La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Proteste degli ucraini a Bruxelles (Ansa)
Via libera definitivo al congelamento dei capitali russi. Roma specifica: «Come il Belgio, non vogliamo siano utilizzati per il prestito all’Ucraina». Valdis Dombrovskis sereno all’Ecofin: «Euroclear potrà compensare i sequestri».
La marcia di Bruxelles per utilizzare gli asset russi congelati prosegue imperterrita, nonostante le ripercussioni siano dietro l’angolo. E il primo step in tale direzione è stato raggiunto con il via libera ufficiale sul blocco a tempo indeterminato degli asset russi.
Ad approvare l’uso dell’articolo 122 del Tfue che consente di congelare i beni russi senza scadenza, quindi senza la necessità del rinnovo semestrale e del voto all’unanimità, sono stati 25 Paesi, tra cui il Belgio, la Bulgaria, l’Italia e Malta. Dall’altra parte, a votare contro sono state Ungheria e Slovacchia.
Il sì italiano non è una sorpresa, visto che il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, poco prima aveva comunicato il parere favorevole sul congelamento degli asset sine die. La perplessità italiana riguarda però il passo successivo, ovvero il loro utilizzo: «Noi abbiamo sempre detto che avevamo qualche riserva non tanto sulla scelta politica, quanto sulla base giuridica per l’utilizzo di frozen asset. Ci può essere anche un altro strumento per finanziare l’Ucraina con garanzie che poi devono essere fuori naturalmente del debito pubblico. Quindi è un dibattito in corso».
E queste riserve sono condivise dal Belgio, dalla Bulgaria e da Malta, che insieme all’Italia hanno specificato in una dichiarazione: «Tale voto non pregiudica in alcun caso la decisione sull’eventuale utilizzo dei beni russi immobilizzati che deve essere presa a livello dei leader». I quattro Paesi, riferisce Politico, hanno scritto che «invitano la Commissione e il Consiglio a continuare a esplorare e discutere opzioni alternative in linea con il diritto dell’Ue e internazionale, con parametri prevedibili, che presentino rischi significativamente inferiori, per far fronte alle esigenze finanziarie dell’Ucraina, sulla base di un meccanismo di prestito dell’Ue o di soluzioni ponte». Questa posizione non è detto che metta concretamente i bastoni tra le ruote alla Commissione, ma mina la speranza di Bruxelles di arrivare all’accordo la prossima settimana. Il premier belga, Bart De Wever, però, dopo un bilaterale con l’omologo britannico, Keir Starmer, non ha del tutto escluso l’ipotesi di utilizzare i beni russi per finanziare Kiev. Pur sostenendo che sarà «un’impresa ardua», la ritiene possibile qualora i leader europei cooperino.
Intanto a tirare un sospiro di sollievo è stato il presidente della Commissione Ue, Ursula von de der Leyen, che ha scritto su X: «Stiamo inviando un forte segnale alla Russia: finché questa brutale guerra di aggressione continuerà, i costi per la Russia continueranno ad aumentare. Si tratta di un messaggio potente per l’Ucraina: vogliamo assicurarci che il nostro coraggioso vicino diventi ancora più forte sul campo di battaglia e al tavolo dei negoziati». Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha aggiunto: «Il prossimo passo è garantire i bisogni finanziari dell’Ucraina per il 2026-27».
Il dossier dei beni russi congelati è stato tra i temi affrontanti ieri durante il Consiglio di economia e finanza dell’Ue (Ecofin). Incalzato dalle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa, il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, non ha mostrato la minima incertezza: «Le proposte» della Commissione Ue sul prestito a Kiev sono «giuridicamente solide, in linea con il diritto dell’Ue e internazionale e sostenute dal fatto che l’Ucraina soddisfi i prerequisiti essenziali». E ha voluto specificare che il lavoro continua «per affrontare le preoccupazioni residue di alcuni Stati membri», soprattutto «il Belgio». Ma il tempo stringe per l’Ue, con la priorità sugli asset russi che sembra scavalcare quella sulle trattative di pace. E quindi Dombrovskis ha ribadito: «È cruciale che troviamo una soluzione, che finalizziamo questo lavoro la settimana prossima. L’Ucraina ha un fabbisogno urgente di finanziamenti». Presente al suo fianco durante le dichiarazioni alla stampa, il ministro dell’Economia danese, Stephanie Lose, ha dichiarato che l’utilizzo degli asset russi «è la soluzione migliore» anche se «non è perfetta».
Dall’altra parte, il presidente russo, Vladimir Putin, ha affrontato il dossier con l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, definendo le manovre europee come una «truffa colossale». Ma Mosca alle parole ha dato seguito coi fatti: la Banca centrale russa ha presentato ricorso contro Euroclear per «azioni illegali» che «hanno provocato danni alla Banca di Russia». E ha dichiarato che contesterà i tentativi di bloccare i suoi asset «in tutte le sedi competenti». A prendere la questione sottogamba è stato Dombrovskis, che ha commentato: «L’Ue ritiene che questi depositari centrali di titoli possano compensare qualsiasi sequestro in Russia con beni congelati o immobilizzati detenuti qui. Possiamo aspettarci che la Russia continui ad avviare procedimenti legali speculativi per impedire all’Ue di rispettare il diritto internazionale e per far valere l’obbligo legale della Russia di risarcire l’Ucraina per i danni causati loro».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Nel nuovo bilancio comunitario spariscono ufficialmente i fondi di coesione, ridotti e inseriti dentro un nuovo calderone che sarà gestito dallo Stato. Governatori in rivolta. Fontana: «Così non potremmo fare quasi niente». Cirio: «A rischio la credibilità europea».
Sentiamo spesso parlare di fondi di coesione. La maggior parte delle volte sono soldi europei, ovviamente frutto di contributi che arrivano dai singoli Stati e in questo campo l’Italia riceve meno di quello che dà, che va direttamente alle Regioni. Ovviamente la maggior parte dei quattrini vanno alle zone meno «ricche», dato che appunto il senso del fondo è creare una maggior coesione nazionale ed europea. Tuttavia anche i territori che se la passano meglio possono godere di questi finanziamenti, i quali garantiscono la realizzazione di centinaia di migliaia di progetti. Tipo incentivi, attraverso bandi, per l’avvio di startup, per la ricerca, per salvare le aree interne, per l’innovazione, per il rinnovamento urbano sostenibile, eccetera… Ecco, dimenticatevi tutto ciò, perché i fondi di coesione, così come li abbiamo conosciuti, spariranno. L’Ue non li nomina più inserendoli in un calderone dove c’è di tutto, con lo scopo ben preciso di ridurli in modo da creare un budget per la Difesa e per dare una dotazione di ben 400 miliardi alla Commissione Ue, che avrebbe di fatto pieni poteri avendo le casse piene.
Ufficialmente le Regioni non saranno taglieggiate, dato che il nuovo meccanismo allo studio per il bilancio continentale 2028-2034 prevede che i vecchi fondi di coesione vengano inclusi in una sorta di Pnrr permanente gestito dal governo. Tuttavia i nostri governatori non potranno più contare su soldi certi, dovranno mercanteggiare ogni anno con lo Stato centrale per avere le risorse che finora arrivano quasi in automatico in base ai progetti, con conseguente inevitabile guerra fra «poveri» per contendersi un euro in più, come avviene spesso e volentieri sul fondo sanitario nazionale.
Attualmente la Programmazione europea 2021-2027 prevede in Italia la realizzazione di 58 Programmi a titolarità Italiana cofinanziati «a valere» sui fondi strutturali. E in totale sono 38 Programmi regionali di cui 17 cofinanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), 17 cofinanziati dal Fondo sociale europeo plus (Fse+) e quattro plurifondo cofinanziati sia dal Fondo europeo di sviluppo regionale che dal Fondo sociale europeo plus.
Di che cifre parliamo? Le risorse finanziarie assegnate alle politiche di coesione per il ciclo 2021-2027, ammontano complessivamente a 135,07 miliardi di euro per il settennio (dato aggiornato al 30 giugno 2025) di cui 96,5 miliardi di euro al Mezzogiorno e 36,8 miliardi di euro al Centronord, oltre a 1,6 miliardi di euro non ripartiti territorialmente. Non bruscolini, insomma. Per questo i governatori capeggiati dal lumbard Attilio Fontana sono sul piede di guerra contro la proposta europea. «Senza i fondi di coesione non potremmo fare quasi niente, è chiaro che sarebbe una scelta delirante», ha commentato il presidente della Lombardia. «È vero che l’Europa ci ha abituato a scelte deliranti, però tenendo conto che in questo caso passa anche attraverso il commissario Fitto noi confidiamo che possa esserci un ripensamento prima che succedano i disastri che sono successi con le scelte europee degli ultimi anni», ha aggiunto. Diamo un numero: nell’ambito del Programma di sviluppo rurale 2014-2022, giunto in chiusura di programmazione, sono stati erogati in Lombardia oltre 1,4 miliardi di euro, avvicinandosi quindi al completo assorbimento dei fondi disponibili (1,5 miliardi). «La Lombardia», ha evidenziato ancora Fontana, «è più efficiente dello Stato italiano e accentrare a Roma la negoziazione e la programmazione delle risorse significherebbe restare invischiati nel pantano e nelle lentezze tipiche del centralismo». Anche perché «la Lombardia ha dimostrato di gestire con efficacia i fondi Ue: l’Europa dovrebbe premiare i territori più meritevoli, e anzi», ha proseguito, «sarebbe opportuno che le risorse comunitarie non spese vengano redistribuite alle Regioni che sanno investire». D’accordo con lui anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, e il governatore della Liguria, Marco Bucci. Secondo quest’ultimo, «accentrare anche questa scelta a livello nazionale produrrebbe solo ulteriore burocrazia e perdita di tempo».
I ritardi maggiori nella spesa in progetti sono stati accumulati dai Programmi nazionali, gestiti cioè direttamente dai ministeri, e dalle Regioni del Centrosud, scriveva la Ragioneria dello Stato pochi mesi fa, tuttavia anche dal Mezzogiorno è pronta a scattare una rivolta contro la proposta Ue. Secondo il presidente della Basilicata, Vito Bardi, «una centralizzazione dei fondi per ogni Stato non è compatibile con le esigenze reali dei territori. Bisogna», ha ricordato il governatore lucano, «difendere una politica di coesione autonoma, capace di valorizzare le peculiarità di ogni regione e garantire strumenti concreti per ridurre i divari». «Affondare l’Europa delle Regioni significa mettere a rischio la credibilità stessa della Ue», ha concluso Cirio. Ma soprattutto, «è paradossale che la Commissione voglia toccare proprio ciò che funziona, le politiche di coesione».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione lancia un bando per sostenere azioni contro il razzismo, ma cita solo antisemitismo e anti islamismo. E c’è la promozione delle «famiglie arcobaleno».
Si chiama Equal il nuovo bando della Commissione europea, aperto ieri e con chiusura fissata al 23 ottobre, cofinanziato al 90% dall’Ue, che si propone di sostenere azioni concrete contro razzismo, intolleranza e discriminazioni. Un’intenzione che, almeno sulla carta, appare lodevole. Eppure non mancano le controversie, soprattutto per ciò che nel testo non è incluso.
Secondo quanto emerge dal bando ufficiale, le priorità sono sei: lotta al razzismo sistemico (con focus su antiziganismo, razzismo anti nero e anti asiatico), antisemitismo, odio antimusulmano, promozione della diversità nei luoghi di lavoro, contrasto della discriminazione verso le persone Lgbt. A queste si aggiunge una priorità riservata alle autorità pubbliche per l’attuazione di strategie nazionali antidiscriminazione.
Particolarmente dettagliate risultano le sezioni relative all’antisemitismo e all’odio antislamico: ciascuna articolata in due sottopriorità, una aperta alle organizzazioni della società civile e una riservata alle autorità pubbliche. In entrambi i casi si prevede un ventaglio di interventi che vanno dal monitoraggio degli episodi d’odio, alla sensibilizzazione, al sostegno diretto alle vittime. Anche per le persone Lgbt vengono indicate azioni concrete, come l’inclusione nel mondo del lavoro, la tutela delle «famiglie arcobaleno» e il supporto a soggetti in particolare vulnerabilità.
Tutto pregevole; ma il riferimento alla discriminazione contro i cristiani dov’è? Una «dimenticanza» che non è passata inosservata. Per Paolo Inselvini, Fratelli d’Italia, «è sconcertante leggere il bando Equal, pubblicato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Cerv (cittadinanza, uguaglianza, diritti e valori), che dichiara di promuovere l’uguaglianza e contrastare le discriminazioni. Tra le priorità si citano l’antisemitismo, l’anti islam; tuttavia, manca qualsiasi riferimento alle crescenti discriminazioni contro i cristiani, che colpiscono migliaia di fedeli in Europa». Dati alla mano, «solo nel 2023, secondo l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani, si sono registrati oltre 2.400 crimini d’odio, di cui 232 episodi di molestie, minacce o violenza: un aumento di quasi il 20% solo tra 2022 e 2023».
Inselvini rileva anche la scelta di finanziare, attraverso fondi pubblici, progetti legati al mondo gay, «a cominciare dall’assurda promozione delle “famiglie arcobaleno”, un concetto giuridicamente inesistente in molti Stati membri, tra cui l’Italia. È inaccettabile che l’Ue impieghi fondi pubblici per sostenere modelli culturali divisivi e imposti dall’alto, ignorando milioni di cittadini».
Il bando Equal, in effetti, prevede espressamente come priorità la «promozione dell’uguaglianza Lgbt» e sostiene progetti che mirano esplicitamente a supportare le famiglie arcobaleno, incoraggiando il coinvolgimento di organizzazioni della società civile attive in questo ambito. Nella stessa sezione si sottolinea come sia necessario «affrontare le sfide che le persone Lgbt incontrano in settori in cui risultano particolarmente svantaggiate, come istruzione, sanità e alloggio».
Ma è proprio questa asimmetria nell’elenco delle priorità che alimenta il malcontento di una parte politica. Inselvini ha annunciato un’interrogazione alla Commissione: chiede di «chiarire l’omissione della discriminazione anticristiana dal bando, di giustificare il sostegno a strutture sociali non riconosciute in diversi ordinamenti nazionali e, soprattutto, di rivedere i criteri del bando per garantire un approccio imparziale».
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Stéphane Séjourné, Vicepresidente esecutivo per la prosperità e la strategia industriale della Commissione europea (Ansa)
Un’azienda sudcoreana vince la gara per un contratto sul nucleare nella Repubblica Ceca. La società statale parigina Edf fa ricorso e Stéphane Séjourné (vicepresidente a Bruxelles) scrive a Praga per bloccare l’intesa.
Se se il commissario all’Industria e al Commercio dell’Unione Europa dovresti approcciarti con il massimo dell’imparzialità a tutti i dossier cruciali, e non sono pochi, che coinvolgono il tuo ministero. A maggior ragione se fai parte della nutrita schiera (se ne contano ben sei) dei vicepresidenti esecutivi della Commissione Ue. E ancora più se sei considerato un fedelissimo di uno dei politici più influenti e «chiacchierati» di Bruxelles, Emmanuel Macron. Sono questi i ragionamenti che stanno facendo governo e stampa della Repubblica Ceca nel valutare il tenore delle risposte da dare alla lettera arrivata da Stéphane Séjourné, il commissario di cui sopra.
È successo infatti che l’ex enfant prodige della politica transalpina (a soli 38 anni è diventato il più giovane ministro degli Esteri della Repubblica francese), chiamato ora a svolgere un ruolo di primissimo piano a Bruxelles, si sia preso la briga di scrivere al governo di Praga per evidenziare che c’era qualcosa che non andava in una recente gara per assegnare un importante contratto sul nucleare.
La gara se l’era aggiudicata l’azienda sudcoreana Korea Hydro & Nuclear Power (Khnp), la principale energy company della Corea del Sud. Un gruppo molto attivo nella generazione di energia da fonte nucleare ed idroelettrica, non nuovo agli affari nel Vecchio continente. Di recente ha firmato un accordo di collaborazione con la norvegese Nel Hydrogen sull’idrogeno viola, quello prodotto da elettrolisi alimentata da energia nucleare e che ha detta di molti esperti potrebbe avere un ruolo fondamentale nel percorso di decarbonizzazione dell’economia. E in passato, tra gli altri, aveva chiuso un contratto in consorzio anche con l’italiana Ansaldo Nucleare.
Insomma, non un carneade. E un interlocutore di certo apprezzato, anche a Bruxelles.
La gara era molto ambita, tant’è che che i sudcoreani hanno superato la concorrenza del colosso energetico francese Edf (Électricité de France è controllata dallo Stato) e della statunitense Westinghouse. Ma alla fine i sucoreani hanno avuto la meglio, con grande soddisfazione del governo di Praga. Il contratto infatti prevede una forte cooperazione nella costruzione di nuovi reattori nella centrale nucleare di Dukovany. Come ha spiegato il ministro dell’Industria e del Commercio ceco, Lukas Vlcek, l’intesa garantisce un coinvolgimento dell’industria locale nel progetto per una quota del 30% con l’obiettivo di portarla al 60%. «Si tratta», ha sottolineato lo stesso ministro, «del più grande contratto nazionale della storia della Repubblica Ceca». «L’offerta coreana era migliore praticamente in tutti i criteri valutati», ha dichiarato il premier ceco Petr Fiala in conferenza stampa.
Ecco perché il governo ceco ha accolto con disappunto, prima il ricorso depositato lo scorso venerdì da Edf. Mossa che ha costretto il tribunale di Brno a bloccare la firma del contratto e a emettere un’ingiunzione preliminare. E poi, ancor di più, la lettera del commissario europeo francese Stéphane Séjourné che ha invitato la Repubblica Ceca a non finalizzare il contratto. Motivi? «Sulla base delle informazioni fornite, nonché di altre informazioni che i servizi della Commissione hanno scoperto nel quadro dell’esame preliminare», scrive nella missiva il commissario transalpino, «permangono indizi significativi che la società Khnp abbia ricevuto sussidi esteri che potrebbero distorcere il mercato interno». Non solo. Perché l’Ue avrebbe già avviato un’indagine preliminare sottolineando che non prevede una decisione finale, ma sta attualmente approfondendo il caso dopo il ricorso presentato dai francesi di Edf al tribunale regionale di Brno.
Quanta solerzia. Che tempismo nel bloccare una gara che a bene vedere soddisfa a pieno tutti i requisiti posti dai «venditori», ha rispettato tutti i crismi delle gare internazionali e si affida a una multinazionale innovativa dell’energia che ha già chiuso diversi affari nel Vecchio continente.
Il sospetto che la coincidenza della nazionalità degli sconfitti e del commissario «scrivente» abbia un’incidenza, non è venuto solo a noi ma anche ai governanti della Repubblica Ceca.
«Abbiamo ricevuto la lettera del commissario francese», ha evidenziato Vlček in un’intervista alla tv ceca, «la stiamo valutando e stiamo preparando la risposta. La lettera che peraltro riflette le opinioni e i commenti di Edf. Noi risponderemo di conseguenza. Anche perché», ha continuato replicando a una domanda specifica, «non riteniamo sia casuale il fatto che l’appello provenga da un funzionario francese». Mentre ha preferito l’arma dell’ironia, il titolare degli Esteri Jan Lipavský: «È davvero strano che il commissario francese abbia lavorato venerdì sera fino alle 22 di sera (evidentemente l’orario di invio della missiva ndr). È chiaro che si tratta di un gran lavoratore».
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