Pressioni dal ministero per i vaccini ai giovani.
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Un anno fa Bruno Vespa mi chiese di fare un confronto con Giovanni Rezza, ex direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute: «Cinque minuti» dopo il Tg1 per parlare del vaccino AstraZeneca e degli effetti collaterali da esso provocati. La trasmissione fu registrata nel pomeriggio, ma non si esaurì in cinque minuti, perché il botta e risposta fra me e l’ex alto funzionario che guidò il ministero durante la pandemia andò ben oltre il tempo assegnato. Da me incalzato con i verbali del Comitato tecnico scientifico, quella congrega di esperti che consigliò il ministro Roberto Speranza nelle ore più buie, l’ex direttore si esibì in una serie di balbettii, di «non mi pare» e «non ricordo». Al punto che davanti alle mie domande, che riguardavano la morte di Camilla Canepa, Vespa fu costretto, dopo aver sospeso la registrazione, a chiedere a Rezza di chiarire se dopo il decesso della giovane di Sestri Levante il Cts avesse cambiato le disposizioni e interrotto i vaccination day aperti ai ragazzi. E l’ex direttore fu costretto ad ammettere che sì, solo allora, nonostante i pericoli di effetti collaterali fossero già noti da prima del malore che colpì Camilla, il Cts proibì le inoculazioni dei ventenni.
Non so se negli archivi Rai, oltre ai cinque minuti andati in onda, sia stata conservata anche la parte «tagliata». Nel caso non fosse stata buttata, sono certo che riprodurla servirebbe a capire perché ancora oggi La Verità insista per chiedere chiarezza sulla gestione della campagna vaccinale e sulle responsabilità di chi allora avrebbe dovuto fare buon uso del principio scientifico di precauzione. Giorni fa, a proposito di Camilla Canepa, ho scritto che la lettura dei verbali del Comitato tecnico scientifico è agghiacciante. I resoconti mettono in luce la preoccupazione di alcuni dei professoroni che ne facevano parte e il timore che ci scappasse il morto, ma c’erano da smaltire le scorte di AstraZeneca e non bisognava che sorgessero dubbi sui vaccini. Così si preferì passare sopra alle perplessità e accelerare le iniezioni, comprendendo anche i ragazzi. Camilla pagò quella scelta. Mentre lei era già in coma, Speranza, per mettere a tacere le voci di chi consigliava prudenza con il siero AstraZeneca, riferisce di aver chiesto al proprio medico di essere inoculato proprio con il vaccino anglo-svedese. Peccato che lui di anni ne avesse 42 e non 18, come Camilla, e che a essere a rischio fossero proprio le donne più giovani. No, il ministro non voleva che si alimentassero dubbi e dunque spronava i tecnici a essere uniti, a difendere le scelte prese in precedenza, anche se settimane prima del decesso di Camilla, alcuni «esperti» tra i quali Sergio Abrignani consigliassero prudenza, dicendo «se poi ci scappa il morto, che facciamo»? Il morto ci fu e allora dentro il Cts scattò il panico e anche il pentimento, con l’attuale capo della Protezione civile Fabio Ciciliano che commentò amaro: avessimo fatto le cose per bene non ci sarebbe stato il decesso di una ragazza.
Leggere quei verbali, che La Verità ripropone sul suo sito in video, come detto è agghiacciante, ma è anche istruttivo. Si capisce perché i comitati tecnici o consultivi non debbano essere composti da esperti che la pensino tutti allo stesso modo. Essere tutti concordi, venire tutti dallo stesso giro di baroni, universitari o ministeriali, comporta l’azzeramento del dissenso, la creazione del pensiero unico. È questo che non comprendono i soloni che oggi parlano di No vax a proposito dell’esclusione di due professionisti non in linea con gli altri venti imposti dalla cupola medico scientifica che da anni governa la sanità. Che cosa abbia prodotto questo circolo di esperti è noto. Invece di predisporre un piano pandemico, preparando i medici e acquistando i dispositivi di protezione, per giorni e giorni si girò i pollici convinto che il Covid non sarebbe mai arrivato in Italia e dunque non c’era motivo di allarmarsi. Poi, quando l’epidemia dilagò, si inventarono il lockdown, i vaccination day, il green pass: un errore dietro l’altro. E adesso, invece di riconoscere di aver sbagliato e ammettere le proprie responsabilità, cercano ancora di tappare la bocca a chi non la pensa come loro. Ecco perché di fronte all’arroganza e alla prepotenza di costoro non possiamo e non dobbiamo tacere.
La scoperta sull’incidenza dell’eredità Neanderthal nella malattia fu fatta da Massimo Delledonne (università di Verona) già nel gennaio 2021. «Poteva essere una svolta, elaborai un tampone economico e lo proposi al ministro: nulla».
Il 20 gennaio del 2021, Massimo Delledonne, professore in biotecnologie all’Università di Verona, scriveva all’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, per informarlo che intendeva «mettere gratuitamente il test a disposizione sua e delle istituzioni che operano nel Servizio sanitario nazionale e regionale». L’esperto aveva valutato i dati raccolti dal Covid-19 Host genetics consortium, un consorzio tra Stati che aveva esaminato 8.000 individui ospedalizzati e 5.000 gravi per Covid, scoprendo che la regione sul cromosoma 3 è associata al rischio di insufficienza respiratoria e di malattia grave in caso di infezione da Sars- Cov- 2. Conclusioni analoghe a quelle dello studio Origin dell’Istituto Mario Negri, riferito a Bergamo e provincia. «Chi è portatore dei geni di Neanderthal aveva un rischio più del doppio di sviluppare Covid grave», ha spiegato il professor Giuseppe Remuzzi, illustrando nei giorni scorsi i risultati ottenuti grazie al finanziamento della Regione Lombardia.
Tra la fine del 2020 e gli inizi del 2021, l’Università degli Studi di Verona, con la sua spin off Genartis, diretta da Delledonne, pensò di utilizzare la scoperta del legame tra la presenza di una regione del genoma umano, nota per essere stata ereditata da Neanderthal circa 50.000 anni fa, e incidenza più grave della malattia Covid, mettendo a punto un semplice test molecolare. Si chiama GenTest Covid-19 risk, è il primo test al mondo in grado di rilevare il rischio genetico di sviluppare Covid-19 grave e ha dimostrato, nei risultati, un’accuratezza del 100%. Permette di determinare la presenza dell’intera regione associata al Covid-19 «pericoloso», senza la necessità di sequenziare il Dna che sarebbe costosissimo. Altro non è che un tampone, ancora oggi disponibile su richiesta. Impiega la stessa tecnologia alla base dei test molecolari (quindi è economico), sfrutta una semplice amplificazione dell’acido desossiribonucleico che custodisce l’informazione genetica di un individuo e riesce a verificare se in un soggetto sono presenti le due varianti, ai due lati della regione interessata.
«Questo test rivela la presenza di un fattore di rischio, sicuramente non l’unico ma certamente, a oggi, il più solido», scriveva a gennaio 2021 Delledonne all’allora ministro Speranza. «Con l’equivalente di quanto il Paese spende ogni giorno in tamponi molecolari, sarebbe possibile determinare quanti dei malati gravi Covid-19 che abbiamo avuto in Italia portano questa regione, e quanti non la portano», spiegava.
Si sarebbe potuta verificare l’incidenza del fattore di rischio, nei casi di infezioni gravi in più membri della stessa famiglia. Oltre a essere un valido «alleato nella lotta contro Covid-19, il tampone avrebbe fornito un’informazione importantissima», aggiungeva il professore. «Ovvero permetterebbe di identificare persone che portano solo una porzione di questa regione. La comunità scientifica ha ristretto la regione di rischio a 50.000 nucleotidi, ma non riesce a ridurre ulteriormente le dimensioni, perché appunto non ha a disposizione malati in cui la regione è più piccola. Un test a basso costo e su larga scala permette di identificare quei soggetti di cui la comunità scientifica ha bisogno, per comprendere i meccanismi alla base di questo fattore di rischio».
Quindi, l’esperto in biotecnologie metteva a disposizione gratuitamente una scoperta preziosa per la salute dei cittadini, con margine di errore «zero», e che avrebbe fornito più ampie indicazioni sui fattori di rischio. «Il ministro non ha mai risposto a quella mia lettera», commenta con amarezza Delledonne. «Non fu possibile applicare il test a grandi campioni, ci fermammo a un migliaio di persone». Negli ospedali «erano entusiasti dell’idea, però non avevano personale e i laboratori erano sotto pressione», spiega il professore. Anche lì, servivano direttive ministeriali e regionali, che non vennero prese.
Accertare la predisposizione genetica di gran parte della popolazione avrebbe consentito di indirizzare il vaccino a quanti erano più a rischio di avere un Covid grave. Bastava un campione di saliva, per verificare se il proprio genoma ha questa sequenza di Dna.
«Circa un italiano su 6 porta la “regione Neanderthal” nel proprio genoma», riferiva l’analisi effettuata presso l’Università degli Studi di Verona. Non significava che si sarebbero presi tutti il virus di Wuhan, ma se si ammalavano avevano «un’alta probabilità di sviluppare un Covid-19 grave».
I cosiddetti esperti che gestirono la pandemia, non erano nemmeno in grado di valutare l’importanza di simili test genetici. Erano gli stessi che a marzo 2020 rifiutarono l’aiuto offerto da scienziati e dai principali istituti di ricerca, nell’esecuzione dei test diagnostici «su tutto il territorio nazionale, da subito e a costo di personale e attrezzature pari a zero», come mettevano a disposizione in una lettera aperta all’allora premier Giuseppe Conte. Tra gli oltre 290 firmatari, rappresentanti di primo piano della comunità scientifica italiana, c’era anche Massimo Delledonne. Il Cts si oppose, il risultato fu che gli ospedali non furono in grado di eseguire il numero di tamponi necessario per interrompere la catena di contagio.
Oggi, chi tanto si agita per allertare su possibili, nuove epidemie e invoca ancora misure limitative come mascherine e tamponi ingiustificati, dovrebbe riflettere su come venne messa all’angolo la vera scienza, nella gestione del Covid, della salute di noi tutti. Ed evitare che enormi errori si ripetano.
A noi poveri profani lo presentavano come una sorta di ministero della Verità Sanitaria: un organo infallibile le cui esternazioni coincidevano perfettamente con i dogmi supremi de «La Scienza». Facendosi scudo con il Comitato tecnico scientifico ben due governi hanno imposto agli italiani restrizioni folli e dannose, discriminazioni feroci e comportamenti virologicamente corretti. Eppure, scorrendo le carte dell’indagine di Bergamo sulla gestione della pandemia emerge con cristallina chiarezza quanto la presunta scienza fosse in realtà una maschera della politica. E si scopre che cosa pensassero del Cts gli stessi esperti che ne facevano parte.
Per Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, il Comitato tecnico scientifico che durante il lockdown dispensava pareri da cui dipendevano le libertà degli italiani era «una mafia». È lo stesso Rezza che lo mette nero su bianco, in un messaggio Whatsapp indirizzato a Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità e portavoce del Cts. È il 4 aprile del 2020, siamo nel pieno delle restrizioni imposte dal governo Conte 2 agli italiani. Quel giorno si è tenuta una riunione del Comitato (iniziata alle 12:00 e terminata alle 13:50) alla quale i due dirigenti, secondo il verbale, prendono parte in teleconferenza. Sono le 12:46 quando Rezza suggerisce a Brusaferro: «Falli scannare fra di loro...». I messaggi successivi fanno capire come all’interno del Cts ci siano lotte di potere, e non piccole. Brusaferro infatti fornisce una risposta un po’ criptica, ma che nella sua apparente oscurità mostra quali fossero le logiche interne: «Ok ma ricostruiamo bene per rispondere anche formalmente. Se ce lo fa per oggi sarebbe ideale. A questo punto quello di Stefanelli dobbiamo decidere come giocarlo e con quali warning. Qual è l’istituzione diversa cui si riferisce? Grazie».
Ed è qui che arriva il momento più imbarazzante dell’intera vicenda. Per l’esattezza quando Giovanni Rezza decide di esternare la sua valutazione sull’organismo che aveva in mano il destino dell’Italia: «È un presuntuoso e non vuole Iss di mezzo. Il Cts è una mafia... anzi più mafie! Contenti loro (chissenefrega)». L’alto senso delle istituzioni che emerge dalla parentesi finale trova conferma nella replica di Brusaferro: «Condivido e stiamo alla porta. Come hai visto dal mio intervento. A meno che non vogliamo entrare e prendere in mano il tutto. Ma mi sembra difficile».
Rezza chiosa: «Già. Ce ne faremo quick and dirty (veloce e sporco, ndr) con un po' di Asl e regioni». Poi raccomanda al suo interlocutore: «Silvio su questo non ci facciamo fregare però».
I dettagli della conversazione magari sfuggono - e in fondo non è nemmeno così rilevante ricostruire l’intero discorso - ma il senso è chiaro: all’interno del Comitato c’è una sorta di guerra per bande, uno scontro politico continuo. Tanto che un alto dirigente del ministero arriva a definire il Cts «una mafia».
Due giorni dopo, il 6 aprile, nuova seduta del Cts e nuovo giro di giostra. Brusaferro e Rezza, che sono sempre connessi da remoto, continuano a confabulare sull’andamento della riunione via Whatsapp. Alle 15:54, a poco più di mezz’ora dall’inizio, Brusaferro scrive: «Adesso siamo al dibattito su mascherine per tutto il mondo». Aggiungendo poi: «Che dici mi sembra una follia! Ho parlato a lungo con Draisci e Marcoaldi ma non è’ proprio semplice...». La discussione va per le lunghe e a un certo punto, alle 17:20 Brusaferro lascia la riunione e raccomanda al suo interlocutore di rimanere « perché qui il terreno va presidiato». Rezza sembra aver eseguito, tanto che alle 22:52 suggerisce a Brusaferro una soluzione che non trova però riscontro negli atti della seduta: « Ho un’idea per il verbale. Iss coordina ma i test di validazione vanno fatti da San Matteo e Spallanzani che hanno le macchine e i lab in qualità. Noi raccogliamo i risultati e li valutiamo. Iss non credo possa mettere il bollino su test di specifiche ditte almeno oggi».
Il 7 aprile un nuovo capitolo. Alle 13 ha inizio la riunione quotidiana del Cts e dopo un minuto esatto Brusaferro suggerisce a Rezza una strategia: «Forse è’ opportuno che Cts dia mandato ad un gruppo. E lo gestisca il gruppo». Dopo circa venti minuti arriva il commento di Rezza: « Certo! Così è una sottomafietta». E certo: se il Comitato è una mafia, il sottocomitato non può che essere una mafietta.
Nella chat tra i due dirigenti depositata dalla Procura di Bergamo agli atti dell’inchiesta c’è spazio anche per la diatriba sul ruolo di Walter Ricciardi all’Oms. Il 19 aprile è Rezza che, definendo il livello «sconcertante», manda a Brusaferro il testo di un articolo di giornale relativo alla figuraccia rimediata da Ricciardi riguardo ai rapporti con l’Organizzazione mondiale della sanità: « Covid 19, Ranieri Guerra chiarisce il ruolo di Ricciardi: «Non ha niente a che fare con l’Oms». La replica: «Sono il rappresentante italiano nel comitato esecutivo». Brusaferro commenta laconico: «Già!». Tra una malalingua e l’altra, c’è tempo anche per lamentarsi delle faccende quotidiane. Il 21 aprile Rezza - parlando di una riunione prevista per la mattina - si lamenta del luogo in cui è stata organizzata, forse la sede della Protezione civile (la stessa definita «un distributore di morte» dall’ex commissario al Covid Domenico Arcuri): « Quel posto è incredibilmente pericoloso. Si stava così bene quando ci si riuniva al ministero con Speranza dalle 9 alle 10...».
Intendiamoci: è anche piuttosto normale che in un luogo di lavoro ci siano tensioni, incomprensioni e pettegolezzi. Ma in questo caso non sono le piccolezze a interessarci, quanto il quadro generale. Come dice Rezza a un certo punto, il livello appare «sconcertante», e l’idea che gli stessi gestori dell’emergenza definissero il Cts una mafia fa rabbrividire. Perché quella «mafia» ha gestito la nostra vita per oltre due anni.
Un uomo che amava la riservatezza. Che «comunicava poco, non ti diceva, non faceva», come commenta Pierpaolo Sileri con Francesco Borgonovo.
Agostino Miozzo, ginecologo specializzato nello Zimbawe, coordinatore del Comitato tecnico scientifico dal 5 febbraio 2020 al 15 marzo 2021, doveva avere una certa propensione a tenere le carte sigillate nei cassetti. Lo ha fatto con il famoso (e fumoso) «piano» anti Covid, raffazzonato, in assenza di un vero piano pandemico, a partire da stime approssimative della Fondazione Kessler: «Io stesso», confermerà in seguito, «chiesi di mantenere riservato il piano, perché da esso emergeva una situazione “apocalittica”, che avrebbe allarmato l’opinione pubblica». Era andata alla stessa maniera con i documenti in base ai quali il Cts rilasciava pareri sull’allentamento dei divieti. In particolare, nella settimana in cui l’organo aveva sbloccato finalmente l’ora d’aria per i bambini.
È il 31 marzo 2020. Presso il Dipartimento della Protezione civile si riunisce il gran consiglio della pandemia quasi al completo. «Il Cts», si legge nel verbale della seduta, «constata che le misure restrittive […] stanno incominciando a dare i risultati attesi e rimarca l’importanza e la validità del distanziamento sociale, dopo alcune settimane dalla sospensione della frequenza scolastico e dell’obbligo di restare a casa». Tuttavia, riconoscono gli esperti, «è doveroso considerare la necessità, maturata nelle famiglie e l’esigenza espressa da più parti (pediatri, associazioni genitori-famiglie-pazienti, politici, insegnanti, psicologi, ecc.) di consentire a tutti i soggetti in età evolutiva (0-18 anni, minorenni) di poter svolgere attività motorie e ludiche all’aria aperta, ma sempre accompagnati da un familiare, nel rispetto del distanziamento sociale, con un rapporto adulto/minore di 1:1, a meno che non si tratti di fratelli o minori conviventi». Ne scaturisce una circolare «chiarificatrice» del Viminale ai prefetti, per specificare che «è da intendersi consentito, a un solo genitore, camminare con i propri figli minori, in quanto tale attività può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto, purché in prossimità della propria abitazione». Quell’apertura, parziale e impacciata non trova però tutti entusiasti. Lo si evince dalle chat tra lo stesso Miozzo e il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. Conversazioni che gettano luce sul discutibile metodo di lavoro dei tecnici, tutt’altro che collaborativi, organizzati e trasparenti.
La sera di quel 31 marzo, Brusaferro scrive: «Scusa l’ora ma durante una diretta al tg 5 mi sono trovato la circolare del min interni su liberalizzazione del movimento x bambini. C’è stato parere Cts? Io a un certo punto mi sono staccato per la conferenza stampa» (era collegato con la riunione in videoconferenza). Miozzo risponde: «Sì l’abbiamo valutat (sic) positivamente». Il numero uno dell’Iss insiste: «Ma è stata inserita alla fine?». «Sì», conferma Miozzo. Brusaferro è stizzito: «Agostino dobbiamo parlarci», lamenta, «credo non possiamo dare pareri lì per lì. Soprattutto così delicati. Purtroppo non c’ero. Ma avevo la conferenza stampa». Dunque, i verdetti del Comitato sono sparati a caso? Il coordinatore del Cts ammette: «Forse vale la pena di fermarsi un momento e parlare. Oggi è successo di tutto in Cts e stiamo entrando in una fase delicatissima dell’emergenza dove i nostri pareri possono essere strumentalizzati in un modo o nell’altro». «Condivido», dice il capo dell’Iss, «io sono molto preoccupato». Alla faccia delle «dinamiche virtuose» dentro il Cts, di cui parlò Ricciardi ai magistrati della Procura di Bergamo.
Ma il dettaglio più assurdo emerge poco dopo. Il 6 aprile, Brusaferro domanda: «Fai girare la presentazione? Mi pare molto interessante». Forse, si riferisce alle slide utilizzate durante il vertice tra gli scienziati. Miozzo, tuttavia, lo informa: «È riservata purtroppo! Dobbiamo decidere se “desecretare” questa presentazione a puro uso interno di studio con impegno di non diffusione. Chiedilo e io risponderei così». Dunque, i documenti in virtù dei quali il Cts valutava se allentare o meno i diktat antivirus erano segreti e inaccessibili ai tecnici stessi. Ma come? La scienza non funziona grazie al confronto aperto? Alla condivisione dei dati? Alla massima pubblicità dei risultati delle ricerche? Come mai tanta ansia di nascondere, occultare, secretare? Non sarà che - citiamo sempre Sileri - in quel Cts c’erano «troppi scienziati che tanto scienziati non erano»?

