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2021-10-28
«Alle imprese familiari servono percorsi su misura contro la crisi»
Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.
In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?
«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale».
Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?
«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare».
Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?
«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».
Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.
«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro».
Come intendete crescere a livello nazionale?
«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra».
Quali strumenti proponete alla clientela?
«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».
La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?
«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire».
Italia indietro nei finanziamenti alle aziende
L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. Secondo i dati che Refinitiv, uno dei maggiori centri di ricerca sull'investment banking, ha fornito alla Verità, nel 2021 rispetto al 2022 il valore delle operazioni di fusione e acquisizione pensate per far crescere un'impresa e portarvi liquidità è sceso del 12%, quando in Europa la crescita è stata del 46%. Detto in parole povere, in Italia il numero di aggregazioni è calato, mentre nel Vecchio continente il tasso di «matrimoni» è salito. Non solo il valore, ma anche il numero di operazioni non è aumentato alla stessa velocità. In Italia il numero di operazioni, secondo i dati Refinitiv, è salito nel 2021 del 7%, mentre nel Vecchio Continente la crescita è stata del 34%, quasi cinque volte tanto.
Va detto che è tutto il settore a non godere più dello splendore della fine degli anni Novanta. Gli anni d'oro dell'investment banking sono stati infatti il 1999 e il 2000 e, successivamente, il 2006, 2007 e 2008. Gli effetti della crisi sono ben visibili dando uno sguardo ai numeri.
Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020.
Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari?
Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa.
Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari.
In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo.
In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa.
L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%.
Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici.
Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech.
Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane.
Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni»
Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia».
D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili».
Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase.
«Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib».
La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
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Il direttore investment banking di Banca Mediolanum Diego Selva: «La pandemia fa selezione fra chi è in salute e vuole ingrandirsi e chi deve ristrutturare. L'obiettivo è trovare la ricetta giusta in base a business e progetti di vita».L'investment banking, che procura liquidità attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni, nel nostro Paese è sotto la media europea. Per gli istituti di credito si tratta di un settore da esplorare. McKinsey: «Più attenzione alle esigenze locali».La fondatrice di Ir top consulting Anna Lambiase: «L'Euronext growth Milan rende più del Ftse mib».Lo speciale contiene tre articoli.Trovare nuova linfa per le imprese è l'obiettivo di chi opera nell'investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.In che modo l'investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l'investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale». Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?«Chi si rivolge a noi è un'azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l'alimentare». Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?«Noi partiamo sempre dalla relazione con l'imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell'azienda, in modo da trovare l'equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C'è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l'azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro». Come intendete crescere a livello nazionale?«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l'unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un'attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra». Quali strumenti proponete alla clientela?«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l'apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».La pandemia ha rappresentato un'opportunità per l'investment banking?«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-indietro-nei-finanziamenti-alle-aziende" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Italia indietro nei finanziamenti alle aziende L'Italia ha ancora molta strada da fare nel mondo del finanziamento alle imprese, quello che gli addetti ai lavori chiamano investment banking. 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Nel 1999 e nel 2000 in Europa il volume delle operazioni di fusione e acquisizione valeva rispettivamente 1.203 e 1.001 miliardi di dollari con l'Italia che macinava operazioni per 106 e 104 miliardi di dollari, nulla a che vedere con i 40 miliardi del 2021 e i 62 del 2020. Che dire poi del 2007, quando il valore delle operazioni aveva raggiunto quota 1.561 miliardi con l'Italia che raggiungeva quota 123 miliardi di dollari di giro d'affari? Questi dati appaiono ancora più interessanti se si pensa che l'Italia, quanto a società che si occupano di investment banking, risulta essere un polo importante in Europa con 172 banche e boutique finanziarie su un totale europeo di 1.150 compagnie. Pallottoliere alla mano, in Italia è dunque presente il 15% delle società che offrono servizi di finanziamento alle imprese di tutta Europa. Per chi non fosse avvezzo alla materia, il compito delle banche di investimento è quello di finanziare le imprese attraverso operazioni straordinarie come la quotazione in Borsa, la fusione e l'acquisizione di altre società o l'emissione di prestiti obbligazionari. In genere, si tratta di una vera e propria gallina dalle uova d'oro per le banche: secondo i dati Refinitiv, però, anche in questo caso i soldi veri nel settore non si fanno in Italia. Nel Belpaese, infatti, la commissione media per una banca di investimento è del 19%, valore ben più basso rispetto al 32% della media europea. Si tratta di commissioni piuttosto sostanziose se si pensa che solo nel 2021, anno che non si è ancora concluso, in Italia le commissioni totali derivanti dalle operazioni di finanziamento alle imprese hanno raggiunto quota 1,2 miliardi di dollari, ancora troppo poco rispetto ai 22,6 miliardi del mercato europeo. In tutte le categorie l'Italia si muove a un regime di giri inferiore rispetto alla media europea. Le commissioni legate alle operazioni di fusione e acquisizione in Italia valgono in media il 4% contro il 38% del Vecchio continente. Lo stesso vale per le operazioni legate al mondo azionario, dove le commissioni in Italia sono del 29% rispetto al 54% in Europa. L'unico settore dove l'Italia fa meglio dell'Europa è quello delle operazioni che riguardano i prestiti obbligazionari emessi dalle società per finanziarsi. In questo caso la commissione che prendono le banche italiane è doppia rispetto alle omologhe europee: 26% contro un più modesto 13%. Quale sono, dunque, le maggiori aziende che hanno cercato liquidità attraverso l'investment banking? Secondo i dati di Refinitiv, in Italia solo nel 2021 si possono fare i nomi di Falck renewables, Astm, Cerved, A2A, Cedacri, Ermenegildo Zegna, Cattolica assicurazioni, Aviva, Eolo, Open fiber, Retelit, Cargeas e Reno De Medici. Secondo un report di McKinsey sul mondo dell'investment banking, il futuro del settore è quello definire a livello locale i servizi offerti dalle banche. «La clientela», si legge nello studio, «sarà sempre più selettiva nei servizi di consulenza e intermediazione e questo si rifletterà inevitabilmente sul comportamento degli istituti. Finora in Italia le divisioni di capital market & investment banking delle banche internazionali presenti nel Paese hanno fatto tutto, predisponendo di fatto un'offerta standard analoga a quella presente negli altri Paesi», si legge. «Per il futuro ci aspettiamo che il set di prodotti e di servizi venga ridotto e più focalizzato su nicchie specifiche», sottolineano dalla società di consulenza. C'è poi il tema della digitalizzazione che permetterà di migliorare i risultati economici e l'efficienza dei processi, anche sfruttando alleanze con gruppi fintech. Per le banche italiane, insomma, il mondo del finanziamento alle imprese rappresenta ancora una grande opportunità di business, visto che al di fuori dei nostri confini i tassi di crescita delle commissioni sono ben più alti delle medie italiane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziamenti-imprese-italia-2655420365.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anna-lambiase-alle-pmi-la-quotazione-conviene-il-listino-ad-hoc-sopra-i-500-milioni" data-post-id="2655420365" data-published-at="1635414157" data-use-pagination="False"> Anna Lambiase:«Alle Pmi la quotazione conviene Il listino ad hoc sopra i 500 milioni» Il listino delle piccole e medie imprese italiane con la pandemia ha preso il volo. Sono molte le aziende che si affacciano sull'Euronext growth Milan, il mercato che prima si chiamava Aim e che rappresenta un volano per le Pmi che cercano liquidità e visibilità. «Quest'anno, anche grazie alla ripresa dopo la parte più dura della pandemia», spiega Anna Lambiase, ad e fondatrice di Ir top consulting, advisor finanziario che si occupa di accompagnare le aziende in Borsa, «molti investitori si sono trovati con importanti livelli di liquidità. Questo ha permesso a molte società di accelerare il proprio processo di quotazione su Aim, che dal 25 ottobre, è stato denominato Euronext growth Milan, che è arrivato a raccogliere 548 milioni di euro con una crescita rispetto all'anno scorso dell'11%», spiega. «Noi, nel nostro recente Aim investor day, abbiamo affiancato 14 società quotate che rappresentano il 10% dell'intero listino. Nel primo semestre del 2021 queste aziende hanno segnato ricavi in crescita del 43%, con un margine operativo lordo rispetto al fatturato del 19%. È il caso in cui la finanza ha supportato la crescita di queste aziende che hanno saputo reinventare i propri modelli di business durante la pandemia». D'altronde, il listino Euronext growth Milan ha ben chiaro il tipo di aziende che deve attrarre. «Le società che si affacciano sull'Euronext growth Milan spesso operano nel settore della tecnologia o sono comunque caratterizzate da alta componente tecnologica», dice Lambiase. «Hanno in media un fatturato intorno ai 35 milioni di euro. Per ogni operazione di quotazione le aziende raccolgono in media 7 milioni di euro, hanno una capitalizzazione in media pari a 50 milioni di euro e un flottante del 32%». «Il 47% delle operazioni avviene in Lombardia, seguono il Lazio con il 16% e il Veneto con 11%. Oltre alla tecnologia, abbiamo molte aziende attive nel settore della finanza, nei servizi e nelle energie rinnovabili». Del resto, la quotazione non è solo un'operazione di finanza ma «va letta come una modalità per raccogliere capitale, per favorire il finanziamento di progetti innovativi o per aumentare la visibilità delle aziende quotate. È un ecosistema integrato che accelera il processo di crescita e permette alle aziende di tornare sul mercato con una maggiore forza contrattuale, commerciale e patrimoniale», evidenzia Lambiase. «Abbiamo notato che il listino è cambiato tanto negli anni in termini di qualità delle aziende. Si tratta di Pmi molto più sensibili anche alle tematiche di sostenibilità e non solo di profitto. A cambiare sono stati proprio i modelli di business. Noi abbiamo accompagnato oltre 30 aziende verso la quotazione negli ultimi cinque anni e per l'anno prossimo stiamo seguendo già sette società, tra cui una estera, nel percorso di Ipo. Le aziende e gli investitori istituzionali sono interessati perché le performance e dunque i rendimenti su Euronext growth Milan si sono dimostrati più alti, in media, anche di altri indici come il Ftse mib». La quotazione è stata un acceleratore per le aziende. «Ha permesso di crescere ulteriormente diventando ancora più attraenti per gli investitori», spiega la manager, «Noi siamo la società che guida il processo di quotazione sul mercato. Affianchiamo le Pmi nella stesura del piano industriale, nella definizione del posizionamento strategico sul mercato dei capitali e nel dialogo con gli investitori fino al momento in cui suona la tradizionale campanella e il titolo inizia a essere scambiato», conclude l'ad di Ir top consulting.
Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.