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2023-07-04
I cinesi in Italia: da immigrati a «nemici» imprenditori
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Cinesi in compagnia di religiosi e autorità nel campo di prigionia di Isola del Gran Sasso in occasione del battesimo di gruppo nell'agosto 1941. (Courtesy Carocci editore)
Non erano stampe di Leone Nani, il fotografo italiano che raccontò la Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano persone in carne ed ossa. Non avevano costumi sgargianti né copricapi tradizionali quei piccoli uomini che comparvero per le vie di Milano alla metà degli anni Venti del secolo XX. Nell’Italia uscita dalla Grande Guerra ed entrata nel ventennio fascista, quei forestieri che vendevano cravatte di seta e oggetti di artigianato esotico agli angoli delle strade destavano curiosità. Non erano ostili, non parlavano, ma offrivano semplicemente la loro merce accumulata sugli avambracci o adagiata su piccoli banchetti. Questa fu l’immagine dei primi cinesi immigrati in Italia, poche centinaia in tutto e concentrati nei grandi centri urbani come Milano e Bologna. Come erano giunti da così lontano per vivere in un paese culturalmente e storicamente agli antipodi, oltre che geograficamente?
I cinesi in Italia: un terremoto, una crisi economica, una guerra.
All’inizio del Novecento per i cinesi delle zone rurali più povere la terra dove cercare fortuna era il Giappone uscito dal secolare isolamento e in crescita economica. Due calamità a breve distanza contribuirono a mutare radicalmente il quadro dell’emigrazione cinese. Il primo fu dovuto alla furia della natura, nel Paese più sismico al mondo. Il 1 settembre 1923 un devastante terremoto che raggiunse una magnitudo di circa 8 gradi causò ampie devastazioni e 140.000 vittime nella zona di Tokyo e Yokohama, generando la prima ondata di rientro degli emigrati cinesi rimasti senza tetto e lavoro. La meta alternativa, tra mille difficoltà, sarebbe stata l’Europa delle città industriali. Un secondo motivo di ritiro dalla terra del Sol Levante fu la crisi economica che investì l’Asia alla fine del decennio, accompagnata da una crescente tensione tra Cina e Giappone che a breve sfocerà in un conflitto aperto. Il vettore principale dell’emigrazione cinese verso l’Europa fu il commercio marittimo, tramite i compatrioti imbarcati sulle navi e alle rappresentanze cinesi nei territori che pensavano a fornire i documenti necessari. I Cinesi che per primi misero piede nella Penisola venivano tutti da una stessa regione, lo Zhejiang, nella Cina orientale. In particolare, gli emigrati che giunsero in Italia venivano dalle zone montuose e più depresse della zona. In Italia si stabilirono inizialmente a Milano e Bologna, nella prima nel quartiere popolare di Porta Volta attorno alla principale arteria, la via Paolo Sarpi, che ancora oggi è il cuore della chinatown meneghina. Come detto in apertura, la loro principale attività era la vendita ambulante di piccoli oggetti di artigianato e accessori di abbigliamento autoprodotti in piccoli laboratori. Vi fu, alla fine degli anni Venti, un altro aspetto che favorì l’immigrazione cinese in Italia: nel 1921 l’Italia aveva ratificato un accordo bilaterale con la Cina nazionalista del governo di Nanchino, mentre la Francia chiuse le valvole all’immigrazione asiatica e la Germania sprofondava nella crisi economica negli anni di Weimar. Galeazzo Ciano fu tra le figure che maggiormente favorirono lo scambio economico tra i due Paesi, essendo partita da Shanghai la sua fulminea carriera diplomatica come chargé d’affaires. Il vento dell’Italia fascista negli anni della normalizzazione e del consenso parve soffiare nella giusta direzione per i Cinesi in cerca di fortuna. La popolazione italiana, dopo un’iniziale diffidenza, parve tollerante (molto di più che in Germania dove gli ambulanti asiatici erano perseguitati dalla polizia) tanto che si registrarono a Milano addirittura i primi matrimoni misti (tra cinesi e italiane giunte dala campagna per lavorare in città). Neppure il peggioramento delle relazioni italo cinesi della seconda metà degli anni Trenta (la Cina aderì alle sanzioni dopo la guerra d’Etiopia) e l’alleanza Italo-Giapponese durante la guerra del Manciukuò ruppero del tutto lo status quo dei Cinesi d’Italia. Certo, i numeri erano ancora esigui. I dati parlano di meno di 500 persone alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un numero tuttavia adeguato per gli standard dell’epoca. La guerra fu un punto di rottura decisivo.
«Viva Isola del Gran Sasso!» L'epopea dei cinesi prigionieri in Abruzzo. I rapporti con i civili italiani, i lavori forzati sotto i Tedeschi
Usciti quasi indenni dalle leggi razziali del 1938, i Cinesi furono visti con sempre maggiore sospetto con il precipitare della situazione internazionale e in particolare dei rapporti Italia-Cina raffreddatisi dopo il 1937 con l’appoggio a Tokyo nel conflitto per lo stato del Manciukuò. Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la sigla del Patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo cambiò radicalmente lo status dei Cinesi sul territorio italiano. Come avvenne per gli Italiani all’estero (considerati nei Paesi in guerra contro la Germania e l’Italia «enemy aliens» e internati) così fu per i cinesi d’Italia. I primi arresti avvennero a Milano nel settembre 1940. La motivazione delle autorità, quella della prevenzione di possibili attività di spionaggio ai danni dell’Italia in guerra. Le disposizioni del Ministero dell’Interno ebbero come elemento incriminante la mancata dimostrazione da parte dei cittadini cinesi dell’origine delle proprie fonti di sostentamento, reato punito dapprima con il confinamento, quindi con l’internamento. Per i Cinesi fu scelta la zona del Gran Sasso d’Italia in un campo di prigionia nel comune di Tossicia (Teramo), tre case coloniche vigilate dai Carabinieri e condivise inizialmente con un gruppo di ebrei tedeschi. Al campo di Tossicia, inadeguato dal punto di vista igienico e sovraffollato, si affiancherà quello della vicina località di Isola del Gran Sasso, che dal 1941 diventerà il campo di concentramento principale dei cittadini cinesi. Quest’ultimo fu ricavato dalla foresteria della basilica di San Gabriele dell’Addolorata, un luogo più adatto all’accoglienza di 175 internati cinesi, assistiti spiritualmente da un prete connazionale, Padre Tchang. Quest'ultimo fu arrestato nel 1944 dai Tedeschi per aver favorito alcuni prigionieri inglesi e si salvò dalla condanna a morte riuscendo a fuggire durante il caos creato da un bombardamento alleato. Se pure il vitto fosse scarso e l’abbigliamento inadeguato alle rigide temperature invernali, ai prigionieri fu concessa una certa tolleranza nel movimento. Spesso ebbero contatti con la popolazione locale e quando possibile riuscirono persino a proseguire una piccola attività di commercio con gli Italiani. Decisamente peggio andò ai cinesi di Bologna, deportati nel campo di Ferramonti (Cosenza), uno dei più grandi campi di prigionia italiani caratterizzato da baraccamenti. A differenza dei campi abruzzesi, quest’ultimo si trovava in una zona depressa e soprattutto cronicamente priva di acqua e sferzata da vento e sole, dove i Cinesi furono internati in compagnia di prigionieri di altre nazioni quali Greci e Jugoslavi. Più volte i prigionieri cinesi dei campi abruzzesi e di quello calabrese furono impiagati dai Tedeschi come mano d’opera per la fortificazione della Linea Gustav. Alcuni di loro rimasero uccisi durante le incursioni aeree alleate, mentre altri contrassero malattie a causa delle cattive condizioni sanitarie e per la fatica dei lavori forzati.
In seguito all’avanzata alleata nella Penisola, i campi del centro-sud furono progressivamente chiusi. I prigionieri cinesi furono spostati quasi tutti in campi profughi in attesa della fine delle ostilità, che segnarono dall’aprile del 1945 il ritorno in Cina di ben tre quarti degli immigrati degli anni Trenta, negli ultimi anni di governo di Chiang Kai-Schek. Quei pochi che scelsero di rimanere (diversi di questi ultimi erano legati da rapporti familiari con italiane) riuscirono a ricominciare la vita prebellica grazie ad un accordo tra Roma e Pechino all’interno del percorso lungo e doloroso dei trattati di pace, al quale prese parte anche Alcide De Gasperi. L’Italia perse tutti i diritti e i possedimenti in Cina, prima tra tutti la concessione di Tientsin ottenuta dopo la partecipazione italiana alla repressione dei Boxers. Per i cinesi residenti in Italia furono invece previste riparazioni economiche che permisero a chi era rimasto di riaprire i laboratori e i magazzini dove si producevano borse e accessori in finta pelle. Nei difficilissimi anni del secondo dopoguerra, l’ostilità nei loro confronti fu quasi peggiore di quella provata durante il ventennio a causa della profonda crisi economica che mordeva tutta la Penisola e in quanto considerati privilegiati per il denaro ricevuto dallo Stato. Molti furono gli articoli di cronaca che tendevano a mettere in cattiva luce le attività dei «venditori di clavatte» in fase di ripresa. La comunità italo-cinese fu rimpolpata alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni del decennio successivo dall’emigrazione di ritorno, quando il Paese cadde in mani comuniste dopo la rivoluzione del 1949. Tra questi vi erano anche alcune donne italiane che avevano deciso di seguire i mariti in Cina, ma che furono costrette a fuggire per le violenze ed i sequestri dell’Esercito popolare. La divisione del mondo in due grandi sfere di influenza degli anni della Guerra Fredda fece lievitare il numero dei Cinesi in fuga verso l’occidente e l’Italia fu una delle mete principali. Negli anni del «boom» economico iniziò la diversificazione delle attività economiche della comunità cinese: quello della ristorazione. A Milano il primo ristorante cinese data 1962 e a descriverlo fu una delle più importanti figure del giornalismo italiano, Dino Buzzati. Nel quartiere di Paolo Sarpi, all’epoca del suo articolo comparso sul «Corriere della Sera», risiedevano una settantina di famiglie, impegnate nelle attività commerciali di pelletteria e abbigliamento. Il locale fu inaugurato in una delle vie fulcro dell’immigrazione cinese degli anni tre le due guerre, la via Luigi Canonica. Con Buzzati e gli altri ospiti dell’inaugurazione l’ambasciatore di Formosa, la Cina nazionalista di Taiwan. Le portate furono ben undici, gustate anche dai parroci delle parrocchie della zona, riferimento della comunità cinese. Tra i piatti, quei curiosi involtini e il pollo con gli anacardi. Un must dei menù ancora oggi presente, allora una prelibatezza esotica che fece sbilanciare Buzzati in un afflato campanilistico. Milano, la capitale morale ed economica, si metteva in competizione con la città eterna, Roma, potendo vantare una chinatown come quelle delle grandi città americane, allora punto di riferimento del grande «sogno». L’autore dell’articolo è rimasto colpito dall’unica presenza femminile nel ristorante. Era la giovane Alberta Yang, di madre italiana e padre cinese, vestita negli abiti tradizionali di seta candida. I tempi della prigionia erano ormai lontani. Rimaneva l’eco di quel saluto affettuoso che, nella memoria dei più anziani prigionieri di Isola del Gran Sasso, i Cinesi avevano rivolto ai cittadini del piccolo comune abruzzese quando i Tedeschi li caricarono sui camion per scavare trincee sotto le bombe degli Alleati. «Bella Isola!», «Viva Isola del Gran Sasso!».
Per un ulteriore approfondimento sulla storia degli anni di prigionia degli italo-cinesi, il testo di riferimento è «Aspettando la fine della guerra - lettere dei prigionieri cinesi dai campi di concentramento fascisti» di Daniele Brigadoi Cologna (Carocci editore).
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Una delle comunità etniche più vecchie d'Italia, quella dei cinesi, si insediò a metà degli anni Venti. Sostanzialmente tollerati durante il ventennio, furono fatti prigionieri durante la guerra. I pochi che rimasero parteciparono alla ricostruzione raggiunti dai compatrioti dopo l'avvento del comunismo. Non erano stampe di Leone Nani, il fotografo italiano che raccontò la Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano persone in carne ed ossa. Non avevano costumi sgargianti né copricapi tradizionali quei piccoli uomini che comparvero per le vie di Milano alla metà degli anni Venti del secolo XX. Nell’Italia uscita dalla Grande Guerra ed entrata nel ventennio fascista, quei forestieri che vendevano cravatte di seta e oggetti di artigianato esotico agli angoli delle strade destavano curiosità. Non erano ostili, non parlavano, ma offrivano semplicemente la loro merce accumulata sugli avambracci o adagiata su piccoli banchetti. Questa fu l’immagine dei primi cinesi immigrati in Italia, poche centinaia in tutto e concentrati nei grandi centri urbani come Milano e Bologna. Come erano giunti da così lontano per vivere in un paese culturalmente e storicamente agli antipodi, oltre che geograficamente? I cinesi in Italia: un terremoto, una crisi economica, una guerra.All’inizio del Novecento per i cinesi delle zone rurali più povere la terra dove cercare fortuna era il Giappone uscito dal secolare isolamento e in crescita economica. Due calamità a breve distanza contribuirono a mutare radicalmente il quadro dell’emigrazione cinese. Il primo fu dovuto alla furia della natura, nel Paese più sismico al mondo. Il 1 settembre 1923 un devastante terremoto che raggiunse una magnitudo di circa 8 gradi causò ampie devastazioni e 140.000 vittime nella zona di Tokyo e Yokohama, generando la prima ondata di rientro degli emigrati cinesi rimasti senza tetto e lavoro. La meta alternativa, tra mille difficoltà, sarebbe stata l’Europa delle città industriali. Un secondo motivo di ritiro dalla terra del Sol Levante fu la crisi economica che investì l’Asia alla fine del decennio, accompagnata da una crescente tensione tra Cina e Giappone che a breve sfocerà in un conflitto aperto. Il vettore principale dell’emigrazione cinese verso l’Europa fu il commercio marittimo, tramite i compatrioti imbarcati sulle navi e alle rappresentanze cinesi nei territori che pensavano a fornire i documenti necessari. I Cinesi che per primi misero piede nella Penisola venivano tutti da una stessa regione, lo Zhejiang, nella Cina orientale. In particolare, gli emigrati che giunsero in Italia venivano dalle zone montuose e più depresse della zona. In Italia si stabilirono inizialmente a Milano e Bologna, nella prima nel quartiere popolare di Porta Volta attorno alla principale arteria, la via Paolo Sarpi, che ancora oggi è il cuore della chinatown meneghina. Come detto in apertura, la loro principale attività era la vendita ambulante di piccoli oggetti di artigianato e accessori di abbigliamento autoprodotti in piccoli laboratori. Vi fu, alla fine degli anni Venti, un altro aspetto che favorì l’immigrazione cinese in Italia: nel 1921 l’Italia aveva ratificato un accordo bilaterale con la Cina nazionalista del governo di Nanchino, mentre la Francia chiuse le valvole all’immigrazione asiatica e la Germania sprofondava nella crisi economica negli anni di Weimar. Galeazzo Ciano fu tra le figure che maggiormente favorirono lo scambio economico tra i due Paesi, essendo partita da Shanghai la sua fulminea carriera diplomatica come chargé d’affaires. Il vento dell’Italia fascista negli anni della normalizzazione e del consenso parve soffiare nella giusta direzione per i Cinesi in cerca di fortuna. La popolazione italiana, dopo un’iniziale diffidenza, parve tollerante (molto di più che in Germania dove gli ambulanti asiatici erano perseguitati dalla polizia) tanto che si registrarono a Milano addirittura i primi matrimoni misti (tra cinesi e italiane giunte dala campagna per lavorare in città). Neppure il peggioramento delle relazioni italo cinesi della seconda metà degli anni Trenta (la Cina aderì alle sanzioni dopo la guerra d’Etiopia) e l’alleanza Italo-Giapponese durante la guerra del Manciukuò ruppero del tutto lo status quo dei Cinesi d’Italia. Certo, i numeri erano ancora esigui. I dati parlano di meno di 500 persone alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un numero tuttavia adeguato per gli standard dell’epoca. La guerra fu un punto di rottura decisivo. «Viva Isola del Gran Sasso!» L'epopea dei cinesi prigionieri in Abruzzo. I rapporti con i civili italiani, i lavori forzati sotto i TedeschiUsciti quasi indenni dalle leggi razziali del 1938, i Cinesi furono visti con sempre maggiore sospetto con il precipitare della situazione internazionale e in particolare dei rapporti Italia-Cina raffreddatisi dopo il 1937 con l’appoggio a Tokyo nel conflitto per lo stato del Manciukuò. Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la sigla del Patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo cambiò radicalmente lo status dei Cinesi sul territorio italiano. Come avvenne per gli Italiani all’estero (considerati nei Paesi in guerra contro la Germania e l’Italia «enemy aliens» e internati) così fu per i cinesi d’Italia. I primi arresti avvennero a Milano nel settembre 1940. La motivazione delle autorità, quella della prevenzione di possibili attività di spionaggio ai danni dell’Italia in guerra. Le disposizioni del Ministero dell’Interno ebbero come elemento incriminante la mancata dimostrazione da parte dei cittadini cinesi dell’origine delle proprie fonti di sostentamento, reato punito dapprima con il confinamento, quindi con l’internamento. Per i Cinesi fu scelta la zona del Gran Sasso d’Italia in un campo di prigionia nel comune di Tossicia (Teramo), tre case coloniche vigilate dai Carabinieri e condivise inizialmente con un gruppo di ebrei tedeschi. Al campo di Tossicia, inadeguato dal punto di vista igienico e sovraffollato, si affiancherà quello della vicina località di Isola del Gran Sasso, che dal 1941 diventerà il campo di concentramento principale dei cittadini cinesi. Quest’ultimo fu ricavato dalla foresteria della basilica di San Gabriele dell’Addolorata, un luogo più adatto all’accoglienza di 175 internati cinesi, assistiti spiritualmente da un prete connazionale, Padre Tchang. Quest'ultimo fu arrestato nel 1944 dai Tedeschi per aver favorito alcuni prigionieri inglesi e si salvò dalla condanna a morte riuscendo a fuggire durante il caos creato da un bombardamento alleato. Se pure il vitto fosse scarso e l’abbigliamento inadeguato alle rigide temperature invernali, ai prigionieri fu concessa una certa tolleranza nel movimento. Spesso ebbero contatti con la popolazione locale e quando possibile riuscirono persino a proseguire una piccola attività di commercio con gli Italiani. Decisamente peggio andò ai cinesi di Bologna, deportati nel campo di Ferramonti (Cosenza), uno dei più grandi campi di prigionia italiani caratterizzato da baraccamenti. A differenza dei campi abruzzesi, quest’ultimo si trovava in una zona depressa e soprattutto cronicamente priva di acqua e sferzata da vento e sole, dove i Cinesi furono internati in compagnia di prigionieri di altre nazioni quali Greci e Jugoslavi. Più volte i prigionieri cinesi dei campi abruzzesi e di quello calabrese furono impiagati dai Tedeschi come mano d’opera per la fortificazione della Linea Gustav. Alcuni di loro rimasero uccisi durante le incursioni aeree alleate, mentre altri contrassero malattie a causa delle cattive condizioni sanitarie e per la fatica dei lavori forzati. In seguito all’avanzata alleata nella Penisola, i campi del centro-sud furono progressivamente chiusi. I prigionieri cinesi furono spostati quasi tutti in campi profughi in attesa della fine delle ostilità, che segnarono dall’aprile del 1945 il ritorno in Cina di ben tre quarti degli immigrati degli anni Trenta, negli ultimi anni di governo di Chiang Kai-Schek. Quei pochi che scelsero di rimanere (diversi di questi ultimi erano legati da rapporti familiari con italiane) riuscirono a ricominciare la vita prebellica grazie ad un accordo tra Roma e Pechino all’interno del percorso lungo e doloroso dei trattati di pace, al quale prese parte anche Alcide De Gasperi. L’Italia perse tutti i diritti e i possedimenti in Cina, prima tra tutti la concessione di Tientsin ottenuta dopo la partecipazione italiana alla repressione dei Boxers. Per i cinesi residenti in Italia furono invece previste riparazioni economiche che permisero a chi era rimasto di riaprire i laboratori e i magazzini dove si producevano borse e accessori in finta pelle. Nei difficilissimi anni del secondo dopoguerra, l’ostilità nei loro confronti fu quasi peggiore di quella provata durante il ventennio a causa della profonda crisi economica che mordeva tutta la Penisola e in quanto considerati privilegiati per il denaro ricevuto dallo Stato. Molti furono gli articoli di cronaca che tendevano a mettere in cattiva luce le attività dei «venditori di clavatte» in fase di ripresa. La comunità italo-cinese fu rimpolpata alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni del decennio successivo dall’emigrazione di ritorno, quando il Paese cadde in mani comuniste dopo la rivoluzione del 1949. Tra questi vi erano anche alcune donne italiane che avevano deciso di seguire i mariti in Cina, ma che furono costrette a fuggire per le violenze ed i sequestri dell’Esercito popolare. La divisione del mondo in due grandi sfere di influenza degli anni della Guerra Fredda fece lievitare il numero dei Cinesi in fuga verso l’occidente e l’Italia fu una delle mete principali. Negli anni del «boom» economico iniziò la diversificazione delle attività economiche della comunità cinese: quello della ristorazione. A Milano il primo ristorante cinese data 1962 e a descriverlo fu una delle più importanti figure del giornalismo italiano, Dino Buzzati. Nel quartiere di Paolo Sarpi, all’epoca del suo articolo comparso sul «Corriere della Sera», risiedevano una settantina di famiglie, impegnate nelle attività commerciali di pelletteria e abbigliamento. Il locale fu inaugurato in una delle vie fulcro dell’immigrazione cinese degli anni tre le due guerre, la via Luigi Canonica. Con Buzzati e gli altri ospiti dell’inaugurazione l’ambasciatore di Formosa, la Cina nazionalista di Taiwan. Le portate furono ben undici, gustate anche dai parroci delle parrocchie della zona, riferimento della comunità cinese. Tra i piatti, quei curiosi involtini e il pollo con gli anacardi. Un must dei menù ancora oggi presente, allora una prelibatezza esotica che fece sbilanciare Buzzati in un afflato campanilistico. Milano, la capitale morale ed economica, si metteva in competizione con la città eterna, Roma, potendo vantare una chinatown come quelle delle grandi città americane, allora punto di riferimento del grande «sogno». L’autore dell’articolo è rimasto colpito dall’unica presenza femminile nel ristorante. Era la giovane Alberta Yang, di madre italiana e padre cinese, vestita negli abiti tradizionali di seta candida. I tempi della prigionia erano ormai lontani. Rimaneva l’eco di quel saluto affettuoso che, nella memoria dei più anziani prigionieri di Isola del Gran Sasso, i Cinesi avevano rivolto ai cittadini del piccolo comune abruzzese quando i Tedeschi li caricarono sui camion per scavare trincee sotto le bombe degli Alleati. «Bella Isola!», «Viva Isola del Gran Sasso!».Per un ulteriore approfondimento sulla storia degli anni di prigionia degli italo-cinesi, il testo di riferimento è «Aspettando la fine della guerra - lettere dei prigionieri cinesi dai campi di concentramento fascisti» di Daniele Brigadoi Cologna (Carocci editore).
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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