L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto.
Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri.
Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020.
Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari?
Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa.
Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari.
In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo.
In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa.
L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%.
Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici.
Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech.
Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane.