True
2021-10-28
«Alle imprese familiari servono percorsi su misura contro la crisi»
Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.
In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?
«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale».
Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?
«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare».
Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?
«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».
Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.
«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro».
Come intendete crescere a livello nazionale?
«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra».
Quali strumenti proponete alla clientela?
«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».
La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?
«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire».
Italia indietro nei finanziamenti alle aziende
L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto.
Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri.
Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020.
Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari?
Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa.
Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari.
In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo.
In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa.
L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%.
Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici.
Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech.
Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane.
Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni»
Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia».
D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili».
Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase.
«Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib».
La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
Continua a leggereRiduci
Il direttore investment banking di Banca Mediolanum Diego Selva: «La pandemia fa selezione fra chi è in salute e vuole ingrandirsi e chi deve ristrutturare. L'obiettivo è trovare la ricetta giusta in base a business e progetti di vita».L'investment banking, che procura liquidità attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni, nel nostro Paese è sotto la media europea. Per gli istituti di credito si tratta di un settore da esplorare. McKinsey: «Più attenzione alle esigenze locali».La fondatrice di Ir top consulting Anna Lambiase: «L'Euronext growth Milan rende più del Ftse mib».Lo speciale contiene tre articoli.Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale». Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare». Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro». Come intendete crescere a livello nazionale?«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra». Quali strumenti proponete alla clientela?«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-indietro-nei-finanziamenti-alle-aziende" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Italia indietro nei finanziamenti alle aziende L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto. Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri. Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020. Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari? Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa. Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari. In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo. In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa. L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%. Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici. Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech. Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anna-lambiase-alle-pmi-la-quotazione-conviene-il-listino-ad-hoc-sopra-i-500-milioni" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni» Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia». D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili». Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase. «Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib». La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
Continua a leggereRiduci
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
Continua a leggereRiduci