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2020-11-25
«Strane obbligazioni per Fusillo a Malta. E Pop Bari sapeva...»
(Donato Fasano/Getty Images)
Sarebbe stato il debito contratto con un fondo maltese, del quale i vertici della Banca popolare di Bari ai tempi della gestione Jacobini sarebbero stati consapevoli, a mandare a gamba all'aria definitivamente due tra le società più imponenti del gruppo Fusillo, il più esposto con l'ex colosso bancario del Mezzogiorno.
È il 4 febbraio 2019 e nella cancelleria del Tribunale civile di Bari viene depositata un'istanza di fallimento per la Fimco spa e per la Maiora group, aziende sostenute dalla Banca popolare di Bari nonostante galleggiassero ormai in pessime acque. Quando gli investigatori si sono accorti che a presentare la richiesta di fallimento era la Futura fund sicav, con sede a Malta, che rivendicava un credito da parte delle due aziende riconducibili all'imprenditore Vito Fusillo, deve essersi accesa la classica lampadina. La Procura di Bari a quel punto ha deciso di vederci chiaro. Ed è saltato fuori che la Fimco spa e Maiora group hanno accumulato debiti per 87 milioni di euro e per evitare la bancarotta hanno chiesto di essere ammesse al concordato preventivo.
Si è scoperto che c'era il prestito obbligazionario emesso dalle due società e sottoscritto dal fondo di investimento maltese. Il nome: Futura funds sicav pie. Con una figura centrale: «Il finanziere Girolamo Stabile (indagato ndr), all'epoca dominus del fondo Futura e, in tale veste», scrive la Procura in un documento giudiziario di cui La Verità è entrata in possesso, «artefice delle trattative intercorse con il management del gruppo Fusillo per l'erogazione del prestito». Stabile ha poi definitivamente interrotto ogni rapporto con il Fondo futura funds a settembre 2014, pochi mesi dopo aver negoziato l'emissione del bond con Vito Fusillo. Con Fusillo, poi, lo stesso Stabile proseguirà la collaborazione, attraverso un altro fondo. Al centro ci sono due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro al tasso del 5% annuo, con rimborso dell'intero capitale in un'unica soluzione alla scadenza dei cinque anni. E con «il diretto coinvolgimento», sottolineano i pm, della Banca popolare di Bari. Perché «il denaro oggetto di prestito viene riversato su conti correnti accesi dalle due società nell'istituto di credito barese».
L'operazione, quindi, ha visto entrare nelle casse di Fimco e Maiora 50 milioni di euro sui quali maturavano interessi passivi pari a 13 milioni. Per qualsiasi imprenditore si fosse presentato alla Popolare di Bari con quella operazione sarebbero scattati controlli su controlli e analisi tecniche. In questo caso, invece, c'è stata una corsia che viene ritenuta preferenziale dagli investigatori. «Stupisce rilevare», valutano gli investigatori, «come, tra la documentazione posta a sostegno di un così rilevante prestito obbligazionario, sia del tutto assente qualsivoglia riferimento a un piano industriale da cui potesse evincersi, all'epoca dell'operazione, un'analisi dettagliata sulle prospettive di rientro, ossia sulla capacità delle due società, Fimco e Maiora, di onorare i rilevanti impegni assunti: restituire in unica soluzione la somma complessiva di 50 milioni di euro entro cinque anni e corrispondere gli interessi annui nella misura del 5%».
Per dirla come la Procura, «un primo cono d'ombra nei rapporti esistenti già dal 2013 tra Stabile e il management delle società oggi fallite». Ma sono solo i prodromi di quello che, tra il 2015 e il 2016, porterà, secondo l'accusa, al compimento di una gigantesca operazione di «segregazione patrimoniale» ritenuta sospetta. La girandola di fondi viene ritenuta «dal forte connotato distrattivo». Perché confluiti infine nel fondo Kant, con sedi in Lussemburgo e a Gibilterra, veicolo finanziario, si è scoperto, interamente controllato dallo stesso Stabile.
La finalità, secondo l'accusa, era quella di incrementare la dotazione immobiliare utilizzata negli anni successivi quale leva finanziaria per ottenere ulteriori prestiti (stavolta erogati da Banca Popolare di Bari) in misura largamente eccedente rispetto ai margini di effettiva sostenibilità. In poche parole, con il prestito del fondo maltese le due società di Fusillo hanno comprato immobili che, poi, sono stati posti alla base di prestiti erogati dalla Popolare di Bari. Ecco perché i magistrati nutrono non pochi «dubbi» sulla «piena consapevolezza» dei vertici bancari. Anche perché il gruppo Fusillo rappresentava la principale posizione creditizia della banca e le somme provenienti dal fondo maltese erano state interamente bonificate sui conti accesi alla Popolare di Bari. È questa l'operazione, mai ricostruita prima, che fa da premessa a quello che si rivelerà come l'inevitabile esito fallimentare dell'enorme gruppo imprenditoriale, schiacciato sotto il peso del debito con il fondo maltese divenuto via via insostenibile.
Crediti deteriorati al quadrato: da Mps finiti all'istituto pugliese
Per anni la Popolare di Bari gestita dagli Jacobini ha finanziato le iniziative della famiglia di costruttori Fusillo alimentando la mole di crediti deteriorati. Il valore economico dei beni delle società del gruppo Fusillo di Noci «distratti» o «dissipati» tra il 2016 e il 2019 è stato stimato in 93 milioni. Tra le operazioni che, secondo le indagini della Procura di Bari sul crac Fusillo, avrebbero contribuito al dissesto delle società c'è il cosiddetto «piano Kant» relativo alla cessione del 100% delle quote di due società controllate, Logistica Sud (fallita a novembre 2019) e Ambasciatori immobiliare (su cui pende istanza di fallimento) nel fondo Kant capital fund strategic business con sede a Gibilterra e riconducibile a Girolamo Stabile, a fronte della ricezione di quote dello stesso fondo del valore nominale di 20 milioni. Sarebbero stati anche dismessi l'ex Hotel Ambasciatori di Bari e il polo logistico di Rutigliano, ceduti a società terze per quasi 27 milioni. Proprio quest'ultima operazione ha visto coinvolta l'altra grande «malata» del sistema bancario, ovvero il Monte dei Paschi. Che, tra l'altro, ieri ha avviato il collocamento delle azioni residue a seguito della scissione a favore di Amco (la bad bank del Tesoro).
Come si sono incrociate le strade tra Siena e Bari? Circa 7 milioni degli introiti ricavati dalla vendita del polo logistico Rutigliano e dell'ex Hotel Ambasciatori era stata utilizzata per finanziare l'acquisto di un credito ipotecario di 34 milioni vantato da Mps nei confronti della srl Logistica Sud e garantito da un'ipoteca sugli immobili. Che nel 2018 diventano oggetto di una cessione parziale alla società General trade. Ragion per cui il legale di fiducia di quest'ultima si preoccupa delle sorti dell'ipoteca in uno scambio di messaggi con Vito Fusillo -al tempo amministratore di Maiora group - che lo rassicura con una serie di mail nel settembre del 2018: «Il Monte Paschi è fuori». L'acquisto, però, non viene perfezionato con il titolare del credito (il Montepaschi), «bensì frapponendo uno schermo rappresentato da una società veicolo Mb finance», si legge negli atti dell'inchiesta. Dove vengono ricostruiti tutti i passaggi di questa complessa operazione avvenuta sotto la regia di Fusillo. La Mb finance acquista in proprio i crediti vantati da Mps nei confronti di Logistica Sud al prezzo di 7 milioni con la formula pro soluto. Poi Mb finance cede tale credito per 7 milioni alla Ambasciatori immobiliare che rinuncia alle iscrizioni ipotecarie. Logistica Sud può quindi cedere gli immobili del polo logistico, privi di ipoteche, alla General trade. A curare il perfezionamento della cessione del credito con una provvigione di circa 3 milioni in qualità di advisor legale era l'avvocato Pier Ettore Olivetti Rason (coinvolto nel 2011 anche nell'inchiesta sul crac del Credito fiorentino).
Ricostruendo i flussi finanziari, la Gdf di Bari ha rilevato che le risorse finanziarie utilizzate da Ambasciatori immobiliare per l'acquisto del credito di 34 milioni vantato da Mps sono quelle provenienti, in parte, dalla cessione a Prelios dell'ex Hotel Ambasciatori e, in parte, da un finanziamento di 3 milioni effettuato dalla stessa Logistica Sud attingendo, a sua volta, dai proventi della cessione del polo di Rutigliano alla General trade. Secondo gli inquirenti di Bari, l'operazione ha creato uno squilibrio patrimoniale di 42 milioni all'interno di Maiora group. Facendo emergere, si legge, «la piena e comune consapevolezza dell'opacità dell'affare, in guanto realizzato mediante l'impiego di una provvista resasi disponibile a seguito della vendita di due immobili da parte di due società in stato di grave crisi finanziaria. Da ciò la necessità di sottacere all'esterno la provenienza dei denari utilizzati per l'acquisto del credito, al fine di non allarmare le altre parti contrattuali, in primis, l'istituto bancario cedente», ovvero Mps.
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Dietro il crac di due società del gruppo, esposto con la banca, 50 milioni da un fondo estero. «Segregazione patrimoniale».Comprati dal costruttore e poi, dopo il suo fallimento, finiti alla cassaforte del Sud. Lo speciale contiene due articoli.Sarebbe stato il debito contratto con un fondo maltese, del quale i vertici della Banca popolare di Bari ai tempi della gestione Jacobini sarebbero stati consapevoli, a mandare a gamba all'aria definitivamente due tra le società più imponenti del gruppo Fusillo, il più esposto con l'ex colosso bancario del Mezzogiorno.È il 4 febbraio 2019 e nella cancelleria del Tribunale civile di Bari viene depositata un'istanza di fallimento per la Fimco spa e per la Maiora group, aziende sostenute dalla Banca popolare di Bari nonostante galleggiassero ormai in pessime acque. Quando gli investigatori si sono accorti che a presentare la richiesta di fallimento era la Futura fund sicav, con sede a Malta, che rivendicava un credito da parte delle due aziende riconducibili all'imprenditore Vito Fusillo, deve essersi accesa la classica lampadina. La Procura di Bari a quel punto ha deciso di vederci chiaro. Ed è saltato fuori che la Fimco spa e Maiora group hanno accumulato debiti per 87 milioni di euro e per evitare la bancarotta hanno chiesto di essere ammesse al concordato preventivo. Si è scoperto che c'era il prestito obbligazionario emesso dalle due società e sottoscritto dal fondo di investimento maltese. Il nome: Futura funds sicav pie. Con una figura centrale: «Il finanziere Girolamo Stabile (indagato ndr), all'epoca dominus del fondo Futura e, in tale veste», scrive la Procura in un documento giudiziario di cui La Verità è entrata in possesso, «artefice delle trattative intercorse con il management del gruppo Fusillo per l'erogazione del prestito». Stabile ha poi definitivamente interrotto ogni rapporto con il Fondo futura funds a settembre 2014, pochi mesi dopo aver negoziato l'emissione del bond con Vito Fusillo. Con Fusillo, poi, lo stesso Stabile proseguirà la collaborazione, attraverso un altro fondo. Al centro ci sono due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro al tasso del 5% annuo, con rimborso dell'intero capitale in un'unica soluzione alla scadenza dei cinque anni. E con «il diretto coinvolgimento», sottolineano i pm, della Banca popolare di Bari. Perché «il denaro oggetto di prestito viene riversato su conti correnti accesi dalle due società nell'istituto di credito barese».L'operazione, quindi, ha visto entrare nelle casse di Fimco e Maiora 50 milioni di euro sui quali maturavano interessi passivi pari a 13 milioni. Per qualsiasi imprenditore si fosse presentato alla Popolare di Bari con quella operazione sarebbero scattati controlli su controlli e analisi tecniche. In questo caso, invece, c'è stata una corsia che viene ritenuta preferenziale dagli investigatori. «Stupisce rilevare», valutano gli investigatori, «come, tra la documentazione posta a sostegno di un così rilevante prestito obbligazionario, sia del tutto assente qualsivoglia riferimento a un piano industriale da cui potesse evincersi, all'epoca dell'operazione, un'analisi dettagliata sulle prospettive di rientro, ossia sulla capacità delle due società, Fimco e Maiora, di onorare i rilevanti impegni assunti: restituire in unica soluzione la somma complessiva di 50 milioni di euro entro cinque anni e corrispondere gli interessi annui nella misura del 5%». Per dirla come la Procura, «un primo cono d'ombra nei rapporti esistenti già dal 2013 tra Stabile e il management delle società oggi fallite». Ma sono solo i prodromi di quello che, tra il 2015 e il 2016, porterà, secondo l'accusa, al compimento di una gigantesca operazione di «segregazione patrimoniale» ritenuta sospetta. La girandola di fondi viene ritenuta «dal forte connotato distrattivo». Perché confluiti infine nel fondo Kant, con sedi in Lussemburgo e a Gibilterra, veicolo finanziario, si è scoperto, interamente controllato dallo stesso Stabile. La finalità, secondo l'accusa, era quella di incrementare la dotazione immobiliare utilizzata negli anni successivi quale leva finanziaria per ottenere ulteriori prestiti (stavolta erogati da Banca Popolare di Bari) in misura largamente eccedente rispetto ai margini di effettiva sostenibilità. In poche parole, con il prestito del fondo maltese le due società di Fusillo hanno comprato immobili che, poi, sono stati posti alla base di prestiti erogati dalla Popolare di Bari. Ecco perché i magistrati nutrono non pochi «dubbi» sulla «piena consapevolezza» dei vertici bancari. Anche perché il gruppo Fusillo rappresentava la principale posizione creditizia della banca e le somme provenienti dal fondo maltese erano state interamente bonificate sui conti accesi alla Popolare di Bari. È questa l'operazione, mai ricostruita prima, che fa da premessa a quello che si rivelerà come l'inevitabile esito fallimentare dell'enorme gruppo imprenditoriale, schiacciato sotto il peso del debito con il fondo maltese divenuto via via insostenibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strane-obbligazioni-per-fusillo-a-malta-e-pop-bari-sapeva-2649033886.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crediti-deteriorati-al-quadrato-da-mps-finiti-all-istituto-pugliese" data-post-id="2649033886" data-published-at="1606254372" data-use-pagination="False"> Crediti deteriorati al quadrato: da Mps finiti all'istituto pugliese Per anni la Popolare di Bari gestita dagli Jacobini ha finanziato le iniziative della famiglia di costruttori Fusillo alimentando la mole di crediti deteriorati. Il valore economico dei beni delle società del gruppo Fusillo di Noci «distratti» o «dissipati» tra il 2016 e il 2019 è stato stimato in 93 milioni. Tra le operazioni che, secondo le indagini della Procura di Bari sul crac Fusillo, avrebbero contribuito al dissesto delle società c'è il cosiddetto «piano Kant» relativo alla cessione del 100% delle quote di due società controllate, Logistica Sud (fallita a novembre 2019) e Ambasciatori immobiliare (su cui pende istanza di fallimento) nel fondo Kant capital fund strategic business con sede a Gibilterra e riconducibile a Girolamo Stabile, a fronte della ricezione di quote dello stesso fondo del valore nominale di 20 milioni. Sarebbero stati anche dismessi l'ex Hotel Ambasciatori di Bari e il polo logistico di Rutigliano, ceduti a società terze per quasi 27 milioni. Proprio quest'ultima operazione ha visto coinvolta l'altra grande «malata» del sistema bancario, ovvero il Monte dei Paschi. Che, tra l'altro, ieri ha avviato il collocamento delle azioni residue a seguito della scissione a favore di Amco (la bad bank del Tesoro). Come si sono incrociate le strade tra Siena e Bari? Circa 7 milioni degli introiti ricavati dalla vendita del polo logistico Rutigliano e dell'ex Hotel Ambasciatori era stata utilizzata per finanziare l'acquisto di un credito ipotecario di 34 milioni vantato da Mps nei confronti della srl Logistica Sud e garantito da un'ipoteca sugli immobili. Che nel 2018 diventano oggetto di una cessione parziale alla società General trade. Ragion per cui il legale di fiducia di quest'ultima si preoccupa delle sorti dell'ipoteca in uno scambio di messaggi con Vito Fusillo -al tempo amministratore di Maiora group - che lo rassicura con una serie di mail nel settembre del 2018: «Il Monte Paschi è fuori». L'acquisto, però, non viene perfezionato con il titolare del credito (il Montepaschi), «bensì frapponendo uno schermo rappresentato da una società veicolo Mb finance», si legge negli atti dell'inchiesta. Dove vengono ricostruiti tutti i passaggi di questa complessa operazione avvenuta sotto la regia di Fusillo. La Mb finance acquista in proprio i crediti vantati da Mps nei confronti di Logistica Sud al prezzo di 7 milioni con la formula pro soluto. Poi Mb finance cede tale credito per 7 milioni alla Ambasciatori immobiliare che rinuncia alle iscrizioni ipotecarie. Logistica Sud può quindi cedere gli immobili del polo logistico, privi di ipoteche, alla General trade. A curare il perfezionamento della cessione del credito con una provvigione di circa 3 milioni in qualità di advisor legale era l'avvocato Pier Ettore Olivetti Rason (coinvolto nel 2011 anche nell'inchiesta sul crac del Credito fiorentino). Ricostruendo i flussi finanziari, la Gdf di Bari ha rilevato che le risorse finanziarie utilizzate da Ambasciatori immobiliare per l'acquisto del credito di 34 milioni vantato da Mps sono quelle provenienti, in parte, dalla cessione a Prelios dell'ex Hotel Ambasciatori e, in parte, da un finanziamento di 3 milioni effettuato dalla stessa Logistica Sud attingendo, a sua volta, dai proventi della cessione del polo di Rutigliano alla General trade. Secondo gli inquirenti di Bari, l'operazione ha creato uno squilibrio patrimoniale di 42 milioni all'interno di Maiora group. Facendo emergere, si legge, «la piena e comune consapevolezza dell'opacità dell'affare, in guanto realizzato mediante l'impiego di una provvista resasi disponibile a seguito della vendita di due immobili da parte di due società in stato di grave crisi finanziaria. Da ciò la necessità di sottacere all'esterno la provenienza dei denari utilizzati per l'acquisto del credito, al fine di non allarmare le altre parti contrattuali, in primis, l'istituto bancario cedente», ovvero Mps.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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