quel debito anche senza l’intermediazione di qualcuno che glielo consiglia. Accedono direttamente perché si fidano. Ed eccoci al dato che dicevamo all’inizio e cioè il ritorno di fiducia degli investitori esteri sul debito pubblico italiano. Esso aumenta notevolmente: dal 24% circa del 2022 è salito al 30% del marzo 2025, vicino al dato del dicembre 2019, prima dello scoppio della pandemia. Questo, se non bastassero gli altri segnali, è quello che ci dice che gli investitori esteri hanno, nei confronti del debito italiano, una fiducia importante. Se quello che dicevano sul mercato - cioè che non regala niente - vale per i residenti, a maggior ragione, e per evidenti motivi, misura la fiducia degli investitori esteri sulla tenuta del sistema Italia.
Il mercato per fortuna è daltonico, non guarda al colore di chi governa, ma alla sostanza di ciò che nel Paese avviene e alla solidità complessiva del Paese stesso. Del resto, è noto che le ultime aste dei titoli del debito pubblico hanno sempre visto la domanda (cioè la richiesta del debito da parte degli investitori) maggiore dell’offerta (cioè della quantità di debito pubblico che veniva messa all’asta per essere acquistata). Al di là del dibattito politico sul ruolo, sulla forza e sulla credibilità del sistema politico italiano attuale, i numeri - in particolare questi numeri - non lasciano spazio ai dubbi. Accanto alla crescita di credibilità del debito italiano da parte dei non residenti (la richiesta estera) cresce quella delle famiglie e delle imprese non finanziarie che, come è noto ma mai sufficientemente troppo ripetuto, sono i due assi portanti dell’economia. Se vanno bene e hanno fiducia le famiglie e le imprese l’economia ha qualche possibilità di svilupparsi, altrimenti questa possibilità non c’è. Questo è vero per i consumi e per gli investimenti e questo è vero per l’acquisto dei titoli del debito pubblico.
Continua a leggereRiduci




