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2018-05-24
Superata l’interrogazione del Colle. Conte: «Sarò l’avvocato degli italiani»
Giuseppe Conte è premier (incaricato), e ora sì che l'Italia vive una svolta che si può definire storica senza cadere nella retorica. Il capo del governo legastellato fa il suo ingresso al Quirinale alle 17 e 27 di ieri. Alle 13 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo aveva convocato dopo aver «espressamente chiesto» (in modo irrituale), per l'ultima volta, a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di «confermare la proposta di conferimento dell'incarico per la formazione del governo al professor Giuseppe Conte», come da nota del Quirinale diffusa in mattinata. I «ragazzi», Di Maio e Salvini, avevano confermato, e per Conte si era quasi spianata la strada che conduce a Palazzo Chigi. Conte arriva con tre minuti di anticipo, in taxi: «Era tranquillo», racconta il tassista, «l'ho preso al volo a Corso Vittorio». Conte, completo scuro senza pochette, sguardo concentrato, per la prima volta stringe la mano al capo dello Stato. Una novità assoluta nella storia della Repubblica: i due non si erano mai visti, i primi minuti servono per sciogliere il ghiaccio. Convenevoli: Mattarella chiede a Conte della sua terra di origine, la Puglia, e del suo paese natale di 403 abitanti, Volturara Appula, in provincia di Foggia, al confine con la Campania.
Il colloquio tra Conte e Mattarella dura due ore: lunghissimo. Il capo dello Stato ricorda a Conte, minuziosamente, le responsabilità di indirizzo politico del presidente del Consiglio dei ministri. Mattarella chiarisce più volte a Conte che dei ministri parlerà con lui, e solo con lui. Scruta il premier incaricato, cerca di cogliere ogni sfumatura nelle sue parole, nei suoi sguardi. Il capo dello Stato non ha mai nascosto le sue perplessità sul modo in cui Conte è stato presentato agli italiani dai leader del M5s e della Lega: un esecutore, un garante della realizzazione dei punti inseriti nel contratto di governo.
Conte annuisce, rassicura Mattarella, dice al presidente della Repubblica di essere pienamente consapevole della responsabilità che lo attende. Il colloquio, cordiale, vira poi sulla necessità di mantenere gli impegni con l'Europa e con gli alleati della Nato. Il capo dello Stato manifesta a Conte le sue preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici, sulle imminenti scadenze europee, sul quadro politico internazionale. Mattarella tiene moltissimo all'unità nazionale, torna sulle origini pugliesi di Conte per sottolineare la necessità di tenere alta l'attenzione sui problemi del Sud. Il premier ascolta con estrema attenzione ogni parola del capo dello Stato. Giuseppe Conte, il docente con «il cuore che batte a sinistra», allievo prediletto del notissimo giurista Guido Alpa, assicura il suo massimo impegno per le aree più disagiate del Paese.
Alle 19 e 21, il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, annuncia: «Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito al professor Giuseppe Conte l'incarico di formare il governo. Il professor Conte ha accettato con riserva». È quasi fatta: il M5s è al governo, insieme alla Lega. Il nuovo bipolarismo italiano è in rampa di lancio: quello tra M5s e Lega è un accordo di legislatura, destinato inevitabilmente, al di là delle frasi di rito, a saldare l'alleanza tra Di Maio e Salvini.
Conte esce dal colloquio con Mattarella, pronuncia il suo discorso da premier incaricato: «Sono professore e avvocato», dice Conte, «ho perorato cause di varie persone e ora difendo l'interesse degli italiani in tutte le sedi. Dialogando con le istituzioni europee con gli altri Paesi mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano. Sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo dell'impegno e della responsabilità». «Con il presidente della Repubblica», aggiunge, emozionatissimo, «abbiamo parlato della fase impegnativa e delicata e delle sfide che ci attendono e di cui sono consapevole così come sono consapevole di confermare la collocazione internazionale ed europea dell'Italia». «Il programma di governo», continua Conte, «si baserà sul contratto presentato dalle due forze politiche. Quello che si appresta a nascere è il governo del cambiamento. Se riuscirò a portare a compimento l'incarico, esporrò alle Camere un programma basato sulle intese intercorse tra le forze politiche di maggioranza. Il governo», scandisce Conte, «dovrà cimentarsi da subito con i negoziati in corso, sul bilancio europeo, sulla riforma del diritto di asilo e il completamento dell'unione bancaria: è mio intendimento impegnare a fondo l'esecutivo su questo, costruendo le alleanze opportune e operando affinchè la direzione di marcia tuteli e rifletta gli interessi nazionali. Nei prossimi giorni», conclude Giuseppe Conte, «tornerò dal presidente della Repubblica per sciogliere la riserva e in caso di esito positivo per sottoporgli la lista dei ministri; non vedo l'ora di iniziare a lavorare sul serio». Poi lascia il Colle, per incontrare i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. La prossima settimana, tra martedì e mercoledì, il governo Conte potrebbe essere alle Camere per ottenere la fiducia.
Il designato c’è, la pace fra pentastellati ancora no
Paolo Savona era stato avvicinato e tenuto in ghiaccio anche dal M5s, assieme a Giulio Sapelli. Portati entrambi da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio nelle stesse ore, a una cena lontano da occhi indiscreti. Ed erano piaciuti entrambi, gli anziani economisti eterodossi ed euroscettici, ai vertici del Movimento. Poi i loro nomi li ha avanzati la Lega di Matteo Salvini. Qualcuno potrà dire che i due prof hanno giocato su due tavoli, ma sarebbe una malignità. La realtà è che, se si salta la generazione dei Borghi e dei Bagnai, in Italia non sono molti gli ultrasettantenni a essere euroscettici.
Sapelli è stato «bruciato» come premier la scorsa settimana, anche dal proprio comportamento ritenuto un po' fuori le righe dal M5s. Savona invece dovrebbe farcela a sedersi sulla poltrona che fu di Giulio Tremonti, nonostante gli abbiano scatenato contro una tempesta finanziaria.
Certo, l'Italia è un posto dove conta di più non contraddire il governatore della Banca d'Italia e applaudire rapiti alle sue considerazioni finali del 31 maggio, che non avere una libertà di pensiero suffragata dai titoli accademici. Se che l'euro «è la rovina dell'Italia» lo dicono due premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, ci si volta dall'altra parte. Se un po' di scetticismo sull'eurozona invece lo esprime un economista, diventa un appestato. E Savona lo ha espresso. Non solo, ma nei mesi scorsi l'ex amico di Francesco Cossiga aveva anche rotto con il governatore Ignazio Visco sulla ricetta per gestire le troppe crisi bancarie. Lega e M5s lo hanno saputo e questa è stata una medaglia, ai loro occhi. Così che fonti grilline spiegano: «Il barrage su Savona sembra estero, ma è molto italiano. Anzi, molto romano». Al tempo stesso, in casa pentastellata fanno notare come sia stato rimandato al mittente l'invito a Di Maio (e Salvini) a farsi da parte, «per non fare ombra al professor Conte». Di Maio avrebbe anche fatto un passo indietro, rinunciando a due ministeri di peso come Sviluppo economico e Lavoro, ma ha capito che sarebbe passato per un «impresentabile». E poi in autunno ci saranno partite occupazionali epocali, a cominciare dalle voci, arrivate a Di Maio negli ultimi giorni, che vogliono Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler, intento a cercare alleanze nel Far East dalle ricadute italiane tutte da verificare. Per non parlare del fatto che nel Mise ci sono anche le deleghe alle telecomunicazioni e alle tv, che per il capo del M5s vuol dire avere in mano partite come Telecom-Vivendi e Mediaset-Vivendi.
Medesimo discorso di «troppo ingombro» per il capo del Carroccio, che avendo la scorza più dura del socio campano, ci ha pensato due secondi e si è messo a ridere. Il Viminale lo aspetta e già sui richiedenti asilo si apprezzerà la forza della svolta. Quella del fare «gli interessi degli italiani», come dice Conte, affidandolo a un negoziatore che si presenta come «l'avvocato degli italiani», con un rimando al Cav che suona beffardo.
Certo, tra i seguaci di Beppe Grillo non si sono ancora placate tutte le tensioni. Lo si è capito ieri dal fatto che un uomo mite come il senatore Emilio Carelli, ai microfoni della Rai, abbia detto: «Conte? Non escludo possa saltare». Un peccato contro la fede in piena regola, se non fosse un uomo religioso e con incarichi di responsabilità alla Libera Università Santissima Maria Assunta. Elio Lannutti, Paola Nugnes e gli altri che nelle ultime 48 ore avevano manifestato perplessità contro alcuni nomi, accostati a grembiulini e altre allegre lobby, sarebbero stati invitati dal capo della comunicazione Rocco Casalino a «moderare i termini». Ricevendone risposte irripetibili. Inavvicinabile, invece, Alessandro Di Battista, che dalle vacanze si è sobbarcato il lavoro sporco. «Mattarella non vada contro gli italiani», ha detto di buon mattino. Suo padre Vittorio si era spinto oltre, dando al capo dello Stato «un consiglio a costo zero: vada a rileggere le vicende della Bastiglia, ma quelle successive alla presa». A parte il regicidio, entrambi sono stati accusati di tutto dal Pd e dalle altre forze rimaste a guardare.
Francesco Bonazzi
La Lega fa quadrato sul suo prof e tiene in tasca il jolly Giorgetti
«Teniamo duro su Paolo Savona al ministero dell'Economia». Sono passate da poco le tre del pomeriggio a Montecitorio quando il segretario della Lega, Matteo Salvini, istruisce deputati e senatori sulle prossime mosse politiche. L'incontro avviene a poche ore di distanza dalla decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di convocare l'avvocato Giuseppe Conte al Quirinale per affidargli l'incarico di formare un nuovo governo. Salvini tiene il punto su questo economista della Prima Repubblica, già ministro dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato durante il governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi tra 1992 e 1993. La Lega non fa marcia indietro, anche se proprio ieri correva voce che il leader di centrodestra avrebbe potuto anche cedere (e andare, forse, in Cdp) nel caso in cui il Tesoro fosse affidato a Giancarlo Giorgetti, la mente economica leghista. Sono subito arrivate le smentite. Salvini stesso ha ribadito pubblicamente di puntare sul profilo di Savona, («Non ci possono essere veti se ci sono idee che mettono al centro gli interessi degli italiani»). Il quadro però è in costante mutamento. E non è ancora detto che proprio su Savona la Lega possa puntare i piedi fino a rompere con il M5s.
Di certo non è una novità che al Quirinale - soprattutto in ambienti diplomatici (ieri l'ambasciatore francese ha fatto visita al presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati) - vedano Savona come uno spauracchio anti Europa. L'ex ministro del governo Ciampi - che ieri ha lasciato l'incarico di presidente della Euklid ltd, base a Londra e del fondo Euklid di cui era manager con sede in Lussemburgo - non ha mai nascosto le sue antipatie per la Germania. Già nel 1992 era critico nei confronti dei trattati di Maastricht, ma è spesso stato critico soprattutto sul ruolo del cancelliere Angela Merkel: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l'idea di imporla militarmente» ha spiegato più volte. Sono posizioni che stanno facendo tremare le diplomazie di mezza Europa, ma su cui Salvini non vuole fare passi indietro, anche per dare un segnale forte per un esecutivo che il Carroccio vuole sostenere insieme con il M5s.
Su ministeri e sottosegretari le trattative sono ancora in corso. A quanto pare Giorgetti non ha ancora una collocazione precisa. Lo stesso Salvini non ne ha parlato con deputati e senatori. Nei soliti corridoi di Montecitorio c'è chi sostiene possa andare agli Esteri (qui è in corsa anche il diplomatico e 007 Giampiero Massolo) o persino alla Difesa, dove c'è invece chi vede ancora bene Guido Crosetto di Fdi. Quest'ultimo proprio ieri ha annunciato di aver dato le dimissioni da parlamentare, colpa del doppio incarico da presidente dell'Aiad (Federazione di Confindustria delle aziende italiane per aerospazio, difesa e sicurezza): il Parlamento potrebbe respingerle. Altre indiscrezioni danno Giorgetti come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Di sicuro al momento, sulle liste dei ministri, in mano allo stesso Conte, ci sono Luigi Di Maio e lo stesso Salvini. Il primo è dato al ministero dello Sviluppo economico, mentre il secondo all'Interno. Che i due possano essere i vice di Conte non è ancora certo. Per trovare l'accordo le caselle potrebbero cambiare nelle prossime ore. Di sicuro un ruolo di spessore dovrebbe averlo Lorenzo Fontana, papabile sia per il ministero della Difesa sia come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ci sarà Gian Marco Centinaio, capogruppo al Senato che potrebbe avere le deleghe a Cultura o Turismo. Un posto dovrebbe ritagliarselo anche Stefano Candiani, quotato per l'Agricoltura.
Parallela alla partita su ministeri e sottosegretari si inizia a parlare anche dei capi di gabinetto, dal momento che i grillini non avrebbero personale politico all'altezza. L'uomo forte che si sta muovendo in queste ore è Vincenzo Fortunato, vero grand commis di Stato, già capo di gabinetto ministeriale più longevo della storia, capace di cavalcare indenne governi di destra, sinistra e persino tecnici. Già numero uno del ministero di Giulio Tremonti, poi di Antonio Di Pietro, quindi di nuovo di Tremonti, dopodiché di Mario Monti e infine di Vittorio Grillini, avrebbe già dato la disponibilità per tornare in sella con la sua squadra, i fidi Carlo Deodato e Giuseppe Chinè. C'è ancora tempo per puntellare il nuovo esecutivo. Nel frattempo Salvini, con i parlamentari, ha preso le distanze dal centrodestra. Ora il modello da seguire è quello che ha vinto in Valle D'Aosta.
Alessandro De Rold
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Al docente l'incarico dopo due ore con Sergio Mattarella: «Il mio programma si baserà sul contratto gialloblù». Smentiti i terroristi: «Confermo la collocazione europea dell'Italia». Giuramento forse martedì o mercoledì.La svolta sul premier non sana le divisioni interne. I Di Battista, padre e figlio, attaccano il presidente della Repubblica: «Sarà come la Bastiglia».Ribadita la linea su via XX Settembre. Vincenzo Fortunato guida la pattuglia dei grand commis.Lo speciale contiene tre articoli.Giuseppe Conte è premier (incaricato), e ora sì che l'Italia vive una svolta che si può definire storica senza cadere nella retorica. Il capo del governo legastellato fa il suo ingresso al Quirinale alle 17 e 27 di ieri. Alle 13 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo aveva convocato dopo aver «espressamente chiesto» (in modo irrituale), per l'ultima volta, a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di «confermare la proposta di conferimento dell'incarico per la formazione del governo al professor Giuseppe Conte», come da nota del Quirinale diffusa in mattinata. I «ragazzi», Di Maio e Salvini, avevano confermato, e per Conte si era quasi spianata la strada che conduce a Palazzo Chigi. Conte arriva con tre minuti di anticipo, in taxi: «Era tranquillo», racconta il tassista, «l'ho preso al volo a Corso Vittorio». Conte, completo scuro senza pochette, sguardo concentrato, per la prima volta stringe la mano al capo dello Stato. Una novità assoluta nella storia della Repubblica: i due non si erano mai visti, i primi minuti servono per sciogliere il ghiaccio. Convenevoli: Mattarella chiede a Conte della sua terra di origine, la Puglia, e del suo paese natale di 403 abitanti, Volturara Appula, in provincia di Foggia, al confine con la Campania.Il colloquio tra Conte e Mattarella dura due ore: lunghissimo. Il capo dello Stato ricorda a Conte, minuziosamente, le responsabilità di indirizzo politico del presidente del Consiglio dei ministri. Mattarella chiarisce più volte a Conte che dei ministri parlerà con lui, e solo con lui. Scruta il premier incaricato, cerca di cogliere ogni sfumatura nelle sue parole, nei suoi sguardi. Il capo dello Stato non ha mai nascosto le sue perplessità sul modo in cui Conte è stato presentato agli italiani dai leader del M5s e della Lega: un esecutore, un garante della realizzazione dei punti inseriti nel contratto di governo. Conte annuisce, rassicura Mattarella, dice al presidente della Repubblica di essere pienamente consapevole della responsabilità che lo attende. Il colloquio, cordiale, vira poi sulla necessità di mantenere gli impegni con l'Europa e con gli alleati della Nato. Il capo dello Stato manifesta a Conte le sue preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici, sulle imminenti scadenze europee, sul quadro politico internazionale. Mattarella tiene moltissimo all'unità nazionale, torna sulle origini pugliesi di Conte per sottolineare la necessità di tenere alta l'attenzione sui problemi del Sud. Il premier ascolta con estrema attenzione ogni parola del capo dello Stato. Giuseppe Conte, il docente con «il cuore che batte a sinistra», allievo prediletto del notissimo giurista Guido Alpa, assicura il suo massimo impegno per le aree più disagiate del Paese. Alle 19 e 21, il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, annuncia: «Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito al professor Giuseppe Conte l'incarico di formare il governo. Il professor Conte ha accettato con riserva». È quasi fatta: il M5s è al governo, insieme alla Lega. Il nuovo bipolarismo italiano è in rampa di lancio: quello tra M5s e Lega è un accordo di legislatura, destinato inevitabilmente, al di là delle frasi di rito, a saldare l'alleanza tra Di Maio e Salvini.Conte esce dal colloquio con Mattarella, pronuncia il suo discorso da premier incaricato: «Sono professore e avvocato», dice Conte, «ho perorato cause di varie persone e ora difendo l'interesse degli italiani in tutte le sedi. Dialogando con le istituzioni europee con gli altri Paesi mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano. Sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo dell'impegno e della responsabilità». «Con il presidente della Repubblica», aggiunge, emozionatissimo, «abbiamo parlato della fase impegnativa e delicata e delle sfide che ci attendono e di cui sono consapevole così come sono consapevole di confermare la collocazione internazionale ed europea dell'Italia». «Il programma di governo», continua Conte, «si baserà sul contratto presentato dalle due forze politiche. Quello che si appresta a nascere è il governo del cambiamento. Se riuscirò a portare a compimento l'incarico, esporrò alle Camere un programma basato sulle intese intercorse tra le forze politiche di maggioranza. Il governo», scandisce Conte, «dovrà cimentarsi da subito con i negoziati in corso, sul bilancio europeo, sulla riforma del diritto di asilo e il completamento dell'unione bancaria: è mio intendimento impegnare a fondo l'esecutivo su questo, costruendo le alleanze opportune e operando affinchè la direzione di marcia tuteli e rifletta gli interessi nazionali. Nei prossimi giorni», conclude Giuseppe Conte, «tornerò dal presidente della Repubblica per sciogliere la riserva e in caso di esito positivo per sottoporgli la lista dei ministri; non vedo l'ora di iniziare a lavorare sul serio». Poi lascia il Colle, per incontrare i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. 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Qualcuno potrà dire che i due prof hanno giocato su due tavoli, ma sarebbe una malignità. La realtà è che, se si salta la generazione dei Borghi e dei Bagnai, in Italia non sono molti gli ultrasettantenni a essere euroscettici. Sapelli è stato «bruciato» come premier la scorsa settimana, anche dal proprio comportamento ritenuto un po' fuori le righe dal M5s. Savona invece dovrebbe farcela a sedersi sulla poltrona che fu di Giulio Tremonti, nonostante gli abbiano scatenato contro una tempesta finanziaria. Certo, l'Italia è un posto dove conta di più non contraddire il governatore della Banca d'Italia e applaudire rapiti alle sue considerazioni finali del 31 maggio, che non avere una libertà di pensiero suffragata dai titoli accademici. Se che l'euro «è la rovina dell'Italia» lo dicono due premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, ci si volta dall'altra parte. Se un po' di scetticismo sull'eurozona invece lo esprime un economista, diventa un appestato. E Savona lo ha espresso. Non solo, ma nei mesi scorsi l'ex amico di Francesco Cossiga aveva anche rotto con il governatore Ignazio Visco sulla ricetta per gestire le troppe crisi bancarie. Lega e M5s lo hanno saputo e questa è stata una medaglia, ai loro occhi. Così che fonti grilline spiegano: «Il barrage su Savona sembra estero, ma è molto italiano. Anzi, molto romano». Al tempo stesso, in casa pentastellata fanno notare come sia stato rimandato al mittente l'invito a Di Maio (e Salvini) a farsi da parte, «per non fare ombra al professor Conte». Di Maio avrebbe anche fatto un passo indietro, rinunciando a due ministeri di peso come Sviluppo economico e Lavoro, ma ha capito che sarebbe passato per un «impresentabile». E poi in autunno ci saranno partite occupazionali epocali, a cominciare dalle voci, arrivate a Di Maio negli ultimi giorni, che vogliono Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler, intento a cercare alleanze nel Far East dalle ricadute italiane tutte da verificare. Per non parlare del fatto che nel Mise ci sono anche le deleghe alle telecomunicazioni e alle tv, che per il capo del M5s vuol dire avere in mano partite come Telecom-Vivendi e Mediaset-Vivendi. Medesimo discorso di «troppo ingombro» per il capo del Carroccio, che avendo la scorza più dura del socio campano, ci ha pensato due secondi e si è messo a ridere. Il Viminale lo aspetta e già sui richiedenti asilo si apprezzerà la forza della svolta. Quella del fare «gli interessi degli italiani», come dice Conte, affidandolo a un negoziatore che si presenta come «l'avvocato degli italiani», con un rimando al Cav che suona beffardo. Certo, tra i seguaci di Beppe Grillo non si sono ancora placate tutte le tensioni. Lo si è capito ieri dal fatto che un uomo mite come il senatore Emilio Carelli, ai microfoni della Rai, abbia detto: «Conte? Non escludo possa saltare». Un peccato contro la fede in piena regola, se non fosse un uomo religioso e con incarichi di responsabilità alla Libera Università Santissima Maria Assunta. Elio Lannutti, Paola Nugnes e gli altri che nelle ultime 48 ore avevano manifestato perplessità contro alcuni nomi, accostati a grembiulini e altre allegre lobby, sarebbero stati invitati dal capo della comunicazione Rocco Casalino a «moderare i termini». Ricevendone risposte irripetibili. Inavvicinabile, invece, Alessandro Di Battista, che dalle vacanze si è sobbarcato il lavoro sporco. «Mattarella non vada contro gli italiani», ha detto di buon mattino. Suo padre Vittorio si era spinto oltre, dando al capo dello Stato «un consiglio a costo zero: vada a rileggere le vicende della Bastiglia, ma quelle successive alla presa». A parte il regicidio, entrambi sono stati accusati di tutto dal Pd e dalle altre forze rimaste a guardare. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/superata-linterrogazione-del-colle-conte-saro-lavvocato-degli-italiani-2571463718.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-lega-fa-quadrato-sul-suo-prof-e-tiene-in-tasca-il-jolly-giorgetti" data-post-id="2571463718" data-published-at="1778704696" data-use-pagination="False"> La Lega fa quadrato sul suo prof e tiene in tasca il jolly Giorgetti «Teniamo duro su Paolo Savona al ministero dell'Economia». Sono passate da poco le tre del pomeriggio a Montecitorio quando il segretario della Lega, Matteo Salvini, istruisce deputati e senatori sulle prossime mosse politiche. L'incontro avviene a poche ore di distanza dalla decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di convocare l'avvocato Giuseppe Conte al Quirinale per affidargli l'incarico di formare un nuovo governo. Salvini tiene il punto su questo economista della Prima Repubblica, già ministro dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato durante il governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi tra 1992 e 1993. La Lega non fa marcia indietro, anche se proprio ieri correva voce che il leader di centrodestra avrebbe potuto anche cedere (e andare, forse, in Cdp) nel caso in cui il Tesoro fosse affidato a Giancarlo Giorgetti, la mente economica leghista. Sono subito arrivate le smentite. Salvini stesso ha ribadito pubblicamente di puntare sul profilo di Savona, («Non ci possono essere veti se ci sono idee che mettono al centro gli interessi degli italiani»). Il quadro però è in costante mutamento. E non è ancora detto che proprio su Savona la Lega possa puntare i piedi fino a rompere con il M5s. Di certo non è una novità che al Quirinale - soprattutto in ambienti diplomatici (ieri l'ambasciatore francese ha fatto visita al presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati) - vedano Savona come uno spauracchio anti Europa. L'ex ministro del governo Ciampi - che ieri ha lasciato l'incarico di presidente della Euklid ltd, base a Londra e del fondo Euklid di cui era manager con sede in Lussemburgo - non ha mai nascosto le sue antipatie per la Germania. Già nel 1992 era critico nei confronti dei trattati di Maastricht, ma è spesso stato critico soprattutto sul ruolo del cancelliere Angela Merkel: «La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l'idea di imporla militarmente» ha spiegato più volte. Sono posizioni che stanno facendo tremare le diplomazie di mezza Europa, ma su cui Salvini non vuole fare passi indietro, anche per dare un segnale forte per un esecutivo che il Carroccio vuole sostenere insieme con il M5s. Su ministeri e sottosegretari le trattative sono ancora in corso. A quanto pare Giorgetti non ha ancora una collocazione precisa. Lo stesso Salvini non ne ha parlato con deputati e senatori. Nei soliti corridoi di Montecitorio c'è chi sostiene possa andare agli Esteri (qui è in corsa anche il diplomatico e 007 Giampiero Massolo) o persino alla Difesa, dove c'è invece chi vede ancora bene Guido Crosetto di Fdi. Quest'ultimo proprio ieri ha annunciato di aver dato le dimissioni da parlamentare, colpa del doppio incarico da presidente dell'Aiad (Federazione di Confindustria delle aziende italiane per aerospazio, difesa e sicurezza): il Parlamento potrebbe respingerle. Altre indiscrezioni danno Giorgetti come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Di sicuro al momento, sulle liste dei ministri, in mano allo stesso Conte, ci sono Luigi Di Maio e lo stesso Salvini. Il primo è dato al ministero dello Sviluppo economico, mentre il secondo all'Interno. Che i due possano essere i vice di Conte non è ancora certo. Per trovare l'accordo le caselle potrebbero cambiare nelle prossime ore. Di sicuro un ruolo di spessore dovrebbe averlo Lorenzo Fontana, papabile sia per il ministero della Difesa sia come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ci sarà Gian Marco Centinaio, capogruppo al Senato che potrebbe avere le deleghe a Cultura o Turismo. Un posto dovrebbe ritagliarselo anche Stefano Candiani, quotato per l'Agricoltura. Parallela alla partita su ministeri e sottosegretari si inizia a parlare anche dei capi di gabinetto, dal momento che i grillini non avrebbero personale politico all'altezza. L'uomo forte che si sta muovendo in queste ore è Vincenzo Fortunato, vero grand commis di Stato, già capo di gabinetto ministeriale più longevo della storia, capace di cavalcare indenne governi di destra, sinistra e persino tecnici. Già numero uno del ministero di Giulio Tremonti, poi di Antonio Di Pietro, quindi di nuovo di Tremonti, dopodiché di Mario Monti e infine di Vittorio Grillini, avrebbe già dato la disponibilità per tornare in sella con la sua squadra, i fidi Carlo Deodato e Giuseppe Chinè. C'è ancora tempo per puntellare il nuovo esecutivo. Nel frattempo Salvini, con i parlamentari, ha preso le distanze dal centrodestra. Ora il modello da seguire è quello che ha vinto in Valle D'Aosta.Alessandro De Rold
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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