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2021-10-28
«Alle imprese familiari servono percorsi su misura contro la crisi»
Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.
In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?
«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale».
Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?
«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare».
Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?
«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».
Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.
«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro».
Come intendete crescere a livello nazionale?
«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra».
Quali strumenti proponete alla clientela?
«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».
La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?
«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire».
Italia indietro nei finanziamenti alle aziende
L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto.
Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri.
Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020.
Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari?
Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa.
Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari.
In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo.
In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa.
L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%.
Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici.
Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech.
Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane.
Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni»
Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia».
D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili».
Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase.
«Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib».
La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
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Il direttore investment banking di Banca Mediolanum Diego Selva: «La pandemia fa selezione fra chi è in salute e vuole ingrandirsi e chi deve ristrutturare. L'obiettivo è trovare la ricetta giusta in base a business e progetti di vita».L'investment banking, che procura liquidità attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni, nel nostro Paese è sotto la media europea. Per gli istituti di credito si tratta di un settore da esplorare. McKinsey: «Più attenzione alle esigenze locali».La fondatrice di Ir top consulting Anna Lambiase: «L'Euronext growth Milan rende più del Ftse mib».Lo speciale contiene tre articoli.Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale». Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare». Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro». Come intendete crescere a livello nazionale?«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra». Quali strumenti proponete alla clientela?«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-indietro-nei-finanziamenti-alle-aziende" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Italia indietro nei finanziamenti alle aziende L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. 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Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020. Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari? Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa. Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari. In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo. In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa. L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%. Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici. Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech. Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anna-lambiase-alle-pmi-la-quotazione-conviene-il-listino-ad-hoc-sopra-i-500-milioni" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni» Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia». D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili». Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase. «Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib». La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
Ansa
Il capo della polizia Vittorio Pisani è stato tranchat: l’assistente capo Carmelo Cinturrino, il poliziotto infedele del Rogoredo, è da considerarsi un ex poliziotto. Così infatti il prefetto ha spiegato al Corriere: «Subito dopo il fermo disposto all’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato». Procedimento disciplinare e procedimento penale corrono su binari differenti con velocità diverse per natura. «Sì, di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».
Non si può perdere tempo quando i fatti sono così chiari da potere, e quindi dovere, intervenire su fatti di cronaca così impattanti. E la fermezza è talmente un valore che il capo della polizia, come del resto già precedentemente aveva fatto il ministro Piantedosi, sgombra il campo dalle chiacchiere politiche: nessuno scudo avrebbe potuto salvare il poliziotto infedele. «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».
Ma allora uno si pone alcune domande: com’è possibile che le azioni disciplinari siano tanto diverse se uno indossa una divisa o una toga? I dati ci dicono che di fronte a errori gravissimi da parte della magistratura - errori per i quali lo Stato è costretto a pagare risarcimenti salati perché la vittima è stata in carcere senza aver commesso nulla - il magistrato che sbaglia non paga, anzi viene pure promosso! Ci volevano il referendum sulla riforma della giustizia e i vent’anni dalla assoluzione definitiva di Enzo Tortora (della cui tragedia si consiglia quantomeno la fiction di Bellocchio, Portobello) per ricordarci che le vittime sono tali perché qualcuno ha rovinato loro la vita? Certo, Cinturrino ha ucciso, è in galera ed è ormai un ex poliziotto; ma certi magistrati, anche se non hanno ucciso, hanno rovinato la vita delle loro vittime, sbattendole in galera e annientandone relazioni e posizioni; ecco, costoro non solo non pagano, ma restano in attività e sono persino promossi con avanzamenti di carriera.
E non è tutto, state attenti. Primo fatto: l’assistente capo Cinturrino colpevole di aver ucciso una persona e di aver alterato la scena del crimine nel tentativo di salvarsi si trova giustamente in galera, privato della libertà per effetto di una misura cautelare sacrosanta, oltre che - dicevamo - la destituzione dalla polizia. Secondo fatto: a Torino alcune manifestazioni sono sfociate in disordini gravi, nel corso dell’ultima abbiamo visto cosa hanno combinato alcune «personcine a modo» a un poliziotto preso a martellate. Ricapitolando: il poliziotto infedele che ha sparato e ucciso e che - dicono - avesse un martelletto per fare ancor più male (da qui il soprannome Thor) è in galera e senza più la divisa; chi invece mena e martella i poliziotti fedeli al massimo si becca gli arresti domiciliari con l’obbligo di firma.
Ha ragione il capo della polizia quando fa notare che «la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».
Complimenti al prefetto Parisi per l’eleganza istituzionale del linguaggio, ma qui c’è da diventare matti nel cercare il senso di certe scelte compiute dalla magistratura, il quasi doppiopesismo (o chiamatelo voi): com’è possibile non dare il carcere preventivo e dare ancora i domiciliari con obbligo di firma a chi continua a creare disordini nonostante quell’obbligo?
Cinturrino rimane a San Vittore
Il ricorso al Tribunale del Riesame sarà il prossimo passo della difesa di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il suo avvocato, Piero Porciani, impugnerà l’ordinanza con cui il gip Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistenti gravi indizi e concrete esigenze cautelari.
Il giudice Santoro fonda la decisione su tre pilastri: gravità indiziaria, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di reiterazione del reato. Il giudice richiama il «quadro allarmante» emerso dagli atti circa i metodi operativi attribuiti a Cinturrino negli anni precedenti: condotte aggressive, uso abituale della forza, clima di soggezione nel bosco di Rogoredo, episodi riferiti da più persone sentite a sommarie informazioni, tra cui anche frequentatori abituali dell’area. Non si tratta, secondo il gip, di un errore isolato legato a una singola operazione, ma di un modus operandi che - se confermato - dimostrerebbe una pericolosità attuale. La reiterazione, dunque, non viene collegata a un rischio generico, ma alla possibilità concreta che, rimesso in libertà, l’indagato possa tornare a esercitare la propria funzione con modalità ritenute incompatibili con le regole giuridiche e deontologiche. Accanto a questo, Santoro valorizza il pericolo di inquinamento probatorio: la gestione immediatamente successiva allo sparo, il ritardo nell’allertare i soccorsi, la capacità dimostrata di incidere sulla narrazione degli eventi e la circostanza che più agenti abbiano modificato le loro dichiarazioni solo in un secondo momento. Un quadro che, per il giudice, rende il carcere l’unica misura idonea allo stato degli atti.
Nel corso dell’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha ammesso che tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sono passati «una ventina di minuti», spiegando di essere stato «confuso» e «non in me». Ha raccontato di aver chiamato prima via radio e poi il 118 dal cellulare, e di aver posizionato la pistola a circa 15 centimetri dal corpo «per pararmi». Ha sostenuto che i colleghi - in particolare Davide Picciotto - fossero dietro di lui e che «secondo me hanno visto che avevo la pistola», aggiungendo che almeno Picciotto «lo sapeva». Cinturrino ha respinto «ogni infamità», definendo «menzogne» le accuse e sostenendo che il suo tenore di vita è dimostrabile. Ha detto che molti colleghi lo hanno chiamato per esprimere indignazione, di aver sempre lavorato in coppia e fatto arresti con tutti, aggiungendo che «tutti volevano venire in macchina con me». Ha infine negato l’uso di droghe, affermando di bere solo «una birra o un cocktail» quando esce con la fidanzata. Di segno opposto le dichiarazioni rese nei secondi interrogatori del 19 febbraio da Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo (accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso). Picciotto ha raccontato di aver avuto paura che l’assistente capo potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato. Raimondi ha confermato quel clima, affermando che nel bosco «se ne parlava» di «Luca Corvetto» (soprannome di Cinturrino) e che il collega «non era tutto pulito e lineare», pur senza che nessuno avesse mai formalizzato segnalazioni negli anni precedenti. Il capo della polizia Vittorio Pisani ha chiarito che Cinturrino sarà destituito e non può più essere considerato un appartenente alla Polizia, mentre su Rogoredo resta da verificare «la posizione degli altri poliziotti coinvolti», per i quali potrebbero emergere «ulteriori contestazioni». Ha annunciato che l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria, escludendo tensioni tra polizia e magistratura: «Ognuno svolge il proprio ruolo». Sul piano istituzionale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato che «le prime ricostruzioni sono state superate dal lavoro puntuale di polizia e Procura», ringraziando la Questura di Milano per il rigore dimostrato.
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Ansa
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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Nicola Gratteri (Ansa)
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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