Ecco #LaVeritaAlleSette del 10 maggio 2022 con il vicedirettore Martino Cervo.
L'argomento di oggi è: "Questione mascherine, al buio verso la quarta dose, ieri il discorso di Putin, oggi Biden-Draghi".
Ecco #LaVeritaAlleSette del 10 maggio 2022 con il vicedirettore Martino Cervo.
L'argomento di oggi è: "Questione mascherine, al buio verso la quarta dose, ieri il discorso di Putin, oggi Biden-Draghi".
Nella lista delle grandi banche russe che saranno estromesse dal sistema Swift, il più utilizzato per i pagamenti internazionali al di fuori dell’area euro, non compare Gazprombank. Ovvero l’istituto attraverso il quale vengono pagate anche dall’Italia le forniture di gas provenienti dalla Russia (l’Eni effettua poco meno di due terzi delle transazioni). Gli ambasciatori dei 27 Paesi membri della Ue sono nuovamente in riunione per discutere la lista delle banche russe che saranno sospese dallo Swift. Quando questo giornale è andato in stampa, mancava ancora un elenco ufficiale ma le banche in tutto dovrebbero essere sette e secondo il Wall Street Journal ci sarebbero Vtb Bank, Veb, Bank Rossiya e Bank Otkritie (che stava per essere acquistata da Unicredit a fine gennaio, operazione dai vertici dell’istituto italiano poi stoppata proprio per la crisi ucraina). Il colosso Sberbank non farebbe parte della lista che alcuni Stati, in particolare i Paesi Baltici e la Polonia, vorrebbero una più lunga. L’esclusione selettiva dal sistema - una scelta politica, non tecnica, e concordata con i partner del G7, ovvero Usa, Canada e Giappone - dovrebbe essere formalmente adottata per procedura scritta. La Cina potrebbe dare un aiuto alla Russia a sfuggire alla morsa delle sanzioni e del blocco finanziario imposti dall’Occidente ma al momento appare difficile che il suo sistema di messaggi delle transazioni Cips possa sostituire lo Swift dal quale sono state espulse le banche di Mosca. Analisti ed esperti sottolineano infatti come, sebbene in crescita, il sistema cinese Cips sia ancora poco diffuso nel mondo e per molti aspetti poggi sulla stessa infrastruttura Swift. Un appoggio alla Russia potrebbe, inoltre, far incorrere le banche di Pechino (molte a guida statale) in sanzioni secondarie da parte degli Usa e della Ue.
Intanto, le società di carte di pagamento statunitensi Visa e Mastercard hanno bloccato diversi istituti finanziari russi dai loro circuiti e il governo britannico ha inserito il gigante del credito Sberbank nell’elenco delle sanzioni britanniche. Dopo aver preso di mira diverse istituzioni finanziarie la scorsa settimana e poi la Banca centrale russa presieduta da Elvira Nabiullina, Boris Johnson ha annunciato nuove misure e la chiusura dei suoi porti alle navi di Mosca.
Nel frattempo, le Borse europee continuano a soffrire. Parigi ha perso il 3,9%, Francoforte il 3,8%, Londra l’1,7% ma la maglia nera è andata a Piazza Affari dove Ftse Mib finale ha lasciato sul terreno il 4,14% e si è assestato sui minimi di giornata. Pesanti ribassi per i titoli più esposti nella crisi ucraina, a cominciare dai bancari con Unicredit che ha perso il 6,9%, Intesa Sanpaolo -7,7%, Mediobanca -7,8 per cento. Contrastati anche i principali energetici con Enel a -6,4% mentre Eni ha segnato un +3,04 per cento. Pesante Stellantis (-6,93%%) nel giorno del piano strategico e Tim che, alla vigilia del cda convocato per approvare i conti del 2021 e il nuovo piano targato Labriola, ha ceduto il 9,05% sulle indiscrezioni di stampa relative a uno stop all’offerta di Kkr. In controtendenza si è confermata Leonardo che ha guadagnato un altro 1,45% sulle attese di un aumento della spesa relativa agli armamenti.
Mentre resta ancora chiusa la Borsa di Mosca, a Wall Street tutti gli indici a metà seduta viaggiavano in rosso. Gli investitori attendono anche le parole del presidente Biden, che alle 21 (le 3 di stamattina) ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione. Nel frattempo, continua la corsa del petrolio: a Londra il brent ha guadagnato quasi il 5% superando i 105 dollari mentre a New York il Wti è salito di oltre il 10% a circa106 dollari al barile volando ai massimi dal luglio 2014.
Si rompono, intanto, alleanze industriali consolidate da decenni sul fronte dell’energia. Ieri Eni ha annunciato che cederà la propria quota nella partecipazione congiunta con Gazprom nel gasdotto Blue Stream (che collega la Russia alla Turchia). Il colosso energetico inglese Bp ha deciso che uscirà dalla compagnia petrolifera Rosneft, vendendo la propria partecipazione di quasi il 20% con una perdita stimata fino a 25 miliardi di dollari. Anche il colosso Shell ha comunicato che intende uscire dalle joint venture con Gazprom e mettere fine al suo coinvolgimento nel progetto di gasdotto Nord Stream 2. Parallelamente, la major energetica norvegese Equinor ha deciso di sospendere i nuovi investimenti in Russia, dopo 30 anni di attività nel Paese, e di avviare il processo di uscita dalle sue joint venture nella regione. Resta da capire chi prenderà il loro posto nell’azionariato dei colossi russi (i cinesi) o se serviranno imponenti aumenti di capitale.
Ieri a sostenere la portata delle sanzioni è stata anche TotalEnergies annunciando che non fornirà più capitali per nuovi progetti in Russia, dove è coinvolta nel campo del gas naturale liquefatto. Parliamo di attività che ammontano a circa 1,5 miliardi di dollari, ovvero il 5% del flusso di cassa complessivo del gruppo francese che è azionista al 19,4% del capitale del produttore di gas Novatek, detiene un 20% in Yamal, joint venture legata all’impianto di gas naturale liquefatto a Sabetta, e il 10% in Arctic Lng 2, megaprogetto installato nell’Artico e in servizio a partire dal 2023.
Poi, all’improvviso, è arrivata la guerra vera. Abbiamo passato mesi a sentirci dirci che eravamo «in guerra contro il Covid», e i nostri governanti ci hanno imposto la mobilitazione totale tipica dei grandi conflitti. Da fin troppo tempo la retorica è marziale: o con noi o contro di noi. Le critiche non sono ammesse, il dissenso non è tollerato, chi non segue le indicazioni che piovono dall’alto è un traditore e un sabotatore. Stiamo combattendo contro il Covid, ci hanno detto, e dobbiamo vincere a ogni costo. Ma ecco che, a non troppa distanza da noi, la violenza delle armi ha iniziato a ruggire: quando cadono le bombe, crollano i ponti e i proiettili sibilano, ebbene, quella è una guerra. E non la pantomima che un paio di esecutivi italiani hanno messo in piedi allo scopo di mantenere un consenso che sfuggiva.
In guerra si muore perché qualcuno sbriciola la tua casa, o ti colpisce con un fucile di precisione o ti fa saltare su una mina. Quando ci si trova dentro una guerra si è costretti a fare i conti con la fame, con le privazioni, con la vicinanza costante della morte. Certo: qui morte e privazione le abbiamo sperimentate, ma non per colpa di una invasione o di un attacco delle forze speciali. A noi è toccato scontare il malfunzionamento degli organismi internazionali e pagare il conto di decenni di malagestione dei sistemi sanitari. Si tratta di una differenza non da poco, su cui oggi - di fronte alle sofferenze che inevitabilmente patiranno le vittime del conflitto ucraino - forse dovremmo iniziare a riflettere, se non alto per ritornare a fare i conti con la realtà. Anche nella guerra vera, in ogni caso, la logica manichea (largamente applicata riguardo al virus) non funziona o comunque è improduttiva.
È inutile, nel grande gioco mondiale, cercare di separare radicalmente i buoni dai cattivi. Eppure, di nuovo, ci viene proposto lo stesso identico schema bicolore: o con noi o contro di noi. O con la libertà e la democrazia o con il dittatore nazista, o con la Nato, gli Usa e l’Ue oppure con Putin. Proprio come si faceva fino a ieri con il Covid: o con noi illuminati sostenitori della Scienza o con i no vax folli e fascistoidi.
Curiosamente, quelli che oggi si dichiarano strenui difensori delle libertà democratiche e attenti custodi dei popoli oppressi sono gli stessi che hanno sostenuto, favorito e approvato la vessazione costante e feroce di una larga fetta di popolazione italiana. Quelli che oggi inveiscono contro «il dittatore Putin» fino a un secondo prima magnificavano il green pass liberticida che impedisce a cittadini sani e incolpevoli di salire sul bus o di andare al lavoro.
I nostri politici, soprattutto quelli progressisti, si dicono pronti a morire per Kiev, perché i grandi valori occidentali sono più importanti del costo delle bollette. Però, guarda caso, costoro non erano e non sono pronti a muovere un dito di fronte alla discriminazione esorbitante che continua a schiacciare qualche milioncino di nostri connazionali.
«Ci sono questioni che hanno a che fare con la libertà che non possono essere barattate con il gas», tuonava Piero Fassino del Partito democratico qualche ora fa. Ma pensa: invece, a quanto risulta, la libertà si può tranquillamente barattare con gli interessi politici di chi s’intigna ad applicare surrettiziamente le politiche «zero Covid» fallite in tutto il globo. Basterebbe questa banale constatazione a svelare l’ipocrisia dell’attuale potere e a dimostrare che, al solito, c’è un’élite pronta a collocarsi dalla parte del Bene e a dichiararsi in lotta contro il Male assoluto. Nel mezzo tra il bianco e il nero ci sono le infinite gradazioni della realtà e, purtroppo, anche gli interessi della popolazione italiana. Per l’ennesima volta, in nome degli interessi e delle affermazioni apodittiche di un gruppo ristretto di sedicenti buoni dobbiamo prepararci a sacrificare frammenti di vita delle persone comuni. Sono gli uomini e le donne che stanno nel mezzo ad aver pagato il conto più salato del Covid. E saranno sempre loro a subire più duramente le conseguenze del conflitto ucraino.
Sarebbe anche ora, a questo punto, di farla finita con le distinzioni fra puri e impuri. Sarebbe ora di uscire dal mondo ben definito delle idee per mettere piede in quello confuso e ibrido della vita vera. In questo secondo universo, di certo meno aereo e più terragno, i paradigmi rigidi e le visioni aprioristiche funzionano poco, perché ciò che conta davvero è la risoluzione di problemi concreti e urgenti. Cioè quelli che continuiamo testardamente a ignorare illudendoci di perseguire il Bene e il Giusto. Come non può esistere un mondo zero Covid, non può esistere nemmeno un mondo zero Putin. E di certo non basterà la terza dose di scempiaggini progressiste a fermare il presidente russo.
La drammatica accelerazione della crisi in Ucraina è stata decisa in totale solitudine da Vladimir Putin non solo perché insoddisfatto delle risposte arrivate dagli Stati Uniti e dagli alleati ma anche per dare un segnale della propria forza a coloro che nel suo ristretto staff gli hanno sconsigliato più volte di iniziare un’avventura militare costosissima sia in termini di vite umane (anche da parte russa) che economica. Tra loro spiccano il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, uomo di raffinata intelligenza e politico di lungo corso che negli anni ha costruito i maggiori successi russi colti in Siria, al rinnovato rapporto con la Cina, dalla Libia alla Turchia, che ha tentato fino all’ultimo di tenere aperto il dialogo con la Casa Bianca tanto che nel corso di faccia a faccia (naturalmente in videoconferenza) con il presidente russo lo aveva esortato a non fare parlare le armi: «Signor presidente, gli Stati Uniti hanno avanzato proposte concrete. In questa fase, suggerirei di continuare e costruirle».
Anche tra le agenzie di intelligence c’è fermento, come ha mostrato la scena vista in tutto il mondo, dove il potentissimo capo dei servizi d’intelligence esterni (Svr), Sergei Naryshkin, è stato bacchettato pubblicamente dal presidente russo prima che il leader del Cremlino riconoscesse in diretta tv l’indipendenza delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk in Ucraina, solo perché Naryshkin non mostrava entusiasmo alle parole di Putin. Una scena che ha mostrato in maniera plastica tutta l’arroganza di un uomo che ormai disprezza chiunque osi contraddirlo o il fastidio verso chi non si spella le mani al suo passaggio. Sergej Naryshkin da qualche giorno è scomparso dai radar e non è escluso che sia stato spostato ad altro incarico o dimesso. Putin già di per sé molto diffidente e poco incline ai rapporti sociali formatosi tra i veleni e i complotti del Kgb, con l’inizio della pandemia ha deciso di mettere un muro tra sé e il resto del mondo passando tutto il suo tempo nelle sue lussuosissime residenze, dove si è fatto costruire una copia perfetta dell’ufficio presidenziale del Cremlino, un fatto che non è sfuggito a milioni di russi che si sono divertiti sul Web a trovare le differenze nelle righe del parquet e nel posizionamento degli interruttori delle luci. Questo non ha fatto altro che rallentare l’azione di governo e a scatenare la guerra interna per chi lo potesse vedere e quindi raccontargli cosa accadeva «a corte».
Nonostante la propaganda russa in queste ore mostri il presidente e il suo popolo uniti in un abbraccio per «denazificare l’Ucraina» la popolazione è rimasta letteralmente stordita dall’inizio di una guerra che non capisce e che non vuole, vista la difficilissima situazione economica del Paese nel quale stanno bene solo gli oligarchi amici di Putin. In particolare i giovani sui quali la propaganda imperiale russa non fa effetto e temono ulteriori restrizioni alla già poca libertà di opinione mentre le famiglie e i lavoratori hanno paura di una nuova ondata inflazionistica dopo quella che ha obbligato lo scorso 20 dicembre 2021, la Banca di Russia a innalzare i tassi di interesse di 100 punti base fino all’8,5%, di fatto il valore più alto dal 2017.
Anche nell’esercito, che nella propaganda del Cremlino è sempre compatto dietro al suo invincibile condottiero, moltissimi ufficiali hanno apprezzato e manifestato il loro consenso alle lettera aperta del 78enne colonnello generale in pensione Leonid Ivashov, intitolata La vigilia della guerra, nella quale il generale ha parlato «della politica criminale di Putin nel provocare una guerra nonostante la Russia non debba affrontare alcuna minaccia critica», avvertendo Putin «di non entrare in guerra con l’Ucraina», accusandolo frontalmente «di aver scatenato un conflitto artificiale» per distrarre l’opinione pubblica dai suoi problemi interni, che è quello che pensano molti sia in Russia che all’estero. Altra spaccatura l’ha evidenziata l’appello del colonnello generale Ivashov Leonid Grigorievich, che ha scritto una lettera molto dura al presidente e ai cittadini della Federazione russa, nella quale ha criticato l’intervento militare.
Mentre in Ucraina stanno arrivando 10.000 militari ceceni al grido di Allah u akbar (Allah è grande), divisioni e preoccupazioni stanno esplodendo anche tra gli oligarchi che vivono in Russia, ma soprattutto tra coloro che vivono come nababbi all’estero specie a Londra chiamata per questo «Londongrad». È questo quello che emerge da una serie di report dell’intelligence britannica che in questi ultimi giorni ha registrato le mosse di uomini (40-50) che possiedono in Gran Bretagna proprietà immobiliari per un miliardo e mezzo di sterline (circa 1 miliardo e 800 milioni di euro). Costoro temono di essere espulsi e di finire nel libro nero, come accaduto all’oligarca amico di Putin Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio del Chelsea, che è stato bandito a vita dal Regno Unito. Infine, tra coloro che hanno tentato di fermare l’azione militare ci sono decine di dirigenti delle tredici società russe colpite dalle sanzioni. Tutti rimasti inascoltati mentre la guerra continua e la gente muore.
L’Unione europea sulla vicenda Ucraina continua ad abbaiare tanto, e mordere poco, e per giunta fornisce assist preziosi alla Cina. «Questa mattina », ha detto l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera, Josep Borrell, «ho parlato con il ministro degli Esteri cinese e gli ho chiesto di usare la sua influenza, so che il presidente Putin ha parlato con il presidente Xi, per questo ho invocato l’influenza cinese per il rispetto della sovranità territoriale di tutti, inclusa quella ucraina». Borrell sapeva della telefonata tra Vladimir Putin e Xi Jinping, ma evidentemente non era a conoscenza dei contenuti del colloquio. La Cina «sostiene Russia e Ucraina per la soluzione dei problemi attraverso i negoziati», ha detto Xi a Putin, secondo il network statale cinese Cctv, «e ha ribadito che la posizione fondamentale della Cina è di rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi».
Dal Cremlino, attraverso la Tass, arrivano altri dettagli: «La Russia è disposta a condurre negoziati ad alto livello con l’Ucraina», ha detto Putin al presidente cinese, che a sua volta ha affermato di rispettare le «azioni della leadership russa» in Ucraina. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale russa, i due leader hanno assicurato di essere «pronti a una stretta cooperazione e un sostegno reciproco alle Nazioni Unite e negli altri fori internazionali». Xi Jinping ha sottolineato «l’inammissibilità dell’uso di sanzioni illegittime per servire gli interessi egoistici di alcuni Paesi», aggiungendo che il colloquio ha confermato «l’identità degli approcci di principio verso le questioni chiave a livello internazionale». Dunque, per la Cina, le sanzioni contro la Russia solo illegittime e inammissibili, come conferma Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese: «La Cina si oppone a qualsiasi sanzione illegale che leda i diritti e gli interessi legittimi della Russia», ha detto Wenbin, «giudicandole inutili: gli Stati Uniti hanno imposto più di 100 sanzioni alla Russia dal 2011», che sono risultate «non fondamentali ed efficaci per risolvere i problemi. Porteranno solo gravi difficoltà all’economia e al sostentamento delle persone. Nella situazione attuale la porta per una soluzione politica non è del tutto chiusa», ha aggiunto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, «Perchino si sforzerà di spingere per una soluzione politica della questione Ucraina. C’è un chiaro contrasto tra l’approccio cinese e le mosse di altri Paesi di creare e cercare di trarre vantaggio».
La Cina, manco a dirlo, è pronta a compensare le sanzioni dell’Occidente nella importazione del grano russo. In sostanza, l’Europa si affida, per condurre il negoziato, al principale alleato della Russia: siamo di fronte a un paradosso senza precedenti. Come se non bastasse, ci si mette anche il New York Times a imbarazzare le diplomazie occidentali, in questo caso quella americana: stando a quanto rivelato dal giornale statunitense, che ha citato funzionari Usa, l’amministrazione guidata da Joe Biden ha incontrato almeno s ei volte, negli ultimi tre mesi, l’ultima mercoledì scorso, alti funzionari di Pechino «supplicando» un intervento cinese che bloccasse l’invasione russa in Ucraina. In ognuna di queste occasioni, prosegue il Nyt, i cinesi, inclusi il ministro degli Esteri e l’ambasciatore negli Usa, non hanno mosso un dito, anzi hanno avvertito Putin dei colloquio assicurandogli che Pechino non sarebbe intervenuta.
Ieri si è riunito a Bruxelles il Comitato dei ministri degli Esteri del Consiglio d’Europa, di cui l’Italia ha la presidenza, che ha preso la decisione di estromettere dalla propria membership la Federazione Russa, così come ha annunciato il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio. Confermato l’inserimento nella lista dei soggetti sottoposti al congelamento dei beni del presidente russo Vladimir Putin e del ministro degli esteri Sergey Lavrov. «Abbiamo inserito il presidente Putin e il ministro degli Esteri Lavrov tra le persone sanzionate dall’Unione europea», ha spiegato Borrell al termine del Consiglio, al quale ha partecipato da remoto anche il ministro degli Esteri dell’Ucraina Vadym Prystajko, «assieme agli altri membri della Duma che hanno sostenuto l’aggressione. Questo è un passo molto importante, i soli leader mondiali sanzionati dall’Ue sono Assad, Lukashenko e ora Putin». Ieri pomeriggio si sono riuniti anche i leader della Nato: «La Nato schiera per la prima volta la forza di reazione a titolo di difesa collettiva per evitare sconfinamenti sul territorio dell’Alleanza», ha annunciato il segretario generale Jens Stoltenberg. Al vertice erano presenti anche Finlandia e Svezia. In mattinata, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva avvertito: «La Russia non può non notare i persistenti tentativi della Nato di allargarsi includendo Finlandia e Svezia, compiuti in particolare dagli Usa. Mosca», aveva aggiunto la Zakharova, «considera un importante fattore della sicurezza la politica di non-allineamento di questi Stati. L’ingresso della Finlandia nella Nato avrebbe gravi ripercussioni militari e politiche». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su Twitter di aver parlato con il presidente americano Joe Biden: «Rafforzamento delle sanzioni, assistenza concreta alla difesa e una coalizione contro la guerra», ha twittato Zelensky, «sono stati i temi che ho appena discusso con Joe Biden. Grato agli Stati Uniti per il forte sostegno all’Ucraina».

