True
2026-04-08
«Stranger Things»: la comunità che salva
(Netflix). Nel riquadro, il saggio di Vincenzo Notaro, «Sottosopra. Il mondo dopo "Stranger Things" tra declino e destino»
La serie rielabora e risemantizza, in maniera significativa e originale, il cinema e le fiction anni Ottanta, sia sul piano iconografico e musicale, sia su quello narrativo e temporale, recuperando gli archetipi formali e affettivi dell’epoca, e portandoli a dialogare con le sensibilità contemporanee, conferendo alla narrazione una struttura che è al tempo stesso familiare e perturbante, riconoscibile e instabile, nostalgica e parimenti inquietante.
Ambientata nella cittadina fittizia di Hawkins, in Indiana, la trama di Stranger Things si articola attorno a un gruppo di preadolescenti e adolescenti che si trovano progressivamente coinvolti in eventi di natura paranormale e scientificamente anomala, connessi a esperimenti governativi segreti, ambiente dal quale emergono sia la protagonista, la cavia 011 - Undici, una bambina dotata di poteri psichici -, sia il villain Vecna - Henry Creel, che si scoprirà poi essere la cavia 001. La trasformazione di quest’ultimo lo porterà a fondersi con un’entità oscura e maligna proveniente da un’altra dimensione, il Mind Flayer - letteralmente «scorticatore di menti» -, così battezzato dal gruppo di eroi che dovrà fronteggiarlo. È proprio questa dimensione aliena, che irrompe come oscura alterità, a sconvolgere progressivamente la realtà ordinaria di Hawkins, aprendo l’accesso al cosiddetto Sottosopra, origine di conseguenze sempre più inquietanti, destabilizzanti e catastrofiche. […]
Dagli «eroi improbabili» di Stranger Things forse possiamo trarre più di quanto immaginiamo. È evidente che in essi operi un intenso slancio comunitario, eppure la loro coesione non è basata sull’identità, sono un gruppo fin troppo eterogeneo di «eroi irriducibili», affratellati però da un orizzonte di senso condiviso, una responsabilità comune, un’esigenza destinale entrata nella loro vita come trauma. Osservano una gerarchia spontanea, agiscono con ciò che rimediano, molti di loro sono impreparati, ma nessuno manca di rispondere con coraggio e ardore alla chiamata del destino. I loro piani d’azione sono improvvisati e multifattoriali da risultare imprevedibili e inarginabili, poiché la loro forza coesiva è ontologicamente eccedente. Non osservano ubbidienza a ruoli, sono perfino indisciplinati, commettono un’infinità di errori tattici e strategici, si disperdono, vengono continuamente divisi dalle forze nemiche, ma ritrovano sempre il centro nella comunità, perché è la loro unica via di salvezza. La loro lealtà è riposta in maniera totale nel senso comunitario, fa loro anteporre il bene comune a qualsiasi cosa, fa loro rischiare e sacrificare la propria vita per la comunità: è ciò che li trasforma in nuovi miti e li eterna in un destino che può solo essere salvifico.
Perché il male non vince mai. Non perché non può, ma perché non vuole vincere. Sarebbe una soluzione, una pacificazione disfunzionale all’ambiente tensivo di contagio che gli fornisce nutrimento. Ma, al netto di questioni teologiche, il perché gli eroi di Stranger Things possono fornirci materiale di riflessione sta nel fatto che sono un esempio molto più realistico di qualsivoglia teorizzazione di quel che accade quando il male irrompe nel mondo e fa saltare tutti gli argini e gli ordini prestabiliti. In un regime di sospensione dell’ordinario crollano le identità. A questo punto si può agire in due modi: cercare di restaurarle - più o meno inefficacemente -, o trovare il modo di far funzionare le differenze - le irriducibilità - proiettandosi in una sfida meno confortante, che ci pone dinanzi all’ignoto, per affrontare un nemico più grande, più informe e più profondo di ogni nostra immaginazione, dinanzi al quale ogni essere umano deve sentirsi chiamato a fare la sua parte, a improvvisare, a resistere, a trovare soluzioni inedite. Il tempo di difendere gli argini è andato, e anche questa è una fine, un trauma che richiede elaborazione.
Se ancora non ce ne siamo accorti, siamo già in un regime di sospensione dell’ordinario, sospensione dell’umanità, sospensione della vitalità. Tutto ciò che abbiamo esaminato è solo l’ennesimo sintomo di una malattia che è già irrotta nelle nostre vite e a forza di non curarla siamo qui ad analizzarne le deliranti scaturigini. Dal punto in cui siamo non c’è ritorno. Potrebbe persino sembrare che il male ci abbia fatto scacco matto. Dunque, cosa possiamo fare? Come abbiamo visto, l’unica forma di comunità che si contrappone alla logica neoliberale è quella identitaria. In termini di pars destruens, essa vede limpidamente il problema. Eppure nella pars costruens può ricadere in schemi oppositivi entro i quali il male ontologico continua a prosperare. Allora quale comunità può risolvere la crisi contemporanea? Una comunità identitaria che sappia trascendere in «comunità destinale» e, dinanzi allo stadio terminale della dissoluzione contemporanea, sappia attraversarne i traumi senza ricadere in contraddizioni né offrire ulteriore disponibilità alla disgregazione prodotta dalla grande palude neoliberale. Una comunità destinale che sappia assumersi la responsabilità di un’azione mitopoietica nell’elaborare forme di convivenza e di cooriginarietà sostenibili, fornendo all’umanità strumenti di comprensione e di attraversamento delle ambiguità del reale e non dispositivi di scontro ideologico.
Anzitutto, la comunità destinale dovrà essere anti-opposizionista, non definirsi per inclusione né per esclusione. Né aperta, né chiusa in via di principio, dovrà operare una «dischiusura» del possibile. Non può strutturarsi per negazione, ma per generazione, il suo nucleo di coesione può essere dato solo dalla missione per la comunità e non dalla mobilitazione contro il nemico. […] Una comunità inverante, la cui prassi spirituale sarà rifare sacro il mondo. Poiché lo spirito è ovunque nella materia. È nel bosco e nel deserto, è perfino nelle città, nella tecnologia, e finanche nella palude: la grazia assume solo forme diverse in risposta alla nostra capacità di riceverla. La superficie è sempre eccesso di profondità, la trascendenza può solo incarnarsi per inverarsi nella sua eccedenza di senso.
E ciò che eccede disaliena, rende sensata la vita. Lo spirito non è «altrove», ma soprattutto non è mai solo «qui». Una comunità mitopoietica, capace di generare nuovi miti, che anzi se ne assuma il peso e la responsabilità e nel farlo si senta legittimata da una necessità destinale di trasformazione. Perché il passato non ha bisogno della custodia di nessuno, ma di essere vivificato in forme nuove.
Continua a leggereRiduci
La popolare serie Netflix propone il modello di un gruppo di «eroi improbabili»: dei ragazzini disorganizzati e impreparati ma che riescono lo stesso ad affrontare il male grazie a uno slancio collettivo e a un senso istintivo e non dogmatico del sacro.Stranger Things è una serie televisiva statunitense ideata, scritta e prodotta dai fratelli Matt e Ross Duffer, distribuita dalla piattaforma Netflix a partire dal 15 luglio 2016, collocandosi fin dalle origini in un punto di convergenza tra sci-fi, horror e coming-of-age drama. La serie rielabora e risemantizza, in maniera significativa e originale, il cinema e le fiction anni Ottanta, sia sul piano iconografico e musicale, sia su quello narrativo e temporale, recuperando gli archetipi formali e affettivi dell’epoca, e portandoli a dialogare con le sensibilità contemporanee, conferendo alla narrazione una struttura che è al tempo stesso familiare e perturbante, riconoscibile e instabile, nostalgica e parimenti inquietante. Ambientata nella cittadina fittizia di Hawkins, in Indiana, la trama di Stranger Things si articola attorno a un gruppo di preadolescenti e adolescenti che si trovano progressivamente coinvolti in eventi di natura paranormale e scientificamente anomala, connessi a esperimenti governativi segreti, ambiente dal quale emergono sia la protagonista, la cavia 011 - Undici, una bambina dotata di poteri psichici -, sia il villain Vecna - Henry Creel, che si scoprirà poi essere la cavia 001. La trasformazione di quest’ultimo lo porterà a fondersi con un’entità oscura e maligna proveniente da un’altra dimensione, il Mind Flayer - letteralmente «scorticatore di menti» -, così battezzato dal gruppo di eroi che dovrà fronteggiarlo. È proprio questa dimensione aliena, che irrompe come oscura alterità, a sconvolgere progressivamente la realtà ordinaria di Hawkins, aprendo l’accesso al cosiddetto Sottosopra, origine di conseguenze sempre più inquietanti, destabilizzanti e catastrofiche. […] Dagli «eroi improbabili» di Stranger Things forse possiamo trarre più di quanto immaginiamo. È evidente che in essi operi un intenso slancio comunitario, eppure la loro coesione non è basata sull’identità, sono un gruppo fin troppo eterogeneo di «eroi irriducibili», affratellati però da un orizzonte di senso condiviso, una responsabilità comune, un’esigenza destinale entrata nella loro vita come trauma. Osservano una gerarchia spontanea, agiscono con ciò che rimediano, molti di loro sono impreparati, ma nessuno manca di rispondere con coraggio e ardore alla chiamata del destino. I loro piani d’azione sono improvvisati e multifattoriali da risultare imprevedibili e inarginabili, poiché la loro forza coesiva è ontologicamente eccedente. Non osservano ubbidienza a ruoli, sono perfino indisciplinati, commettono un’infinità di errori tattici e strategici, si disperdono, vengono continuamente divisi dalle forze nemiche, ma ritrovano sempre il centro nella comunità, perché è la loro unica via di salvezza. La loro lealtà è riposta in maniera totale nel senso comunitario, fa loro anteporre il bene comune a qualsiasi cosa, fa loro rischiare e sacrificare la propria vita per la comunità: è ciò che li trasforma in nuovi miti e li eterna in un destino che può solo essere salvifico. Perché il male non vince mai. Non perché non può, ma perché non vuole vincere. Sarebbe una soluzione, una pacificazione disfunzionale all’ambiente tensivo di contagio che gli fornisce nutrimento. Ma, al netto di questioni teologiche, il perché gli eroi di Stranger Things possono fornirci materiale di riflessione sta nel fatto che sono un esempio molto più realistico di qualsivoglia teorizzazione di quel che accade quando il male irrompe nel mondo e fa saltare tutti gli argini e gli ordini prestabiliti. In un regime di sospensione dell’ordinario crollano le identità. A questo punto si può agire in due modi: cercare di restaurarle - più o meno inefficacemente -, o trovare il modo di far funzionare le differenze - le irriducibilità - proiettandosi in una sfida meno confortante, che ci pone dinanzi all’ignoto, per affrontare un nemico più grande, più informe e più profondo di ogni nostra immaginazione, dinanzi al quale ogni essere umano deve sentirsi chiamato a fare la sua parte, a improvvisare, a resistere, a trovare soluzioni inedite. Il tempo di difendere gli argini è andato, e anche questa è una fine, un trauma che richiede elaborazione. Se ancora non ce ne siamo accorti, siamo già in un regime di sospensione dell’ordinario, sospensione dell’umanità, sospensione della vitalità. Tutto ciò che abbiamo esaminato è solo l’ennesimo sintomo di una malattia che è già irrotta nelle nostre vite e a forza di non curarla siamo qui ad analizzarne le deliranti scaturigini. Dal punto in cui siamo non c’è ritorno. Potrebbe persino sembrare che il male ci abbia fatto scacco matto. Dunque, cosa possiamo fare? Come abbiamo visto, l’unica forma di comunità che si contrappone alla logica neoliberale è quella identitaria. In termini di pars destruens, essa vede limpidamente il problema. Eppure nella pars costruens può ricadere in schemi oppositivi entro i quali il male ontologico continua a prosperare. Allora quale comunità può risolvere la crisi contemporanea? Una comunità identitaria che sappia trascendere in «comunità destinale» e, dinanzi allo stadio terminale della dissoluzione contemporanea, sappia attraversarne i traumi senza ricadere in contraddizioni né offrire ulteriore disponibilità alla disgregazione prodotta dalla grande palude neoliberale. Una comunità destinale che sappia assumersi la responsabilità di un’azione mitopoietica nell’elaborare forme di convivenza e di cooriginarietà sostenibili, fornendo all’umanità strumenti di comprensione e di attraversamento delle ambiguità del reale e non dispositivi di scontro ideologico. Anzitutto, la comunità destinale dovrà essere anti-opposizionista, non definirsi per inclusione né per esclusione. Né aperta, né chiusa in via di principio, dovrà operare una «dischiusura» del possibile. Non può strutturarsi per negazione, ma per generazione, il suo nucleo di coesione può essere dato solo dalla missione per la comunità e non dalla mobilitazione contro il nemico. […] Una comunità inverante, la cui prassi spirituale sarà rifare sacro il mondo. Poiché lo spirito è ovunque nella materia. È nel bosco e nel deserto, è perfino nelle città, nella tecnologia, e finanche nella palude: la grazia assume solo forme diverse in risposta alla nostra capacità di riceverla. La superficie è sempre eccesso di profondità, la trascendenza può solo incarnarsi per inverarsi nella sua eccedenza di senso. E ciò che eccede disaliena, rende sensata la vita. Lo spirito non è «altrove», ma soprattutto non è mai solo «qui». Una comunità mitopoietica, capace di generare nuovi miti, che anzi se ne assuma il peso e la responsabilità e nel farlo si senta legittimata da una necessità destinale di trasformazione. Perché il passato non ha bisogno della custodia di nessuno, ma di essere vivificato in forme nuove.
A Cornate d’Adda scatta l’Alps Open, apertura italiana del tour 2026 con oltre 130 professionisti. In Lombardia il golf vale fino a 185 milioni di euro tra circoli, turismo ed eventi, e si rafforza come leva strategica per attrarre investimenti e valorizzare il territorio.
Nel cuore della Lombardia, tra il verde del Parco dell’Adda e un sistema economico sempre più attento alla leva sportiva, il golf torna protagonista. Da domani all’11 aprile il Villa Paradiso Alps Open inaugura la stagione italiana dell’Alps Tour, portando sul campo del Golf Club Villa Paradiso oltre 130 professionisti provenienti da diversi Paesi.
L’appuntamento, aperto al pubblico, si inserisce in una strategia più ampia che vede Assolombarda puntare sul golf non solo come disciplina sportiva, ma come strumento di promozione territoriale e occasione di sviluppo economico. Il torneo rientra infatti nel progetto Open Horizons: Lombardia, Capitale del Golf, pensato per rafforzare il posizionamento della regione come punto di riferimento nazionale e internazionale del settore. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale. Secondo lo studio L’indotto del golf in Lombardia, il valore complessivo generato oscilla tra i 165 e i 185 milioni di euro. Una cifra che tiene insieme più livelli: dai ricavi diretti dei circoli, stimati tra 59 e 62 milioni, fino all’impatto turistico, che rappresenta la quota più consistente con un range tra 103 e 118 milioni. Più contenuto, ma comunque significativo, il contributo legato alla vendita di attrezzature e abbigliamento, mentre i grandi eventi continuano a incidere, con l’Open d’Italia che in regione vale tra 8 e 9 milioni a edizione.
La Lombardia, del resto, è già oggi il principale polo golfistico italiano. Con 65 circoli affiliati alla Federazione Italiana Golf — pari al 18% del totale nazionale — e oltre 26 mila tesserati, quasi un terzo dei golfisti italiani, la regione si colloca davanti a realtà consolidate come Piemonte, Veneto e Lazio.
In questo contesto, il progetto Open Horizons mira a costruire una rete stabile tra istituzioni, club e imprese. L’obiettivo è quello di trasformare il golf in un sistema integrato capace di generare valore lungo tutta la filiera: dallo sport al turismo, fino alle relazioni economiche. Un’impostazione che punta a superare la dimensione puramente sportiva, per diventare leva strategica di attrattività. Accanto al circuito professionistico, si muove anche il calendario dedicato al mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi è partita infatti l’edizione 2026 del Assolombarda Golf Tour, un percorso in cinque tappe che toccherà alcuni dei principali circoli lombardi e farà nuovamente tappa proprio al Villa Paradiso l’8 maggio. Un’iniziativa che ha recentemente ottenuto un riconoscimento agli Italian Golf Awards, premiata per il suo rilievo nazionale tra i circuiti a brand golfistico.
Il filo conduttore resta lo stesso: utilizzare il golf come piattaforma di connessione, capace di mettere in relazione sport, territorio e impresa. Un modello che, almeno in Lombardia, sta provando a trasformare una disciplina di nicchia in un asset economico sempre più strutturato.
Continua a leggereRiduci
A sinistra Giampaolo Ricci, capitano dell'Olimopia Milano. A destra Haley Bugeja, attaccante dell'Inter femminile
Dal 7 al 12 aprile il Csi Milano lancia Fuori Rosa, mobilitazione contro la violenza di genere. Coinvolte oltre 650 società sportive e atleti di Serie A. Un gesto simbolico sui campi e una campagna social per promuovere rispetto e consapevolezza.
Nel mondo dello sport, dove il linguaggio è spesso quello della competizione, arriva un messaggio che va oltre il risultato. Dal 7 al 12 aprile il Centro Sportivo Italiano di Milano chiama a raccolta società, atleti e appassionati per una mobilitazione contro la violenza di genere. Il nome scelto è diretto: Fuori Rosa: la violenza di genere non si convoca.
L’iniziativa si sviluppa soprattutto sui social, ma coinvolge concretamente i campi e le palestre di tutta la provincia. Oltre 650 società sportive affiliate al comitato milanese sono invitate a partecipare con un gesto simbolico: esporre un cartellino rosa prima delle partite o durante gli allenamenti, condividendo immagini e contenuti per ribadire un concetto semplice — la violenza non ha spazio, nemmeno nello sport. A dare visibilità alla campagna è anche un video che riunisce volti noti di discipline diverse. Dal calcio femminile con Lavinia Tornaghi e Haley Bugeja, al basket con Giampaolo Ricci, fino al volley con Damiano Catania e Tommaso Ichino. Sport diversi, un’unica presa di posizione: rompere il silenzio.
Dietro la mobilitazione c’è un tema che resta urgente. Secondo i dati più recenti dell’Istat, in Italia oltre 6 milioni di donne hanno subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Un fenomeno che riguarda anche da vicino il territorio lombardo e che chiama in causa non solo le istituzioni, ma l’intera società.
Per il Csi Milano, lo sport ha un ruolo che va oltre l’attività agonistica. Ogni giorno, nei campi e negli oratori, passa un’idea di educazione che coinvolge migliaia di giovani. È su questo terreno che si inserisce Fuori Rosa, con l’obiettivo di trasformare una settimana di sensibilizzazione in un percorso più ampio e continuo. La campagna rientra infatti nelle Giornate a Tema, un progetto con cui alcune giornate di campionato vengono dedicate a questioni sociali ritenute centrali. In questo caso, il focus è sulla prevenzione e sul riconoscimento della violenza di genere, anche attraverso strumenti concreti messi a disposizione delle società sportive. A supporto dell’iniziativa, il comitato milanese ha attivato una collaborazione con la Rete Antiviolenza Milano e con la Rete Artemide, che hanno contribuito con materiali informativi e di supporto. L’obiettivo è rendere le comunità sportive più consapevoli e preparate ad affrontare situazioni di violenza, dentro e fuori dai contesti agonistici.
Il messaggio, alla fine, è lineare: lo sport non può restare neutrale. In una realtà che coinvolge oltre 100 mila atleti e centinaia di società solo nell’area milanese, la scelta è quella di utilizzare il campo come spazio educativo, capace di trasmettere valori che vanno oltre il gioco.
Continua a leggereRiduci