
Da un giorno all’altro, senza una ragione fondata, è cambiato nella gente il polso della situazione italiana, al di là della guerra, di Trump e dei carburanti. Oggi il tema e il giudizio corrente, la domanda che ti fanno o la risposta che si danno in tanti è: ma la Meloni durerà fino a fine legislatura, si dimetterà di sua volontà, sarà costretta a farlo, ce la farà a resistere a questa ripida discesa di consensi e previsioni (che spesso si coincidono)?
Per chi si fosse sintonizzato solo ora con lo spirito del tempo o chi si fosse allontanato solo un paio di settimane dall’Italia, non capirebbe il perché del cataclisma e del capovolgimento: un referendum perduto non aggiunge e non toglie nulla all’azione di governo, non c’è un nesso oggettivo tra le due cose, né sono intervenuti altri fattori interni così rilevanti da determinare questo improvviso cambio di passo e di giudizio: non mi direte che i casi Dalmastro o Santanché, fino a ieri al governo senza particolari traumi per il Paese, abbiano determinato questo rovesciamento di prospettiva, per giunta dopo che si sono dimessi. Non mi direte che un gossip che investe la vita privata di un ministro possa cambiare il giudizio degli italiani sul governo e sulla sua prospettiva di azione; sarebbe prova di una leggerezza farfallona e di una fatuità bigotta da parte degli italiani, se per una cosa del genere, vecchia come il cucco, si dovesse chiedere una crisi di governo e un cambio al Viminale e magari a Palazzo Chigi.
In fondo la Meloni non ha fatto nulla di nuovo e di diverso rispetto a mezzo mese fa, quando aveva saldo e vasto il consenso nel Paese; se aveva pecche, limiti e insufficienze c’erano già allora, non si sono aggiunte o rivelate solo ora, in questi ultimi giorni. Nel frattempo e nel frangente non ha fatto nulla che potesse determinare un cambiamento di giudizio.
Il vero guaio l’hanno combinato in Medio Oriente ma lei non c’entra; lei era vicina all’Amministrazione Trump, come è stata vicina all’Amministrazione Biden, e ha seguito la linea di sempre dei governi italiani rispetto al Fratellone americano: condiscendenza in cambio di benevolenza. In più lei, in partenza, era considerata affine a Trump e a Netanyahu, perché espressione comune della destra, dei nazional-conservatori. Ma il Trump che cerca il Nobel della pace di un anno fa non è il Trump che minaccia distruzioni totali di oggi e non è colpa della Meloni se tutto questo succede. E così Israele, non è certo quello del 7 ottobre del 2023.
Le ricadute della situazione internazionale preoccupano seriamente ma questa, semmai, è una ragione in più per tenere i nervi e i governi saldi, affrontando le conseguenze e adottando le misure che ne deriveranno. Non è certo il momento opportuno per pensare in questo frangente di far cadere il governo e mettersi a cercare o raccattare un altro, con la prospettiva di farlo durare fino al prossimo anno, quando si tornerà a votare. Insomma, è davvero irrazionale quest’aria da fine governo, da Meloni alla frutta, per restare sul pezzo, che si respira in questi giorni.
Dal canto suo la Meloni fa tutto quel che può fare nella sua situazione, riprende il suo dinamismo viaggiante nel mondo, cerca contatti e stabilisce ponti, per fronteggiare le crisi energetiche, economiche, comunicative che si stanno abbattendo; non sta lì con le mani in mano. Ma quando la vedi oggi più di ieri come una mosca bionda alle prese con questioni più grandi di lei, avverti la sua solitudine. «Dove vai quando poi resti sola», si chiedeva Lucio Battisti con Mogol quando Giorgia non era ancora nata, all’esordio della splendida, indimenticata Io vorrei, non vorrei ma se vuoi e concludeva: «E poi giù il deserto». Ecco, il tema: Giorgia sola e poi giù il deserto. Se dovessimo sintetizzare in una sola frase il momento politico che l’Italia sta attraversando, userei proprio quelle parole. Non ci sovviene nessuno al momento che possa sostituire Meloni a Palazzo Chigi e nessuno dalle sue parti che possa accompagnarla al governo da coprotagonista, regista, fiancheggiatore e stratega. Solo seguaci e alleati modesti, militanti, esecutori, zavorre. Governanti spesso maldestri. Quando qualcuno suggerisce un rimpasto per cambiare i ministri che non vanno, si apre il vaso di Pandora: sono più i ministri da cambiare che quelli da confermare, e lo dicono spesso gli stessi sostenitori della Meloni al governo.
Ma quale sarebbe l’alternativa al governo Meloni che fornisce il cartello dell’opposizione? Schlein, Conte, Draghi? Per carità. Nessuno ci pare nelle condizioni di governare e di far meglio della Meloni. Se presi singolarmente non ci sembrano alternative credibili o capaci di migliorare le cose, messi insieme è ancora peggio perché tirerebbero in direzioni diverse, tra veti incrociati, farebbero governi arlecchino che non avrebbero nemmeno l’unico pregio del governo Meloni nel suo complesso: la sua omogeneità e il riconoscimento comune della leadership di Giorgia. Il più capace all’opposizione, Matteo Renzi, è anche il più inaffidabile per gli alleati e il meno votato dalla gente. Governi neocentristi che usino Tajani come cavallo di Troia, tappeto e poi agnellone sacrificale, secondo i voleri della Casa, mi sembrano impraticabili e fortemente minoritari. Il ritorno di Draghi, Monti o simil-tecnici, dopo le esperienze avute, sarebbe un passo indietro in tutti i sensi. I tecnici al governo, lo possiamo dire a ragion veduta, non sono stati un toccasana per il Paese, tenevano solo a questioni che avevano riflessi internazionali e risvolti finanziari, ma per il resto sono stati evanescenti se non peggiorativi persino rispetto ai governi politici (e ce ne vuole). Godevano di appoggi internazionali ma il Paese non se ne è affatto giovato, anzi.
Allo stato attuale, la Meloni ci sembra senza alternative, circondata davvero da un deserto circostante e sottostante; sia nel suo versante, alleati inclusi, sia nel versante opposto e di opposizione. Lo dice uno che non ha risparmiato giudizi critici sul suo operato, sulla sua scarsa incidenza nel Paese, sulla più scarsa rispondenza tra il dire e il fare, sulla sua politica estera. Ma oggi, per esempio, rispetto agli Usa e a Netanyahu sta facendo scelte di buon senso, prudenti e realiste, rivolte a smarcarsi dal loro abbraccio mortale. E nell’attuale situazione ha comunque una credibilità internazionale, mantiene buoni rapporti con molti leader e potrebbe forse intraprendere qualche azione significativa per indicare una linea strategica unitaria e non psicolabile all’Ue. Non sarebbero in grado di fare diversamente o meglio Schlein, Conte, Renzi, Calenda o Salvini e Tajani. Arrivo a pensare che perfino Mattarella ne sia convinto e non osa avventurarsi in questo ribaltone, temendo le conseguenze.






