True
2026-01-21
Stop da oggi all’accordo sulle tariffe
Manfred Weber (Ansa)
«Consideriamo il popolo degli Usa non solo nostro alleato, ma nostro amico», ha dichiarato ieri la Von der Leyen, parlando al Forum di Davos. «La nostra risposta sarà risoluta, unita e proporzionata», ha proseguito, definendo inoltre un «errore» i dazi aggiuntivi, annunciati da Trump sulla Groenlandia. «L’Ue e gli Usa hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa», ha continuato. «A mio avviso, il cambiamento epocale che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi una necessità, per costruire una nuova forma di indipendenza europea», ha anche affermato il capo della Commissione europea, mentre Emmanuel Macron ha invocato il ricorso agli strumenti anti coercizione.
A intervenire sui dazi legati alla Groenlandia è stato anche il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, che ha esortato gli europei a non effettuare ritorsioni commerciali contro Washington. «Direi che si tratta dello stesso tipo di isteria che abbiamo sentito il 2 aprile», ha detto, riferendosi alle tariffe, definite «reciproche», che Trump annunciò ad aprile. «Quello che esorto tutti qui a fare è sedersi, fare un respiro profondo e lasciare che le cose si sviluppino. La cosa peggiore che un Paese possa fare è avviare un’escalation contro gli Usa», ha continuato Bessent, che ha poi criticato l’Ue. «L’Europa compra petrolio russo, eppure, quattro anni dopo, continua a finanziare la guerra contro sé stessa». Bessent ha anche escluso che i governi europei venderanno i titoli del Tesoro statunitense in loro possesso. Dal canto suo, il segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, ha affermato di ritenere che il Vecchio continente non straccerà l’accordo commerciale raggiunto l’anno scorso tra Ue e Usa, ma ha avvertito che Washington è pronta a reagire a eventuali ritorsioni europee. Dal canto suo, il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha definito «imprudente» l’uso degli strumenti anti coercizione da parte dell’Ue.
Nel frattempo, sulla questione groenlandese si è espresso anche Volodymyr Zelensky, dicendosi «preoccupato» per l’eventualità che questo dossier distolga l’attenzione dei Paesi occidentali dalla crisi ucraina. «Sulla Groenlandia, vorrei sottolineare ancora una volta che rispettiamo, e personalmente nutro grande rispetto, per la Danimarca e rispettiamo la sua sovranità e integrità territoriale», ha detto. «Vorrei davvero che l’America ascoltasse l’Europa», ha continuato. Il presidente ucraino ha inoltre specificato che si recherà al Forum di Davos soltanto se i documenti sulle garanzie di sicurezza e sulla ricostruzione saranno pronti. Zelensky ha poi reso noto che l’Ucraina è stata invitata a entrare nel Board of Peace per Gaza, ma ha espresso dei dubbi a causa della possibile partecipazione di Russia e Bielorussia. Parliamo di quel Board of Peace che, ieri, il Qatar ha definito utile per la stabilità del Medio Oriente, mentre il Belgio lo ha accusato di voler sostituire l’Onu. Tutto questo, mentre ieri, a Davos, Steve Witkoff ha avuto dei colloqui «costrittivi» con Kirill Dmitriev.
Tornando alle tensioni tra Usa ed europei, è tutto da dimostrare che, al netto della compattezza di facciata, l’Ue sia davvero unita contro la Casa Bianca. Ieri mattina, Politico riferiva di crescenti tensioni tra Macron e Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco non sarebbe infatti convinto della linea dura che l’Eliseo vuole portare avanti nei confronti di Washington. Inoltre, la Germania ha ringraziato gli Usa per l’invito a entrare nel Board of Peace, mentre Parigi ha rifiutato. Del resto, l’Ue non ha chissà quali leve per impensierire Trump. Dall’altra parte, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme sulla crescente cooperazione tra Cina e Russia nell’Artico. Ebbene, non sembra che, negli ultimi anni, i membri europei della Nato si siano granché preoccupati di questa regione né della strategicità della Groenlandia. È anche in quest’ottica che, ieri, Trump, oltre a esprimere preoccupazione per l’imminente sentenza della Corte Suprema sui dazi, ha affermato: «Se non fossi intervenuto io, oggi non ci sarebbe la Nato! Sarebbe finita nel dimenticatoio della Storia».
Continua a leggereRiduci
Muro all’Eurocamera dopo i nuovi dazi americani. Il presidente teme il verdetto della Corte Suprema. Il segretario Bessent all’Europa: «Isterici, fate un respiro».L’Ue va allo scontro con Washington sulla Groenlandia. Oggi l’Europarlamento annuncerà la sospensione formale della ratifica dell’accordo commerciale che era stato raggiunto, lo scorso anno, da Donald Trump e Ursula von der Leyen. In particolare, al centro delle tensioni ci sono i dazi che il presidente americano ha minacciato nei confronti di alcuni Paesi europei contrari ai suoi propositi di acquisizione dell’isola più grande del mondo. «Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale Ue-Usa, ma date le minacce di Donald Trump riguardo alla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase», aveva dichiarato, alcuni giorni fa, il presidente del Ppe, Manfred Weber, per poi aggiungere: «I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi». Secondo Politico, contrari alla ratifica sono anche i socialisti, i Verdi e Renew.«Consideriamo il popolo degli Usa non solo nostro alleato, ma nostro amico», ha dichiarato ieri la Von der Leyen, parlando al Forum di Davos. «La nostra risposta sarà risoluta, unita e proporzionata», ha proseguito, definendo inoltre un «errore» i dazi aggiuntivi, annunciati da Trump sulla Groenlandia. «L’Ue e gli Usa hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa», ha continuato. «A mio avviso, il cambiamento epocale che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi una necessità, per costruire una nuova forma di indipendenza europea», ha anche affermato il capo della Commissione europea, mentre Emmanuel Macron ha invocato il ricorso agli strumenti anti coercizione.A intervenire sui dazi legati alla Groenlandia è stato anche il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, che ha esortato gli europei a non effettuare ritorsioni commerciali contro Washington. «Direi che si tratta dello stesso tipo di isteria che abbiamo sentito il 2 aprile», ha detto, riferendosi alle tariffe, definite «reciproche», che Trump annunciò ad aprile. «Quello che esorto tutti qui a fare è sedersi, fare un respiro profondo e lasciare che le cose si sviluppino. La cosa peggiore che un Paese possa fare è avviare un’escalation contro gli Usa», ha continuato Bessent, che ha poi criticato l’Ue. «L’Europa compra petrolio russo, eppure, quattro anni dopo, continua a finanziare la guerra contro sé stessa». Bessent ha anche escluso che i governi europei venderanno i titoli del Tesoro statunitense in loro possesso. Dal canto suo, il segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, ha affermato di ritenere che il Vecchio continente non straccerà l’accordo commerciale raggiunto l’anno scorso tra Ue e Usa, ma ha avvertito che Washington è pronta a reagire a eventuali ritorsioni europee. Dal canto suo, il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha definito «imprudente» l’uso degli strumenti anti coercizione da parte dell’Ue.Nel frattempo, sulla questione groenlandese si è espresso anche Volodymyr Zelensky, dicendosi «preoccupato» per l’eventualità che questo dossier distolga l’attenzione dei Paesi occidentali dalla crisi ucraina. «Sulla Groenlandia, vorrei sottolineare ancora una volta che rispettiamo, e personalmente nutro grande rispetto, per la Danimarca e rispettiamo la sua sovranità e integrità territoriale», ha detto. «Vorrei davvero che l’America ascoltasse l’Europa», ha continuato. Il presidente ucraino ha inoltre specificato che si recherà al Forum di Davos soltanto se i documenti sulle garanzie di sicurezza e sulla ricostruzione saranno pronti. Zelensky ha poi reso noto che l’Ucraina è stata invitata a entrare nel Board of Peace per Gaza, ma ha espresso dei dubbi a causa della possibile partecipazione di Russia e Bielorussia. Parliamo di quel Board of Peace che, ieri, il Qatar ha definito utile per la stabilità del Medio Oriente, mentre il Belgio lo ha accusato di voler sostituire l’Onu. Tutto questo, mentre ieri, a Davos, Steve Witkoff ha avuto dei colloqui «costrittivi» con Kirill Dmitriev.Tornando alle tensioni tra Usa ed europei, è tutto da dimostrare che, al netto della compattezza di facciata, l’Ue sia davvero unita contro la Casa Bianca. Ieri mattina, Politico riferiva di crescenti tensioni tra Macron e Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco non sarebbe infatti convinto della linea dura che l’Eliseo vuole portare avanti nei confronti di Washington. Inoltre, la Germania ha ringraziato gli Usa per l’invito a entrare nel Board of Peace, mentre Parigi ha rifiutato. Del resto, l’Ue non ha chissà quali leve per impensierire Trump. Dall’altra parte, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme sulla crescente cooperazione tra Cina e Russia nell’Artico. Ebbene, non sembra che, negli ultimi anni, i membri europei della Nato si siano granché preoccupati di questa regione né della strategicità della Groenlandia. È anche in quest’ottica che, ieri, Trump, oltre a esprimere preoccupazione per l’imminente sentenza della Corte Suprema sui dazi, ha affermato: «Se non fossi intervenuto io, oggi non ci sarebbe la Nato! Sarebbe finita nel dimenticatoio della Storia».
Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
Continua a leggereRiduci
«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
Continua a leggereRiduci
Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 marzo 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin spiega nel dettaglio le ripercussioni della guerra sul prezzo di gas, diesel e benzina.