Ecco #DimmiLaVerità del 24 aprile 2026. La deputata di Fdi Sara Kelany spazza via le bugie della sinistra sui centri in Albania.
Un portavoce della Commissione smentisce i progressisti. Forza Italia in visita: «Centri ordinati e assolutamente civili».
Il protocollo Italia Albania è in linea con le regole comunitarie. A dirlo è la Commissione europea, in barba a tutte le sentenze che in questi lunghi mesi hanno provato a fermare l’azione del governo. Il portavoce dell’esecutivo Ue, Markus Lammert, durante un briefing con la stampa a Bruxelles ha infatti spiegato che «in linea di principio, il modo in cui il protocollo Italia-Albania viene attuato è in linea con il diritto Ue».
Un sistema fin qui osteggiato dalla sinistra italiana, contrastato da alcune sentenze considerate ideologiche da molti. All’inizio, quando il protocollo venne siglato, la Commissione disse che i centri avrebbero potuto ospitare esclusivamente migranti salvati in acque internazionali e portati direttamente in Albania, senza passare per il territorio italiano. Oggi invece le cose cambiano: «Stiamo monitorando l’attuazione del protocollo e siamo in stretto contatto con le autorità italiane». Ci sono state diverse iterazioni dell’attuazione del protocollo che ora viene attuato mediante trasferimenti dall’Italia all’Albania di migranti destinati al rimpatrio.
Con il decreto legge 37/2025 la struttura ha cambiato volto diventando non più esclusivamente centro di prima identificazione per richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, ma trasformandosi in un luogo destinato anche a chi si è visto respingere la domanda e attende l’espulsione. Dei 144 posti disponibili, 96 sono già operativi e quasi tutti utilizzati nell’area dedicata a chi deve essere rimpatriato.
Esprime soddisfazione l’onorevole Sara Kelany, responsabile delle politiche migratorie di Fratelli d’Italia: «Viene definitivamente riconosciuta la correttezza dell’azione del governo Meloni e la piena conformità alle norme europee delle procedure accelerate per i rimpatri verso i Paesi di origine sicuri eseguite dall’Italia. Le critiche della sinistra e alcune sentenze che avevano rimesso a piede libero migranti irregolari, oggi è certificato, si basavano più su valutazioni politiche che sul diritto. Grazie a questa politica, che mette al centro la sovranità dei governi e la lotta ai trafficanti di esseri umani, gli sbarchi illegali sono diminuiti in modo significativo: gli arrivi nel 2024 e nel 2025 sono diminuiti del 60% rispetto al 2023. Nei primi due mesi del 2026 abbiamo registrato un ulteriore calo del 60% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono risultati che dimostrano l’efficacia della strategia di contrasto all’immigrazione irregolare che questo governo sta portando avanti».
Per Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo si tratta «dell’ennesima figuraccia per la sinistra che oggi si ritrova ad incassare anche questa».
«Quello che la sinistra dipingeva come un “esilio illegittimo” o una “Guantanamo europea” si sta rivelando il pilastro della nuova gestione dei flussi migratori», chiarisce l’eurodeputato di Fdi Stefano Cavedagna.
Nel Cpr di Gjader, in Albania ci sono circa 90 immigrati irregolari intercettati sul suolo italiano senza un regolare permesso di soggiorno e già rinchiusi in un Cpr in Italia per essere espulsi. «Sessantacinque portati nell’ultima settimana», come testimoniato da una deputata del Pd, Rachele Scarpa, dopo la sua ultima visita ispettiva. Proprio ieri mattina una delegazione di Forza Italia ha voluto intraprendere la stessa missione. Un’iniziativa guidata dai deputati Alessandro Cattaneo, responsabile dipartimenti e Alessandro Battilocchio, responsabile dipartimento immigrazione che si sono recati nei centri di Gjader e Shenjin, in Albania. «Siamo nuovamente qui, per valutare la situazione, per incontrare le autorità locali e per salutare il personale italiano in servizio a Gjader e Shenjin», spiega Battilocchio, che già si era recato altre volte in questi Cpr.
Per Cattaneo invece si è trattato della prima esperienza: «Vedere visitare, è il miglior modo per rendersi conto di quello che accade qui. Questo è un centro di assoluta civiltà con tutte le garanzie di cui necessitano le persone che vengono portate qui e io voglio ringraziare tutto il personale, quello italiano che lavora con una professionalità, dedizione, incredibile, quello albanese che lo affianca in molte operazioni di supporto. Insomma questa struttura è un modello. A colpirmi sono stati soprattutto l’ordine, l’organizzazione e le tantissime visite di delegazioni estere europee ed extra europee che vedono questa esperienza come un modello da esportare anche negli altri Paesi», racconta Cattaneo che poi conclude: «Aldilà delle ideologie, questo modello funziona e presto verrà esportato anche negli altri Paesi».
Nel frattempo a sinistra continuano a litigare sui Cpr. Prima a Bologna dove il sindaco Matteo Lepore e il governatore della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale discutono sull’apertura di un nuovo centro e ora anche in Toscana dove il coordinamento regionale toscano di Sinistra Civica Ecologista (Sce) - rispetto alle dichiarazioni dell’europarlamentare Pd Dario Nardella che aveva detto «sbagliato archiviare il tema rimpatri dicendo semplicemente no ai Cpr» - in una nota spiega: «Le dichiarazioni di Nardella sono fuori dalla realtà. I Cpr non sono strumenti di sicurezza: sono luoghi di detenzione amministrativa dove vengono rinchiuse persone che spesso non hanno commesso alcun reato», rispondono insistendo, contro ogni evidenza: «Lo stesso fallimento si è consumato in Albania, con centinaia di milioni spesi dal governo per strutture rimaste praticamente vuote». Chiarendo perfettamente chi è che si trova a vivere «fuori dalla realtà».
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Il Consiglio dei ministri approva il decreto che amplia l’utilizzo dei centri. Stretta sulla cittadinanza per chi ha lontani parenti italiani: ius sanguinis sì, ma con giudizio.
Il consiglio dei ministri ha approvato ieri un decreto legge che permetterà di utilizzare la strutture realizzate a Shengjin e a Gjader, in Albania, senza dover aspettare la sentenza della Corte di giustizia europea sui ricorsi dei giudici italiani che hanno annullato, nei mesi scorsi, i trattenimenti nel Paese delle aquile dei migranti soccorsi in mare.
«Il consiglio dei ministri», spiega in conferenza stampa il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «ha approvato un decreto legge composto da un solo articolo che interviene sulla legge di ratifica del protocollo Italia-Albania, rendendo possibile utilizzare la struttura già esistente del Cpr di Gjader anche per il trasferimento dall’Italia di persone che sono già destinatarie di provvedimento di espulsione e di trattenimento presso un Cpr e non, come prevedeva la legge di ratifica, solo per quelle che venivano trasferite all’esito di procedimenti e operazioni di soccorso in mare. Questo», aggiunge Piantedosi, «ci consentirà di dare immediata riattivazione di quel centro che non viene snaturato nella sua interezza». I Cpr già attivi in Italia sono a Torino, Milano, Roma, Brindisi, Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza, Bari, Trapani, Caltanissetta, Macomer (in provincia di Nuoro), Gradisca d’Isonzo (in provincia di Gorizia). A questi ora si aggiunge quello di Gjiader, struttura, conferma Piantedosi, «per noi assimilabile in tutto e per tutto a un centro che si trova sul territorio nazionale». Detto ciò, Piantedosi conferma il piano del governo di costruire altri Cpr in Italia: «Abbiamo già in cantiere cinque Cpr, in due casi siamo prossimi all’affidamento e in tre stiamo completando le verifiche preliminari. Ragionevolmente», commenta Piantedosi, «mi sono posto l’obiettivo di portare a casa almeno questi cinque Cpr con questo governo». Dove sorgeranno? Il riserbo è totale, perché appena una località viene indicata come sede di un Cpr scattano le proteste e quindi il motto degli addetti ai lavori è «lo annunciamo quando lo inauguriamo». Detto ciò, La Verità è in grado di ipotizzare che il Lazio e la Lombardia potrebbero ospitare una seconda struttura, mentre in Campania un Cpr potrebbe sorgere nella zona di Castelvolturno.
Tornando all’Albania, non avendo il Consiglio dei ministri modificato il protocollo ma solo la legge di ratifica, non sarà necessario passare attraverso il Parlamento. «Stiamo già programmando trasferimenti di persone nel centro di Gjader in Albania», precisa Piantedosi, «al momento il centro è attivo per 49 posti, può arrivare fino a 140. È un intervento che non costerà un euro in più rispetto alle risorse già stanziate». Le polemiche dell’opposizione naturalmente si sprecano, ma quello che interessa a tutti i cittadini è se il trasporto degli immigrati irregolari dal luogo dove vengono intercettati all’Albania costerà più di quanto accade per accompagnarli nelle strutture che sorgono sul territorio italiano: «I trasferimenti dei migranti dall’Italia all’Albania avverranno quasi sicuramente via aerea o via nave», sottolinea Piantedosi, «vedremo in base alle condizioni logistiche. Ma voglio precisare che sono spostamenti che già avvengono sul territorio nazionale. Ecco perché facciamo un provvedimento a invarianza di spesa. Quali immigrati andranno in Albania? Dipenderà molto dalla nazionalità ma già adesso capita che un cittadino trattenuto ad esempio al Cpr di Milano, venga trasferito a Trapani. Lo stesso accadrà con l’Albania, peraltro logisticamente in termini di distanza chilometrica non è neanche tanto più lontano rispetto a trasferimenti che già facciamo. Noi abbiamo per esempio un Cpr a Macomer in Sardegna», puntualizza il ministro dell’Interno, «che forse è più lontano rispetto ai centri continentali e a quello dell’Albania. Quindi quello a Gjader sarà un trasferimento in un centro per noi assimilabile in tutto e per tutto a un centro che si trova sul territorio nazionale». Ciò detto, il governo non ha perso la speranza di poter riportare i centri in Albania alla destinazione originaria, quella per le procedure accelerate di frontiera, e infatti, in relazione alla sentenza della Corte di giustizia, «confidiamo», dice Piantedosi, «arrivi entro l’estate. Io sono abbastanza fiducioso». La Commissione europea ha già dato il via libera al nuovo provvedimento: «Un’interlocuzione è prassi che si faccia», conferma Piantedosi, «questa verifica con la Commissione europea si è conclusa con la possibilità di andare avanti».
A proposito di Europa: al di là delle chiacchiere propagandistiche della sinistra, il modello Albania fa scuola. Ieri la Bild, come riporta La Presse, ha rivelato che il leader della Cdu e cancelliere tedesco in pectore, Friedrich Merz, ha elaborato un «piano segreto» per l’immigrazione e sta già lavorando con altri Paesi europei per la sua attuazione. Il piano, che avrebbe l’ok della Spd, prevede che i migranti dovrebbero essere respinti già alle frontiere esterne della Germania, «in coordinamento» con i Paesi confinanti. Secondo il giornale tedesco, sarebbero già in corso colloqui segreti con Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Svizzera e Francia. Tornando all’Italia, va sottolineato il crollo degli sbarchi: nei primi tre mesi del 2025 (dati aggiornati a ieri) sono stati 9.116, contro gli 11.373 dello stesso periodo dell’anno scorso. Una diminuzione del 19,85%, segno che le politiche messe in campo dal governo funzionano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
A sorpresa, la Francia presenta una memoria pro Giorgia Meloni alla Corte di giustizia Ue in vista dell’udienza del 25 febbraio.
Arriva inaspettato dalla Francia il sostegno al governo italiano su tema dei centri per i rimpatri in Albania: con una mossa a sorpresa dal punto di vista politico, Parigi si schiera al fianco di Roma in vista dell’udienza del prossimo 25 febbraio della Corte di giustizia europea sulla legittimità del trattenimento dei migranti nelle strutture di Shengjin e Gjader.
La notizia l’ha pubblicata ieri Il Foglio: il governo francese si unisce agli altri 12 che presenteranno una memoria a sostegno dell’Italia nell’ambito del contenzioso giuridico relativo alla mancata convalida dei trattenimenti dei migranti salvati in acque internazionali e trasportati nei centri albanesi riservati alla procedura accelerata di frontiera, che riguarda persone provenienti da Paesi considerati sicuri dal governo italiano e prevede un iter di 30 giorni al massimo per l’esame delle richieste di asilo e (in caso di diniego) il rimpatrio.
In varie occasioni i giudici italiani (prima le sezioni speciali per l’immigrazione e poi la corte di appello di Roma) non hanno convalidato i trattenimenti di richiedenti asilo provenienti da Bangladesh e Egitto, investendo della decisione finale la Corte di giustizia europea che si riunirà in udienza il 25 febbraio e entro un paio di mesi emetterà la sentenza. La posizione dell’Italia, che ritiene legittimi i trattenimenti in Albania, verrà quindi sostenuta davanti alla Corte anche dalla Francia. Il peso di Parigi sul piatto della bilancia è tutt’altro che trascurabile, anzi può risultare determinante, ed è facile comprendere le ragioni della mossa di Emmanuel Macron. Il contrasto all’immigrazione clandestina è ormai una emergenza che riguarda tutta l’Europa, e che vede l’Italia in una posizione critica solo e soltanto per motivi di carattere geografico. La stragrande maggioranza di chi sbarca illegalmente in Italia, si trasferisce poi in altri Paesi europei. Ostacolare il nostro governo nell’azione di contrasto all’immigrazione clandestina è come impedire al fabbro di riparare la serratura rotta del portone d’ingresso del condominio dove abitano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: un atto di puro autolesionismo che si può spiegare solo con ragioni di carattere ideologico, ma non ha alcuna giustificazione razionale. Del resto, l’Italia sull’argomento degli hub per i rimpatri in paesi terzi, il «modello-Albania», è tutt’altro che isolata in Europa: su 27 Stati membri, ben 14 (Italia, Bulgaria, Danimarca, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Grecia, Cipro, Malta, Olanda, Austria, Polonia, Romania e Finlandia) lo scorso maggio hanno sottoscritto una lettera inviata alla Commissione europea per sollecitare nuove misure che integrino il patto sulla migrazione. «Incoraggiamo il rafforzamento degli aspetti interni ed esterni del rimpatrio», si legge nel documento dei 15, «per arrivare a un’efficace politica di rimpatrio dell’Ue». I firmatari propongono «l’esame della potenziale cooperazione con i Paesi terzi sui meccanismi di hub di rimpatrio, dove i rimpatriati potrebbero essere trasferiti in attesa del loro allontanamento definitivo». Prendendo spunto dall’accordo tra Italia e Albania, i firmatari incoraggiano la Commissione e gli Stati membri a «esplorare potenziali modelli all’interno dell’attuale acquis dell’Ue, oltre a considerare l’eventuale necessità di modifiche alla direttiva sui rimpatri», poiché «le attuali sfide relative al sistema di asilo e migrazione dell’Ue, tra cui il forte aumento degli arrivi irregolari, sono insostenibili: la nostra responsabilità e il nostro impegno principali consistono nel sostenere la stabilità e la coesione sociale, evitando di rischiare la polarizzazione delle società europee e la perdita di unità nella famiglia degli Stati membri dell’Ue». Anche l’accordo tra Italia e Tunisia viene considerato una buona soluzione, tanto che la lettera auspica la realizzazione di «partenariati completi, reciprocamente vantaggiosi e duraturi con i principali Paesi partner lungo le rotte migratorie». La decisione della Francia di sostenere le ragioni del governo italiano viene commentata con soddisfazione dalla maggioranza: «L’adesione della Francia al modello Albania, rilanciata da alcuni quotidiani», argomenta la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Elisabetta Gardini, «conferma la lungimiranza del governo Meloni nella gestione dei flussi migratori. Con il sostegno di Parigi e di altri 12 Paesi europei, la nostra strategia per rafforzare i confini e accelerare le procedure di frontiera si afferma come soluzione concreta e condivisa». «La Francia», sottolinea il senatore di Fdi Marco Scurria, «si aggiunge ai Paesi europei che sostengono il modello Albania. Solo la sinistra italiana e una certa magistratura politicizzata tentano di contrastare l’impegno del governo Meloni contro l’immigrazione clandestina e i trafficanti di uomini». «Accogliamo con particolare favore l’appoggio della Francia», sostiene il ministro per gli Affari europei, le Politiche di coesione e il Pnrr Tommaso Foti, «oltre che di numerosi altri Paesi europei, in vista dell’udienza dibattimentale presso la Corte di giustizia europea, in programma per il prossimo 25 febbraio, sul tema dei paesi sicuri. Si rafforza dunque la posizione italiana secondo cui l’elenco dei paesi sicuri è prerogativa dei governi. Grazie all’esecutivo Meloni, la nostra nazione è diventata un punto di riferimento per le politiche sull’immigrazione».
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Ansa
Nei verdetti sull’Albania l’esame dei singoli casi è sbrigativo. Sui Paesi sicuri va anticipata la validità delle nuove norme Ue.
Il braccio di ferro sul protocollo Italia-Albania aggiunge benzina sul falò divampato tra centrodestra e magistratura. Il guaio è che non tutti, nella maggioranza, sembrano aver colto il nocciolo della questione. È inutile, ad esempio, aggrapparsi alla sentenza degli ermellini, che assegnava alla politica il compito di definire la lista dei Paesi sicuri, se poi quella stessa decisione, in linea con l’orientamento dei giudici europei, affidava ai magistrati il compito di valutare, nei singoli casi, la compatibilità delle designazioni con i principi del diritto comunitario. Semmai, la vulnerabilità dei provvedimenti sfornati dalla Corte d’Appello di Roma sta proprio nell’incompletezza delle analisi «caso per caso»: di questo approfondito esame, almeno nei documenti che ha potuto consultare La Verità, non si scorge traccia. Non si capisce come ciascun richiedente protezione internazionale «abbia adeguatamente dedotto l’insicurezza» del suo Stato di provenienza «nelle circostanze specifiche in cui egli si trova», come prescriverebbe la Cassazione. Nelle 25 pagine di una delle sentenze vergate, venerdì, dalla giudice Maria Rosaria Ciuffi, si fa un cenno a dei «dubbi in ordine alla possibile vulnerabilità» di uno dei bengalesi che era stato trasferito a Gjadër, alla luce del «racconto del recente vissuto del richiedente in Libia». Ma a parte l’assenza di dettagli utili, questi «dubbi» avrebbero rilevanza per la liceità di applicare allo straniero la procedura accelerata di esame della domanda di protezione internazionale. Abbastanza, sì, per bloccare il trattenimento nel Centro per i rimpatri balcanico. Nulla a che vedere, invece, con la determinazione dei Paesi sicuri, con il verdetto Ue del 4 ottobre scorso e con la disputa sulle «eccezioni».
Proviamo a vederci chiaro. L’altro ieri, la Corte d’Appello di Roma è tornata a contestare l’elenco stilato dall’esecutivo ed elevato al rango di legge, quindi di fonte giuridica primaria, per sottrarlo alla debolezza del decreto interministeriale che era stato approntato la scorsa primavera. Un tentativo vano: secondo i magistrati, le norme europee sono comunque sovraordinate. Le toghe si sono appigliate a «fonti ministeriali», dalle quali si evincerebbe che in Bangladesh - ma lo stesso discorso vale per l’Egitto - «le condizioni di sicurezza […] non sono rispettate per tutte le categorie di persone».
Ecco: in ballo c’è una lettura estensiva del verdetto del tribunale del Lussemburgo, con cui si stabiliva che un Paese può essere considerato sicuro solamente se lo è nella sua interezza. Ora, il quesito che i nostri giudici rivolgono ai colleghi in Europa è il seguente: bisogna escludere le «eccezioni» solo se riguardano porzioni di territorio, o anche certi gruppi di individui? Basti pensare agli omosessuali o ad altre minoranze.
L’udienza nel Lussemburgo è fissata per il 25 febbraio. Se i giudici dell’Ue seguissero quelli italiani, bandendo ogni tipo di «eccezione», diventerebbe pressoché impossibile proteggere i confini. Salterebbero le procedure accelerate, il rimpatrio veloce e, con essi, il modello Albania. L’opposizione stapperebbe lo champagne, anche se dovrebbe spaventarla il rischio che venga compromesso l’intero sistema delle espulsioni. Occhio: non è proibito in senso assoluto rispedire uno straniero in un Paese non sicuro; ma di certo è molto più complicato. Aspetto non secondario, che nemmeno i progressisti dovrebbero sottovalutare: l’autonomia della politica risulterebbe sbriciolata dall’arbitrio della magistratura. La quale, sia in virtù del pronunciamento del 4 ottobre (Corte europea), sia in virtù di quello del 19 dicembre (Cassazione), conserva la facoltà di vanificare le designazioni governative dei Paesi sicuri, in sede di convalida dei trattenimenti nei Cpr, o magari di ricorso.
Come uscirne? Finora, tutti gli stratagemmi per scavalcare il muro delle toghe sono falliti. Non è servito trasformare il decreto interministeriale sui Paesi sicuri in un decreto legge; non è servito trasferire le competenze sui trattenimenti dei migranti alle Corti d’Appello, dato che in quella di Roma, competente sull’Albania, sono stati ricollocati gli stessi giudici della sezione immigrazione del tribunale; non è servito invocare il verdetto degli ermellini sui compiti che spettano al governo. Resta l’ultimo vero jolly: Bruxelles.
A metà dicembre, Ursula von der Leyen, in una lettera ai 27, aveva annunciato: «Stiamo accelerando la revisione del concetto di Paese sicuro». L’obiettivo è arrivare, forse a marzo, a una lista unitaria. È la premessa indispensabile per serrare i ranghi sui rimpatri, come auspicato dal commissario agli Affari interni, Magnus Brunner. Il colpaccio sarebbe riuscire ad anticipare l’entrata in vigore almeno del contenuto dell’articolo 61 della nuova direttiva Ue, che sostituirà quella del 2013, ma che scatterebbe solo dall’ estate 2026. Il comma 2, infatti, prevede esplicitamente che la designazione di un Paese sicuro possa «essere effettuata con eccezioni per determinate parti del suo territorio o categorie di persone chiaramente identificabili». Vedete? Così, la posizione della Corte d’Appello di Roma e dei vari tribunali sparsi per l’Italia, che si sono rivolti al Lussemburgo, diverrebbe completamente irrilevante. Primato del diritto Ue: Bruxelles locuta, causa soluta.
Per giungere a questo risultato, occorrerà riscuotere i frutti del credito politico che Giorgia Meloni si è guadagnata. E confidare che davvero, nel continente, il vento sia cambiato. Se passasse questa logica, ai nostri magistrati non rimarrebbe più nulla cui «resistere, resistere, resistere».
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