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2025-01-23
Ultimatum degli Stati Uniti a Putin: pace subito o sanzioni a manetta
(Ansa)
Si avvicina il momento in cui Donald Trump e Vladimir Putin si parleranno. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che il Cremlino sta provvedendo ai necessari «preparativi interni» per una telefonata tra i due presidenti. «Quando probabilmente sentiremo qualcosa di più chiaro e concreto da Washington, allora inizieremo a coordinare orari e questioni organizzative», ha spiegato. Il tycoon, intanto, non risparmia pressioni diplomatiche allo zar. «Zelensky vuole trovare un’intesa», ha dichiarato dallo Studio ovale il giorno del suo insediamento, mentre firmava i vari ordini esecutivi che tanto stanno facendo discutere. «Non facendo un accordo, Putin distrugge» il suo Paese. «In caso contrario», continua riferendosi alla necessità di un’intesa, «la Russia sarà in un grosso guaio, guardate l’economia e l’inflazione».
Parole esplicitate meglio ieri in un post su Truth (il suo social network): «Non voglio danneggiare la Russia», scrive Trump. «Amo il popolo russo e ho sempre avuto un ottimo rapporto con il presidente Putin […]. Non dobbiamo mai dimenticare che la Russia ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, sacrificando quasi 60 milioni di vite». «Detto questo», prosegue, «sto per fare un grande favore alla Russia, la cui economia è in difficoltà, e al presidente Putin: ponete fine a questa guerra ridicola ora! Le cose andranno solo peggio». Poi la minaccia: «Se non raggiungiamo un accordo, e presto, non avrò altra scelta che imporre alti livelli di tasse, dazi e sanzioni su qualsiasi cosa venga venduta dalla Russia agli Stati Uniti e ad altri Paesi partecipanti». «Mettiamo fine a questa guerra», conclude, «che non sarebbe mai iniziata se fossi stato io presidente! Possiamo farlo nel modo facile o nel modo difficile - e il modo facile è sempre il migliore. È ora di «concludere un accordo». Non devono essere perse altre vite».
Durante la campagna elettorale, il tycoon aveva promesso di risolvere il conflitto molto velocemente. Ora si tratta di capire come. Il Wall Street Journal, autorevole quotidiano statunitense, non ripone molta fiducia in Keith Kellogg, inviato speciale per Ucraina e Russia voluto da Trump con l’obiettivo di porre fine alla guerra in 100 giorni. Secondo la testata, questi manca dell’esperienza diplomatica necessaria per raggiungere un accordo con un soggetto ostico come Putin. Volodymyr Zelensky, invece, ha dichiarato che qualsiasi accordo di pace con la Russia richiederebbe almeno 200.000 soldati europei dispiegati sul territorio. «È un minimo», ha sottolineato. «Altrimenti non è niente». Il numero di militari indicato, forse, strizza l’occhio al tycoon, perché coincide con quello trapelato dopo l’incontro, avvenuto oltre un mese fa, tra lo staff dell’allora presidente eletto e quello del presidente ucraino. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha invece dichiarato che per la conclusione del conflitto in Ucraina servono «accordi affidabili e giuridicamente vincolanti, che dovrebbero prevedere un meccanismo per l’impossibilità di violazione». In altre parole, viene ribadita la necessità di garanzie sicure sul fatto che l’Ucraina rimanga fuori dalla Nato. E non è detto che Trump sia disposto a concedere questa vittoria al Cremlino.
Trump che, da quanto trapela, non vuole «una seconda Kabul» e, dunque, non pensa a un disimpegno unilaterale, benché miri a far pesare l’onere del sostegno sugli europei. Dall’altra parte, Zelensky ha sostenuto che qualsiasi forza di peacekeeping in Ucraina deve necessariamente includere gli Stati Uniti. «Il conflitto deve finire», ha dichiarato il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un’intervista alla Cbs, ma in maniera «sostenibile». «Il che significa che non vogliamo semplicemente che il conflitto finisca per poi riprendere tra due, tre o quattro anni. Vogliamo portare stabilità».
Dall’Ue, invece, la musica è sempre la stessa. «Non c’è assolutamente alcun dubbio che possiamo fare di più per aiutare l’Ucraina», ha detto Kaja Kallas, l’Alto rappresentante per gli affari esteri, alla conferenza annuale dell’Agenzia per la difesa Ue (Eda). «Con il nostro aiuto, possono vincere la guerra. L’unica lingua che parla Putin è quella della forza. L’Ue ha forza. Le economie dei Paesi Ue insieme sono 17 volte più grandi di quella russa. Dobbiamo forzare la sua mano per mostrargli che perderà. E fermarlo prima che attacchi uno dei nostri». «La gente dice che sono un falco sulla Russia. Beh, amo dire che sono realista», ha anche aggiunto Kallas, le cui origini estoni condizionano il suo operato, ma il cui Stato rappresenta non più dello 0,3% della popolazione Ue.
In casa nostra, ieri Guido Crosetto, dopo aver incassato il sì dal Senato martedì, si è recato alla Camera per le comunicazioni sulla proroga al 31 dicembre 2025 degli aiuti all’Ucraina. «Siamo dalla parte del popolo e non dei criminali di guerra», ha affermato il ministro della Difesa riprendendo un passaggio dell’intervento di Chiara Appendino dei 5 stelle. Sì, quei 5 stelle il cui leader Giuseppe Conte si oppone fortemente all’invio di armi a Kiev. «Questo non vuol dire che abbiamo dimenticato la nostra amicizia decennale con la Russia», ha comunque aggiunto Crosetto.
In ogni caso, la risoluzione di maggioranza - dopo Palazzo Madama - è passata anche a Montecitorio con 181 voti favorevoli, 48 contrari e 64 astenuti, tra cui Pd e Italia viva.
Attacchi aerei di Israele a Jenin
A distanza di meno di 24 ore dall’annuncio israeliano dell’operazione militare «Muro di ferro» a Jenin, in Cisgiordania, con l’obiettivo di «sradicare il terrorismo», sono già stati resi noti alcuni risultati raggiunti da Israele. L’Idf e l’Agenzia di sicurezza (Isa) hanno comunicato che sono stati «colpiti oltre dieci terroristi», aggiungendo anche che «sono stati condotti attacchi aerei sui siti delle infrastrutture terroristiche e sono stati smantellati numerosi esplosivi piazzati dai terroristi sulle strade».
E se da una parte il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres avverte che Israele può «annettere la Cisgiordania lasciando Gaza nel limbo», dall’altra il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che l’operazione «Muro di ferro» non è altro che l’applicazione della lezione a Gaza. Diventa dunque fondamentale eliminare i terroristi per far sì che «non si ripeta all’interno della città di Jenin» quanto accaduto altrove. E sempre nel contesto di Jenin, cresce la tensione tra Hamas e Anp, con la prima che accusa l’Autorità nazionale palestinese di «spargimento di sangue», ritenendola colpevole di aver arrestato dei palestinesi feriti nell’assedio dell’ospedale Al-Razi.
Riguardo all’attacco a Tel Aviv di martedì notte, Israele ha reso noti alcuni dettagli su Abdelaziz Kaddi, responsabile dell’accoltellamento di quattro persone. L’aggressore era arrivato nel Paese il 18 gennaio scorso, aveva 29 anni, era di origine marocchina ed era titolare di una green card americana.
Spostandoci a Gaza, il cessate il fuoco ha diffuso un cauto ottimismo ma sempre nella consapevolezza che si tratti di una fase molto delicata. Il Papa, alla fine dell’Udienza generale, ha dichiarato: «Ho telefonato alla parrocchia di Gaza, erano contenti» per la tregua e anche per la disponibilità di «lenticchie e pollo». Gli aiuti umanitari, infatti, continuano ad arrivare: martedì sono entrati nella Striscia 897 camion. Il dato fornito dall’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha) è confortante se si considera che l’accordo prevede l’entrata a Gaza di almeno 600 camion al giorno. E in totale, nei quattro giorni di cessate il fuoco sarebbero «oltre 2.400 i camion di aiuti entrati a Gaza» secondo quanto riferito dall’emittente pubblica egiziana al-Qaera. Si sarebbe anche giunti a un accordo tra il capo del Mossad, quello di Shin Bet e il capo dell’intelligence egiziana sul valico di Rafah: la supervisione è stata affidata all’Anp.
Tuttavia, esistono dubbi sull’implementazione della fase due del cessate il fuoco. A parlarne è stato il ministro israeliano per la Cooperazione regionale, David Amsalem. A Army Radio ha spiegato: «Non avverrà perché Hamas non accetterà di disarmare e smilitarizzare la Striscia di Gaza». E di Gaza si è discusso ieri anche nel nostro Paese: il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’ambito della riunione di Food for Gaza ha annunciato che dalla Striscia arriveranno in Italia 21 bambini malati oncologici per le cure. L’impegno italiano si colloca anche sul fronte della ricostruzione, considerando settori come «sanità, istruzione, acqua, elettricità, rimozione dei detriti, salute, agricoltura», ha sottolineato il ministro.
In Yemen, invece, per manifestare il sostengo al cessate il fuoco, gli Houthi hanno annunciato di aver liberato l’equipaggio della nave Galaxy Leader, nelle mani dei terroristi dal novembre 2023. Il rilascio sarebbe avvenuto «con coordinamento di Hamas» e l’aiuto dell’Oman.
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Trump teme figuracce come in Afghanistan e ammonisce lo zar. Il «Wsj» critica il nuovo inviato speciale Usa: «Gli manca l’esperienza diplomatica». Zelensky: «Per la tregua, dateci 200.000 soldati europei e americani».L’Idf: «Colpite infrastrutture e smantellati esplosivi piazzati sulle strade. Uccisi dieci terroristi». Allarme dell’Onu: «Tel Aviv può annettere la Cisgiordania». Aiuti a Gaza.Lo speciale contiene due articoli.Si avvicina il momento in cui Donald Trump e Vladimir Putin si parleranno. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che il Cremlino sta provvedendo ai necessari «preparativi interni» per una telefonata tra i due presidenti. «Quando probabilmente sentiremo qualcosa di più chiaro e concreto da Washington, allora inizieremo a coordinare orari e questioni organizzative», ha spiegato. Il tycoon, intanto, non risparmia pressioni diplomatiche allo zar. «Zelensky vuole trovare un’intesa», ha dichiarato dallo Studio ovale il giorno del suo insediamento, mentre firmava i vari ordini esecutivi che tanto stanno facendo discutere. «Non facendo un accordo, Putin distrugge» il suo Paese. «In caso contrario», continua riferendosi alla necessità di un’intesa, «la Russia sarà in un grosso guaio, guardate l’economia e l’inflazione». Parole esplicitate meglio ieri in un post su Truth (il suo social network): «Non voglio danneggiare la Russia», scrive Trump. «Amo il popolo russo e ho sempre avuto un ottimo rapporto con il presidente Putin […]. Non dobbiamo mai dimenticare che la Russia ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, sacrificando quasi 60 milioni di vite». «Detto questo», prosegue, «sto per fare un grande favore alla Russia, la cui economia è in difficoltà, e al presidente Putin: ponete fine a questa guerra ridicola ora! Le cose andranno solo peggio». Poi la minaccia: «Se non raggiungiamo un accordo, e presto, non avrò altra scelta che imporre alti livelli di tasse, dazi e sanzioni su qualsiasi cosa venga venduta dalla Russia agli Stati Uniti e ad altri Paesi partecipanti». «Mettiamo fine a questa guerra», conclude, «che non sarebbe mai iniziata se fossi stato io presidente! Possiamo farlo nel modo facile o nel modo difficile - e il modo facile è sempre il migliore. È ora di «concludere un accordo». Non devono essere perse altre vite».Durante la campagna elettorale, il tycoon aveva promesso di risolvere il conflitto molto velocemente. Ora si tratta di capire come. Il Wall Street Journal, autorevole quotidiano statunitense, non ripone molta fiducia in Keith Kellogg, inviato speciale per Ucraina e Russia voluto da Trump con l’obiettivo di porre fine alla guerra in 100 giorni. Secondo la testata, questi manca dell’esperienza diplomatica necessaria per raggiungere un accordo con un soggetto ostico come Putin. Volodymyr Zelensky, invece, ha dichiarato che qualsiasi accordo di pace con la Russia richiederebbe almeno 200.000 soldati europei dispiegati sul territorio. «È un minimo», ha sottolineato. «Altrimenti non è niente». Il numero di militari indicato, forse, strizza l’occhio al tycoon, perché coincide con quello trapelato dopo l’incontro, avvenuto oltre un mese fa, tra lo staff dell’allora presidente eletto e quello del presidente ucraino. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha invece dichiarato che per la conclusione del conflitto in Ucraina servono «accordi affidabili e giuridicamente vincolanti, che dovrebbero prevedere un meccanismo per l’impossibilità di violazione». In altre parole, viene ribadita la necessità di garanzie sicure sul fatto che l’Ucraina rimanga fuori dalla Nato. E non è detto che Trump sia disposto a concedere questa vittoria al Cremlino. Trump che, da quanto trapela, non vuole «una seconda Kabul» e, dunque, non pensa a un disimpegno unilaterale, benché miri a far pesare l’onere del sostegno sugli europei. Dall’altra parte, Zelensky ha sostenuto che qualsiasi forza di peacekeeping in Ucraina deve necessariamente includere gli Stati Uniti. «Il conflitto deve finire», ha dichiarato il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un’intervista alla Cbs, ma in maniera «sostenibile». «Il che significa che non vogliamo semplicemente che il conflitto finisca per poi riprendere tra due, tre o quattro anni. Vogliamo portare stabilità». Dall’Ue, invece, la musica è sempre la stessa. «Non c’è assolutamente alcun dubbio che possiamo fare di più per aiutare l’Ucraina», ha detto Kaja Kallas, l’Alto rappresentante per gli affari esteri, alla conferenza annuale dell’Agenzia per la difesa Ue (Eda). «Con il nostro aiuto, possono vincere la guerra. L’unica lingua che parla Putin è quella della forza. L’Ue ha forza. Le economie dei Paesi Ue insieme sono 17 volte più grandi di quella russa. Dobbiamo forzare la sua mano per mostrargli che perderà. E fermarlo prima che attacchi uno dei nostri». «La gente dice che sono un falco sulla Russia. Beh, amo dire che sono realista», ha anche aggiunto Kallas, le cui origini estoni condizionano il suo operato, ma il cui Stato rappresenta non più dello 0,3% della popolazione Ue. In casa nostra, ieri Guido Crosetto, dopo aver incassato il sì dal Senato martedì, si è recato alla Camera per le comunicazioni sulla proroga al 31 dicembre 2025 degli aiuti all’Ucraina. «Siamo dalla parte del popolo e non dei criminali di guerra», ha affermato il ministro della Difesa riprendendo un passaggio dell’intervento di Chiara Appendino dei 5 stelle. Sì, quei 5 stelle il cui leader Giuseppe Conte si oppone fortemente all’invio di armi a Kiev. «Questo non vuol dire che abbiamo dimenticato la nostra amicizia decennale con la Russia», ha comunque aggiunto Crosetto. In ogni caso, la risoluzione di maggioranza - dopo Palazzo Madama - è passata anche a Montecitorio con 181 voti favorevoli, 48 contrari e 64 astenuti, tra cui Pd e Italia viva.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stati-uniti-putin-2670978978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacchi-aerei-di-israele-a-jenin" data-post-id="2670978978" data-published-at="1737654987" data-use-pagination="False"> Attacchi aerei di Israele a Jenin A distanza di meno di 24 ore dall’annuncio israeliano dell’operazione militare «Muro di ferro» a Jenin, in Cisgiordania, con l’obiettivo di «sradicare il terrorismo», sono già stati resi noti alcuni risultati raggiunti da Israele. L’Idf e l’Agenzia di sicurezza (Isa) hanno comunicato che sono stati «colpiti oltre dieci terroristi», aggiungendo anche che «sono stati condotti attacchi aerei sui siti delle infrastrutture terroristiche e sono stati smantellati numerosi esplosivi piazzati dai terroristi sulle strade». E se da una parte il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres avverte che Israele può «annettere la Cisgiordania lasciando Gaza nel limbo», dall’altra il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che l’operazione «Muro di ferro» non è altro che l’applicazione della lezione a Gaza. Diventa dunque fondamentale eliminare i terroristi per far sì che «non si ripeta all’interno della città di Jenin» quanto accaduto altrove. E sempre nel contesto di Jenin, cresce la tensione tra Hamas e Anp, con la prima che accusa l’Autorità nazionale palestinese di «spargimento di sangue», ritenendola colpevole di aver arrestato dei palestinesi feriti nell’assedio dell’ospedale Al-Razi. Riguardo all’attacco a Tel Aviv di martedì notte, Israele ha reso noti alcuni dettagli su Abdelaziz Kaddi, responsabile dell’accoltellamento di quattro persone. L’aggressore era arrivato nel Paese il 18 gennaio scorso, aveva 29 anni, era di origine marocchina ed era titolare di una green card americana. Spostandoci a Gaza, il cessate il fuoco ha diffuso un cauto ottimismo ma sempre nella consapevolezza che si tratti di una fase molto delicata. Il Papa, alla fine dell’Udienza generale, ha dichiarato: «Ho telefonato alla parrocchia di Gaza, erano contenti» per la tregua e anche per la disponibilità di «lenticchie e pollo». Gli aiuti umanitari, infatti, continuano ad arrivare: martedì sono entrati nella Striscia 897 camion. Il dato fornito dall’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha) è confortante se si considera che l’accordo prevede l’entrata a Gaza di almeno 600 camion al giorno. E in totale, nei quattro giorni di cessate il fuoco sarebbero «oltre 2.400 i camion di aiuti entrati a Gaza» secondo quanto riferito dall’emittente pubblica egiziana al-Qaera. Si sarebbe anche giunti a un accordo tra il capo del Mossad, quello di Shin Bet e il capo dell’intelligence egiziana sul valico di Rafah: la supervisione è stata affidata all’Anp. Tuttavia, esistono dubbi sull’implementazione della fase due del cessate il fuoco. A parlarne è stato il ministro israeliano per la Cooperazione regionale, David Amsalem. A Army Radio ha spiegato: «Non avverrà perché Hamas non accetterà di disarmare e smilitarizzare la Striscia di Gaza». E di Gaza si è discusso ieri anche nel nostro Paese: il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’ambito della riunione di Food for Gaza ha annunciato che dalla Striscia arriveranno in Italia 21 bambini malati oncologici per le cure. L’impegno italiano si colloca anche sul fronte della ricostruzione, considerando settori come «sanità, istruzione, acqua, elettricità, rimozione dei detriti, salute, agricoltura», ha sottolineato il ministro. In Yemen, invece, per manifestare il sostengo al cessate il fuoco, gli Houthi hanno annunciato di aver liberato l’equipaggio della nave Galaxy Leader, nelle mani dei terroristi dal novembre 2023. Il rilascio sarebbe avvenuto «con coordinamento di Hamas» e l’aiuto dell’Oman.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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