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2021-10-28
«Alle imprese familiari servono percorsi su misura contro la crisi»
Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.
In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?
«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale».
Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?
«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare».
Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?
«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».
Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.
«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro».
Come intendete crescere a livello nazionale?
«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra».
Quali strumenti proponete alla clientela?
«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».
La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?
«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire».
Italia indietro nei finanziamenti alle aziende
L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto.
Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri.
Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020.
Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari?
Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa.
Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari.
In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo.
In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa.
L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%.
Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici.
Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech.
Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane.
Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni»
Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia».
D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili».
Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase.
«Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib».
La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
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Il direttore investment banking di Banca Mediolanum Diego Selva: «La pandemia fa selezione fra chi è in salute e vuole ingrandirsi e chi deve ristrutturare. L'obiettivo è trovare la ricetta giusta in base a business e progetti di vita».L'investment banking, che procura liquidità attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni, nel nostro Paese è sotto la media europea. Per gli istituti di credito si tratta di un settore da esplorare. McKinsey: «Più attenzione alle esigenze locali».La fondatrice di Ir top consulting Anna Lambiase: «L'Euronext growth Milan rende più del Ftse mib».Lo speciale contiene tre articoli.Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale». Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare». Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro». Come intendete crescere a livello nazionale?«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra». Quali strumenti proponete alla clientela?«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-indietro-nei-finanziamenti-alle-aziende" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Italia indietro nei finanziamenti alle aziende L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. 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Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020. Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari? Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa. Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari. In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo. In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa. L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%. Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici. Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech. Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anna-lambiase-alle-pmi-la-quotazione-conviene-il-listino-ad-hoc-sopra-i-500-milioni" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni» Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia». D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili». Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase. «Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib». La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
Le immagini dei danni causati dal cedimento del controsoffitto
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