Stretta sulla pubblicità elettorale con la scusa di ingerenze straniere
Sandro Gozi (Imagoeconomica)
Gli annunci politici dovranno essere etichettati. Divieto di sponsorizzazioni estere.

Il leviatano europeo emette una nuova legge. Sono le norme sulla trasparenza della pubblicità elettorale, sia online sia offline, approvate ieri dalla plenaria di Strasburgo del Parlamento europeo. L’eurodeputato Sandro Gozi era il relatore. Nel gergo «europeese»: rapporteur. È un regolamento immediatamente esecutivo e vincolante per tutti i Paesi membri. Non ci saranno cioè margini a livello nazionale per rendere la normativa più o meno stringente come invece accade con le direttive. Il documento votato ieri è infatti stato preventivamente condiviso dal Parlamento con la Commissione e il Consiglio Ue. Nel primo organo ci stanno i commissari e nel secondo i governi. È la bizantina procedura detta trilogo perché vede appunto coinvolti i tre organi nessuno dei quali ha pieno potere legislativo. Sia mai che qualcuno possa capirci qualcosa sul sistema di funzionamento di questa astrusa macchina.

Il regolamento bolle infatti in pentola da quasi tre anni. È stato licenziato per la prima volta dalla Commissione il 25 novembre 2021. All’organismo guidato da Ursula von der Leyen spetta infatti l’iniziativa legislativa con la produzione della prima bozza. Avendo però il Parlamento europeo nel frattempo votato quel documento con alcuni emendamenti, si è di conseguenza aperto e alla fine concluso il trilogo dove è stata concordata una nuova bozza. E ieri Strasburgo ha dato luce verde a questa proposta approvata a larga maggioranza con 470 voti favorevoli, 50 contrari e 105 astenuti. Fra questi gli eurodeputati della Lega, unici a non aver sostenuto l’approvazione del provvedimento assieme alla deputata Francesca Donato fuoriuscita dal Carroccio (e attualmente annoverata fra i «non iscritti») che ha votato contro. «Ci siamo astenuti perché il testo è stato molto migliorato rispetto alla formulazione originaria grazie alle obiezioni formulate dai governi nazionali rappresentati dal Consiglio Ue durante il trilogo. Non sono state accolte però tutte le nostre osservazioni critiche. Siamo ovviamente d’accordo sullo spirito del provvedimento, in sé nobile: accrescere la trasparenza della pubblicità elettorale», rileva Marco Campomenosi, capodelegazione a Bruxelles e Strasburgo della pattuglia leghista. Si è infatti ridotto il campo di applicazione della normativa grazie alla quale la pubblicità politica dovrà essere chiaramente etichettata. Cittadini, autorità e giornalisti saranno in grado di risalire facilmente a informazioni fondamentali quali chi e quanto ha pagato e a quale consultazione la pubblicità è collegata. Le relative informazioni saranno consultabili in un archivio pubblico online. La norma mira, infine, a limitare l’ingerenza straniera nelle consultazioni elettorali europee. La sponsorizzazione di annunci pubblicitari provenienti da Paesi extra Ue sarà infatti vietata nei tre mesi precedenti un’elezione o un referendum. Altro obiettivo della norma sarebbe quello di proteggere gli elettori da manipolazioni, come nel caso della pubblicità politica online basata sui dati personali. Questa sarà possibile solo previo consenso esplicito e separato.

Peccato però ci siano malandrini dettagli che invece esentano alcuni privilegiati da questi tipi di vincoli in quanto la loro comunicazione sarebbe di tipo istituzionale ed esclusivamente finalizzata a incentivare comportamenti virtuosi da parte degli elettori quali, ad esempio, recarsi alle urne. «La Commissione Ue ha a disposizione un budget di 25 milioni di euro da spendere in annunci promozionali che di fatto diventano una vetrina per il commissario che li promuove. Sarebbe stato doveroso che fosse specificato chiaramente che quelle iniziative sono pagate con i soldi dei contribuenti europei e quindi italiani, visto che il nostro Paese è un contributore netto al bilancio dell’Unione essendo maggiore l’importo di ciò che versa rispetto a quello che riceve. Ma così non è stato e quindi abbiamo deciso di astenersi».

Il provvedimento sulla trasparenza elettorale è nato contemporaneamente al Digital service act già in vigore dallo scorso agosto. Anche questo provvedimento all’apparenza nobile in realtà nasconde neanche troppo una voglia matta di censura. I cosiddetti «trusted flaggers» potranno infatti decidere se ciò che viene postato sulle piattaforme social da un qualsiasi utente sarà o meno una fake news. Il risultato è che molti social, per non avere rogne con la Commissione Ue, finiranno nel dubbio per rimuovere contenuti. Con tanti saluti alla libertà di informazione. Credono di voler fare gli Stati Uniti d’Europa, ma al momento siamo arrivati all’Unione Sovietica Europea.

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