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2020-11-25
«Strane obbligazioni per Fusillo a Malta. E Pop Bari sapeva...»
(Donato Fasano/Getty Images)
Sarebbe stato il debito contratto con un fondo maltese, del quale i vertici della Banca popolare di Bari ai tempi della gestione Jacobini sarebbero stati consapevoli, a mandare a gamba all'aria definitivamente due tra le società più imponenti del gruppo Fusillo, il più esposto con l'ex colosso bancario del Mezzogiorno.
È il 4 febbraio 2019 e nella cancelleria del Tribunale civile di Bari viene depositata un'istanza di fallimento per la Fimco spa e per la Maiora group, aziende sostenute dalla Banca popolare di Bari nonostante galleggiassero ormai in pessime acque. Quando gli investigatori si sono accorti che a presentare la richiesta di fallimento era la Futura fund sicav, con sede a Malta, che rivendicava un credito da parte delle due aziende riconducibili all'imprenditore Vito Fusillo, deve essersi accesa la classica lampadina. La Procura di Bari a quel punto ha deciso di vederci chiaro. Ed è saltato fuori che la Fimco spa e Maiora group hanno accumulato debiti per 87 milioni di euro e per evitare la bancarotta hanno chiesto di essere ammesse al concordato preventivo.
Si è scoperto che c'era il prestito obbligazionario emesso dalle due società e sottoscritto dal fondo di investimento maltese. Il nome: Futura funds sicav pie. Con una figura centrale: «Il finanziere Girolamo Stabile (indagato ndr), all'epoca dominus del fondo Futura e, in tale veste», scrive la Procura in un documento giudiziario di cui La Verità è entrata in possesso, «artefice delle trattative intercorse con il management del gruppo Fusillo per l'erogazione del prestito». Stabile ha poi definitivamente interrotto ogni rapporto con il Fondo futura funds a settembre 2014, pochi mesi dopo aver negoziato l'emissione del bond con Vito Fusillo. Con Fusillo, poi, lo stesso Stabile proseguirà la collaborazione, attraverso un altro fondo. Al centro ci sono due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro al tasso del 5% annuo, con rimborso dell'intero capitale in un'unica soluzione alla scadenza dei cinque anni. E con «il diretto coinvolgimento», sottolineano i pm, della Banca popolare di Bari. Perché «il denaro oggetto di prestito viene riversato su conti correnti accesi dalle due società nell'istituto di credito barese».
L'operazione, quindi, ha visto entrare nelle casse di Fimco e Maiora 50 milioni di euro sui quali maturavano interessi passivi pari a 13 milioni. Per qualsiasi imprenditore si fosse presentato alla Popolare di Bari con quella operazione sarebbero scattati controlli su controlli e analisi tecniche. In questo caso, invece, c'è stata una corsia che viene ritenuta preferenziale dagli investigatori. «Stupisce rilevare», valutano gli investigatori, «come, tra la documentazione posta a sostegno di un così rilevante prestito obbligazionario, sia del tutto assente qualsivoglia riferimento a un piano industriale da cui potesse evincersi, all'epoca dell'operazione, un'analisi dettagliata sulle prospettive di rientro, ossia sulla capacità delle due società, Fimco e Maiora, di onorare i rilevanti impegni assunti: restituire in unica soluzione la somma complessiva di 50 milioni di euro entro cinque anni e corrispondere gli interessi annui nella misura del 5%».
Per dirla come la Procura, «un primo cono d'ombra nei rapporti esistenti già dal 2013 tra Stabile e il management delle società oggi fallite». Ma sono solo i prodromi di quello che, tra il 2015 e il 2016, porterà, secondo l'accusa, al compimento di una gigantesca operazione di «segregazione patrimoniale» ritenuta sospetta. La girandola di fondi viene ritenuta «dal forte connotato distrattivo». Perché confluiti infine nel fondo Kant, con sedi in Lussemburgo e a Gibilterra, veicolo finanziario, si è scoperto, interamente controllato dallo stesso Stabile.
La finalità, secondo l'accusa, era quella di incrementare la dotazione immobiliare utilizzata negli anni successivi quale leva finanziaria per ottenere ulteriori prestiti (stavolta erogati da Banca Popolare di Bari) in misura largamente eccedente rispetto ai margini di effettiva sostenibilità. In poche parole, con il prestito del fondo maltese le due società di Fusillo hanno comprato immobili che, poi, sono stati posti alla base di prestiti erogati dalla Popolare di Bari. Ecco perché i magistrati nutrono non pochi «dubbi» sulla «piena consapevolezza» dei vertici bancari. Anche perché il gruppo Fusillo rappresentava la principale posizione creditizia della banca e le somme provenienti dal fondo maltese erano state interamente bonificate sui conti accesi alla Popolare di Bari. È questa l'operazione, mai ricostruita prima, che fa da premessa a quello che si rivelerà come l'inevitabile esito fallimentare dell'enorme gruppo imprenditoriale, schiacciato sotto il peso del debito con il fondo maltese divenuto via via insostenibile.
Crediti deteriorati al quadrato: da Mps finiti all'istituto pugliese
Per anni la Popolare di Bari gestita dagli Jacobini ha finanziato le iniziative della famiglia di costruttori Fusillo alimentando la mole di crediti deteriorati. Il valore economico dei beni delle società del gruppo Fusillo di Noci «distratti» o «dissipati» tra il 2016 e il 2019 è stato stimato in 93 milioni. Tra le operazioni che, secondo le indagini della Procura di Bari sul crac Fusillo, avrebbero contribuito al dissesto delle società c'è il cosiddetto «piano Kant» relativo alla cessione del 100% delle quote di due società controllate, Logistica Sud (fallita a novembre 2019) e Ambasciatori immobiliare (su cui pende istanza di fallimento) nel fondo Kant capital fund strategic business con sede a Gibilterra e riconducibile a Girolamo Stabile, a fronte della ricezione di quote dello stesso fondo del valore nominale di 20 milioni. Sarebbero stati anche dismessi l'ex Hotel Ambasciatori di Bari e il polo logistico di Rutigliano, ceduti a società terze per quasi 27 milioni. Proprio quest'ultima operazione ha visto coinvolta l'altra grande «malata» del sistema bancario, ovvero il Monte dei Paschi. Che, tra l'altro, ieri ha avviato il collocamento delle azioni residue a seguito della scissione a favore di Amco (la bad bank del Tesoro).
Come si sono incrociate le strade tra Siena e Bari? Circa 7 milioni degli introiti ricavati dalla vendita del polo logistico Rutigliano e dell'ex Hotel Ambasciatori era stata utilizzata per finanziare l'acquisto di un credito ipotecario di 34 milioni vantato da Mps nei confronti della srl Logistica Sud e garantito da un'ipoteca sugli immobili. Che nel 2018 diventano oggetto di una cessione parziale alla società General trade. Ragion per cui il legale di fiducia di quest'ultima si preoccupa delle sorti dell'ipoteca in uno scambio di messaggi con Vito Fusillo -al tempo amministratore di Maiora group - che lo rassicura con una serie di mail nel settembre del 2018: «Il Monte Paschi è fuori». L'acquisto, però, non viene perfezionato con il titolare del credito (il Montepaschi), «bensì frapponendo uno schermo rappresentato da una società veicolo Mb finance», si legge negli atti dell'inchiesta. Dove vengono ricostruiti tutti i passaggi di questa complessa operazione avvenuta sotto la regia di Fusillo. La Mb finance acquista in proprio i crediti vantati da Mps nei confronti di Logistica Sud al prezzo di 7 milioni con la formula pro soluto. Poi Mb finance cede tale credito per 7 milioni alla Ambasciatori immobiliare che rinuncia alle iscrizioni ipotecarie. Logistica Sud può quindi cedere gli immobili del polo logistico, privi di ipoteche, alla General trade. A curare il perfezionamento della cessione del credito con una provvigione di circa 3 milioni in qualità di advisor legale era l'avvocato Pier Ettore Olivetti Rason (coinvolto nel 2011 anche nell'inchiesta sul crac del Credito fiorentino).
Ricostruendo i flussi finanziari, la Gdf di Bari ha rilevato che le risorse finanziarie utilizzate da Ambasciatori immobiliare per l'acquisto del credito di 34 milioni vantato da Mps sono quelle provenienti, in parte, dalla cessione a Prelios dell'ex Hotel Ambasciatori e, in parte, da un finanziamento di 3 milioni effettuato dalla stessa Logistica Sud attingendo, a sua volta, dai proventi della cessione del polo di Rutigliano alla General trade. Secondo gli inquirenti di Bari, l'operazione ha creato uno squilibrio patrimoniale di 42 milioni all'interno di Maiora group. Facendo emergere, si legge, «la piena e comune consapevolezza dell'opacità dell'affare, in guanto realizzato mediante l'impiego di una provvista resasi disponibile a seguito della vendita di due immobili da parte di due società in stato di grave crisi finanziaria. Da ciò la necessità di sottacere all'esterno la provenienza dei denari utilizzati per l'acquisto del credito, al fine di non allarmare le altre parti contrattuali, in primis, l'istituto bancario cedente», ovvero Mps.
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Dietro il crac di due società del gruppo, esposto con la banca, 50 milioni da un fondo estero. «Segregazione patrimoniale».Comprati dal costruttore e poi, dopo il suo fallimento, finiti alla cassaforte del Sud. Lo speciale contiene due articoli.Sarebbe stato il debito contratto con un fondo maltese, del quale i vertici della Banca popolare di Bari ai tempi della gestione Jacobini sarebbero stati consapevoli, a mandare a gamba all'aria definitivamente due tra le società più imponenti del gruppo Fusillo, il più esposto con l'ex colosso bancario del Mezzogiorno.È il 4 febbraio 2019 e nella cancelleria del Tribunale civile di Bari viene depositata un'istanza di fallimento per la Fimco spa e per la Maiora group, aziende sostenute dalla Banca popolare di Bari nonostante galleggiassero ormai in pessime acque. Quando gli investigatori si sono accorti che a presentare la richiesta di fallimento era la Futura fund sicav, con sede a Malta, che rivendicava un credito da parte delle due aziende riconducibili all'imprenditore Vito Fusillo, deve essersi accesa la classica lampadina. La Procura di Bari a quel punto ha deciso di vederci chiaro. Ed è saltato fuori che la Fimco spa e Maiora group hanno accumulato debiti per 87 milioni di euro e per evitare la bancarotta hanno chiesto di essere ammesse al concordato preventivo. Si è scoperto che c'era il prestito obbligazionario emesso dalle due società e sottoscritto dal fondo di investimento maltese. Il nome: Futura funds sicav pie. Con una figura centrale: «Il finanziere Girolamo Stabile (indagato ndr), all'epoca dominus del fondo Futura e, in tale veste», scrive la Procura in un documento giudiziario di cui La Verità è entrata in possesso, «artefice delle trattative intercorse con il management del gruppo Fusillo per l'erogazione del prestito». Stabile ha poi definitivamente interrotto ogni rapporto con il Fondo futura funds a settembre 2014, pochi mesi dopo aver negoziato l'emissione del bond con Vito Fusillo. Con Fusillo, poi, lo stesso Stabile proseguirà la collaborazione, attraverso un altro fondo. Al centro ci sono due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro al tasso del 5% annuo, con rimborso dell'intero capitale in un'unica soluzione alla scadenza dei cinque anni. E con «il diretto coinvolgimento», sottolineano i pm, della Banca popolare di Bari. Perché «il denaro oggetto di prestito viene riversato su conti correnti accesi dalle due società nell'istituto di credito barese».L'operazione, quindi, ha visto entrare nelle casse di Fimco e Maiora 50 milioni di euro sui quali maturavano interessi passivi pari a 13 milioni. Per qualsiasi imprenditore si fosse presentato alla Popolare di Bari con quella operazione sarebbero scattati controlli su controlli e analisi tecniche. In questo caso, invece, c'è stata una corsia che viene ritenuta preferenziale dagli investigatori. «Stupisce rilevare», valutano gli investigatori, «come, tra la documentazione posta a sostegno di un così rilevante prestito obbligazionario, sia del tutto assente qualsivoglia riferimento a un piano industriale da cui potesse evincersi, all'epoca dell'operazione, un'analisi dettagliata sulle prospettive di rientro, ossia sulla capacità delle due società, Fimco e Maiora, di onorare i rilevanti impegni assunti: restituire in unica soluzione la somma complessiva di 50 milioni di euro entro cinque anni e corrispondere gli interessi annui nella misura del 5%». Per dirla come la Procura, «un primo cono d'ombra nei rapporti esistenti già dal 2013 tra Stabile e il management delle società oggi fallite». Ma sono solo i prodromi di quello che, tra il 2015 e il 2016, porterà, secondo l'accusa, al compimento di una gigantesca operazione di «segregazione patrimoniale» ritenuta sospetta. La girandola di fondi viene ritenuta «dal forte connotato distrattivo». Perché confluiti infine nel fondo Kant, con sedi in Lussemburgo e a Gibilterra, veicolo finanziario, si è scoperto, interamente controllato dallo stesso Stabile. La finalità, secondo l'accusa, era quella di incrementare la dotazione immobiliare utilizzata negli anni successivi quale leva finanziaria per ottenere ulteriori prestiti (stavolta erogati da Banca Popolare di Bari) in misura largamente eccedente rispetto ai margini di effettiva sostenibilità. In poche parole, con il prestito del fondo maltese le due società di Fusillo hanno comprato immobili che, poi, sono stati posti alla base di prestiti erogati dalla Popolare di Bari. Ecco perché i magistrati nutrono non pochi «dubbi» sulla «piena consapevolezza» dei vertici bancari. Anche perché il gruppo Fusillo rappresentava la principale posizione creditizia della banca e le somme provenienti dal fondo maltese erano state interamente bonificate sui conti accesi alla Popolare di Bari. È questa l'operazione, mai ricostruita prima, che fa da premessa a quello che si rivelerà come l'inevitabile esito fallimentare dell'enorme gruppo imprenditoriale, schiacciato sotto il peso del debito con il fondo maltese divenuto via via insostenibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strane-obbligazioni-per-fusillo-a-malta-e-pop-bari-sapeva-2649033886.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crediti-deteriorati-al-quadrato-da-mps-finiti-all-istituto-pugliese" data-post-id="2649033886" data-published-at="1606254372" data-use-pagination="False"> Crediti deteriorati al quadrato: da Mps finiti all'istituto pugliese Per anni la Popolare di Bari gestita dagli Jacobini ha finanziato le iniziative della famiglia di costruttori Fusillo alimentando la mole di crediti deteriorati. Il valore economico dei beni delle società del gruppo Fusillo di Noci «distratti» o «dissipati» tra il 2016 e il 2019 è stato stimato in 93 milioni. Tra le operazioni che, secondo le indagini della Procura di Bari sul crac Fusillo, avrebbero contribuito al dissesto delle società c'è il cosiddetto «piano Kant» relativo alla cessione del 100% delle quote di due società controllate, Logistica Sud (fallita a novembre 2019) e Ambasciatori immobiliare (su cui pende istanza di fallimento) nel fondo Kant capital fund strategic business con sede a Gibilterra e riconducibile a Girolamo Stabile, a fronte della ricezione di quote dello stesso fondo del valore nominale di 20 milioni. Sarebbero stati anche dismessi l'ex Hotel Ambasciatori di Bari e il polo logistico di Rutigliano, ceduti a società terze per quasi 27 milioni. Proprio quest'ultima operazione ha visto coinvolta l'altra grande «malata» del sistema bancario, ovvero il Monte dei Paschi. Che, tra l'altro, ieri ha avviato il collocamento delle azioni residue a seguito della scissione a favore di Amco (la bad bank del Tesoro). Come si sono incrociate le strade tra Siena e Bari? Circa 7 milioni degli introiti ricavati dalla vendita del polo logistico Rutigliano e dell'ex Hotel Ambasciatori era stata utilizzata per finanziare l'acquisto di un credito ipotecario di 34 milioni vantato da Mps nei confronti della srl Logistica Sud e garantito da un'ipoteca sugli immobili. Che nel 2018 diventano oggetto di una cessione parziale alla società General trade. Ragion per cui il legale di fiducia di quest'ultima si preoccupa delle sorti dell'ipoteca in uno scambio di messaggi con Vito Fusillo -al tempo amministratore di Maiora group - che lo rassicura con una serie di mail nel settembre del 2018: «Il Monte Paschi è fuori». L'acquisto, però, non viene perfezionato con il titolare del credito (il Montepaschi), «bensì frapponendo uno schermo rappresentato da una società veicolo Mb finance», si legge negli atti dell'inchiesta. Dove vengono ricostruiti tutti i passaggi di questa complessa operazione avvenuta sotto la regia di Fusillo. La Mb finance acquista in proprio i crediti vantati da Mps nei confronti di Logistica Sud al prezzo di 7 milioni con la formula pro soluto. Poi Mb finance cede tale credito per 7 milioni alla Ambasciatori immobiliare che rinuncia alle iscrizioni ipotecarie. Logistica Sud può quindi cedere gli immobili del polo logistico, privi di ipoteche, alla General trade. A curare il perfezionamento della cessione del credito con una provvigione di circa 3 milioni in qualità di advisor legale era l'avvocato Pier Ettore Olivetti Rason (coinvolto nel 2011 anche nell'inchiesta sul crac del Credito fiorentino). Ricostruendo i flussi finanziari, la Gdf di Bari ha rilevato che le risorse finanziarie utilizzate da Ambasciatori immobiliare per l'acquisto del credito di 34 milioni vantato da Mps sono quelle provenienti, in parte, dalla cessione a Prelios dell'ex Hotel Ambasciatori e, in parte, da un finanziamento di 3 milioni effettuato dalla stessa Logistica Sud attingendo, a sua volta, dai proventi della cessione del polo di Rutigliano alla General trade. Secondo gli inquirenti di Bari, l'operazione ha creato uno squilibrio patrimoniale di 42 milioni all'interno di Maiora group. Facendo emergere, si legge, «la piena e comune consapevolezza dell'opacità dell'affare, in guanto realizzato mediante l'impiego di una provvista resasi disponibile a seguito della vendita di due immobili da parte di due società in stato di grave crisi finanziaria. Da ciò la necessità di sottacere all'esterno la provenienza dei denari utilizzati per l'acquisto del credito, al fine di non allarmare le altre parti contrattuali, in primis, l'istituto bancario cedente», ovvero Mps.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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