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2021-04-28
Sulla riforma fiscale le carte le dà l’Aula. Tocca al centrodestra impedire il salasso
Mario Draghi (Ansa)
Uscendo - almeno in parte, come vedremo - dalla vaghezza a cui il premier ci ha purtroppo abituato in materia di Recovery plan, Mario Draghi è stato ieri un po' più preciso sullo specifico capitolo della riforma fiscale. O meglio: non sui relativi contenuti, su cui pesano come spade di Damocle gli interrogativi sollevati ieri dalla Verità in particolare sul catasto, ma quanto meno sul metodo e sui tempi che il primo ministro ipotizza per l'approvazione dei cambiamenti in materia di tasse.
Ecco le frasi esatte di Draghi, che poi cercheremo di decodificare: «La riforma del fisco fa parte di quell'insieme di riforme che, sebbene non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, devono accompagnarne l'attuazione». E ancora: «Per riformare il sistema fiscale è auspicabile una ampia condivisione politica. Il governo si è impegnato a presentare una legge delega entro il 31 luglio 2021». Conclusione: «È presto per dare risposte su quale sarà la riforma del fisco. È essenziale che il lavoro del Parlamento giunga a compimento e che vengano fornite indicazioni politiche quanto più condivise e puntuali possibili». Questo ragionamento va sviscerato almeno sotto tre punti di vista.
Primo: Draghi ammette che qui non siamo al cuore del Recovery plan, ma stiamo parlando di riforme di accompagnamento. Ergo: più che mai, sta alla politica italiana compiere uno scatto d'orgoglio. Sarebbe paradossale se, per una specie di sindrome di Stoccolma, si portasse nell'ambito delle procedure «ricattatorie» europee ciò che non fa parte del pacchetto ristretto su cui la vigilanza di Bruxelles è più occhiuta. Almeno su questo dovremmo tenerci le mani libere: la riforma fiscale non può e non deve essere assoggettata al metodo quasi da «commissione d'esame» con cui Bruxelles seguirà il Recovery, e meno che mai al pernicioso meccanismo di alert con cui un altro Paese (con modalità ancora da definire) può obiettare all'altrui esecuzione del piano, fermando le relative erogazioni.
Secondo: Draghi ammette la necessità di una «ampia condivisione politica». Con realismo, il premier si rende conto che l'eterogeneità partitica e culturale della sua maggioranza mal si concilia con l'atto più politico (e quindi naturaliter più «divisivo» di tutti), e cioè decidere quanto lo Stato debba prelevare dai contribuenti, da chi e su cosa. Da che mondo è mondo, sta qui il cuore delle differenze politiche.
Terzo: il governo presenterà un disegno di legge delega entro luglio. Qui urge una piccola precisazione costituzionale. Come si sa, la funzione legislativa (scrivere leggi) è appannaggio delle Camere. Il governo può - per così dire - sottrarla al Parlamento, ma con precisi limiti, solo in due casi. Il primo (e non è questo il nostro caso), in situazioni di necessità e urgenza, è il decreto legge (articolo 77 della Costituzione): immediatamente operativo, ma bisognoso entro 60 giorni di un'approvazione parlamentare (la conversione in legge). Il secondo (ed è il nostro caso: e così si sono in genere fatte le riforme fiscali) è il decreto legislativo (articolo 76): in questo caso, il meccanismo si inverte. Prima il Parlamento vara una legge (la cosiddetta legge delega), che indica al governo la materia, i tempi e soprattutto i principi e criteri direttivi a cui l'esecutivo dovrà attenersi. Poi il governo vara i decreti legislativi (detti anche «delegati»). E infine il Parlamento dà un parere su quei decreti.
Può accadere che la legge delega (quella che indica materia, tempi, e principi e criteri direttivi) sia di iniziativa parlamentare, oppure, secondo il preannuncio di Draghi, sia di iniziativa governativa: in questo caso, è lo stesso governo a proporre alle Camere un disegno di legge delega. Ma poi l'iter è quello che abbiamo appena descritto: approvazione del ddl in entrambi i rami del Parlamento (con tutti i passaggi necessari affinché Camera e Senato approvino esattamente lo stesso testo), poi varo dei decreti delegati, e così via.
Il lettore avrà già compreso che siamo davanti a un'operazione tutt'altro che breve. E che anzi richiede, in particolare dalle due commissioni Finanze di Montecitorio e Palazzo Madama, un ampio e doveroso approfondimento. Nessun blitz, nessuna forzatura, nessun colpo di mano può essere ammesso. In tempi normali, tutto l'iter richiede ragionevolmente un biennio.
E ciò ci consente di tornare dal metodo al merito, e quindi alle gravi e motivatissime preoccupazioni di contenuto espresse ieri dalla Verità, in particolare rispetto alla bomba della revisione dei valori catastali degli immobili. Dentro e fuori il perimetro della maggioranza, il centrodestra avrà non solo il dovere, ma anche la possibilità di battersi contro accelerazioni innaturali, contro balle anti contribuenti (a partire dal miraggio della mitica «invarianza di gettito» in tema di riforma del catasto, che purtroppo non esclude affatto che qualcuno venga stangato) e contro prepotenze politiche. Che sarebbero un'eccellente ragione per chiedere di porre fine a governo e legislatura.
Corsa a ostacoli per leggi e decreti
Mario Draghi la butta sul ridere: «Certo, sono già tanti a maggio» gli interventi normativi previsti dal Pnrr. E l'Aula di Montecitorio accoglie la battuta con un applauso. Ma la tensione inevitabilmente salirà. Entro la fine del 2021, ci sono da mettere in cantiere diverse riforme di vastissima portata: semplificazioni, Pa, giustizia, fisco, concorrenza, appalti, ambiente. E ogni capitolo si regge su un'architettura complessa, fatta di leggi delega, lunghe discussioni parlamentari e decreti attuativi. Entro l'estate, infatti, dovrebbe arrivare il primo anticipo dei fondi del Recovery, circa 25 miliardi. Ma il 70% di queste risorse andrà impiegato entro il 2022. Le altre tranche saranno poi erogate in relazione agli obiettivi raggiunti dall'Italia.
Il maggio di fuoco anticipato da Draghi servirà anzitutto a definire la struttura che gestirà i finanziamenti e monitorerà l'avanzamento delle opere: una cabina di regia in capo a Palazzo Chigi e il Mef in guisa di vigilante. Poi, il gioco si farà duro: ci sarà, infatti, da licenziare il decreto sulle semplificazioni (urbanistica, edilizia, per i contratti pubblici). In questo quadro, s'inserirà anche la revisione delle norme sugli appalti, con una legge delega che dovrebbe arrivare entro l'autunno o la fine del 2021, in previsione dei decreti attuativi, da ultimare entro i primi sei mesi del 2022. Senza dimenticare che, stando a Vittorio Colao, in 30-45 giorni l'esecutivo dovrebbe completare le mappature 5G (l'obiettivo è la banda ultralarga in tutt'Italia per il 2026).
A giugno, sarà la volta dell'intervento sui regolamenti in materia di anticorruzione. A luglio, toccherà alla legge annuale sulla concorrenza, che peraltro dovrebbe intervenire su questioni potenzialmente esplosive, come la revisione di tutto il sistema degli incentivi alle imprese. Ma ci sarà da discutere anche del nuovo assegno unico alle famiglie. Quindi, si arriverà al nodo della riforma fiscale. Un argomento sul quale Matteo Salvini ha già promesso che darà battaglia: «Non lascio l'esecutivo nelle mani del partito delle tasse». Il clima diventerà incandescente, visto che, per com'è impostato, il Pnrr lascia presagire che l'intento dell'esecutivo sia di introdurre una (ennesima) patrimoniale sugli immobili, con la scusa dell'alleggerimento delle tasse gravanti sul lavoro. Insomma, un proposito nobile, perseguito con mezzi disastrosi.
Anche l'autunno, però, si preannuncia caldo. Oltre alla legge delega in materia di appalti, bisognerà infatti prendere di petto la questione delle norme ambientali e della giustizia, foriera di altrettanti potenziali casus belli. Il ministro Marta Cartabia, infatti, vuole accontentare le richieste di Bruxelles e rimediare al pasticcio sulla prescrizione combinato dal Movimento 5 stelle. Il quale potrebbe accontentarsi di piantare la bandierina dell'enorme flusso di denaro riservato alla transizione ecologica, oppure insistere affinché non si taglino i ponti con la calamitosa eredità di Alfonso Bonafede. L'auspicio è di arrivare a un compromesso entro settembre, per avere in mano, esattamente un anno più tardi, tutti i decreti attuativi.
Prima di fine anno, poi, dovrebbe arrivare una legge delega sulla riforma della Pa, a proposito della quale andrà superato lo scoglio dei concorsi. E ovviamente, tutto il percorso potrebbe essere minato da incidenti parlamentari: eventuali interventi sui sostegni, la legge Zan e, naturalmente, la prossima legge di bilancio. Draghi, peraltro, dovrà fidarsi della buona lena del Parlamento. Una legge delega presuppone un'abbondanza di passaggi nelle commissioni e nelle due Camere, prima che l'Aula licenzi i testi e la palla torni all'esecutivo, per i decreti attuativi. E, a proposito di Pa, servirebbe una macchina amministrativa in stile teutonico, calibrata sullo sprint più che sulla lunga marcia. In sostanza, arrivare in tempo sarebbe già la prima, epocale riforma.
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Il premier vuole la delega per luglio: il Parlamento sarà centrale e potrà scongiurare patrimoniali e altri assalti al contribuente.Cronoprogramma serrato per attuare il documento: a maggio bisogna validare cabina di regia e semplificazioni, poi norme su concorrenza, appalti, Pa, giustizia.Lo speciale contiene due articoli.Uscendo - almeno in parte, come vedremo - dalla vaghezza a cui il premier ci ha purtroppo abituato in materia di Recovery plan, Mario Draghi è stato ieri un po' più preciso sullo specifico capitolo della riforma fiscale. O meglio: non sui relativi contenuti, su cui pesano come spade di Damocle gli interrogativi sollevati ieri dalla Verità in particolare sul catasto, ma quanto meno sul metodo e sui tempi che il primo ministro ipotizza per l'approvazione dei cambiamenti in materia di tasse. Ecco le frasi esatte di Draghi, che poi cercheremo di decodificare: «La riforma del fisco fa parte di quell'insieme di riforme che, sebbene non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, devono accompagnarne l'attuazione». E ancora: «Per riformare il sistema fiscale è auspicabile una ampia condivisione politica. Il governo si è impegnato a presentare una legge delega entro il 31 luglio 2021». Conclusione: «È presto per dare risposte su quale sarà la riforma del fisco. È essenziale che il lavoro del Parlamento giunga a compimento e che vengano fornite indicazioni politiche quanto più condivise e puntuali possibili». Questo ragionamento va sviscerato almeno sotto tre punti di vista. Primo: Draghi ammette che qui non siamo al cuore del Recovery plan, ma stiamo parlando di riforme di accompagnamento. Ergo: più che mai, sta alla politica italiana compiere uno scatto d'orgoglio. Sarebbe paradossale se, per una specie di sindrome di Stoccolma, si portasse nell'ambito delle procedure «ricattatorie» europee ciò che non fa parte del pacchetto ristretto su cui la vigilanza di Bruxelles è più occhiuta. Almeno su questo dovremmo tenerci le mani libere: la riforma fiscale non può e non deve essere assoggettata al metodo quasi da «commissione d'esame» con cui Bruxelles seguirà il Recovery, e meno che mai al pernicioso meccanismo di alert con cui un altro Paese (con modalità ancora da definire) può obiettare all'altrui esecuzione del piano, fermando le relative erogazioni. Secondo: Draghi ammette la necessità di una «ampia condivisione politica». Con realismo, il premier si rende conto che l'eterogeneità partitica e culturale della sua maggioranza mal si concilia con l'atto più politico (e quindi naturaliter più «divisivo» di tutti), e cioè decidere quanto lo Stato debba prelevare dai contribuenti, da chi e su cosa. Da che mondo è mondo, sta qui il cuore delle differenze politiche. Terzo: il governo presenterà un disegno di legge delega entro luglio. Qui urge una piccola precisazione costituzionale. Come si sa, la funzione legislativa (scrivere leggi) è appannaggio delle Camere. Il governo può - per così dire - sottrarla al Parlamento, ma con precisi limiti, solo in due casi. Il primo (e non è questo il nostro caso), in situazioni di necessità e urgenza, è il decreto legge (articolo 77 della Costituzione): immediatamente operativo, ma bisognoso entro 60 giorni di un'approvazione parlamentare (la conversione in legge). Il secondo (ed è il nostro caso: e così si sono in genere fatte le riforme fiscali) è il decreto legislativo (articolo 76): in questo caso, il meccanismo si inverte. Prima il Parlamento vara una legge (la cosiddetta legge delega), che indica al governo la materia, i tempi e soprattutto i principi e criteri direttivi a cui l'esecutivo dovrà attenersi. Poi il governo vara i decreti legislativi (detti anche «delegati»). E infine il Parlamento dà un parere su quei decreti. Può accadere che la legge delega (quella che indica materia, tempi, e principi e criteri direttivi) sia di iniziativa parlamentare, oppure, secondo il preannuncio di Draghi, sia di iniziativa governativa: in questo caso, è lo stesso governo a proporre alle Camere un disegno di legge delega. Ma poi l'iter è quello che abbiamo appena descritto: approvazione del ddl in entrambi i rami del Parlamento (con tutti i passaggi necessari affinché Camera e Senato approvino esattamente lo stesso testo), poi varo dei decreti delegati, e così via. Il lettore avrà già compreso che siamo davanti a un'operazione tutt'altro che breve. E che anzi richiede, in particolare dalle due commissioni Finanze di Montecitorio e Palazzo Madama, un ampio e doveroso approfondimento. Nessun blitz, nessuna forzatura, nessun colpo di mano può essere ammesso. In tempi normali, tutto l'iter richiede ragionevolmente un biennio. E ciò ci consente di tornare dal metodo al merito, e quindi alle gravi e motivatissime preoccupazioni di contenuto espresse ieri dalla Verità, in particolare rispetto alla bomba della revisione dei valori catastali degli immobili. Dentro e fuori il perimetro della maggioranza, il centrodestra avrà non solo il dovere, ma anche la possibilità di battersi contro accelerazioni innaturali, contro balle anti contribuenti (a partire dal miraggio della mitica «invarianza di gettito» in tema di riforma del catasto, che purtroppo non esclude affatto che qualcuno venga stangato) e contro prepotenze politiche. 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E ogni capitolo si regge su un'architettura complessa, fatta di leggi delega, lunghe discussioni parlamentari e decreti attuativi. Entro l'estate, infatti, dovrebbe arrivare il primo anticipo dei fondi del Recovery, circa 25 miliardi. Ma il 70% di queste risorse andrà impiegato entro il 2022. Le altre tranche saranno poi erogate in relazione agli obiettivi raggiunti dall'Italia. Il maggio di fuoco anticipato da Draghi servirà anzitutto a definire la struttura che gestirà i finanziamenti e monitorerà l'avanzamento delle opere: una cabina di regia in capo a Palazzo Chigi e il Mef in guisa di vigilante. Poi, il gioco si farà duro: ci sarà, infatti, da licenziare il decreto sulle semplificazioni (urbanistica, edilizia, per i contratti pubblici). In questo quadro, s'inserirà anche la revisione delle norme sugli appalti, con una legge delega che dovrebbe arrivare entro l'autunno o la fine del 2021, in previsione dei decreti attuativi, da ultimare entro i primi sei mesi del 2022. Senza dimenticare che, stando a Vittorio Colao, in 30-45 giorni l'esecutivo dovrebbe completare le mappature 5G (l'obiettivo è la banda ultralarga in tutt'Italia per il 2026). A giugno, sarà la volta dell'intervento sui regolamenti in materia di anticorruzione. A luglio, toccherà alla legge annuale sulla concorrenza, che peraltro dovrebbe intervenire su questioni potenzialmente esplosive, come la revisione di tutto il sistema degli incentivi alle imprese. Ma ci sarà da discutere anche del nuovo assegno unico alle famiglie. Quindi, si arriverà al nodo della riforma fiscale. Un argomento sul quale Matteo Salvini ha già promesso che darà battaglia: «Non lascio l'esecutivo nelle mani del partito delle tasse». Il clima diventerà incandescente, visto che, per com'è impostato, il Pnrr lascia presagire che l'intento dell'esecutivo sia di introdurre una (ennesima) patrimoniale sugli immobili, con la scusa dell'alleggerimento delle tasse gravanti sul lavoro. Insomma, un proposito nobile, perseguito con mezzi disastrosi. Anche l'autunno, però, si preannuncia caldo. Oltre alla legge delega in materia di appalti, bisognerà infatti prendere di petto la questione delle norme ambientali e della giustizia, foriera di altrettanti potenziali casus belli. Il ministro Marta Cartabia, infatti, vuole accontentare le richieste di Bruxelles e rimediare al pasticcio sulla prescrizione combinato dal Movimento 5 stelle. Il quale potrebbe accontentarsi di piantare la bandierina dell'enorme flusso di denaro riservato alla transizione ecologica, oppure insistere affinché non si taglino i ponti con la calamitosa eredità di Alfonso Bonafede. L'auspicio è di arrivare a un compromesso entro settembre, per avere in mano, esattamente un anno più tardi, tutti i decreti attuativi. Prima di fine anno, poi, dovrebbe arrivare una legge delega sulla riforma della Pa, a proposito della quale andrà superato lo scoglio dei concorsi. E ovviamente, tutto il percorso potrebbe essere minato da incidenti parlamentari: eventuali interventi sui sostegni, la legge Zan e, naturalmente, la prossima legge di bilancio. Draghi, peraltro, dovrà fidarsi della buona lena del Parlamento. Una legge delega presuppone un'abbondanza di passaggi nelle commissioni e nelle due Camere, prima che l'Aula licenzi i testi e la palla torni all'esecutivo, per i decreti attuativi. E, a proposito di Pa, servirebbe una macchina amministrativa in stile teutonico, calibrata sullo sprint più che sulla lunga marcia. In sostanza, arrivare in tempo sarebbe già la prima, epocale riforma.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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