Stranger Things è una serie televisiva statunitense ideata, scritta e prodotta dai fratelli Matt e Ross Duffer, distribuita dalla piattaforma Netflix a partire dal 15 luglio 2016, collocandosi fin dalle origini in un punto di convergenza tra sci-fi, horror e coming-of-age drama.
La serie rielabora e risemantizza, in maniera significativa e originale, il cinema e le fiction anni Ottanta, sia sul piano iconografico e musicale, sia su quello narrativo e temporale, recuperando gli archetipi formali e affettivi dell’epoca, e portandoli a dialogare con le sensibilità contemporanee, conferendo alla narrazione una struttura che è al tempo stesso familiare e perturbante, riconoscibile e instabile, nostalgica e parimenti inquietante.
Ambientata nella cittadina fittizia di Hawkins, in Indiana, la trama di Stranger Things si articola attorno a un gruppo di preadolescenti e adolescenti che si trovano progressivamente coinvolti in eventi di natura paranormale e scientificamente anomala, connessi a esperimenti governativi segreti, ambiente dal quale emergono sia la protagonista, la cavia 011 - Undici, una bambina dotata di poteri psichici -, sia il villain Vecna - Henry Creel, che si scoprirà poi essere la cavia 001. La trasformazione di quest’ultimo lo porterà a fondersi con un’entità oscura e maligna proveniente da un’altra dimensione, il Mind Flayer - letteralmente «scorticatore di menti» -, così battezzato dal gruppo di eroi che dovrà fronteggiarlo. È proprio questa dimensione aliena, che irrompe come oscura alterità, a sconvolgere progressivamente la realtà ordinaria di Hawkins, aprendo l’accesso al cosiddetto Sottosopra, origine di conseguenze sempre più inquietanti, destabilizzanti e catastrofiche. […]
Dagli «eroi improbabili» di Stranger Things forse possiamo trarre più di quanto immaginiamo. È evidente che in essi operi un intenso slancio comunitario, eppure la loro coesione non è basata sull’identità, sono un gruppo fin troppo eterogeneo di «eroi irriducibili», affratellati però da un orizzonte di senso condiviso, una responsabilità comune, un’esigenza destinale entrata nella loro vita come trauma. Osservano una gerarchia spontanea, agiscono con ciò che rimediano, molti di loro sono impreparati, ma nessuno manca di rispondere con coraggio e ardore alla chiamata del destino. I loro piani d’azione sono improvvisati e multifattoriali da risultare imprevedibili e inarginabili, poiché la loro forza coesiva è ontologicamente eccedente. Non osservano ubbidienza a ruoli, sono perfino indisciplinati, commettono un’infinità di errori tattici e strategici, si disperdono, vengono continuamente divisi dalle forze nemiche, ma ritrovano sempre il centro nella comunità, perché è la loro unica via di salvezza. La loro lealtà è riposta in maniera totale nel senso comunitario, fa loro anteporre il bene comune a qualsiasi cosa, fa loro rischiare e sacrificare la propria vita per la comunità: è ciò che li trasforma in nuovi miti e li eterna in un destino che può solo essere salvifico.
Perché il male non vince mai. Non perché non può, ma perché non vuole vincere. Sarebbe una soluzione, una pacificazione disfunzionale all’ambiente tensivo di contagio che gli fornisce nutrimento. Ma, al netto di questioni teologiche, il perché gli eroi di Stranger Things possono fornirci materiale di riflessione sta nel fatto che sono un esempio molto più realistico di qualsivoglia teorizzazione di quel che accade quando il male irrompe nel mondo e fa saltare tutti gli argini e gli ordini prestabiliti. In un regime di sospensione dell’ordinario crollano le identità. A questo punto si può agire in due modi: cercare di restaurarle - più o meno inefficacemente -, o trovare il modo di far funzionare le differenze - le irriducibilità - proiettandosi in una sfida meno confortante, che ci pone dinanzi all’ignoto, per affrontare un nemico più grande, più informe e più profondo di ogni nostra immaginazione, dinanzi al quale ogni essere umano deve sentirsi chiamato a fare la sua parte, a improvvisare, a resistere, a trovare soluzioni inedite. Il tempo di difendere gli argini è andato, e anche questa è una fine, un trauma che richiede elaborazione.
Se ancora non ce ne siamo accorti, siamo già in un regime di sospensione dell’ordinario, sospensione dell’umanità, sospensione della vitalità. Tutto ciò che abbiamo esaminato è solo l’ennesimo sintomo di una malattia che è già irrotta nelle nostre vite e a forza di non curarla siamo qui ad analizzarne le deliranti scaturigini. Dal punto in cui siamo non c’è ritorno. Potrebbe persino sembrare che il male ci abbia fatto scacco matto. Dunque, cosa possiamo fare? Come abbiamo visto, l’unica forma di comunità che si contrappone alla logica neoliberale è quella identitaria. In termini di pars destruens, essa vede limpidamente il problema. Eppure nella pars costruens può ricadere in schemi oppositivi entro i quali il male ontologico continua a prosperare. Allora quale comunità può risolvere la crisi contemporanea? Una comunità identitaria che sappia trascendere in «comunità destinale» e, dinanzi allo stadio terminale della dissoluzione contemporanea, sappia attraversarne i traumi senza ricadere in contraddizioni né offrire ulteriore disponibilità alla disgregazione prodotta dalla grande palude neoliberale. Una comunità destinale che sappia assumersi la responsabilità di un’azione mitopoietica nell’elaborare forme di convivenza e di cooriginarietà sostenibili, fornendo all’umanità strumenti di comprensione e di attraversamento delle ambiguità del reale e non dispositivi di scontro ideologico.
Anzitutto, la comunità destinale dovrà essere anti-opposizionista, non definirsi per inclusione né per esclusione. Né aperta, né chiusa in via di principio, dovrà operare una «dischiusura» del possibile. Non può strutturarsi per negazione, ma per generazione, il suo nucleo di coesione può essere dato solo dalla missione per la comunità e non dalla mobilitazione contro il nemico. […] Una comunità inverante, la cui prassi spirituale sarà rifare sacro il mondo. Poiché lo spirito è ovunque nella materia. È nel bosco e nel deserto, è perfino nelle città, nella tecnologia, e finanche nella palude: la grazia assume solo forme diverse in risposta alla nostra capacità di riceverla. La superficie è sempre eccesso di profondità, la trascendenza può solo incarnarsi per inverarsi nella sua eccedenza di senso.
E ciò che eccede disaliena, rende sensata la vita. Lo spirito non è «altrove», ma soprattutto non è mai solo «qui». Una comunità mitopoietica, capace di generare nuovi miti, che anzi se ne assuma il peso e la responsabilità e nel farlo si senta legittimata da una necessità destinale di trasformazione. Perché il passato non ha bisogno della custodia di nessuno, ma di essere vivificato in forme nuove.



