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2023-07-04
I cinesi in Italia: da immigrati a «nemici» imprenditori
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Cinesi in compagnia di religiosi e autorità nel campo di prigionia di Isola del Gran Sasso in occasione del battesimo di gruppo nell'agosto 1941. (Courtesy Carocci editore)
Non erano stampe di Leone Nani, il fotografo italiano che raccontò la Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano persone in carne ed ossa. Non avevano costumi sgargianti né copricapi tradizionali quei piccoli uomini che comparvero per le vie di Milano alla metà degli anni Venti del secolo XX. Nell’Italia uscita dalla Grande Guerra ed entrata nel ventennio fascista, quei forestieri che vendevano cravatte di seta e oggetti di artigianato esotico agli angoli delle strade destavano curiosità. Non erano ostili, non parlavano, ma offrivano semplicemente la loro merce accumulata sugli avambracci o adagiata su piccoli banchetti. Questa fu l’immagine dei primi cinesi immigrati in Italia, poche centinaia in tutto e concentrati nei grandi centri urbani come Milano e Bologna. Come erano giunti da così lontano per vivere in un paese culturalmente e storicamente agli antipodi, oltre che geograficamente?
I cinesi in Italia: un terremoto, una crisi economica, una guerra.
All’inizio del Novecento per i cinesi delle zone rurali più povere la terra dove cercare fortuna era il Giappone uscito dal secolare isolamento e in crescita economica. Due calamità a breve distanza contribuirono a mutare radicalmente il quadro dell’emigrazione cinese. Il primo fu dovuto alla furia della natura, nel Paese più sismico al mondo. Il 1 settembre 1923 un devastante terremoto che raggiunse una magnitudo di circa 8 gradi causò ampie devastazioni e 140.000 vittime nella zona di Tokyo e Yokohama, generando la prima ondata di rientro degli emigrati cinesi rimasti senza tetto e lavoro. La meta alternativa, tra mille difficoltà, sarebbe stata l’Europa delle città industriali. Un secondo motivo di ritiro dalla terra del Sol Levante fu la crisi economica che investì l’Asia alla fine del decennio, accompagnata da una crescente tensione tra Cina e Giappone che a breve sfocerà in un conflitto aperto. Il vettore principale dell’emigrazione cinese verso l’Europa fu il commercio marittimo, tramite i compatrioti imbarcati sulle navi e alle rappresentanze cinesi nei territori che pensavano a fornire i documenti necessari. I Cinesi che per primi misero piede nella Penisola venivano tutti da una stessa regione, lo Zhejiang, nella Cina orientale. In particolare, gli emigrati che giunsero in Italia venivano dalle zone montuose e più depresse della zona. In Italia si stabilirono inizialmente a Milano e Bologna, nella prima nel quartiere popolare di Porta Volta attorno alla principale arteria, la via Paolo Sarpi, che ancora oggi è il cuore della chinatown meneghina. Come detto in apertura, la loro principale attività era la vendita ambulante di piccoli oggetti di artigianato e accessori di abbigliamento autoprodotti in piccoli laboratori. Vi fu, alla fine degli anni Venti, un altro aspetto che favorì l’immigrazione cinese in Italia: nel 1921 l’Italia aveva ratificato un accordo bilaterale con la Cina nazionalista del governo di Nanchino, mentre la Francia chiuse le valvole all’immigrazione asiatica e la Germania sprofondava nella crisi economica negli anni di Weimar. Galeazzo Ciano fu tra le figure che maggiormente favorirono lo scambio economico tra i due Paesi, essendo partita da Shanghai la sua fulminea carriera diplomatica come chargé d’affaires. Il vento dell’Italia fascista negli anni della normalizzazione e del consenso parve soffiare nella giusta direzione per i Cinesi in cerca di fortuna. La popolazione italiana, dopo un’iniziale diffidenza, parve tollerante (molto di più che in Germania dove gli ambulanti asiatici erano perseguitati dalla polizia) tanto che si registrarono a Milano addirittura i primi matrimoni misti (tra cinesi e italiane giunte dala campagna per lavorare in città). Neppure il peggioramento delle relazioni italo cinesi della seconda metà degli anni Trenta (la Cina aderì alle sanzioni dopo la guerra d’Etiopia) e l’alleanza Italo-Giapponese durante la guerra del Manciukuò ruppero del tutto lo status quo dei Cinesi d’Italia. Certo, i numeri erano ancora esigui. I dati parlano di meno di 500 persone alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un numero tuttavia adeguato per gli standard dell’epoca. La guerra fu un punto di rottura decisivo.
«Viva Isola del Gran Sasso!» L'epopea dei cinesi prigionieri in Abruzzo. I rapporti con i civili italiani, i lavori forzati sotto i Tedeschi
Usciti quasi indenni dalle leggi razziali del 1938, i Cinesi furono visti con sempre maggiore sospetto con il precipitare della situazione internazionale e in particolare dei rapporti Italia-Cina raffreddatisi dopo il 1937 con l’appoggio a Tokyo nel conflitto per lo stato del Manciukuò. Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la sigla del Patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo cambiò radicalmente lo status dei Cinesi sul territorio italiano. Come avvenne per gli Italiani all’estero (considerati nei Paesi in guerra contro la Germania e l’Italia «enemy aliens» e internati) così fu per i cinesi d’Italia. I primi arresti avvennero a Milano nel settembre 1940. La motivazione delle autorità, quella della prevenzione di possibili attività di spionaggio ai danni dell’Italia in guerra. Le disposizioni del Ministero dell’Interno ebbero come elemento incriminante la mancata dimostrazione da parte dei cittadini cinesi dell’origine delle proprie fonti di sostentamento, reato punito dapprima con il confinamento, quindi con l’internamento. Per i Cinesi fu scelta la zona del Gran Sasso d’Italia in un campo di prigionia nel comune di Tossicia (Teramo), tre case coloniche vigilate dai Carabinieri e condivise inizialmente con un gruppo di ebrei tedeschi. Al campo di Tossicia, inadeguato dal punto di vista igienico e sovraffollato, si affiancherà quello della vicina località di Isola del Gran Sasso, che dal 1941 diventerà il campo di concentramento principale dei cittadini cinesi. Quest’ultimo fu ricavato dalla foresteria della basilica di San Gabriele dell’Addolorata, un luogo più adatto all’accoglienza di 175 internati cinesi, assistiti spiritualmente da un prete connazionale, Padre Tchang. Quest'ultimo fu arrestato nel 1944 dai Tedeschi per aver favorito alcuni prigionieri inglesi e si salvò dalla condanna a morte riuscendo a fuggire durante il caos creato da un bombardamento alleato. Se pure il vitto fosse scarso e l’abbigliamento inadeguato alle rigide temperature invernali, ai prigionieri fu concessa una certa tolleranza nel movimento. Spesso ebbero contatti con la popolazione locale e quando possibile riuscirono persino a proseguire una piccola attività di commercio con gli Italiani. Decisamente peggio andò ai cinesi di Bologna, deportati nel campo di Ferramonti (Cosenza), uno dei più grandi campi di prigionia italiani caratterizzato da baraccamenti. A differenza dei campi abruzzesi, quest’ultimo si trovava in una zona depressa e soprattutto cronicamente priva di acqua e sferzata da vento e sole, dove i Cinesi furono internati in compagnia di prigionieri di altre nazioni quali Greci e Jugoslavi. Più volte i prigionieri cinesi dei campi abruzzesi e di quello calabrese furono impiagati dai Tedeschi come mano d’opera per la fortificazione della Linea Gustav. Alcuni di loro rimasero uccisi durante le incursioni aeree alleate, mentre altri contrassero malattie a causa delle cattive condizioni sanitarie e per la fatica dei lavori forzati.
In seguito all’avanzata alleata nella Penisola, i campi del centro-sud furono progressivamente chiusi. I prigionieri cinesi furono spostati quasi tutti in campi profughi in attesa della fine delle ostilità, che segnarono dall’aprile del 1945 il ritorno in Cina di ben tre quarti degli immigrati degli anni Trenta, negli ultimi anni di governo di Chiang Kai-Schek. Quei pochi che scelsero di rimanere (diversi di questi ultimi erano legati da rapporti familiari con italiane) riuscirono a ricominciare la vita prebellica grazie ad un accordo tra Roma e Pechino all’interno del percorso lungo e doloroso dei trattati di pace, al quale prese parte anche Alcide De Gasperi. L’Italia perse tutti i diritti e i possedimenti in Cina, prima tra tutti la concessione di Tientsin ottenuta dopo la partecipazione italiana alla repressione dei Boxers. Per i cinesi residenti in Italia furono invece previste riparazioni economiche che permisero a chi era rimasto di riaprire i laboratori e i magazzini dove si producevano borse e accessori in finta pelle. Nei difficilissimi anni del secondo dopoguerra, l’ostilità nei loro confronti fu quasi peggiore di quella provata durante il ventennio a causa della profonda crisi economica che mordeva tutta la Penisola e in quanto considerati privilegiati per il denaro ricevuto dallo Stato. Molti furono gli articoli di cronaca che tendevano a mettere in cattiva luce le attività dei «venditori di clavatte» in fase di ripresa. La comunità italo-cinese fu rimpolpata alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni del decennio successivo dall’emigrazione di ritorno, quando il Paese cadde in mani comuniste dopo la rivoluzione del 1949. Tra questi vi erano anche alcune donne italiane che avevano deciso di seguire i mariti in Cina, ma che furono costrette a fuggire per le violenze ed i sequestri dell’Esercito popolare. La divisione del mondo in due grandi sfere di influenza degli anni della Guerra Fredda fece lievitare il numero dei Cinesi in fuga verso l’occidente e l’Italia fu una delle mete principali. Negli anni del «boom» economico iniziò la diversificazione delle attività economiche della comunità cinese: quello della ristorazione. A Milano il primo ristorante cinese data 1962 e a descriverlo fu una delle più importanti figure del giornalismo italiano, Dino Buzzati. Nel quartiere di Paolo Sarpi, all’epoca del suo articolo comparso sul «Corriere della Sera», risiedevano una settantina di famiglie, impegnate nelle attività commerciali di pelletteria e abbigliamento. Il locale fu inaugurato in una delle vie fulcro dell’immigrazione cinese degli anni tre le due guerre, la via Luigi Canonica. Con Buzzati e gli altri ospiti dell’inaugurazione l’ambasciatore di Formosa, la Cina nazionalista di Taiwan. Le portate furono ben undici, gustate anche dai parroci delle parrocchie della zona, riferimento della comunità cinese. Tra i piatti, quei curiosi involtini e il pollo con gli anacardi. Un must dei menù ancora oggi presente, allora una prelibatezza esotica che fece sbilanciare Buzzati in un afflato campanilistico. Milano, la capitale morale ed economica, si metteva in competizione con la città eterna, Roma, potendo vantare una chinatown come quelle delle grandi città americane, allora punto di riferimento del grande «sogno». L’autore dell’articolo è rimasto colpito dall’unica presenza femminile nel ristorante. Era la giovane Alberta Yang, di madre italiana e padre cinese, vestita negli abiti tradizionali di seta candida. I tempi della prigionia erano ormai lontani. Rimaneva l’eco di quel saluto affettuoso che, nella memoria dei più anziani prigionieri di Isola del Gran Sasso, i Cinesi avevano rivolto ai cittadini del piccolo comune abruzzese quando i Tedeschi li caricarono sui camion per scavare trincee sotto le bombe degli Alleati. «Bella Isola!», «Viva Isola del Gran Sasso!».
Per un ulteriore approfondimento sulla storia degli anni di prigionia degli italo-cinesi, il testo di riferimento è «Aspettando la fine della guerra - lettere dei prigionieri cinesi dai campi di concentramento fascisti» di Daniele Brigadoi Cologna (Carocci editore).
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Una delle comunità etniche più vecchie d'Italia, quella dei cinesi, si insediò a metà degli anni Venti. Sostanzialmente tollerati durante il ventennio, furono fatti prigionieri durante la guerra. I pochi che rimasero parteciparono alla ricostruzione raggiunti dai compatrioti dopo l'avvento del comunismo. Non erano stampe di Leone Nani, il fotografo italiano che raccontò la Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano persone in carne ed ossa. Non avevano costumi sgargianti né copricapi tradizionali quei piccoli uomini che comparvero per le vie di Milano alla metà degli anni Venti del secolo XX. Nell’Italia uscita dalla Grande Guerra ed entrata nel ventennio fascista, quei forestieri che vendevano cravatte di seta e oggetti di artigianato esotico agli angoli delle strade destavano curiosità. Non erano ostili, non parlavano, ma offrivano semplicemente la loro merce accumulata sugli avambracci o adagiata su piccoli banchetti. Questa fu l’immagine dei primi cinesi immigrati in Italia, poche centinaia in tutto e concentrati nei grandi centri urbani come Milano e Bologna. Come erano giunti da così lontano per vivere in un paese culturalmente e storicamente agli antipodi, oltre che geograficamente? I cinesi in Italia: un terremoto, una crisi economica, una guerra.All’inizio del Novecento per i cinesi delle zone rurali più povere la terra dove cercare fortuna era il Giappone uscito dal secolare isolamento e in crescita economica. Due calamità a breve distanza contribuirono a mutare radicalmente il quadro dell’emigrazione cinese. Il primo fu dovuto alla furia della natura, nel Paese più sismico al mondo. Il 1 settembre 1923 un devastante terremoto che raggiunse una magnitudo di circa 8 gradi causò ampie devastazioni e 140.000 vittime nella zona di Tokyo e Yokohama, generando la prima ondata di rientro degli emigrati cinesi rimasti senza tetto e lavoro. La meta alternativa, tra mille difficoltà, sarebbe stata l’Europa delle città industriali. Un secondo motivo di ritiro dalla terra del Sol Levante fu la crisi economica che investì l’Asia alla fine del decennio, accompagnata da una crescente tensione tra Cina e Giappone che a breve sfocerà in un conflitto aperto. Il vettore principale dell’emigrazione cinese verso l’Europa fu il commercio marittimo, tramite i compatrioti imbarcati sulle navi e alle rappresentanze cinesi nei territori che pensavano a fornire i documenti necessari. I Cinesi che per primi misero piede nella Penisola venivano tutti da una stessa regione, lo Zhejiang, nella Cina orientale. In particolare, gli emigrati che giunsero in Italia venivano dalle zone montuose e più depresse della zona. In Italia si stabilirono inizialmente a Milano e Bologna, nella prima nel quartiere popolare di Porta Volta attorno alla principale arteria, la via Paolo Sarpi, che ancora oggi è il cuore della chinatown meneghina. Come detto in apertura, la loro principale attività era la vendita ambulante di piccoli oggetti di artigianato e accessori di abbigliamento autoprodotti in piccoli laboratori. Vi fu, alla fine degli anni Venti, un altro aspetto che favorì l’immigrazione cinese in Italia: nel 1921 l’Italia aveva ratificato un accordo bilaterale con la Cina nazionalista del governo di Nanchino, mentre la Francia chiuse le valvole all’immigrazione asiatica e la Germania sprofondava nella crisi economica negli anni di Weimar. Galeazzo Ciano fu tra le figure che maggiormente favorirono lo scambio economico tra i due Paesi, essendo partita da Shanghai la sua fulminea carriera diplomatica come chargé d’affaires. Il vento dell’Italia fascista negli anni della normalizzazione e del consenso parve soffiare nella giusta direzione per i Cinesi in cerca di fortuna. La popolazione italiana, dopo un’iniziale diffidenza, parve tollerante (molto di più che in Germania dove gli ambulanti asiatici erano perseguitati dalla polizia) tanto che si registrarono a Milano addirittura i primi matrimoni misti (tra cinesi e italiane giunte dala campagna per lavorare in città). Neppure il peggioramento delle relazioni italo cinesi della seconda metà degli anni Trenta (la Cina aderì alle sanzioni dopo la guerra d’Etiopia) e l’alleanza Italo-Giapponese durante la guerra del Manciukuò ruppero del tutto lo status quo dei Cinesi d’Italia. Certo, i numeri erano ancora esigui. I dati parlano di meno di 500 persone alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un numero tuttavia adeguato per gli standard dell’epoca. La guerra fu un punto di rottura decisivo. «Viva Isola del Gran Sasso!» L'epopea dei cinesi prigionieri in Abruzzo. I rapporti con i civili italiani, i lavori forzati sotto i TedeschiUsciti quasi indenni dalle leggi razziali del 1938, i Cinesi furono visti con sempre maggiore sospetto con il precipitare della situazione internazionale e in particolare dei rapporti Italia-Cina raffreddatisi dopo il 1937 con l’appoggio a Tokyo nel conflitto per lo stato del Manciukuò. Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la sigla del Patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo cambiò radicalmente lo status dei Cinesi sul territorio italiano. Come avvenne per gli Italiani all’estero (considerati nei Paesi in guerra contro la Germania e l’Italia «enemy aliens» e internati) così fu per i cinesi d’Italia. I primi arresti avvennero a Milano nel settembre 1940. La motivazione delle autorità, quella della prevenzione di possibili attività di spionaggio ai danni dell’Italia in guerra. Le disposizioni del Ministero dell’Interno ebbero come elemento incriminante la mancata dimostrazione da parte dei cittadini cinesi dell’origine delle proprie fonti di sostentamento, reato punito dapprima con il confinamento, quindi con l’internamento. Per i Cinesi fu scelta la zona del Gran Sasso d’Italia in un campo di prigionia nel comune di Tossicia (Teramo), tre case coloniche vigilate dai Carabinieri e condivise inizialmente con un gruppo di ebrei tedeschi. Al campo di Tossicia, inadeguato dal punto di vista igienico e sovraffollato, si affiancherà quello della vicina località di Isola del Gran Sasso, che dal 1941 diventerà il campo di concentramento principale dei cittadini cinesi. Quest’ultimo fu ricavato dalla foresteria della basilica di San Gabriele dell’Addolorata, un luogo più adatto all’accoglienza di 175 internati cinesi, assistiti spiritualmente da un prete connazionale, Padre Tchang. Quest'ultimo fu arrestato nel 1944 dai Tedeschi per aver favorito alcuni prigionieri inglesi e si salvò dalla condanna a morte riuscendo a fuggire durante il caos creato da un bombardamento alleato. Se pure il vitto fosse scarso e l’abbigliamento inadeguato alle rigide temperature invernali, ai prigionieri fu concessa una certa tolleranza nel movimento. Spesso ebbero contatti con la popolazione locale e quando possibile riuscirono persino a proseguire una piccola attività di commercio con gli Italiani. Decisamente peggio andò ai cinesi di Bologna, deportati nel campo di Ferramonti (Cosenza), uno dei più grandi campi di prigionia italiani caratterizzato da baraccamenti. A differenza dei campi abruzzesi, quest’ultimo si trovava in una zona depressa e soprattutto cronicamente priva di acqua e sferzata da vento e sole, dove i Cinesi furono internati in compagnia di prigionieri di altre nazioni quali Greci e Jugoslavi. Più volte i prigionieri cinesi dei campi abruzzesi e di quello calabrese furono impiagati dai Tedeschi come mano d’opera per la fortificazione della Linea Gustav. Alcuni di loro rimasero uccisi durante le incursioni aeree alleate, mentre altri contrassero malattie a causa delle cattive condizioni sanitarie e per la fatica dei lavori forzati. In seguito all’avanzata alleata nella Penisola, i campi del centro-sud furono progressivamente chiusi. I prigionieri cinesi furono spostati quasi tutti in campi profughi in attesa della fine delle ostilità, che segnarono dall’aprile del 1945 il ritorno in Cina di ben tre quarti degli immigrati degli anni Trenta, negli ultimi anni di governo di Chiang Kai-Schek. Quei pochi che scelsero di rimanere (diversi di questi ultimi erano legati da rapporti familiari con italiane) riuscirono a ricominciare la vita prebellica grazie ad un accordo tra Roma e Pechino all’interno del percorso lungo e doloroso dei trattati di pace, al quale prese parte anche Alcide De Gasperi. L’Italia perse tutti i diritti e i possedimenti in Cina, prima tra tutti la concessione di Tientsin ottenuta dopo la partecipazione italiana alla repressione dei Boxers. Per i cinesi residenti in Italia furono invece previste riparazioni economiche che permisero a chi era rimasto di riaprire i laboratori e i magazzini dove si producevano borse e accessori in finta pelle. Nei difficilissimi anni del secondo dopoguerra, l’ostilità nei loro confronti fu quasi peggiore di quella provata durante il ventennio a causa della profonda crisi economica che mordeva tutta la Penisola e in quanto considerati privilegiati per il denaro ricevuto dallo Stato. Molti furono gli articoli di cronaca che tendevano a mettere in cattiva luce le attività dei «venditori di clavatte» in fase di ripresa. La comunità italo-cinese fu rimpolpata alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni del decennio successivo dall’emigrazione di ritorno, quando il Paese cadde in mani comuniste dopo la rivoluzione del 1949. Tra questi vi erano anche alcune donne italiane che avevano deciso di seguire i mariti in Cina, ma che furono costrette a fuggire per le violenze ed i sequestri dell’Esercito popolare. La divisione del mondo in due grandi sfere di influenza degli anni della Guerra Fredda fece lievitare il numero dei Cinesi in fuga verso l’occidente e l’Italia fu una delle mete principali. Negli anni del «boom» economico iniziò la diversificazione delle attività economiche della comunità cinese: quello della ristorazione. A Milano il primo ristorante cinese data 1962 e a descriverlo fu una delle più importanti figure del giornalismo italiano, Dino Buzzati. Nel quartiere di Paolo Sarpi, all’epoca del suo articolo comparso sul «Corriere della Sera», risiedevano una settantina di famiglie, impegnate nelle attività commerciali di pelletteria e abbigliamento. Il locale fu inaugurato in una delle vie fulcro dell’immigrazione cinese degli anni tre le due guerre, la via Luigi Canonica. Con Buzzati e gli altri ospiti dell’inaugurazione l’ambasciatore di Formosa, la Cina nazionalista di Taiwan. Le portate furono ben undici, gustate anche dai parroci delle parrocchie della zona, riferimento della comunità cinese. Tra i piatti, quei curiosi involtini e il pollo con gli anacardi. Un must dei menù ancora oggi presente, allora una prelibatezza esotica che fece sbilanciare Buzzati in un afflato campanilistico. Milano, la capitale morale ed economica, si metteva in competizione con la città eterna, Roma, potendo vantare una chinatown come quelle delle grandi città americane, allora punto di riferimento del grande «sogno». L’autore dell’articolo è rimasto colpito dall’unica presenza femminile nel ristorante. Era la giovane Alberta Yang, di madre italiana e padre cinese, vestita negli abiti tradizionali di seta candida. I tempi della prigionia erano ormai lontani. Rimaneva l’eco di quel saluto affettuoso che, nella memoria dei più anziani prigionieri di Isola del Gran Sasso, i Cinesi avevano rivolto ai cittadini del piccolo comune abruzzese quando i Tedeschi li caricarono sui camion per scavare trincee sotto le bombe degli Alleati. «Bella Isola!», «Viva Isola del Gran Sasso!».Per un ulteriore approfondimento sulla storia degli anni di prigionia degli italo-cinesi, il testo di riferimento è «Aspettando la fine della guerra - lettere dei prigionieri cinesi dai campi di concentramento fascisti» di Daniele Brigadoi Cologna (Carocci editore).
Ursula von der Leyen (Ansa)
In Italia il divieto vige da sempre e la sentenza dei giudici europei pone fine alla causa intentata da un agricoltore friulano che, seminato mais Ogm, era stato multato per 50.000 euro ed era stato obbligato all’espianto. La Corte del Lussemburgo ha respinto la sua opposizione e ha sentenziato che è legittimo il divieto di coltivazione del mais «Mon 810» introdotto in Italia. Per la baronessa è un doppio «schiaffo»: primo perché va facendo in giro per il mondo accordi per importare prodotti agricoli che in base a questa sentenza l’Italia potrebbe respingere alla frontiera; secondo perché la sigla «Mon» sta per Monsanto, la società che opera nei fertilizzanti e negli organismi geneticamente modificati di proprietà della tedesca Bayer, che l’acquisì nel 2016 pagando 63 miliardi di dollari.
Tra i motivi per l’accelerazione che la presidente della Commissione ha impresso al Mercosur c’è sicuramente il mercato dei pesticidi. Il Brasile è il primo utilizzatore al mondo di Ogm con una particolarità: gli Ogm Monsanto sono «progettati» per un utilizzo massiccio di glifosato, il più potente e discusso erbicida al mondo, prodotto dalla stessa Monsanto. Con un ulteriore particolare. Sempre la Corte di giustizia europea ha bocciato la proroga automatica che la Commissione ha concesso (con scadenza al 2033) all’uso del glifosato in Europa e ora la Von der Leyen non sa più come proteggerlo. La sostanza è sospettata di effetti cancerogeni: in Europa è vietata in fase di pre raccolta mentre i Paesi con cui la baronessa ha fatto i suoi trionfali accordi commerciali lo usano come non ci fosse un domani. Il Brasile ha cosparso di glifosato mezza Amazzonia per coltivare la soia, il Canada (accordo Ceta) usa il glifosato per essiccare il grano. Ora, però, la sentenza sugli Ogm complica non poco l’esportazione da parte del Mercosur.
Per aggirare questi pronunciamenti a Bruxelles, quando si dice il Green deal, avrebbero in mente di fare una moratoria tanto sugli organismi geneticamente modificati quanto sulla chimica in campo. La cosa curiosa è che la Commissione ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’ammissione delle Tea. Si tratta di piante che vengono ibridate con metodi del tutto naturali di cui si modifica il Dna, ma senza inserire pezzi di Dna alieno (come è invece negli Ogm) con una tecnologia italiana e che consentono di abbattere l’uso di sostanze chimiche in coltivazione. Ebbene le Tea sono entrate nella fase sperimentale in campo solo da pochi mesi. A dimostrazione che Bruxelles usa l’agricoltura come meglio le conviene.
L’ultimo tentativo è la ripresa dei negoziati con l’Australia per un altro accordo commerciale dopo il Mercosur e quello con l’India. Ma se nell’intesa con New Delhi sono scattate alcune salvaguardie per l’import agricolo, con Canberra il disastro sarebbe totale. Gli australiani vogliono mano libera sull’export di carne, tanto bovina che ovina, di cui sono leader mondiali. L’Australia esporta il 70% della sua produzione (fortissima quella di frutta in particolare ciliegie, kiwi, mele; del vino; del grano e dei semi oleosi) per un controvalore di 75 miliardi di dollari australiani (circa 50 miliardi di euro) ed è il principale concorrente dell’Italia e della Francia sul vino in Cina e in tutto il Sud-Est asiatico. Vino che Canberra protegge con un dazio all’importazione del 65%.
Nonostante questo, a fine mese Ursula von der Leyen sarà in Australia per avviare la fase finale dell’accordo commerciale. Per gli agricoltori è un bis del Mercosur, se non addirittura peggio, perché di fatto blocca agli europei tutti i Paesi dove esportano gli australiani. Questo nel momento in cui uno dei settori di punta dell’agricoltura italiana va in crisi. L’ortofrutta vale circa 19 miliardi per 150.000 aziende che coltivano un milione di ettari e l’export si aggira sui 13 miliardi ma - come avverte il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei - «stiamo perdendo produzione e gli accordi commerciali mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese». Il tema - sostiene Drei - «non sarà più la reciprocità nei metodi produttivi tra l’Europa e il resto del mondo, ma se noi europei saremo ancora in grado di produrre». Precisa Drei: «Dieci anni fa l’Italia vantava un potenziale produttivo nazionale di 26 milioni di tonnellate di ortofrutta, oggi ne produciamo circa 24,7 milioni; la frutta coltivata e lavorata in Brasile con prodotti fitosanitari vietati in Europa può ottenere il via libera ed entrare nel mercato comunitario, mentre per gli agricoltori europei rimane il divieto di utilizzo di determinati fitofarmaci. È la riprova che dalla Commissione europea non vengono risposte alle esigenze del mondo produttivo». La prossima fermata è Canberra.
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Il premier Giorgia Meloni, arrivata a Milano per partecipare questa sera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, in mattinata ha fatto visita ai carabinieri e ai militari impegnati per la sicurezza alla stazione di Rogoredo. «Sono venuta a salutare e ringraziare», ha detto il presidente del Consiglio, come si vede anche in un video che ha postato sui social, stringendo le mani ai militari impegnati nel presidio e posando per i selfie con alcuni passanti e addetti della Protezione civile.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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