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2023-04-19
Lo Stato islamico rinasce nel Mali
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Tutto è avvenuto senza combattimenti visto che i loro rivali del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), legato ad al-Qaeda non si sono opposti in quanto soverchiati in termini di mezzi e di uomini. Questo ramo locale del gruppo dello Stato islamico è stato inizialmente autoproclamato dopo uno scisma all'interno del Movimento per l'Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (Mujao) un gruppo terrorista islamista a seguito di una scissione dal gruppo al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), con l'obiettivo di portare il jihad anche nei territori dell'Africa nord-occidentale. Mujao si è separato da Aqim nell'ottobre 2011, a seguito delle accuse secondo cui Aqim era troppo dominato dai comandanti arabi e delle critiche ai suoi metodi di jihad, ma in realtà lo scontro avvenne per questioni di influenza territoriale e denaro. Il leader del gruppo, l'ex comandante del Mujao, Adnan Abu Walid al-Sahraoui (1973-2021), ha dichiarato la sua adesione allo Stato islamico nel maggio 2015, sebbene l'Isis abbia riconosciuto il giuramento di fedeltà (bay'a) al suo leader Abubakr al-Baghdadi soltanto nell'ottobre 2016.
L'Isgs ha iniziato a ricevere un'attenzione regolare dai media ufficiali dell'Isis nella primavera del 2019. Il gruppo ha operato prima nel Niger occidentale e nel Ménaka, nel Mali nord-orientale, conducendo anche diversi attacchi in Burkina Faso, vicino al confine con il Mali, e un attacco a un'alta prigione di sicurezza vicino alla capitale del Niger, Niamey, nell'ottobre 2016. I combattenti dell'Isgs hanno combattuto anche contro i jihadisti di al-Mourabitoun fedeli a Mokhtar Belmokhtar, ma successivamente i due gruppi hanno evitato gli scontri tanto che a volte, l'Isgs ha operato in prossimità e forse anche in cooperazione con i combattenti del Jnim. Secondo gli osservatori locali, fonti regionali e internazionali, l’Isgs ha attirato molti dei suoi combattenti tra quelli originari delle aree in cui opera, in particolare combattenti nigerini Peul e Dawsahak le cui origini sono a Ménaka e nella città maliana di Gao. I combattenti dell’Isgs sono stati responsabili dell'attacco mortale che ha ucciso quattro soldati americani e cinque soldati nigerini a Tongo Tongo nella provincia di Tillabéry, nonché di dozzine di attacchi contro truppe nigeriane, maliane e burkinabé, milizie come il Mouvement pour le Salut de l'Azawad (Msa) e Groupe d'Autodéfense Tuareg Imghad et Alliés (Gatia). Negli ultimi mesi ha ampliato le sue operazioni territoriali lungo il confine tra Niger e Burkina Faso, nonché nella regione di Gourma a sud di Timbuktu in Mali. A poco più di un anno dall’inizio dell’imponente offensiva lanciata dall’Isgs nel nord-est del Mali - che ha causato almeno mille morti dal marzo 2022 - Tidermene è solo l’ultimo di una serie di centri abitati conquistati dai miliziani dell’Isis dopo Tamalat, Anderamboukane, Inekar e Talataye.
Nell’ultimo anno la popolazione della città di Menaka, a oggi isolata e stata privata della sua ultima via di accesso, è triplicata a causa dell’afflusso di sfollati fuggiti dagli attacchi delle città vicine. Secondo i dati delle Nazioni Unite la popolazione di Ménaka è così passata da 11 mila a più di 30 mila abitanti che vivono in condizioni a dir poco precarie. A Rfi ha parlato un dirigente comunitario di Ménaka: «È finita stiamo aspettando la fine del Ramadan, poi vedremo cosa vorrà fare la gente: combattere tutti o fare i bagagli», inoltre ha affermato che gli abitanti della città e, più in generale, della regione, «siano stati abbandonati al loro destino». L’Msa e il Gatia, i due gruppi armati che hanno firmato l'accordo di pace del 2015 e che da un anno sono in prima linea nel tentativo di proteggere i civili nella regione, non hanno ricevuto l'aiuto che si aspettavano da altri gruppi armati del Nord. Quanto ai caschi blu della missione Minusma e dei soldati maliani presenti a Ménaka, con un pugno di loro ausiliari russi, restano confinati in città. Evidente che queste forze siano in grado di difendere la città dalle centinaia di combattenti (più di mille secondo alcune stime) dal gruppo dello Stato Islamico. Nonostante i timori degli abitanti la missione Minusma ha rilasciato una nota dai toni rassicuranti: «Attualmente, la situazione nella città di Ménaka e nei suoi immediati dintorni rimane relativamente calma. Minusma e le forze di difesa e sicurezza del Mali stanno coordinando i loro sforzi per proteggere i civili».
Secondo alcuni analisti, l’Isgs almeno per il momento potrebbe astenersi dall’attaccare Ménaka in quanto avrebbe bisogno di molti uomini per la città e il loro mantenimento a lungo termine richiederebbe risorse importanti. Compiere rapidi attacchi e poi ritirarsi assicurandosi il controllo del settore sembra essere la strategia più probabile. Secondo un'altra fonte della sicurezza del nord del Mali che sta seguendo molto da vicino la situazione a RFI ha detto che «non ci sarà una battaglia per la città di Ménaka». Tutte rassicurazioni che non possono certo tranquillizzare gli abitanti di Ménaka che sanno molto bene di avere i giorni contati.
La Regione del Sahel nell'Africa sub-sahariana è ora l'epicentro del terrorismo in tutto il mondo

Secondo l'ultima edizione del Global Terrorism Index (Gti) la regione del Sahel nell'Africa sub-sahariana è ora l'epicentro del terrorismo in tutto il mondo, rappresentando quasi la metà (43%) del bilancio delle vittime a livello mondiale. Rispetto all'1% del totale globale nel 2007 gli incidenti nel Sahel sono aumentati di oltre il 2000% negli ultimi 16 anni. A partire da quest'anno rappresenta più morti per terrorismo rispetto all'Asia meridionale e al Medio Oriente e Nord Africa (Mena) messi insieme, con quest'ultima regione che ha registrato un calo del 32% quest'anno, la cifra più bassa dal 2013. Il rapporto, prodotto dall'Institute for Economics and Peace, utilizza dati provenienti da varie fonti tra cui Terrorism Tracker che studia le tendenze relative alle attività terroristiche in tutto il mondo. Il bilancio globale delle vittime causato da attacchi terroristici è diminuito del 9% lo scorso anno ed è ora inferiore del 38% rispetto al picco del 2015, con un totale del 2022 di 6.701 attacchi. Il numero di attacchi in tutto il mondo è diminuito del 28% a 3.955, e 121 dei 163 Paesi esaminati - circa tre quarti - non hanno registrato morti per terrorismo. Questo è il numero più alto di nazioni senza incidenti mortali dal 2007. Il Sahel è da alcuni anni è ritenuto la nuova arena delle operazioni jihadiste e ci sono stati almeno sei tentativi di colpo di Stato nella regione dal 2021, quattro dei quali hanno avuto successo. Questa instabilità politica, così come la correlazione tra coinvolgimento nazionale nella guerra e gravità degli attentati (sette volte più mortali che nei paesi pacifici), in qualche modo spiegano queste cifre, mentre la maggior parte dell'attività è concentrata nelle zone di confine, dove la portata del governo è meno estesa.
Anche tutti e 10 i paesi più colpiti dal terrorismo lo scorso anno sono stati coinvolti in conflitti armati e il 98% dei decessi totali è avvenuto in zone di guerra. Quattro di questi primi dieci si trovano nel Sahel, mentre la regione è diventata teatro di conflitti per procura tra Russia e Occidente. Il numero di attentati terroristici in Occidente sta diminuendo, ma le morti che ne derivano sono nuovamente aumentate dopo la diminuzione degli ultimi anni. Solo 40 attacchi sono stati registrati in Occidente lo scorso anno, eppure il numero di morti per quegli attacchi è quasi raddoppiato, da nove a diciannove, undici dei quali avvenuti negli Stati Uniti. Sebbene il Sahel sia un focolaio di violenze jihadiste e nonostante la continua influenza dello Stato islamico, l'ultimo rapporto Gti dimostra che il terrorismo esplicitamente motivato dalla religione è diminuito del 95% dal 2016.
Il Gti attribuisce la discesa nella violenza del Sahel a una serie di fattori, tra cui« governi deboli, polarizzazione etnica, la crescita dell'ideologia transnazionale salafita-islamica, instabilità politica e concorrenza geopolitica». La partenza delle truppe francesi dal Mali alla fine del 2022 dopo una campagna antiterrorismo durata otto anni, l'operazione Barkhane, ha portato a un'ondata di violenza contro i civili maliani. Del totale del Sahel , il 73% delle morti per terrorismo è avvenuto in Burkina Faso e in Mali lo scorso anno. Per tentare di fermare i jihadisti alcuni governi del Sahel (e non solo) hanno ingaggiato il Wagner Group, un gruppo mercenario sostenuto dal Cremlino che impiega regolarmente ex criminali. In Ucraina combattono spesso quando le truppe dell'esercito russo convenzionale fuggono dal campo di battaglia e sono noti per la loro brutalità e l’infamia delle loro azioni.
Fondato nel 2014 da Yevgeny Prigozhin, un fedelissimo del presidente russo Vladimir Putin, Wagner è stato creato per supportare l'incursione iniziale della Russia in Ucraina nove anni fa. Da allora, si è evoluto in un'oscura rete di mercenari schierati in tutto il mondo. Ciò include un'impronta crescente in Africa, dove Wagner ha dispiegato forze nella Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, Mozambico e altrove senza cogliere risultati nella lotta ai jihadisti che continuano a colpire anche la popolazione civile. Nonostante questo anche il Burkina Faso potrebbe presto ingaggiare il gruppo Wagner. Un segnale è stato che le autorità del Burkina Faso hanno richiesto a febbraio quasi 30 milioni di dollari in oro dalle sue miniere da consegnare per «necessità pubblica». Non è chiaro per cosa sia stato utilizzato l'oro, ma alcuni sospettano che l'oro potrebbe essere utilizzato per assumere i mercenari russi.
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Dallo scorso 11 aprile la cittadina di Tidermene, nel Nord-Est del Mali, vicino al confine con il Niger, è sotto il controllo dello Stato islamico (Isgs), mentre la città di Ménaka, capoluogo dell’omonimo circondario situato nella regione di Gao, è attualmente accerchiata dai jihadisti dell’Isis.Secondo l'ultima edizione del Global Terrorism Index (Gti) la regione del Sahel nell'Africa sub-sahariana è ora l'epicentro del terrorismo in tutto il mondo, rappresentando quasi la metà (43%) del bilancio delle vittime a livello mondiale.Lo speciale contiene due articoli.Tutto è avvenuto senza combattimenti visto che i loro rivali del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), legato ad al-Qaeda non si sono opposti in quanto soverchiati in termini di mezzi e di uomini. Questo ramo locale del gruppo dello Stato islamico è stato inizialmente autoproclamato dopo uno scisma all'interno del Movimento per l'Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (Mujao) un gruppo terrorista islamista a seguito di una scissione dal gruppo al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), con l'obiettivo di portare il jihad anche nei territori dell'Africa nord-occidentale. Mujao si è separato da Aqim nell'ottobre 2011, a seguito delle accuse secondo cui Aqim era troppo dominato dai comandanti arabi e delle critiche ai suoi metodi di jihad, ma in realtà lo scontro avvenne per questioni di influenza territoriale e denaro. Il leader del gruppo, l'ex comandante del Mujao, Adnan Abu Walid al-Sahraoui (1973-2021), ha dichiarato la sua adesione allo Stato islamico nel maggio 2015, sebbene l'Isis abbia riconosciuto il giuramento di fedeltà (bay'a) al suo leader Abubakr al-Baghdadi soltanto nell'ottobre 2016.L'Isgs ha iniziato a ricevere un'attenzione regolare dai media ufficiali dell'Isis nella primavera del 2019. Il gruppo ha operato prima nel Niger occidentale e nel Ménaka, nel Mali nord-orientale, conducendo anche diversi attacchi in Burkina Faso, vicino al confine con il Mali, e un attacco a un'alta prigione di sicurezza vicino alla capitale del Niger, Niamey, nell'ottobre 2016. I combattenti dell'Isgs hanno combattuto anche contro i jihadisti di al-Mourabitoun fedeli a Mokhtar Belmokhtar, ma successivamente i due gruppi hanno evitato gli scontri tanto che a volte, l'Isgs ha operato in prossimità e forse anche in cooperazione con i combattenti del Jnim. Secondo gli osservatori locali, fonti regionali e internazionali, l’Isgs ha attirato molti dei suoi combattenti tra quelli originari delle aree in cui opera, in particolare combattenti nigerini Peul e Dawsahak le cui origini sono a Ménaka e nella città maliana di Gao. I combattenti dell’Isgs sono stati responsabili dell'attacco mortale che ha ucciso quattro soldati americani e cinque soldati nigerini a Tongo Tongo nella provincia di Tillabéry, nonché di dozzine di attacchi contro truppe nigeriane, maliane e burkinabé, milizie come il Mouvement pour le Salut de l'Azawad (Msa) e Groupe d'Autodéfense Tuareg Imghad et Alliés (Gatia). Negli ultimi mesi ha ampliato le sue operazioni territoriali lungo il confine tra Niger e Burkina Faso, nonché nella regione di Gourma a sud di Timbuktu in Mali. A poco più di un anno dall’inizio dell’imponente offensiva lanciata dall’Isgs nel nord-est del Mali - che ha causato almeno mille morti dal marzo 2022 - Tidermene è solo l’ultimo di una serie di centri abitati conquistati dai miliziani dell’Isis dopo Tamalat, Anderamboukane, Inekar e Talataye.Nell’ultimo anno la popolazione della città di Menaka, a oggi isolata e stata privata della sua ultima via di accesso, è triplicata a causa dell’afflusso di sfollati fuggiti dagli attacchi delle città vicine. Secondo i dati delle Nazioni Unite la popolazione di Ménaka è così passata da 11 mila a più di 30 mila abitanti che vivono in condizioni a dir poco precarie. A Rfi ha parlato un dirigente comunitario di Ménaka: «È finita stiamo aspettando la fine del Ramadan, poi vedremo cosa vorrà fare la gente: combattere tutti o fare i bagagli», inoltre ha affermato che gli abitanti della città e, più in generale, della regione, «siano stati abbandonati al loro destino». L’Msa e il Gatia, i due gruppi armati che hanno firmato l'accordo di pace del 2015 e che da un anno sono in prima linea nel tentativo di proteggere i civili nella regione, non hanno ricevuto l'aiuto che si aspettavano da altri gruppi armati del Nord. Quanto ai caschi blu della missione Minusma e dei soldati maliani presenti a Ménaka, con un pugno di loro ausiliari russi, restano confinati in città. Evidente che queste forze siano in grado di difendere la città dalle centinaia di combattenti (più di mille secondo alcune stime) dal gruppo dello Stato Islamico. Nonostante i timori degli abitanti la missione Minusma ha rilasciato una nota dai toni rassicuranti: «Attualmente, la situazione nella città di Ménaka e nei suoi immediati dintorni rimane relativamente calma. Minusma e le forze di difesa e sicurezza del Mali stanno coordinando i loro sforzi per proteggere i civili».Secondo alcuni analisti, l’Isgs almeno per il momento potrebbe astenersi dall’attaccare Ménaka in quanto avrebbe bisogno di molti uomini per la città e il loro mantenimento a lungo termine richiederebbe risorse importanti. Compiere rapidi attacchi e poi ritirarsi assicurandosi il controllo del settore sembra essere la strategia più probabile. Secondo un'altra fonte della sicurezza del nord del Mali che sta seguendo molto da vicino la situazione a RFI ha detto che «non ci sarà una battaglia per la città di Ménaka». Tutte rassicurazioni che non possono certo tranquillizzare gli abitanti di Ménaka che sanno molto bene di avere i giorni contati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/stato-islamico-rinasce-mali-2659879277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-regione-del-sahel-nell-africa-sub-sahariana-e-ora-l-epicentro-del-terrorismo-in-tutto-il-mondo" data-post-id="2659879277" data-published-at="1681905688" data-use-pagination="False"> La Regione del Sahel nell'Africa sub-sahariana è ora l'epicentro del terrorismo in tutto il mondo Secondo l'ultima edizione del Global Terrorism Index (Gti) la regione del Sahel nell'Africa sub-sahariana è ora l'epicentro del terrorismo in tutto il mondo, rappresentando quasi la metà (43%) del bilancio delle vittime a livello mondiale. Rispetto all'1% del totale globale nel 2007 gli incidenti nel Sahel sono aumentati di oltre il 2000% negli ultimi 16 anni. A partire da quest'anno rappresenta più morti per terrorismo rispetto all'Asia meridionale e al Medio Oriente e Nord Africa (Mena) messi insieme, con quest'ultima regione che ha registrato un calo del 32% quest'anno, la cifra più bassa dal 2013. Il rapporto, prodotto dall'Institute for Economics and Peace, utilizza dati provenienti da varie fonti tra cui Terrorism Tracker che studia le tendenze relative alle attività terroristiche in tutto il mondo. Il bilancio globale delle vittime causato da attacchi terroristici è diminuito del 9% lo scorso anno ed è ora inferiore del 38% rispetto al picco del 2015, con un totale del 2022 di 6.701 attacchi. Il numero di attacchi in tutto il mondo è diminuito del 28% a 3.955, e 121 dei 163 Paesi esaminati - circa tre quarti - non hanno registrato morti per terrorismo. Questo è il numero più alto di nazioni senza incidenti mortali dal 2007. Il Sahel è da alcuni anni è ritenuto la nuova arena delle operazioni jihadiste e ci sono stati almeno sei tentativi di colpo di Stato nella regione dal 2021, quattro dei quali hanno avuto successo. Questa instabilità politica, così come la correlazione tra coinvolgimento nazionale nella guerra e gravità degli attentati (sette volte più mortali che nei paesi pacifici), in qualche modo spiegano queste cifre, mentre la maggior parte dell'attività è concentrata nelle zone di confine, dove la portata del governo è meno estesa.Anche tutti e 10 i paesi più colpiti dal terrorismo lo scorso anno sono stati coinvolti in conflitti armati e il 98% dei decessi totali è avvenuto in zone di guerra. Quattro di questi primi dieci si trovano nel Sahel, mentre la regione è diventata teatro di conflitti per procura tra Russia e Occidente. Il numero di attentati terroristici in Occidente sta diminuendo, ma le morti che ne derivano sono nuovamente aumentate dopo la diminuzione degli ultimi anni. Solo 40 attacchi sono stati registrati in Occidente lo scorso anno, eppure il numero di morti per quegli attacchi è quasi raddoppiato, da nove a diciannove, undici dei quali avvenuti negli Stati Uniti. Sebbene il Sahel sia un focolaio di violenze jihadiste e nonostante la continua influenza dello Stato islamico, l'ultimo rapporto Gti dimostra che il terrorismo esplicitamente motivato dalla religione è diminuito del 95% dal 2016.Il Gti attribuisce la discesa nella violenza del Sahel a una serie di fattori, tra cui« governi deboli, polarizzazione etnica, la crescita dell'ideologia transnazionale salafita-islamica, instabilità politica e concorrenza geopolitica». La partenza delle truppe francesi dal Mali alla fine del 2022 dopo una campagna antiterrorismo durata otto anni, l'operazione Barkhane, ha portato a un'ondata di violenza contro i civili maliani. Del totale del Sahel , il 73% delle morti per terrorismo è avvenuto in Burkina Faso e in Mali lo scorso anno. Per tentare di fermare i jihadisti alcuni governi del Sahel (e non solo) hanno ingaggiato il Wagner Group, un gruppo mercenario sostenuto dal Cremlino che impiega regolarmente ex criminali. In Ucraina combattono spesso quando le truppe dell'esercito russo convenzionale fuggono dal campo di battaglia e sono noti per la loro brutalità e l’infamia delle loro azioni.Fondato nel 2014 da Yevgeny Prigozhin, un fedelissimo del presidente russo Vladimir Putin, Wagner è stato creato per supportare l'incursione iniziale della Russia in Ucraina nove anni fa. Da allora, si è evoluto in un'oscura rete di mercenari schierati in tutto il mondo. Ciò include un'impronta crescente in Africa, dove Wagner ha dispiegato forze nella Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, Mozambico e altrove senza cogliere risultati nella lotta ai jihadisti che continuano a colpire anche la popolazione civile. Nonostante questo anche il Burkina Faso potrebbe presto ingaggiare il gruppo Wagner. Un segnale è stato che le autorità del Burkina Faso hanno richiesto a febbraio quasi 30 milioni di dollari in oro dalle sue miniere da consegnare per «necessità pubblica». Non è chiaro per cosa sia stato utilizzato l'oro, ma alcuni sospettano che l'oro potrebbe essere utilizzato per assumere i mercenari russi.
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.